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  1. Viaggio nella Roma imperiale, alla scoperta della preziosissima Forma Urbis - Prima puntata
  2. ARES III

    Scavata la tomba 359

    Il suo corpo era coperto di gioielli. Scavata la tomba 359. Apparteneva a una ventenne vissuta ai tempi della Fondazione di Roma Lo scavo di una grossa porzione di terreno prelevata durante gli scavi e conservata, in una cassa di legno, al Museo nazionale romano ha permesso, in questi giorni di svelare il segreto della tomba di una giovane donna – di un’età compresa tra i 18 e i 24 anni – vissuta attorno al 730 a. C., data della fondazione di Roma, e morta in un luogo non distante dalla città eterna. La fondazione Paola Droghetti ha finanziato una borsa di studio per una giovane restauratrice formata presso l’Istituto Centrale per il Restauro, che ha effettuato lo scavo e il restauro della tomba, sotto la guida delle restauratrici e degli archeologi del Museo Nazionale Romano. Questa sponsorizzazione ha permesso anche di pubblicare una monografia sulla tomba e produrre un video che racconta la riscoperta, il restauro e lo studio. La fanciulla nata con Roma. Il restauro della tomba 359 da Castel di Decima. Studi e restauro. “La donna della tomba 359 – dicono gli studiosi del Museo – è stata seppellita con un vestito coperto di gioielli: una collana di pendenti di bronzo a forma di animali e di figure umane, una serie di grandi anelli fissati al vestito con delle fibule di bronzo e d’ambra, degli ornamenti in argento per i capelli, ecc. Era accompagnata da un servizio da banchetto con coltelli per il sacrificio, spiedi per la cottura della carne, vasi di bronzo e di ceramica per il consumo del vino. Accanto alle produzioni di Roma e del Latium Vetus, si riconoscono degli oggetti etruschi della zona di Tarquinia e dei vasi di ispirazione greca e orientale di origine campana. L’ambra proviene dal mar Baltico. Questo contesto eccezionale contribuisce a ricostruire le prime reti di scambi sviluppate da Roma già al momento della fondazione della città”. La sepoltura è stata recuperata a Castel di Decima, un zona di Roma nell’Agro Romano, a sud della città, esternamente al Grande Raccordo Anulare e confinante con il comune di Pomezia. In epoca romana il territorio era oggetto di sfruttamento agricolo, con la presenza di diverse ville. Fu abbandonato dopo il IV secolo d.C. Nell’area di Decima sono stati scoperti una necropoli e un centro abitato. Il Museo Nazionale Romano conserva, nei depositi delle Terme di Diocleziano, i ricchi corredi funerari provenienti dalle grandi necropoli di Castel di Decima e della Laurentina, che risalgono all’VIII e al VII sec. a.C. Da due anni, è stato avviato un lavoro sistematico di salvaguardia, inventariazione, restauro e studio di questo patrimonio unico, che permette di caratterizzare in modo molto preciso la società, l’economia e la cultura laziale al momento della fondazione di Roma e nei decenni successivi. Il programma « Urbs, dalla città alla campagna romana » del Piano Nazionale per gli investimenti Complementari al PNRR prevede un intervento di restauro e di allestimento della galleria superiore del grande chiostro di Michelangelo, che sarà dedicata alla presentazione dei primi secoli della storia di Roma. Una delle quattro ali di questa galleria sarà dedicata all’VIII-VII sec. a.C. e quindi alle necropoli di Castel di Decima e della Laurentina. Il partenariato tra il Museo Nazionale Romano, l’Istituto Centrale per il Restauro e la Fondazione ‘Paola Droghetti per una cultura della conservazione d’arte’ ha permesso di recuperare uno dei corredi funerari più importanti della necropoli di Castel di Decima. Si tratta, appunto, di quello della tomba 359, scoperta nel 1991, prelevata in un grande pane di terra e rinchiusa in un deposito del museo, dentro una cassa di legno, fino al 2021. La mostra, organizzata nell’aula XI bis delle Terme di Diocleziano, mira a presentare i risultati del restauro della tomba e delle attività di ricerca, anche attraverso l’accostamento con vari altri reperti importanti conservati nei depositi del Museo Nazionale Romano. La mostra sarà aperta al pubblico da domani,14 giugno, fino al 03 settembre 2023 e sarà inaugurata oggi alle 18:30 dal Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, con interventi del Direttore del Museo Nazionale Romano Stéphane Verger, della Direttrice dell’ICR Alessandra Marino e del Presidente della Fondazione Paola Droghetti onlus, Vincenzo Ruggeri. Con l’occasione, sarà presentato il volume “La fanciulla nata con Roma. Il restauro della tomba 369 da Castel di Decima. Studi e restauro”, a cura di Francesca Capanna (Direttrice della Scuola di Alta Formazione ICR, sede di Roma) e Stéphane Verger, e il video di Edoardo Mariani e Francesco Scognamiglio prodotto dalla Fondazione Paola Droghetti onlus. MOSTRE 14 Giugno 2023 – 3 Settembre 2023 La fanciulla nata con Roma. Il restauro della tomba 359 di Castel di Decima Terme di Diocleziano Via Enrico de Nicola, 78 Roma, 00185 Italia Orari di apertura delle Terme di Diocleziano Dal martedì alla domenica dalle ore 9.30 alle ore 19.00 La biglietteria chiude alle ore 18.00
  3. Nuovi scavi archeologici ai Fori Imperiali, le "tante Roma" che emergono dal Foro della Pace
  4. ROMA. Il “Templum Gentis Flaviae” nell’area della stazione Termini. https://www.archeomedia.net/roma-il-templum-gentis-flaviae-nellarea-della-stazione-termini/ Si avvicina a grandi passi il Giubileo del 2025 e Roma annaspa tra mille problemi: cantieri aperti ovunque, ma soprattutto il grande Buco Nero di piazza Venezia, uno dei “Non luoghi” della Capitale, spazi proibiti non vivibili, come il Colosseo, Fontana di Trevi ed ora il Pantheon. Nella zona di “Termini” è prevista la sistemazione della piazza tenendo conto (si afferma) della necessità di valorizzare il contesto storico-architettonico dell’area. L’obiettivo è trasformare Piazza dei Cinquecento in un hub della mobilità integrata e sostenibile, coerentemente con gli indirizzi del Piano Urbano della Mobilità Sostenibile di Roma Capitale . Sala-Ottagona-Terme-di-Diocleziano Non molti sanno che proprio nella zona antistante l’Aula Ottagona_ via Romita/via Cernaia_ che oggi ospita (speriamo provvisoriamente!) il Museo dell’Arte Salvata, in corrispondenza del piccolo parcheggio (che per fortuna sembrerebbe destinato a scomparire) vi è un’importante preesistenza sconosciuta ai più, cioè il tempio della Dinastia degli imperatori Flavi, quelli che costruirono il Colosseo. II “Templum Gentis Flaviae”: la localizzazione dell’edificio è stata riconosciuta con sicurezza in seguito a studi recenti in base alle fonti antiche e soprattutto a scoperte archeologiche. Sappiamo che la casa di Vespasiano (e quindi anche il tempio) si trovava sul Quirinale, in una località denominata ad malum Punicum (“al melograno”), nell’area in seguito occupata dall’angolo occidentale delle Terme di Diocleziano, in particolare al di sotto dell’ex Planetario dove sono presenti una domus databile in età giulio-claudia e notevoli strutture superstiti di un edificio più antico costituite da grandi blocchi di travertino collegati da grappe di piombo disposti parallelamente al fronte della sala verso via Romita. L’esigenza della “comprensione e “lettura” del monumento ha guidato a suo tempo in maniera preponderante la progettazione degli interventi di restauro dell’Aula Ottagona delle Terme di Diocleziano, infatti nell’intervento di restauro è diventata assolutamente prioritaria l’esigenza di evidenziare la complessa, straordinaria stratificazione storica presente nell’Aula, che descrive non solo la storia delle Terme ma anche la storia del luogo, ancora più interessante se in questa “narrazione” comprendiamo anche il “Templum Gentis Flaviae”. Abbiamo uno spaccato della Storia di Roma che va dalla “Casa dei Flavii” all’utilizzazione della sala a Planetario, con la creazione della straordinaria volta reticolare, mutuata dai grandi “Planetari” che nascevano negli anni venti in Germania. Ma la cosa più importante, ottenuta col mantenimento della volta metallica è il rapporto dialettico attivato con la volta ad ombrello della sala Termale, una sorta di “lezione” architettonica sull’evoluzione nel tempo dei sistemi voltati. Ritratto-marmoreo-di-Tito Tornando al “Templum”, grazie al professor Filippo Coarelli, è stato così possibile ricostruire un complesso monumentale (lungo 125 m), esteso fino alla chiesa di S. Bernardo, che comprendeva una grande area scoperta, porticata su tre lati, al centro della quale si trovava un podio quadrato di 47 m di lato, probabile sostegno di un edificio a pianta centrale. Nel 1901, al momento della realizzazione di piazza della Repubblica, in corrispondenza del settore nord del grande emiciclo (che riprende la forma dell’esedra delle terme), vennero recuperati numerosi frammenti di rilievi di età domizianea, nei quali si potevano riconoscere soggetti relativi alla celebrazione della gens Flavia, in origine appartenenti alla decorazione del tempio, nei quali appare anche un ritratto di Vespasiano (i cosiddetti “Rilievi Hartwig”, presentati nel 1994 a Roma, in una mostra dal titolo Dono Hartwig). Sempre in quegli anni venne recuperato un gigantesco ritratto marmoreo di Tito alto 2.30 mt che doveva appartenente ad una statua di circa 9 m di altezza (ora al Museo Archeologico di Napoli), che poteva provenire solo dal tempio. Si può quindi ricostruire il complesso come una grandiosa area porticata, cui si accedeva da nord, al centro della quale sorgeva la struttura principale, che comprendeva in basso il sepolcro, di cui si conserva il nucleo in calcestruzzo, certamente in origine rivestito di marmi, e in alto una rotonda a cupola modellata sul Pantheon, sede del culto dinastico. Quest’ultima viene a trovarsi più o meno al centro del largo antistante al Planetario, a pochi centimetri al di sotto del piano di calpestio, e quindi si può facilmente scavare: si tratta di un’operazione di costo limitato, ma certamente di grandissimo rilievo storico ed artistico, che permetterebbe il recupero di un monumento fondamentale per la conoscenza dell’architettura romana, oltre ai resti sottostanti della casa privata di Vespasiano. Inoltre altri autorevoli studiosi ritengono che il tempio sia stato sottoposto ad una procedura ‘sacrale’ di interramento (piu’ correttamente “congestio terrarum”) simile a quella del mausoleo di Lucilio Peto sulla via Salaria o ai monumenti funebri della Necropoli in tal caso si tratterebbe di un monumento in gran parte ancora integro che, con buona probabilità, conserva ancora le urne cinerarie dei Flavii. Una valorizzazione formidabile proprio in vista del Giubileo. Autore: Gianni Bulian Gianni Bulian. Laurea in architettura a Roma, nel 1970, con Ludovico Quaroni. Si specializza nel restauro architettonico e nella progettazione nel campo museale. Dal 1981 ha l’incarico del restauro e ristrutturazione del Complesso Monumentale delle Terme di Diocleziano nell’ambito del Museo Nazionale Romano per la Soprintendenza Archeologica di Roma. Nel 1996 è primo dirigente nel ruolo degli architetti del MiBAC e poi Soprintendente ai Beni Ambientali, Architettonici Artistici e Storici d’Abruzzo. Direttore ad interim della Soprintendenza ai Beni Architettonici e Paesaggistici di Firenze, Prato e Pistoia. Docente alla Scuola di Specializzazione in Restauro dei Monumenti dell’Università di Roma La Sapienza. Autore di numerosi progetti di restauro architettonico nazionali ed internazionali. Fonte: www.quotidianoarte.com, 13 dic 2023
  5. Sotterranei di Palazzo Valentini. Il Colosseo e il Campidoglio sono poco distanti, nell’area di Piazza Venezia. Non stupisce che il sottosuolo abbia potuto offrire - nell’area a maggior densità archeologica della capitale – ritrovamenti di prestigio. Come sempre a Roma il problema è che la città continua a crescere su se stessa, rendendo difficili prima gli scavi, e poi la fruizione degli stessi da parte del pubblico sotto i palazzi pubblici o privati. La riqualificazione dell’area fu ideata inizialmente da Piero Angela e Paco Lanciano per un partenariato pubblico-privato Roma Capitale e Civita. Le installazioni multimediali colpiscono per la presenza della voce narrante e così familare del grande divulgatore televisivo. Colpiscono, degli ambienti, i meravigliosi marmi policromi che, assieme alla presenza delle terme, suggeriscono la ricchezza delle domus, qualora ci fosse bisogno di sottolinearlo al di là della zona d’élite in cui sorgevano. Ma è l’insieme delle stratificazioni della città a essere visibile e apprezzabile, attraverso i reperti, che arrivano addirittura all’apparizione di un bunker della seconda guerra mondiale ancora nello stato originario. La speranza è quella di raggiungere i 50 mila visitatori all’anno, proprio grazie al rinnovamento tecnologico che trasforma in un’esperienza immersiva – come obbligatorio dire adesso – quella che era una musealizzazione ormai vetusta. Soprattutto è una speranza perché esperienze di visita e di ricerca sotto la Città Eterna possano aumentare sempre di più e allargare il patrimonio di conoscenza degli studiosi e dei visitatori
  6. Le monete di Augusto | 2a parte | di Andrea Cavicchi Parte i:
  7. Le necropoli vaticane Paolo Liverani, Giandomenico spinola LE NECROPOLI VATICANE La città dei morti di Roma. Con un contributo di Pietro Zander. JACA BOOK, Milano, 350pp., ILL. COL. 50,00 euro ISBN 978-88-16-60632-6 www.jacabook.it Recensione originariamente pubblicata su Archeo n. 435 – Maggio 2021 A poco piú di dieci anni dalla prima edizione, torna in libreria Le necropoli vaticane, opera, riccamente illustrata, che descrive un complesso archeologico di primaria importanza. Nel sottosuolo dell’odierna Città del Vaticano si conserva infatti un ricco corpus di monumenti funerari, che costituiscono documenti preziosi sia dal punto di vista storico-artistico, sia in quanto testimonianze della diffusione del cristianesimo. Nel volume vengono dunque passati in rassegna tutti i nuclei piú importanti, senza naturalmente tralasciare la tomba di Pietro e affiancando alle osservazioni di carattere archeologico e interpretativo anche notazioni sul restauro e la conservazione.
  8. ROMA. Complesso di Capo di Bove sulla via Appia antica. 9 Dicembre 2023 A 20 anni dai primi scavi che hanno riportato in luce l’impianto termale, si riprende con una nuova campagna di indagini nel Complesso di Capo di Bove, in via Appia Antica 222 – Roma. Le terme che oggi si vedono entrando nel sito mostrano diverse fasi edilizie, dalla costruzione nel II secolo d.C. fino ad una fase severiana (II-III secolo d.C.) in cui il complesso ha subito modifiche nella decorazione ed un ampliamento, e ad una fase di IV secolo in cui sono stati apportati profondi cambiamenti strutturali e funzionali. Lo scavo ha inoltre evidenziato la presenza di strutture a carattere agricolo-produttivo riferibili all’età post classica e medievale quando l’area rientrava nel Patrimonium Appiae Suburbanum, la vasta tenuta agricola di proprietà ecclesiastica. Oggi le nuove indagini possono aiutare a capire il rapporto tra le terme e la via Appia, con l’individuazione dell’ingresso originario dalla strada. Lo scavo rientra nel più ampio progetto di una nuova sistemazione del giardino di Capo di Bove, a cui si sta da tempo lavorando e che verrà presentata al pubblico nel corso del 2024. Il 20 dicembre si avrà la possibilità di visitare il cantiere di scavo con due speciali visite guidate alle 12 e alle 15 in cui si sarà aggiornati sui risultati delle ultime indagini archeologiche. Le visite guidate sono incluse nel biglietto di ingresso. Non è necessaria la prenotazione. Il biglietto può essere acquistato presso le biglietterie di Cecilia Metella (in Via Appia Antica 161) o di Villa dei Quintili (in Via Appia Nuova, 1092) oppure sul sito web. Fonte: www.parcoarcheologicoappiaantica.it
  9. Quando pensiamo alla caduta dell'impero romano d'Occidente, spesso ci figuriamo un periodo di lenta e inesorabile decadenza, senza particolari eventi storici. Non è tuttavia così. Infatti anche gli ultimi anni dell'imperium romano in Occidente nel V secolo furono segnati da lotte per il potere, campagne militari e battaglie. Tra queste, la battaglia di Arelate del 471, tra l'imperatore Antemio ed Eurico, re dei Visigoti. L'ultimo tentativo, dell'ultimo energico imperatore romano in Occidente, di salvare il salvabile, mettendo a repentaglio anche la cosa più preziosa: il suo unico figlio maschio, Antemiolo. Questa Battaglia venne combattuta solo pochi anni dopo la vittoriosa battaglia - avvenuta sempre ad Arelate - nel 458 durante la quale l'imperatore Maggioriano, insieme alle truppe dei generali Nepoziano ed Egidio, sconfisse pesantemente il re visigoto Teodorico II che fu costretto a fuggire da Arelate, abbandonare la Settimania e concludere un frettoloso trattato di pace. Il trattato restituì tutto il territorio visigoto in Hispania ai romani, e i visigoti furono ridotti ad uno stato federato. Questa bataglia permise a Maggioriano di portare avanti una campagna contro Burgundi e Suebi per ricucire il frammentato territorio imperiale tra Gallie ed Hispania.
  10. Un software per viaggiare nell'antica Roma Viaggiare indietro nel tempo e sorvolare i principali edifici dell'antica Roma è ora possibile grazie a "Rome Reborn: Flight over Ancient Rome", un viaggio virtuale attraverso l'applicazione Yorescape https://www.storicang.it/a/software-per-viaggiare-nellantica-roma_16467?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=trafico J. M. Sadurní 02 dicembre 2023, 07:00 Immagine digitalizzata per "Rome Reborn: Flight over Ancient Rome", che mostra il Circo Massimo in primo piano e il Colosseo sullo sfondo Foto: Flyover Zone Nel 320 d.C., al culmine del suo sviluppo urbano, Roma era una delle città più popolate d'Europa, e forse del mondo. Con quasi un milione di abitanti e settemila edifici che coprivano più di 13 chilometri quadrati, la capitale dell'impero era un amalgama di culture e credenze che la rendevano una città cosmopolita, nota anche come caput mundi ("capitale del mondo"). Ma come doveva essere Roma all'apice dell'impero? Ora possiamo scoprirlo grazie a "Rome Reborn: Flight over Ancient Rome", un modello virtuale presentato da Flyover Zone, società specializzata in tecnologie educative. Rome Reborn permette agli accademici e al pubblico in generale di vedere l'antica Roma e i suoi famosi monumenti come sarebbero apparsi al loro tempo, e offre anche la possibilità di confrontarli con la loro posizione attuale ascoltando le spiegazioni dettagliate di un team di esperti del settore. Un viaggio nel tempo Questa versione virtuale di Roma nasce da un'idea di Bernard Frischer, archeologo digitale del dipartimento di informatica dell'università dell'Indiana, che ha iniziato a lavorare su questo concetto nel 1974, grazie a una borsa di studio presso l'American Academy di Roma. Dopo aver visitato l'imponente Museo della civiltà romana gli venne l'idea di realizzare una versione digitalizzata dell'antica Roma. «Yorescape Rome Reborn 4.0 è il culmine di oltre ventisette anni di collaborazione internazionale nell'uso di strumenti digitali per indagare la storia culturale e portarla in vita», ha dichiarato Frischer. Immagine aerea del Pantheon in primo piano. Dietro si vedono alcuni teatri, come quello di Pompeo e l'Odeon Foto: Flyover Zone Ma che cos'è Yorescape? Si tratta di un'applicazione per cellulare e web che permette di fare un viaggio virtuale, in questo caso nell'antica capitale dell'impero romano, senza lasciare il proprio divano. La ricostruzione dell'antica Roma è tanto accurata quanto lo consentono i resti archeologici giunti fino ai giorni nostri. «Questa ricostruzione del paesaggio urbano dell'antica Roma si attiene all'accuratezza scientifica basata sulle prove storiche disponibili, anche se frammentarie», affermano gli autori. Ma è anche un progetto che si evolve nel tempo, come hanno dichiarato i rappresentanti di Flyover Zone: «Man mano che emergono nuove scoperte e interpretazioni, il team di Flyover Zone aggiorna continuamente Rome Reborn per garantire che rimanga una visualizzazione affidabile e completa della città». Rome Reborn 4.0 è l'ultima versione di un modello di ricostruzione urbana che Bernard Frischer conduce dal 1996. Si tratta anche di un progetto di collaborazione globale che, fin dal suo inizio, ha riunito specialisti di archeologia romana ed esperti di grafica computerizzata e di progettazione di realtà virtuale. In effetti, milioni di persone in tutto il mondo hanno già apprezzato le versioni precedenti del progetto, dalla 1.0 (2007), alla 2.0 (2008) e alla 3.0 (2018). Veduta aerea del Circo Massimo e del Palatino (la residenza imperiale). Sullo sfondo l'Anfiteatro Flavio o Colosseo Foto: Flyover Zone Ma l'antica Roma non è l'unico posto in cui possiamo viaggiare. Flyover Zone offre anche altri tredici tour virtuali su Yorescape, tra cui l'Acropoli di Atene e la Tomba di Ramses VI nella Valle dei Re in Egitto. Questa la pagina ufficiale: https://www.flyoverzone.com/rome-reborn-flight-over-rome/
  11. Naumachie a Roma, gli spettacoli più grandiosi dell'impero https://www.storicang.it/a/naumachie-a-roma-gli-spettacoli-piu-grandiosi-dellimpero_16384 La ricostruzione delle grandi e sanguinose battaglie navali negli anfiteatri nei e luoghi pubblici trasformati in bacini artificiali María Engracia Muñoz-Santos Nel 46 a.C. Giulio Cesare tornò a Roma dopo aver ottenuto una vittoria decisiva sui seguaci del suo grande rivale, Pompeo. Designato dittatore, Cesare organizzò una serie di celebrazioni varie e fastose. Per quaranta giorni vi furono corse di cavalli, musica, teatro, battaglie con soldati, combattimenti di belve feroci. Forse, però, il momento culminante dei festeggiamenti ebbe luogo nella Palus Caprae (palude delle capre) nel Campo Marzio, che egli ordinò di riempire con l’acqua del Tevere. Lì, due flotte formate da biremi, triremi e quadriremi, con quattromila rematori e duemila membri di equipaggio a bordo, si affrontarono in un’autentica battaglia navale sotto lo sguardo meravigliato dei romani. La novità dello spettacolo suscitò un’enorme attesa. Il biografo Svetonio ci racconta che accorsero genti da ogni angolo d’Italia, e che nelle zone circostanti furono montate tende e le strade brulicavano di prostitute, ladri e allibratori. La folla era tale che vi fu addirittura chi la notte prima dell’evento dormì in strada pur di assicurarsi una buona visuale. Alcuni, tra i quali anche due senatori, morirono per asfissia o schiacciati nella ressa. Fu la prima naumachia di cui si abbia notizia nella storia di Roma. Checa ricostruisce una naumachia a Roma al cospetto dell’imperatore. 1894. Museo Ulpiano Checa, Colmenar de Oreja Foto: Museo Ulpiano Checa, Colmenar de Oreja Ricostruzioni di battaglie Le naumachie erano uno dei tanti svaghi dei romani, come le lotte di gladiatori (munera gladiatoria) e la caccia agli animali esotici (venatio). Tutti questi spettacoli, che attiravano migliaia di persone di ogni classe sociale, non servivano soltanto per intrattenere, ma anche per sfoggiare le virtù virili tanto apprezzate dai romani – la gloria, il coraggio, la resistenza, il valore –, e allo stesso tempo rendevano evidente agli avversari la grande ricchezza di Roma e il suo potere, la forza della civiltà romana. La naumachia fu lo spettacolo più complesso tra quelli messi in scena nell’antica Roma. Si trattava della rappresentazione teatrale di una battaglia che aveva avuto luogo realmente nel passato, al punto che i partecipanti (chiamati naumachiarii) si vestivano con le uniformi dei due schieramenti opposti. Nella già citata naumachia di Cesare, per esempio, le due flotte rappresentavano rispettivamente tiri ed egizi, due grandi nemici di Roma. Tra molte altre, vennero messe in scena anche battaglie tra ateniesi e persiani o tra rodiesi e siculi. Questo non significa che lo spettacolo fosse una semplice simulazione. Al contrario, si trattava di veri e propri combattimenti nei quali violenza, sangue e annegamenti erano una costante, uno spettacolo terribile e macabro quanto le lotte di gladiatori. Per questo motivo, i combattenti erano prigionieri di guerra e condannati a morte, anche se potevano partecipare anche uomini liberi; in effetti è dimostrato che alla naumachia di Cesare prese parte addirittura un pretore. Battaglia navale in un affresco della casa dei Vettii a Pompei. I secolo Foto: Dea / Album La celebrazione di una naumachia richiedeva una grande pianificazione, oltre a un’infrastruttura gigantesca e molto costosa, e ciò spiega il motivo per cui se ne contino soltanto una decina dopo quella organizzata da Cesare. Per poter mettere in scena una naumachia dovevano esistere diverse condizioni favorevoli: avere un’ingente quantità di denaro da spendere, disporre di un luogo appropriato, costruire le imbarcazioni che vi avrebbero preso parte e poter contare su un numero sufficiente di prigionieri. La ricerca dello scenario migliore Un primo vincolo era il luogo in cui celebrare la naumachia. Naturalmente, era possibile organizzarla in acque libere, che fossero un fiume o il mare, ma questa scelta aveva l’inconveniente di limitare la visione degli spettatori. L’unica testimonianza che abbiamo di una naumachia in mare riguarda quella che nel 40 a.C. il figlio minore di Pompeo, Sesto, celebrò nello stretto di Messina per commemorare una vittoria navale sui legati di Augusto. I nemici di Sesto furono costretti a vedere i loro compagni d’armi cadere nella macabra rappresentazione. Una naumachia che ebbe una risonanza particolare fu quella organizzata dall’imperatore Claudio nel 52 sul lago Fucino per celebrare l’inizio dei lavori di prosciugamento del lago stesso. La battaglia vide scontrarsi una flotta della Sicilia e una di Rodi, ciascuna composta da dodici triremi e con un totale di 19mila combattenti impegnati, secondo quanto narra lo storico Tacito. Come sempre, i soldati erano reclutati tra criminali e prigionieri, e per costringerli a combattere erano stati dispiegati, sui pontoni attorno al lago, squadroni delle coorti pretoriane armati di catapulte e balestre. Tacito, nei suoi Annales, scrive: «Si combatté da valorosi, benché fossero criminali, così dopo molto spargimento di sangue, furono sottratti alla morte». Rilievo con trireme. Museo della civiltà romana, Roma Foto: Dea / Album Tuttavia, era molto più consueto che le naumachie avessero luogo in uno spazio allestito appositamente, una conca di grandi dimensioni che veniva riempita d’acqua e attorno alla quale si disponevano le gradinate per gli spettatori. Cesare, come detto in precedenza, organizzò la sua in una zona del Campo Marzio, in un grande bacino che fu riempito poco prima dell’evento, di certo per evitare il rischio delle malattie dovute all’acqua stagnante. Alcuni anni dopo Augusto creò un grande lago artificiale sulla sponda destra del Tevere, nel luogo chiamato Nemus Caesarum (bosco dei Cesari), per allestire una nuova naumachia, questa volta per celebrare l’inaugurazione del tempio di Marte Ultore (vendicatore). Per un secolo la naumachia di Augusto (il termine “naumachia” designava anche il luogo in cui si teneva lo spettacolo) divenne l’unica installazione stabile di Roma per rappresentazioni di questo tipo. Quando si parla di naumachie, però, l’immagine che viene alla mente è quella di un anfiteatro colmo d’acqua. Il primo esempio di questo tipo di naumachia si riscontra durante il governo di Nerone, che nel 57 organizzò uno spettacolo acquatico in un anfiteatro di pietra e legno che aveva fatto costruire nel Campo Marzio. Qualche anno dopo, nel 64, Nerone organizzò una nuova naumachia nello stesso anfiteatro, lasciando gli spettatori meravigliati per la rapidità con cui il recinto venne colmato e poi svuotato, giacché lo spettacolo ebbe luogo tra altri due eventi in programma quel giorno: una caccia alle belve e dei giochi gladiatori. Soltanto qualche mese dopo, tuttavia, l’anfiteatro fu distrutto nel tristemente famoso incendio di Roma. Battaglie al Colosseo Nell’anno 80 venne inaugurato l’anfiteatro Flavio, il Colosseo, e per festeggiare l’imperatore Tito decise di celebrare due naumachie: una sul lago artificiale creato da Augusto, e la seconda nello stesso Colosseo. Dobbiamo tenere presente che nei primi anni di attività dell’anfiteatro Flavio non esistevano ancora le complesse infrastrutture sotterranee costruite successivamente da Domiziano, e che avrebbero poi impedito di poter nuovamente trasformare l’arena in una piscina navigabile. Il Colosseo fu costruito sfruttando lo spazio lasciato dal lago della Domus Aurea, il palazzo di Nerone, e ciò probabilmente rese più facile l’afflusso e il deflusso dell’acqua, che avvenivano attraverso una serie di canalizzazioni e collettori che sono stati localizzati dagli archeologi. L’incisione ricostruisce una naumachia celebrata da Domiziano nel Colosseo e descritta da Svetonio. 1721 Foto: Namur Archive / Scala, Firenze. Colore: Santi Perez Le fonti citano qualche altra naumachia, come quella organizzata da Traiano per celebrare le sue vittorie sui daci e in Arabia, descritta nella Historia Augusta. Lo spettacolo ebbe luogo in un bacino vicino alla collina del Vaticano, i cui resti vennero localizzati nel corso di scavi condotti nel XVIII secolo presso Castel Sant’Angelo. L’ultimo riferimento a queste celebrazioni corrisponde al 248, anno in cui l’imperatore Filippo l’Arabo festeggiò il millenario della fondazione di Roma con una naumachia nel luogo in cui un tempo si trovava il lago artificiale costruito da Augusto. Le naumachie furono spettacoli relativamente rari, ma forse proprio per questo motivo divennero leggendarie, anche dopo l’epoca imperiale. Secoli dopo venivano ancora ricordate come uno dei massimi esempi della megalomania degli imperatori e del genio romano per l’architettura e le opere di ingegneria, soprattutto idraulica, rivolti agli spettacoli di massa. Non sorprende, dunque, che a partire dal Rinascimento diversi principi vollero emulare le fastose naumachie degli antichi. In Spagna, per esempio, nel XVII secolo si celebrarono spettacoli simili nel Parque del Retiro di Madrid e a Valencia, sul fiume Turia. In Italia, è celebre la naumachia organizzata a Milano nel 1807 in occasione dell’inaugurazione dell’Arena; allo spettacolo assisté Napoleone Bonaparte, che aveva commissionato la costruzione dell’anfiteatro, progettato da Luigi Canonica e che fu riempito con l’acqua dei Navigli e di una vicina roggia. Spettacoli, dunque, che rievocavano i fasti delle grandi naumachie romane, ma senza spargimento di sangue. Per saperne di più Vita romana. Ugo Enrico Paoli. Mondadori, Milano, 2017
  12. Riapre la Domus Tiberiana: dopo 50 anni torna visitabile il primo palazzo degli imperatori romani Costruito nell’età di Nerone, ebbe vita lunghissima, arrivando fino all’epoca rinascimentale. L’illuminazione serale consentirà di vedere le arcate della struttura anche da lontano Entrare nel primo palazzo imperiale sul colle Palatino. Un’emozione che valeva l’attesa durata cinquanta anni. Da oggi sarà possibile percorrere il medesimo tragitto, seguito per secoli dagli imperatori e dalla corte, e accedere alla Domus Tiberiana, dove stucchi, affreschi e sculture ci lasciano immaginare lo splendore della prima residenza dei sovrani di Roma. La Domus, che si innalza con la sua mole prodigiosa sul Foro Romano, è tornata visitabile contestualmente all’annuncio di importanti scoperte. La sua denominazione rimanda a Tiberio (14-37 d.C.), ma gli archeologi, in base ai ritrovamenti e agli studi effettuati negli ultimi anni, propendono per una datazione del complesso, nella sua prima fase costruttiva, all’età di Nerone (54-68 d.C.). «Imago Imperii» è il titolo, potentemente suggestivo, scelto per l’allestimento museale permanente (curato da Alfonsina Russo, Maria Grazia Filetici, Martina Almonte e Fulvio Coletti), che guida il visitatore attraverso tredici ambienti del complesso, trasformati in altrettante sale espositive. Proprio qui, dove gli imperatori vissero ed esercitarono il loro dominio sulla città, preziosi reperti dipanano sotto i nostri occhi la lunghissima vita del palazzo: dal I secolo d.C. fino all’epoca rinascimentale, quando il cardinale Alessandro Farnese, nipote di Paolo III, inglobò la residenza nei propri Horti di delizie. Ci troviamo nelle sostruzioni (strutture di sostegno) del fronte nord del palazzo, in quelli che erano gli ambienti di servizio della Domus, chiusa negli anni Settanta a causa dei rischi legati al dissesto statico e geologico. Complessi lavori di restauro e di consolidamento ne hanno permesso ora la riapertura, ricreando l’originaria connessione fra Palatino e Foro Romano. «Grazie a questo intervento – ha detto Alfonsina Russo – è stata ripristinata la circolarità dei percorsi tra il Foro Romano e il Palatino, attraverso la rampa di Domiziano a ovest, e il clivo palatino a est, che porta al palazzo attraversando i giardini degli Horti Farnesiani». Le sale espositive risalgono all’età adrianea, difatti il palazzo ha conosciuto varie fasi: la prima monumentalizzazione delle strutture si deve a Nerone, subito dopo l’incendio di Roma del 64 d.C. Poi furono soprattutto Domiziano e Adriano ad ampliare la struttura palaziale, che raggiunse l’estensione di 4 ettari. Gli ambienti di epoca adrianea ospitano, fra le belle strutture in opus mixtum con pavimenti mosaicati, frammenti della vita di tutti i giorni: monete, lucerne, anfore vinarie, oltre a straordinarie creazioni artistiche, come le sculture in terracotta, dal morbido modellato, di un artista di età cesariana, o la grande tigre scolpita nell’alabastro fiorito. Non sono meno preziosi gli stucchi che rivestono il sottarco del cosiddetto ponte di Caligola o gli affreschi, di un adiacente ambiente, con raffinati motivi dionisiaci. Le vetrate delle sale affacciano sul Foro, il colpo d’occhio sulla Casa delle Vestali e, da lì, fino all’Arco di Settimio Severo, è degno di un imperatore. Calate le ombre, una volta chiusi gli accessi del Foro Romano e del Palatino, lo spettacolo non si esaurisce. L’illuminazione serale, grazie alla sponsorizzazione tecnica di Acea, consentirà, da stasera, di vedere le arcate della Domus Tiberiana stagliarsi possenti nella notte romana. https://roma.repubblica.it/cronaca/2023/09/20/news/domus_tiberiana_riapre-415208599/ Piantine
  13. Un palazzo dell’antichità romana trovato durante lavori per la fognatura a Roma. La scoperta annunciata dal sindaco Gualtieri I resti di un palazzo monumentale dell’antichità romana è stato portato alla luce in questi giorni, durante interventi di potenziamento della rete fognaria. Lo annuncia il sindaco Gualtieri. “Insieme all’assessora ai lavori pubblici Segnalini e al Presidente del XV Municipio, Daniele Torquati, ho compiuto un sopralluogo al cantiere dei lavori di costruzione del Collettore fognario Alto Farnesina in viale dei Gladiatori. – dice Gualtieri – Si tratta di un lavoro importante di ripristino e in parte di nuova costruzione del Collettore incisivo per tutto il quadrante che soffre da molto tempo di una capienza fognaria insufficiente. Con l’intervento in corso verrà ridotto in modo significativo il rischio allagamenti, dando una soluzione strutturale e definitiva a un problema che ha creato seri disagi agli abitanti del XV Municipio”. “Sono lavori fondamentali per la sicurezza e per contenere il rischio idrogeologico ma che ci aiuteranno anche a conoscere qualcosa in più della storia di quest’area grazie ai ritrovamenti archeologici. – prosegue il sindaco di Roma – Nel corso dello scavo è stata infatti riportata alla luce una struttura monumentale residenziale di particolare complessità databile in età romana, il cui tempo di vita si estende dall’età tardo repubblicana fino almeno al III secolo d.C. Le indagini, inoltre, hanno restituito un congruo numero di reperti pertinenti a fasi e periodi cronologici precedenti a quelli documentati dalle strutture murarie, con significative attestazioni di età arcaica e medio-repubblicana. Con i suoi ritrovamenti, Roma non smette mai di stupire. https://www.stilearte.it/un-palazzo-monumentale-dellantichita-romana-trovato-durante-lavori-per-la-fognatura-a-roma-la-scoperta-annunciata-dal-sindaco-gualtieri/
  14. Roma, una statua di Ercole a grandezza naturale riaffiora nei lavori a Parco Scott Il ritrovamento in un'area in cui era aperto un cantiere per opere di bonifica. La zona è nel Parco Archeologico dell'Appia Antica, i cui vertici hanno sempre seguito i lavori e ora annunciano la scoperta Straordinaria scoperta sull'Appia Antica: riaffiora una statua di Ercole Una statua di Ercole è affiorata a Roma, nei lavori in corso al Parco Scott, nell'area tra la Cristoforo Colombo e la via Appia Antica. E' quanto scrive sulla sua pagina Facebook il Parco archeologico dell'Appia Antica spiegando che la scultura è tornata alla luce durante le operazioni di un cantiere. A dimostrare che la statua di marmo, grandezza naturale, rappresenta Ercole, è la presenza della clava e della pelle di leone che gli copre il capo, caratteristiche tipiche dell'iconografia del semidio. Il post su Facebook Grazie a queste due particolarità, si legge infatti sulla pagina Facebook del Parco archeologico dell'Appia antica, "possiamo senz'altro identificare la statua marmorea con un personaggio in veste di Ercole". Il post ringrazia poi "l'archeologa Federica Acierno, che sta seguendo gli scavi". Nella zona del ritrovamento da diversi mesi è attivo un cantiere di Acea Gruppo con Bacino sud srl per un difficile intervento di revisione e bonifica del condotto fognario. La conduttura e pericolose voragini E' successo che, sempre secondo quanto scrivono i responsabili del Parco, "in più punti il collassamento della vecchia conduttura, databile al secolo scorso, aveva infatti portato all'apertura di pericolose voragini nel Parco e a smottamenti della collina. Si è reso quindi necessario un ampio e complesso intervento che ha comportato grandi movimentazioni di terra e al quale seguirà un completo ripristino del profilo altimetrico dell'area e la piantumazione di nuove alberature, come concordato con il Parco regionale dell'Appia Antica". L'area viene definita come "pregevole dal punto di vista naturalistico, ed è anche un'area di interesse archeologico: siamo infatti nei pressi del Sepolcro di Priscilla". Al secondo miglio della via Appia Antica E così, a pochi mesi dall'importante ritrovamento archeologico di San Casciano dei Bagni (Siena) ecco un'altra scoperta particolarmente significativa per il nostro patrimonio artistico. In quest'area così delicata, che si trova "al secondo miglio della via Appia Antica, i lavori di sbancamento, che hanno raggiunto la quota di ben 20 metri sotto il livello di piano di calpestio, sono stati costantemente seguiti da un archeologo, coordinato dai funzionari del Parco archeologico dall'Appia Antica". E in quest'area è appena riaffiorata la statua di Ercole. https://amp.tgcom24.mediaset.it/tgcom24/article/60334242
  15. Scoperto a Roma il teatro di Nerone dopo due anni di ricerche e di scavi. L’antica struttura sotto il cortile di Palazzo della Rovere FOTOGRAFIE di FABIO CARICCHIA per la SOPRINTENDENZA SPECIALE DI ROMA Roma, Palazzo della Rovere. Dopo oltre due anni di indagini archeologiche tornano alla luce i resti degli Horti di Agrippina, tra cui strutture identificabili con il Teatro di Nerone. La ricerca sul campo condotta dalla Soprintendenza Speciale di Roma ha restituito una articolata stratigrafia, che dalla tarda età repubblicana arriva fino al XV secolo. «Si tratta di una scoperta di eccezionale importanza – spiega Daniela Porro Soprintendente Speciale di Roma – che testimonierebbe uno straordinario edificio di età giulio claudia, il teatrodove Nerone provava le sue esibizioni poetiche e canore, noto dalle fonti antiche ma mairitrovato. Di grande interesse anche i rinvenimenti medioevali e moderni, che arricchiscono le conoscenze storiche e topografiche sulla evoluzione di una importante area della città. Ottimi risultati scientifici conseguiti grazie alla proficua collaborazione con l’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme». Lo scavo si è svolto inizialmente sotto la direzione scientifica di Renato Sebastiani e poi di Alessio De Cristofaro, archeologi ed è stato condotto sul campo dall’archeologa Marzia Di Mento https://www.stilearte.it/trovato-a-roma-il-teatro-di-nerone-dopo-tre-anni-di-ricerche-e-di-scavi-lantica-struttura-sotto-il-cortile-di-palazzo-della-rovere/
  16. Rara scoperta a Roma: un cippo testimonianza dell'ampliamento della città all'epoca di Claudio Ritrovamento eccezionale a Roma: in Piazza Augusto Imperatore rinvenuto un raro cippo pomeriale dell’epoca dell’imperatore Claudio. Nel corso degli scavi per la messa in opera del nuovo sistema fognario di Piazza Augusto Imperatore è stato rinvenuto, ancora infisso nel terreno, un raro cippo ’pomeriale’ di travertino. Grazie all’iscrizione, il cippo si può ricondurre con ogni probabilità all’imperatore Claudio e quindi all’ampliamento del pomerium compiuto da quest’ultimo nel 49 d.C. Di grandi dimensioni (193 x 74,5 x 54), è ora esposto nella Sala Paladino del Museo dell’Ara Pacis, dove si trova il calco della statua dell’imperatore Claudio, in attesa della collocazione definitiva negli spazi museali del Mausoleo di Augusto. "Roma non smette mai di stupire e si mostra sempre con nuovi tesori. Si tratta di un ritrovamento eccezionale: nel corso del tempo, sono stati rinvenuti solo altri dieci cippi relativi all’epoca di Claudio e il più recente, fino ad oggi, è stato ritrovato nel 1909, dunque oltre 100 anni fa. Con la riapertura del Mausoleo di Augusto a marzo 2021, e con i lavori di piazza Augusto Imperatore, tutta l’area tornerà a nuova vita. In questo modo sarà completamente rinnovato un quadrante centrale della nostra città", ha dichiarato la sindaca di Roma Virginia Raggi. L’iscrizione rimanda al confine del pomerium, cioè il limite sacro che separava la città in senso stretto (urbs) dal territorio esterno (ager): uno spazio di terreno, lungo le mura, consacrato e delimitato con cippi di pietra, dove era vietato arare, abitare o erigere costruzioni e al cui interno era proibito attraversare in armi. Per la sua importanza il pomerio veniva modificato molto raramente. L’autore dei cambiamenti era considerato “nuovo fondatore” della città: è proprio questo che, con l’andamento segnato dai suoi cippi, fa Claudio, dopo la conquista della Britannia, ovvero rivendica l’ampliamento dei confini del popolo romano, in una visione articolata che consente di comprendere sguardi politici, filosofia, strategia e ambizioni. La serialità del testo ufficiale inciso sui cippi permette di ricostruire la parte mancante. Claudio, secondo la formula di rito, viene ricordato con i suoi titoli e le sue cariche e rivendica l’ampliamento del pomerio, non menzionando territori conquistati, ma sottolineando l’allargamento dei confini del popolo Romano. Ciò significa allargamento del confine fisico, ma può indicare anche l’ingrandimento del corpo civico, con l’estensione della cittadinanza romana alle élite (primores) della Gallia. In ogni caso, l’ampliamento del pomerio indica un allargamento della visione dell’Urbe. Claudio interviene sullo spazio della città attraverso un’azione che ha una forte valenza religiosa, politica e simbolica. L’impaginazione e la disposizione del testo conservato sono simili a quelle degli altri esemplari noti. Non si conserva il numerale seriale, che in tre casi compare sul fianco sinistro del cippo, e la parola pomerium, in due casi attestata sulla sommità. L’intervento sul pomerio effettuato da Claudio è l’unico attestato sia a livello epigrafico sia a livello letterario. È inoltre l’unico menzionato nella lex de imperio Vespasiani, come precedente, nonché quello che apre il dibattito sui nomi degli autori di eventuali ampliamenti del pomerio. L’eccezionalità del ritrovamento di questo cippo offre nuovi spunti di riflessione sul pomerio e anche sull’esistenza o meno dello ius proferendi pomerii, e più in generale sulle valenze che allo “spazio” attribuivano i romani. Rara scoperta a Roma: un cippo testimonianza dell'ampliamento della città all'epoca di Claudio https://www.finestresullarte.info/archeologia/scoperta-roma-cippo-pomeriale-piazza-augusto-imperatore
  17. Una testa romana emerge durante i lavori in piazza Augusto Imperatore Una testa romana emerge durante i lavori in piazza Augusto Imperatore Un volto di marmo è stato rinvenuto nel cantiere di piazza Augusto Imperatore. A dare la notizia il sindaco di Roma Roberto Gualtieri. La testa marmorea appena rinvenuta “Roma continua a restituire preziose testimonianze del suo passato: una splendida testa in marmo, integra, è stata appena ritrovata durante i lavori in corso a Piazza Augusto Imperatore curati dalla sovrintendenza capitolina ai beni culturali” ha annunciato il primo cittadino. Non è al momento possibile identificare chi, l’ignoto scultore, avesse rappresentato con il proprio scalpello. “Gli archeologi ed i restauratori – ha sottolineato Gualtieri – sono adesso impegnati nella pulitura e nello studio del reperto”. La sovrintendenza comunale, nel confermare che sono partiti i primi interventi di pulitura, ha aggiunto che la testa, di pregevole fattura, è stata scolpita “in marmo, probabilmente marmo pario”. Si tratta d'un tipo di pietra a grana fine, molto pregiata, solitamente estratta in Grecia. Con un marmo analogo è stata scolpita la Venere di Milo. La sovrintendenza Spiega il Sovrintendente Capitolino Claudio Parisi Presicce: Il reperto è stato rinvenuto nella fondazione di un muro tardoantico ma si conserva integro; riutilizzato come materiale da costruzione giaceva con il viso rivolto verso il basso, protetto da un banco d'argilla sul quale poggia la fondazione del muro. Il riuso di opere scultoree, anche di importante valore, era una pratica molto comune in epoca tardo medioevale, che ha consentito, come in questo caso, la fortunata preservazione di importanti opere d’arte". "La testa", continua Presicce, "è al momento affidata ai restauratori per la pulizia e agli archeologi per una corretta identificazione e una prima proposta di datazione, che appare ancorata all’epoca augustea". Una testa romana emerge durante i lavori in piazza Augusto Imperatore Una testa romana emerge durante i lavori in piazza Augusto Imperatore Una testa romana emerge durante i lavori in piazza Augusto Imperatore-3 La precedente scoperta in piazza Augusto Imperatore Non è il primo importante rinvenimento archeologico affiorato durante i lavori di sistemazione della piazza. Sempre a luglio, ma in quel caso del 2021, l’intervento di di messa in opera del sistema fognario aveva infatti portato alla luce un raro cippo pomeriale in travertino. L’eccezionalità di quella scoperta, come venne spiegato dalla soprintendente speciale Daniela Porro e da Claudio Parisi Presicce, direttore dei musei archeologici e storico artistici della Capitale, era data dall’esiguo numero di cippi finora trovati: dieci in tutto. Erano stati fatti sistemare dall’imperatore Claudio per delimitare il “pomerium” vale a dire il perimetro inviolabile dell’Urbe. Era stato trovato nella stessa posizione dove, nel 50 d.C., l’imperatore che era succeduto a Caligola. https://www.romatoday.it/attualita/una-testa-romana-emerge-durante-i-lavori-in-piazza-augusto-imperatore.html
  18. I resti di quattro templi di età repubblicana si stagliano affiancati nel cuore di Roma. Alle loro spalle, il luogo dove venne assassinato Giulio Cesare. È questa l’Area Sacra di Largo Argentina, un sito archeologico carico di fascino e suggestioni che per quasi un secolo, a partire dalla riscoperta avvenuta durante gli anni venti del Novecento, era visibile solo dall'alto. Conclusi i lavori di valorizzazione condotti dalla Sovrintendenza e resi possibili grazie all’atto di mecenatismo della Maison Bulgari, da oggi 20 giugno sarà possibile entrare nell’Area Sacra e ripercorrerne la vita millenaria toccandola quasi con mano, osservandone i resti e le strutture dal livello originario. L’itinerario di visita permette di ammirare i templi a distanza ravvicinata con un percorso su passerella pienamente accessibile alle persone con disabilità, e si avvale di nuove aree espositive (nel portico della Torre del Papito e nel limite orientale dell’Area Sacra) per raccontare la storia del luogo dall’età repubblicana ai tempi moderni. Per maggiori info: https://bit.ly/3XeHAhe Preacquisto obbligatorio su https://bit.ly/441sbTu Ingresso gratuito per i possessori della MIC Card
  19. Splendido ritrovamento archeologico ai Parioli: un tratto della Salaria Vetus La scoperta durante i lavori per un cavidotto elettrico. Il cantiere provoca traffico caotico e ingorghi. Sarebbe opportuno coprire lo scavo e ripristinare la viabilità Eccola l’antica via Salaria. Questo tratto, in un perfetto stato di conservazione, è emerso durante gli scavi che Terna sta facendo ai Parioli da lunghi mesi. Ci eravamo già occupati di questo cantiere perché nella parte bassa di viale Buozzi erano stati tagliati ben 51 alberi che, ci auguriamo, verranno presto sostituiti. Una volta giunto a piazza Pitagora, però, lo scavo si è fermato di fronte tanta bellezza e storia. La notizia del ritrovamento è stata data da un architetto sul proprio profilo Twitter (newyorker01). La foto che vedete qui sopra è sua perché quando diarioromano è arrivato sul posto, gli antichi ciottoli erano stati già coperti da un telo che teoricamente dovrebbe proteggerli (il telo si sarebbe forse potuto evitare per permettere a tutti di godere dello spettacolo). Sulla rete che delimita il cantiere è comparsa la scritta “scavi archeologici”, a significare che ora la parola passa alla Sovrintendenza e che dunque tutto potrebbe prendere una piega molto più lunga del previsto. Il ritrovamento è stato accompagnato sui social da battute discutibili ma tipiche del sarcasmo capitolino, tra le quali “sta meglio la Salaria degli antichi romani che quella di Gualtieri“. Più fondate sembrano invece le paure dei residenti e di chi lavora nel quartiere per il caos che si è venuto a creare. Da settimane, ormai, le linee di bus che transitavano da qui vengono deviate su strade secondarie, come ad esempio via Lagrange, dove le auto in sosta irregolare bloccano il passaggio. La cosa accade due o tre volte al giorno, provocando ripercussioni in tutto il quadrante nord con ingorghi su viale Parioli, via Bertoloni, via Paisiello, piazza Ungheria. Dunque da una parte c’è il cantiere che ostacola la viabilità sull’asse viale Buozzi- via Stoppani- viale Liegi. Dall’altra ci sono i bus Atac paralizzati dalla sosta selvaggia (ma su questo torneremo con un articolo dedicato). Un caos che potrebbe durare mesi, se non anni, come accadde per esempio sulla via Portuense dove la carreggiata sotto il ponte ferroviario, all’altezza di via Majorana, rimase chiusa per quasi 11 anni (!?!) a causa del ritrovamento di parte di un impianto termale romano. Pendolari e residenti non dimenticheranno facilmente il calvario patito. Succederà così anche ai Parioli? C’è da augurarsi di no ma l’unica soluzione attuabile in tempi brevi è coprire il ritrovamento e ripristinare la viabilità regolare. Non si tratta di insensibilità archeologica, tutt’altro. Il valore del patrimonio capitolino è indiscusso e va sempre tutelato e difeso. Ma proprio per questo non deve confliggere con la vita quotidiana del nostro tempo perché il vero modo per far detestare ai romani la loro storia è devastare l’esistenza di oggi. La copertura, tra l’altro, potrebbe meglio tutelare l’antica strada che sta sotto uno spesso strato di terra da almeno 1.500 anni e pertanto potrebbe restarci altri due o tre, in attesa di una soluzione più ragionata e meno invasiva. La Salaria, considerata la più antica consolare, raggiungeva il porto d’Ascoli, nei pressi dell’attuale San Benedetto del Tronto. Il mare Adriatico, da sempre ricco di sale, le ha dato il nome. In epoca precedente, quella dei Sabini, la strada seguiva un percorso diverso ed era orientata verso Ponte Salario e Antemnae (l’attuale Monte Antenne). “Ante amnes”, infatti, significa davanti ai fiumi perché qui si incontravano (si incontrano tutt’ora), il Tevere e l’Aniene. La Salaria Vetus seguiva il suo percorso lungo l’attuale via Paisiello, via Bertoloni, via Oriani. Era un tratto impervio, pieno di curve che venne sostituito nel I secolo d. C. dalla Salaria Nova, grazie allo sbancamento di una collina (l’attuale via di Tor Fiorenza). La ripida discesa che inizia dalle Catacombe di Priscilla e arriva a viale Somalia è frutto proprio di quello sbancamento che sta li da duemila anni (quando si dice lavori fatti bene). In conclusione, tornando al ritrovamento di via Stoppani/piazza Pitagora, questo non sorprende gli archeologi che ben conoscono il tracciato della Salaria Vetus. C’è da immaginare che durante la costruzione dei fabbricati di via Bertoloni, via Oriani qualche lastrone sia emerso, ma la sensibilità dei costruttori era certamente scarsa. Un’ultima notazione: nelle foto sono ben visibili due tubature dal grande diametro, una per lo scarico delle acque e un’altra probabilmente per il passaggio di servizi. Le tubature sono a ridosso degli antichi ciottoli e si può supporre che nell’occasione del calo di quegli impianti la Salaria Vetus sia stata notata da qualcuno. Qualcuno che preferì coprire per non avere problemi! http://www.diarioromano.it/splendido-ritrovamento-archeologico-ai-parioli-un-tratto-della-salaria-vetus/
  20. Quanti di noi conoscono questo gioiellino? La Chiesa di Sant’Urbano, che domina la Valle della Caffarella, rappresenta uno dei monumenti meno conosciuti della Roma fuori le Mura, anche se di grande valore. E’ considerato un vero tempio antico, mantenutosi eccezionalmente nella sua integrità grazie agli interventi del IX secolo, che lo trasformarono in luogo di culto cristiano. La chiesa, oggi di proprietà privata, fu dedicata al vescovo Urbano, santo e martire, da non confondersi con l’omonimo papa, anch’esso martire, morto nel 230. All’interno, la Chiesa di Sant’Urbano, conserva un ciclo di affreschi, firmato da Fratel Bonizzo (1011), risalenti all’XI secolo, ma ridipinti in occasione dei restauri nel 1634 per volere del cardinale Francesco Bernini. Essi sono composti da 34 pannelli, i quali raffigurano storie di Gesù, di Sant’Urbano, di Santa Cecilia e di altri santi. Originariamente si trattava di un tempietto di epoca romana, prostilo, fatto erigere sotto l’imperatore Marco Aurelio; le quattro colonne della facciata e l’architrave sono fatte di marmo pentelico. Con il restauro del 1634, venne aggiunto un muro di mattoni tra le colonne del pronao e realizzato un campanile sul tetto. La zona della Caffarella, in cui si trova la Chiesa di Sant’Urbano, e che prende il nome dalla famiglia Caffarelli, faceva parte del Triopio, una vasta villa suburbana di proprietà di Erode Attico. Nato ad Atene intorno al 100 d.C., Erode fu uomo politico, retore, letterato ed amante delle belle arti. Venne a Roma sotto Anonino Pio, ottenne il consolato nel 143 e sposò una nobildonna romana, Annia Regilla. Erode restaurò una villa più antica, arricchendola di architetture, statue, decorazioni pittoriche e rivestimenti marmorei. https://www.prolocoroma.it/la-chiesa-santurbano-caffarella/
  21. Buongiorno, la presentazione che Vi propongo è un piccolo lavoro incentrato sulla Britannia e i suoi riflessi nella monetazione imperiale romana. Non è definitiva (alcune monete sono difficili da reperire come immagine) ma ritengo di aver raccolto un discreto catalogo tematico. Buona lettura! Britannia Romana: le emissioni numismatiche imperiali nel periodo tra Claudio e ai Severi. PROLOGO: L’esistenza della Britannia era nota alle popolazioni mediterranee fin dall’antichità classica grazie alle rotte commerciali di greci e cartaginesi finalizzate al reperimento di minerali ricchi di stagno di cui l’isola britannica era ricca. Le imbarcazioni, una volta superate le Colonne d’Ercole (Stretto di Gibilterra), costeggiavano le coste atlantiche spagnole e francesi e raggiungevano la Manica. Per i Greci le isole britanniche infatti avevano assunto il nome di Cassiteridi (Κασσίτερος / Kassiteros = isole dello stagno) e vari geografi greci ne diedero descrizioni perlopiù vaghe o riportate. Le prime citazioni nei testi latini riferite all’isola britannica risalgono al De bello Gallico di Giulio Cesare dove è riportato che durante la campagna gallica le popolazioni isolane fornivano appoggio alle tribù galliche continentali contro i Romani. E’ tuttavia verosimile ritenere che le motivazioni che spinsero Cesare ad invadere la Britannia fossero molteplici e tra queste la ricerca di fama e gloria personale e la possibilità di ottenere magari ulteriori richezze. Cesare condusse a scopo intimidatorio due spedizioni sull’isola, una con forze militari contenute (quasi una sorta di esplorazione) nel 55 a.C. e una seconda l’anno seguente con l’impiego di ben 5 legioni, 2000 cavalieri e 800 navi da guerra e da carico. In quest’ultima, dopo una prima vittoria romana i Britanni attaccarono il campo romano; il contrattacco portò i Romani ad avanzare nei territori britannici, conquistando anche un oppidum locale. Alla luce della malparata, il principe britanno Cassivellauno comandante della coalizione fu costretto a mediare la pace con Giulio Cesare, raggiunta con l’aiuto di alcuni capitribù filo-romani. Fu stipulato il pagamento di un tributo annuale e la consegna di ostaggi; oltre a ciò fu sancito che le tribù britanniche alleate di Roma non venissero attaccate dalla fazione anti-romana pena un intervento militare da parte di Roma. Stabilito ciò, Cesare rientrò in Gallia: l’isola britannica era entrata nella sfera d’influenza romana pur senza alcuna reale conquista territoriale ma mediante la creazione di una serie di clientele e di rapporti diplomatici e commerciali. Questo sistema resse per un po’ di tempo, con l’invio di ambasciatori tra le due parti e il rafforzamento degli scambi commerciali: Ottaviano pianificò più invasioni mai messe in pratica e lo stesso accadde per Caligola (40 d.C.). LE CAMPAGNE MILITARI ROMANE Parte 1 – da Claudio a Commodo 43 d.C. – La conquista romana della Britannia Nel tempo le frizioni ed i contrasti tra tribù britanniche si acuirono anche con appelli all’intervento militare di Roma da parte di principi tribali alleati; le richieste d’intervento rimasero inascoltate dagli Imperatori romani fino a che queste divennero il comodo casus belli per Claudio. Questi, desideroso di celebrare la propria gloria con una conquista militare prestigiosa (si trattava pur sempre di una terra lontana e poco conosciuta ma la cui conquista era sfuggita a vari suoi famosi predecessori) accolse l’esortazione all’intervento militare romano posta da Verica, principe britannico della tribù degli Atrebati, già alleati di Giulio Cesare, deposto ed espulso da Caratacus, capotribù dei Catuvellauni. Il grosso dell’esercito romano costituito un contingente militare composto da quattro rodate legioni (II Augusta, IX Hispania, XIV Gemina e XX Valeria Victrix) affiancate da circa 20.000 truppe ausiliarie batave sbarcò nelle coste meridionali dell’isola al comando di Aulus Platius (Alio Plauzio) e di altri comandanti tra i quali Titus Flavius Vespasianus, il futuro imperatore. Le truppe romane sconfissero i Britanni guidati da Caratacus e dal fratello Togodumnus (Togodumno) nei pressi dei fiumi Medway e Tamigi, conquistarono la capitale cateuvellauna Camulodunum (Colchester) ed imposero il dominio romano nel sud dell’isola britannica. Per avanzamenti successivi nei successivi quattro anni di conflitto Roma potè vantare la conquista di tutta la Britannia meridionale esclusi i territori dell’attuale Galles che vennero acquisiti successivamente con varie campagne militari (nel periodo 60 - 78 d.C.).
  22. Archeologia: ritrovato a Roma un ponte romano del II sec. a. C. Sulla Tiburtina. Soprintendente Porro "Grande interesse" Un ponte romano risalente all'età repubblicana che attraversava il Fosso di Pratolungo è stato riportato alla luce dagli archeologi della Soprintendenza Speciale di Roma al 12° chilometro della via Tiburtina. A segnalarne la presenza erano state le indagini di archeologia preventiva legate ai lavori di allargamento della strada da parte del Comune. Si tratta, come sottolinea la soprintendente speciale di Roma Daniela Porro, di "un ritrovamento di grande interesse archeologico e, del pari, storico e topografico". Ora le indagini continueranno, sottolinea Porro, "per ottenere una conoscenza quanto più completa della struttura e delle sue fasi d'uso. Ancora una volta Roma ci regala preziose testimonianze del suo passato, che permetteranno di comprendere meglio la sua storia millenaria". Gli scavi, ancora in corso, sono condotti con la direzione scientifica di Fabrizio Santi, archeologo della Soprintendenza Speciale di Roma, dalle archeologhe Mara Carcieri e Stefania Bavastro della Land Srl. La presenza di un ponte sul Fosso di Pratolungo era documentata dalla cartografia storica per l'età rinascimentale, ma le tracce della struttura di età romana non erano state ancora portate alla luce. L'eccezionalità della scoperta è dovuta anche alla sua datazione: i ritrovamenti ceramici e il tipo di muratura in grandi blocchi di tufo indicano come probabilmente la struttura risalga al II secolo avanti Cristo, in età medio-repubblicana. Il ponte permetteva alla via Tiburtina di attraversare il Fosso DiPratolungo. L'antichissima strada congiungeva l'Urbs a Tibur (Tivoli): inizialmente via di transumanza, successivamente percorso di penetrazione romana nel territorio degli Equi e, infine, allungata fino al mare Adriatico. Al termine delle indagini il ponte verrà ricoperto dopo un accurato rilevamento e mappatura, che permetteranno, assieme alla analisi dei reperti, uno studio e una dettagliata comprensione di questa importante scoperta. https://www.ansa.it/canale_viaggiart/it/regione/lazio/2022/02/04/archeologia-ritrovato-a-roma-un-ponte-romano-del-ii-sec.-a.-c._360193e0-fa44-482a-8de8-7c894bd85708.html
  23. Buongiorno. Ho ritirato oggi una monetina delle serie Vrbs Roma/lupa romana che ho acquistato perché incurosito dal disegno nel campo al rovescio che non ho ritrovato in letteratura e che non riesco a identificare. Questi i dati generali forniti dal venditore as is: Constantine I (306-337 AD) - C, 333-334 AD - Trier Mint. Obv: VRBS ROMA, helmeted and mantled bust of Roma left. Rev: She-wolf standing left, suckling the twins (Romulus and Remus); two stars above; (palm branch)//TRP Ref: RIC VII 561 Diametro: 16mm Peso: 2.35g Come è possibile vedere dall'immagine la dimensione del tondello è leggermente più piccola rispetto al conio così che non si riesca a leggere nella sua interezza l'elmo di Urbs Roma al diritto. Ma quello che mi ha colpito e che ritengo interessante, come già accennato, è la raffigurazione al verso. Il venditore assegna la moneta al tipo RIC VII 561 che riporterebbe "palm branch", cioé ramo di palma, tra le due stelle e che Alberto Trivero Rivera nel suo articolo su wildwinds definisce come ramo di alloro. Ma nella descrizione manca totalmente la segnalazione di quell'oggetto/simbolo/"coso" che pare cadere in picchiata nella schiena della povera lupa (Due bambini hanno detto che pare una cicogna infilzata) o, al contrario, sorgere da essa. A me pare una mano rivolta verso l'alto ma, ripeto, non ho assolutamente idea di che possa essere. A voi, amici, che pare? un errore di conio o un qualcosa che al momento non sono in grado di riconoscere? Mi piacerebbe che @antvwaIa partecipasse alla discussione anche perché se fosse una variante potrebbe inserirla nella sua casistica. Allego le immagini fornite dal venditore in quanto non ho ancora avuto la possibilità di effettuare io stesso delle riprese fotografiche. DIRITTO ROVESCIO
  24. ARES III

    Sestante ?

    Buongiorno Ho visto su un sito una moneta in bronzo dal peso di 5,76 g (diametro non pervenuto) indicata come sestante romano. Vista lo stile, che è un po' inconsueto rispetto a quello che sono abituato a vedere, mi piacerebbe chiedere: 1- se effettivamente è un vero sestante romano? 2- ed il suo valore economico? Grazie. PS: chiedo venia per le foto, sono quelle del sito.
  25. Come accennato nella mia precedente discussione ([una moneta e una storia] Maxentivs pro Vrbe Sva - Monete Romane Imperiali - Lamoneta.it - Numismatica, monete, collezionismo), lo scontro tra Massenzio e Costantino fu presto inevitabile ed avvenne al Ponte Milvio, il 28 ottobre del 312. La vittoria, come sappiamo, arrise a Costantino. Massenzio, sconfitto, vi perse la vita. Il crollo finale del regime di Massenzio possiede una eccezionale testimonianza archeologica: la scoperta nel 2005 delle sue insegne imperiali sul colle Palatino, dove furono sepolte dagli sconfitti per impedire che finissero nelle mani dell’odiato nemico. Sono conservate presso il Museo Nazionale di Palazzo Massimo, a Roma. Io ho avuto la possibilità di vederle dal vicino in occasione della mostra “Costantino 313” tenutasi al Palazzo Reale di Milano nel 2013 per commemorare il cosiddetto “Editto di Milano”. Sono splendide, in particolare lo scettro con il suo bel globo verde. Dopo Ponte Milvio, Costantino (in parallelo con le azioni volte consolidare il suo dominio) si applicò coscientemente per soppiantare Massenzio nel cuore dei Romani con una oculata campagna propagandistica. Non deve quindi stupire che Costantino sia ricorso al più potente strumento allora disponibile: le monete. Il RIC VI riconosce tre monete, tutte coniate a Roma nel 313: la 303, la 304 e la 312. Vediamole nel dettaglio. Cominciamo dalla 303 e 304: Si tratta di due monete aventi al rovescio la legenda LIBERATORI VRBIS SVAE: Ecco la 303: Della 304 non ho trovato una immagine (magari qualcuno di voi mi può aiutare). Essa si distingue dalla 303 in quanto il busto di Costantino e’ laureato, drappeggiato e corazzato (E) anziché solo laureato e corazzato (D); inoltre la 304 e’ stata coniata dalla 3^ officina (T), mentre la 303 dalla seconda (S). Tuttavia, sono noti esemplari “non in RIC”: Questa e’ la RIC VI 303 ma della terza officina (T): Ed ecco la RIC VI 304, ma seconda officina (S): Ed ora passiamo alla RIC VI Roma 312: Qui il rovescio e’ dunque RESTITVTOR VRBIS SVAE Queste monete LIBERATORI VRBIS SVAE e RESTITVTOR VRBIS SVAE sono strettamente collegate alla serie CONSERV URB SVAE di Massenzio. Tuttavia, mentre il dritto e’ logicamente cambiato (ora vi ci appare l’effigie di Costantino), il rovescio e’ lo stesso (sempre la dea Roma seduta dentro un tempio), ma con una legenda del tutto diversa: LIBERATORI VRBIS SVAE alternato a RESTITVTOR VRBIS SVAE, che identificano senza ombra di dubbio Costantino come vincitore del tiranno (“liberator”) e come restauratore (“restitutor”) della pace e della giustizia nella città di Roma, ora identificata come “sua”, nello stesso modo che aveva usato Massenzio nella sua serie (in cui si era identificato come “conservatore”, “protettore”). Particolare il fatto che entrambi i tipi siano stati coniati a Roma nel 313; probabilmente furono emessi per il consumo immediato del popolo di Roma: il messaggio doveva essere forte e chiaro. Con Costantino le parole non sono mai banali. Le parole “liberatori” (addirittura al dativo, una vera e propria dedica) e “restitutor” rappresentano appieno lo sforzo del vincitore di rappresentare il suo rivale Massenzio non come un mero usurpatore, ma come un tiranno dal quale il Senato ed il popolo romano erano stati liberati. E’ una differenza sottile, ma non da poco. Allarghiamo ora per un attimo un po’ il discorso. E’ da notare come, di pari passo alla produzione delle serie succitate da parte della zecca di Roma, anche altre zecche abbiano prodotto monete volte ad enfatizzare lo stesso tema. Ecco allora i tipi : ROMAE AETER AVGG di Londinium (es. RIC VI 269): ROMAE RESTITVTAE: sempre Londinium (es. RIC VI 272): RECVPERATORI VRB SVAE di Arelate (es. RIC VII Arelate 33): Anche queste produzioni terminano presto. Si chiude, infatti, nel 315 con il tipo RESTITVTORI LIBERTATIS da dalle zecche di Ticinum e Treviri: RIC VII Treveri 23: e’ in bianco e nero, ma e’ un solido RIC VII Ticinum 31: solido anche qui Come detto sopra, in Costantino nulla e’ casuale, anche la scelta di queste ultime zecche. La scelta di Londinium potrebbe essere legata (questo e’ un mio pensiero) al forte legame con la Britannia. Basti pensare che, alla morte del padre Costanzo Cloro, furono proprio le truppe di stanza ad Eburacum a nominarlo addirittura augusto nel 306. Quanto a Ticinum , in realtà significa Mediolanum dove Costantino si recò dopo aver lasciato Roma. Proprio a Mediolanum, nel febbraio del 313, si celebrò il matrimonio tra la sorellastra Costanza e Licinio, che sancì l’alleanza tra i due augusti. Fu poi in quella sede ed in quella occasione che fu promulgato il cosiddetto Editto di Milano, che fu stabilito il nuovo assetto dell’impero e che fu programmata la guerra contro Massimino Daia. Non dimentichiamo poi il ruolo che la città aveva avuto come capitale occidentale durante la prima Tetrarchia ed anche la sua posizione strategica. Quanto a Treviri, sappiamo che fu a lungo capitale imperiale dove Costantino risiedette come Cesare e dove svolse una intensa attività edilizia, a dimostrazione del forte legame con questa città. Ricordiamo, a titolo di esempio, la Basilica Palatina: Ma a Treviri tornò anche dopo aver lasciato Milano per affrontare una campagna contro Franchi e Germani e vi celebrò anche i decennalia del regno, proprio nel luglio del 315. Quanto ad Arelate, ricordiamo che proprio Costantino vi aveva trasferito la zecca di Ostia (se ne e’ già parlato). Come detto, Costantino lasciò Roma nel gennaio del 313. Il brevissimo lasso di tempo trascorso in città fa emergere tutta la sua capacità di statista in grado di riconquistare la fiducia e il rispetto del Senato e del popolo romano con una vera transizione ideologico-religiosa (se così si può dire) , anche se certo la forza degli eserciti ebbe il suo peso (oltre che grande uomo di stato era anche un grande uomo di armi). Non dimentichiamo come Costantino fosse arrivato a Ponte Milvio, ovvero sotto l’egida dell’ ”In hoc signo vinces”, paladino di Cristo contro il pagano Massenzio. Se guardiamo alle monete su postate, però, non vi sono ancora simboli cristiani, ma addirittura c’e’ ancora un tempio pagano e una dea (anche se questa dea e’ Roma). Inutile dire quindi che, al momento della sua partenza, una tale radicale trasformazione non era stata ancora completata, anche se certamente era avviata nella giusta direzione. Ne e’ una ulteriore prova la costruzione dell’Arco ordinata dal Senato poco tempo dopo, nel 315: La cosa per noi interessante e’ nella iscrizione: Al centro dell'attico è presente la seguente iscrizione: «IMP(eratori) · CAES(ari) · FL(avio) · CONSTANTINO · MAXIMO · P(io) · F(elici) · AVGUSTO · S(enatus) · P(opulus) · Q(ue) · R(omanus) · QVOD · INSTINCTV · DIVINITATIS · MENTIS · MAGNITVDINE · CVM · EXERCITV · SVO · TAM · DE · TYRANNO · QVAM · DE · OMNI · EIVS · FACTIONE · VNO · TEMPORE · IVSTIS · REM-PUBLICAM · VLTVS · EST · ARMIS · ARCVM · TRIVMPHIS · INSIGNEM · DICAVIT ·» «All'imperatore Cesare Flavio Costantino Massimo Pio Felice Augusto, il Senato e il popolo romano, poiché per ispirazione divina e per la grandezza del suo spirito in una sola volta con il suo esercito ha vendicato lo Stato, per mezzo di una giusta guerra, sia dal tiranno che da ogni sua fazione, dedicarono questo arco insigne per trionfi.» Le parole chiave sono sicuramente INSTINCTV DIVINITATIS: Costantino ha vinto per “ispirazione divina”. Ma di quale dio? Non vi e’ ancora un accenno diretto al Dio dei Cristiani, anche se dietro lo si intuisce chiaramante. E’ ancora un po’ presto per una affermazione esplicita, ma e’ questione di poco. E poi colpisce anche la parola “DE TYRANNO”: come detto su, nella sua politica propagandistica, Costantino ha liberato Roma non da un semplice usurpatore, ma da un vero e proprio tiranno. Insomma, le parole sono pietre, nel vero senso della parola. Quanto alla attività edilizia iniziale, in riferimento all’area del foro, a Costantino (che trovò molti monumenti – o almeno i due principali, ovvero il tempio di Venere e Roma e la cosiddetta Basilica) non solo già progettati e strutturati, ma anche quasi del tutto conclusi o prossimi alla conclusione, non restò che eseguire sia l’eventuale e non precisabile completamento strutturale e decorativo sia, più probabilmente, la dedicazione o ridedicazione con il suo nome. Proprio nel periodo che seguì la vittoria su Massenzio, iniziò inoltre la costruzione della sua prima basilica, quella del Laterano. Si è molto discusso su questa collocazione ‘periferica’ della cattedrale. L’interpretazione più in voga è quella che mostra un Costantino assai prudente che non vuole urtare l’aristocrazia e la popolazione stessa, ancora in forte maggioranza pagana, e preferisce quindi inserire la cattedrale il più lontano possibile dal centro della vita pubblica, ove si trovavano anche molti luoghi sacri della religione pagana. O forse, più prosaicamente, la basilica era così grande che difficilmente poteva essere collocata nell’affollato centro cittadino? Della vecchia basilica, oggi resta il nucleo principale del cosiddetto Battistero Lateranense: In vicinanza, Costantino iniziò anche la costruzione del nuovo palazzo imperiale, chiamato Sessorium (sui resti del vecchio palazzo di Elagabalo agli Horti Spei Veteris) dove risiedette la madre Elena. Di esso rimangono i resti delle Teme Eleniane e il cosiddetto tempio di Minerva Medica, in realtà una splendida aula decagona con cupola. Vi era anche una chiesa (oggi chiesa di Santa Croce in Gerusalemme) che doveva contenere le reliquie di Cristo trovate dalla madre Elena in Terrasanta. Successivamente al periodo che ci interessa, Costantino effettuerà poi una intensa attività edilizia in senso “cristiano” che esula dalla attuale discussione. Per chi vuole approfondire alleghero’ una lettura. Fonti: - RIC volume VI - Constantine the Great-- History and Coins (constantinethegreatcoins.com) - Iconografia_di_Costantino.pdf - Roma_costantiniana.pdf Le_iconografie_monetali (1).pdf Ciao da Stilicho
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