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L. Licinio Lucullo

Denario con l'Aedes Vestae

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L. Licinio Lucullo

Q. Cassio Longino, tribuno nel 49, sostenne Cesare, che lo nominò governatore della Spagna Ulteriore; il suo governo tirannico della provincia tuttavia danneggiò notevolmente la causa del dittatore durante la successiva guerra civile, causando una rivolta a Corduba che egli represse con spietata severità. Parte delle sue truppe gli si ribellarono nel 48, proclamando un nuovo governatore, ma gli permisero di lasciare la provincia; morì in un naufragio l'anno successivo, alla foce del fiume Ebro. Gaio Cassio Longino, pretore nel 44 e cesaricida, era probabilmente suo fratello o suo cugino.

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L. Licinio Lucullo

Questo denario allude ad un’appassionante vicenda giudiziaria (simboleggiata dalla tavoletta con A-C, absolvo-condemno) e politica innescata da un preteso episodio scandaloso verificatosi nel tempio di Vesta alla fine del II secolo, forse già rievocata da un’altra emissione della sessa gens, il denario RRC 413/1.

Nel 114, a sette anni dall’assassinio di Gaio Gracco, la società romana era divisa da gravi tensioni sociali ed agitata da fermenti rinnovatori e progressisti. In quell’anno circolò e fece grande scalpore a Roma una voce secondo la quale tra le Vergini Vestali si sarebbero verificati episodi di inammissibile dissolutezza. Fu promossa un’inchiesta ufficiale al termine della quale tre Vestali risultarono gravemente indiziate. Ma il processo celebrato dal Pontefice Massimo si chiuse con la condanna di una sola di esse. In un clima politico e sociale incline alle strumentalizzazioni di parte, i progressisti videro in questa indulgenza una sorta di complicità tra i Pontefici e le Vestali, tra inquirenti e inquisite. Così nel 113 il tribuno Sesto Peduceo, invocando la revisione del processo, indusse la plebe ad istituire un suo proprio tribunale, la cui presidenza fu affidata a Lucio Cassio Longino, uomo di proverbiale intransigenza e severità. Come prevedibile, il tribunale del popolo emise un verdetto esemplare, condannando a morte anche le due Vestali assolte dalla prima sentenza. Si volle così colpire non solo l’aristocratico collegio sacerdotale che aveva commesso sacrilegio, ma soprattutto i conniventi Pontefici. Come se non bastasse, narra Plutarco che la plebe, superstiziosa, ispirandosi ad un crudele cerimoniale etrusco, invocò la necessità di consumare sacrifici umani per placare gli dei. Così due Galli e due Greci furono massacrati nel Foro Boario. Trascorsi quasi sessant’anni da queste vicende, Quinto Cassio Longino, magistrato monetario nel 55 e discendente di Lucio Cassio, rievoca su questo denario quell’antico scandalo, il clamoroso processo e indirettamente l’antenato che ne era stato il promotore. Il tipo del rovescio ci mostra il teatro dello scandalo e allude per simboli al processo riparatore. Al centro campeggia il tempio di Vesta, retto da sei colonne, la prima coppia delle quali di calibro maggiore delle altre; ciò conferisce profondità al monumento, mentre lo scorcio prospettico ne lascia intuire la pianta circolare. Al suo interno è la sella curulis. Il tetto a cupola ha due antefisse laterali a protome di dragone ed è sormontata da una statua della dea, che tiene patera e scettro. A sinistra del tempio è raffigurata l’urna delle votazioni; a destra la tavoletta di voto con le lettere AC, iniziali dei due possibili verdetti Absolvo/Condemno. Il diritto è riservato al busto di Vesta, di un livello stilistico straordinario su questo conio. Il ritratto della dea è modellato con grande sapienza, il suo profilo è limpido e di assoluta bellezza classica, il suo sguardo intenso ed assorto. Il lembo di stola che le copre il capo è arretrato per mostrare il diadema ed i capelli corti sulla fronte. Le sue pieghe sono morbide e naturali e disegnano per trasparenza la crocchia sulla nuca e la curva agile del collo. Emana da questo volto un’aura affascinante ed enigmatica, la sua espressione è quella malinconica e turbata di una divinità offesa

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L. Licinio Lucullo

Il culto di Vesta, nume tutelare del focolare domestico, ha origini che precedono quelle di Roma stessa. La tradizione vuole che Rea Silvia, madre di Romolo, fosse una Vestale condannata a morte per avere trasgredito al divieto di contrarre matrimonio. Il collegio delle Vestali, le sacerdotesse consacrate alla dea, risiedeva nell’Atrium Vestae presso il Foro ed era presieduto da una Virgo Vestalis Maxima. Compito istituzionale delle sacerdotesse era quello di alimentare e custodire il fuoco sacro sull’altare di Vesta. Al collegio potevano accedere esclusivamente fanciulle di famiglia patrizia, prive di difetti fisici, che venivano reclutate ad un’età da sei a dieci anni. Il sacerdozio durava trent’anni e per tutto questo periodo era loro imposto l’obbligo della verginità. Le Vestali che per negligenza avessero lasciato spegnere il fuoco sacro venivano battute con verghe. Quelle che avessero tradito il voto di castità pagavano il sacrilegio con la vita, sepolte vive in una grotta presso porta Collina, con una piccola scorta di pane, acqua, latte ed olio. Esse godevano in compenso di onori e privilegi. Ricevevano una cospicua dote dallo Stato e non erano soggette all’autorità paterna. Lasciavano l’Atrium Vestae solo in occasioni solenni ed avevano allora il diritto di essere precedute dai Littori. Chi le offendeva veniva punito con la morte; mentre avevano l’autorità di graziare i condannati a morte che avessero per caso incontrato. Simboli di verginità e purezza, esse bevevano esclusivamente acqua piovana ed indossavano lunghe stole bianche , di cui un’estremità copriva loro quasi interamente il capo. Al termine del sacerdozio trentennale, esse potevano lasciare il tempio ed unirsi liberamente in matrimonio. L’ordine delle Vestali sopravvisse fino al 389 d.C., quando fu soppresso da Teodosio I, irriducibile nemico di ogni culto pagano. Nella sua lunga vita il collegio dovette essere turbato da più di uno scandalo, se la tradizione riferisce che ben tredici Vestali furono sepolte vive per perduta verginità, mentre altre sette scelsero di morire in modo diverso.

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L. Licinio Lucullo

L'Aedes Vestae (raffigurata al R/ del denario), dedicata alla dea del focolare, era uno dei santuari più sacri dell'antica Roma, fondato da Numa Pompilio secondo re di Roma. Secondo Festo, "sembra che Numa Pompilio abbia costruito il tempio di Vesta rotondo avendo creduto che della stessa forma fosse la terra, da cui dipende la vita degli uomini". All'interno vi era un braciere dove ardeva il fuoco sacro perenne, custodito dalle 6 vestali

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L. Licinio Lucullo

A partire da un denario dell'84 (Cr. 356/1), la sella curulis diviene un tema ricorrente di denarî e aurei (RRC 409/2, 414/1, 428/1-2, 434/2, 435/1, 460/1-2, 465/1-2, 473/2, 491/1, 494/26-28 e 494/31). Si trattava di un simbolo forte nell'immaginario antico, perché rappresentava l'autorità politica legittima. Era il sedile riservato di diritto esclusivamente ai magistrati (o pro-magistrati) che detenevano l'imperium. Etimologicamente curulis sembra derivi da currus, la lettiga destinata al trasporto dei magistrati nel luogo di giudizio, o più probabilmente da curvus, per la forma così caratteristica ed incurvata delle gambe, tipiche di un sedile da campo. Sembra sia stata usata a Roma fin dai primordi come emblema di potere ("curuli regia sella adornavit": Liv., I. 20), importata, con altre insignia di regalità, direttamente dall'Etruria in età regia (Liv., I. 8). Con l'avvento della Repubblica il diritto ad essa fu riservato naturalmente a consuli, pretori, aedili curuli e censori nonché eccezionalmente al Flamen Dialis, pur privo di imperium, per il suo prestigio. Vi avevano diritto, infine, il dictator ed il magister equitum; nella tarda Repubblica quindi Cesare, in qualità di dictator, ricevette l'onore di sedere su una sella curulis aurea. Il giovane e scaltro Ottaviano subito dopo le Idi di marzo, cercando di cavalcare l'onda di indignazione e commozione per un ritorno personale di consenso, si premurò quindi di emettere una moneta (Cr. 497/2) con l'immagine della sella curulis, la corona aurea di Cesare e la legenda "CAESAR DIC PER". In epoca imperiale divenne prerogativa degli imperatori, simbolo di auctoritas e di imperium anche in loro assenza, degli Augustales, preposti al culto imperiale e, forse, del praefectus urbi.

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