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brozzi

Abruzzo Storia di Alatri - Spunti numismatici

Risposte migliori

brozzi

Salve a tutti.


Apro questa discussione che è, per così dire "gemella" a quella iniziata da fedafa, intitolata "Annales Ceccanenses - Spunti numismatici", che potete trovare a questo link: http://Adolfo Sissia (adolfos) e Alessandro Giarante (Paleologo)



Il primo spunto che ho trovato si riferisce ai primi anni 70 del XII secolo, nel bel mezzo di alcune trattative di pace tra Papa Alessandro III e Federico I il Barbarossa.


Il Sacchetti Sassetti, attingendo ad alcune pergamene conservate presso l'Archivio Capitolare di Alatri, datate 1173-1174, riporta una sentenza del Papa in merito alla disputa per la definizione dei confini tra Alatri e Frosinone.


Dal testo, apprendiamo che "...La causa, lunga e dispendiosa, costrinse il Comune (di Alatri) a contrarre alcuni debiti, tra i quali uno di 50 lire di denari provisini, pagate per esso al Papa dal vescovo Leone...."


La zecca romana ha prodotto il denaro provisino a partire dal 1184; adolfos mi conferma che i provisini di cui al testo in parola sono non possono essere altro che i "denari di Provins che avevano corso legale a Roma con valore corrispondente a mezzo denaro pavese e parificato a un denaro lucchese".


Ma andiamo avanti con la lettura


Modificato da brozzi

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brozzi

Il secondo passaggio si colloca una ventina di anno dopo. Siamo al 1194 ed il Sacchetti Sassetti racconta della discesa di Enrico VI in Sicilia dove avrebbe affrontato il re Tancredi.


Cito dal libro: "...Enrico VI cominciò, allora, a spadroneggiare nelle terre della Chiesa. Nell'agosto del 1194, allestito un grande esercito, lo mandò in Sicilia, dove il partito nazionale aveva eletto a re Tancredi, bastardo della Casa Normanna d'Altavilla, ed egli con grandi forze prese la via di terra. Nella Campagna applicò il "fodro" e, fatto depredare Bauco, tornò a Salerno e quindi partì anche lui per la Sicilia. Alatri, tassata da Enrico VI per 50 lire di provisini, dovette, ancora una volta, ricorrere per un prestito al vescovo....."



In questo caso, la zecca senatoriale è già attiva, ma siamo in un periodo precedente all'emissione della bolla papale "Cum ex paucitate" di Innocenzo III (Sora 5 agosto 1208), che, per così dire, sollecitava, anzi ordinava alle genti di Campagna di spendere la moneta del Senato nelle transazioni quotidiane; evidentemente, la nuova moneta non aveva ancora preso piede, almeno non nella misura desiderata.


Inoltre, ancora adolfos mi fa notare che "E' vero che nel periodo si venne a costituire un doppio sistema di valori ma le prime testimonianze documentarie che menzionano provisini Senatvs partono dal 1191 e come puoi vedere dopo provisino vi è la specifica ben precisa di Senato ".


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brozzi

Terzo spunto, poi mi fermo, per oggi.

Attingendo da una pergamena del 12 novembre 1196, il Sacchetti Sassetti riferisce di una disputa tra i comuni di Alatri e di Veroli per una calcara, disputa risolta amichevolmente.

Questo il testo:"..... i consoli d'Alatri concessero la calce in servizio della Chiesa di S. Maria Maddalena, presso la quale sorse un leprosario, di cui rimangono i vestigi, e il prete Grimaldo diede ai consoli 10 soldi di provisini e promise, una volta estratta la calce, di colmare la fossa".

Anche in questo caso, valgono le considerazioni del post precedente; unica differenza è che l'autore parla di soldi di provisini e non di lire di provisini, come nel caso precedente. Sarebbe interessante visionare direttamente le pergamene originali, per capire quale fosse la dicitura utilizzata all'epoca dei fatti in merito alla definizione delle somme di denaro.

Andando avanti nella lettura, segnalerò eventuali nuovi riferimenti di carattere numismatico che mi capiteranno, sperando di trovare qualcosa di interessante.

Grazie per la pazienza,

un caro saluto

Modificato da brozzi
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fedafa

Complimenti Brozzi. Le notizie storico- numismatiche dei nostri territori le trovo sempre molto interessanti. Ora sono col cellulare ma se per te va bene potrei integrare la discussione con qualche notizia ulteriore proveniente da Veroli.<br /><br />Sent from my GT-I9070 using Lamoneta.it Forum mobile app<br /><br />

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brozzi

Ciao fedafa, grazie!

Certo che puoi integrare la discussione con notizie provenienti da Veroli. Che testo stai leggendo?

Se vuoi, possiamo sentirci anche tramite messaggi privati per vedere come organizzare la cosa.

Un caro saluto

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brozzi

Alla morte di Enrico VI, Papa Innocenzo III riuscì a recuperare parte del potere temporale che la Chiesa aveva perso negli anni passati; fu presto riconosciuto come Signore, tra gli altri, dai feudatari di Campagna e Marittima.
Nei primi anni del 1200 lo troviamo a Ferentino, dove è alle prese con il rinnovo della locazione del castello di Frosinone ad alcune famiglie che l'avevano ottenuta dai papi suoi predecessori. Nello specifico, l'atto, datato 5 settembre 1207, oltre a definire i confini territoriali del castello, statuiva che "...la locazione si doveva rinnovare a ogni terza generazione e che per tale rinnovazione gli eredi dovevano pagare 10 libbre di puro argento".
Veniva inoltre precisato che "...del fitto annuo, di 3 soldi d'oro dovevano rispondere i 48 signori, indicati per nomea, che in quel momento si trovavano a godere il castello".
Il Sacchetti Sassetti attinge l'informazione da una copia dell'atto, datata quest'ultima 19 marzo 1952, conservata presso l'Archivio Capitolare alatrense; il documento dovrebbe essere pubblicato anche in "Muratori - Antiquitates Italicae Medii Aevi". Sebbene alcune versioni digitalizzate di questo testo siano disponibili in rete, non sono riuscito a trovare il passaggio in parola, dal quale sarebbe interessante vedere come sono rese in latino le cifre di cui al testo.

Mi chiedo: quali sono i soldi d'oro che dovevano pagare i Signori a titolo di fitto?
Il romanino d'oro non era stato ancora coniato; le emissioni vengono fatte risalire al secondo periodo senatoriale di Carlo d'Angiò (1268-1278).
Il ducato romano di ispirazione veneziana, se non erro compare nel XIV secolo, così come il "Fiorino anonimo".
Si tratta forse di una moneta "forestiera"?
Grazie per ogni chiarimento che vorrete fornire.

Modificato da brozzi

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adolfos

"10 libbre di puro (?) argento". E' probabile che la citazione si riferisca a lingotti d'argento commerciali (in questo caso "argento romanesco") computati nelle transazioni come "moneta sostitutiva" di metallo pregiato a peso.

Per quanto riguarda la moneta d'oro romana hai detto tutto tu.

3 soldi d'oro,forse solidi bizantini (l'utilizzo di oro coniato da zecche arabe e bizantine è documentato)? Attendiamo altre considerazioni.

Saluti e grazie per l'interessante svolgimento della discussione

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fedafa

Il grosso problema di questi documenti è capire quando si tratta di moneta di conto e quando invece di moneta reale.

Posto il documento tratto dal Muratori "Antiquitates italicae medii aevi" vol. 3, pp. 235-238.

post-1880-0-64191600-1389025502_thumb.jp

post-1880-0-85751500-1389025531_thumb.jp

e ingrandimento della parte oggetto della discussione

post-1880-0-13496700-1389025631_thumb.jp

Ora cerchiamo di comprendere di che monete si tratta...

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mfalier

Il documento citato è del 1207, ma riguarda la conferma di una locazione precedente. Sono citati Pascale II, che fu Papa all'inizio del XII secolo e GIovanni IX, che fu Papa addirittura alla fine del IX! Non conosco per nulla il documento e le vicende che lo riguardano o la sua tradizione, ma da una prima lettura potrebbe trattarsi della trascrizione fedele di un testo molto più antico, incluse le monete in uso secoli prima. Questo tipo di fonti è molto difficile da usare perchè, trattandosi di un testimone tardo di documenti più antichi, potrebbe contenere interpolazioni anche importanti, imprecisioni nel citare i precedenti locatari, mescolanze fra monete reali in uso in una certa epoca e monete divenute ormai solo di conto in un'altra. Insomma una matassa ben aggrovigliata, che va dipanata con pazienza e un attento esame diplomatico, magari per arrivare alla conclusione che... tutto è stato inutile.

Insomma, molte volte i documenti sono fonti numismatiche attraenti, ma a conti fatti piuttosto insidiosi!!!

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fedafa

Il documento citato è del 1207, ma riguarda la conferma di una locazione precedente. Sono citati Pascale II, che fu Papa all'inizio del XII secolo e GIovanni IX, che fu Papa addirittura alla fine del IX! Non conosco per nulla il documento e le vicende che lo riguardano o la sua tradizione, ma da una prima lettura potrebbe trattarsi della trascrizione fedele di un testo molto più antico, incluse le monete in uso secoli prima. Questo tipo di fonti è molto difficile da usare perchè, trattandosi di un testimone tardo di documenti più antichi, potrebbe contenere interpolazioni anche importanti, imprecisioni nel citare i precedenti locatari, mescolanze fra monete reali in uso in una certa epoca e monete divenute ormai solo di conto in un'altra. Insomma una matassa ben aggrovigliata, che va dipanata con pazienza e un attento esame diplomatico, magari per arrivare alla conclusione che... tutto è stato inutile.

Insomma, molte volte i documenti sono fonti numismatiche attraenti, ma a conti fatti piuttosto insidiosi!!!

mfalier hai perfettamente ragione!

Avevo notato nella lettura che si faceva riferimento a precedenti papi ma avevo dato per scontato che invece gli importi da pagare fossero riferiti al periodo di stesura del documento (1207). A questo punto diventa veramente difficile stabilire cosa, chi, quando e quanto.

Se si vuole seguire una logica si potrebbe presupporre che tale locazione fu data da Giovanni IX, poi confermata da Pascale II ed ora rinnovata da Innocenzo III. In effetti se tale atto andava confermato ad ogni terza generazione ci potremmo stare anche come tempistica (anche se i circa 200 anni intercorsi tra papa Giovanni IX e papa Pasquale II "stridono" con i circa cento intercorsi tra quest'ultimo e papa Innocenzo III).

Quindi come giustamente sottolineato da mfalier se il documento non è altro che la trascrizione postuma di un documento precedente risalente almeno a Giovanni IX, appare chiaro che i 3 soldi d'oro nel 1207 altro non sono che moneta di conto. Magari all'epoca della sua prima stesura, quindi ipotizzabile sotto il pontificato di Giovanni IX, i 3 soldi d'oro potevano corrispondere effettivamente ad una moneta reale circolando in quel periodo di sicuro monete bizantine e beneventane.

Altri pareri?

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brozzi

Il documento citato è del 1207, ma riguarda la conferma di una locazione precedente. Sono citati Pascale II, che fu Papa all'inizio del XII secolo e GIovanni IX, che fu Papa addirittura alla fine del IX! Non conosco per nulla il documento e le vicende che lo riguardano o la sua tradizione, ma da una prima lettura potrebbe trattarsi della trascrizione fedele di un testo molto più antico, incluse le monete in uso secoli prima. Questo tipo di fonti è molto difficile da usare perchè, trattandosi di un testimone tardo di documenti più antichi, potrebbe contenere interpolazioni anche importanti, imprecisioni nel citare i precedenti locatari, mescolanze fra monete reali in uso in una certa epoca e monete divenute ormai solo di conto in un'altra. Insomma una matassa ben aggrovigliata, che va dipanata con pazienza e un attento esame diplomatico, magari per arrivare alla conclusione che... tutto è stato inutile.

Insomma, molte volte i documenti sono fonti numismatiche attraenti, ma a conti fatti piuttosto insidiosi!!!

Grazie per l'intervento mfalier!

Molto interessante la tua osservazione. Anche io, come fedafa, avevo pensato che gli importi da pagare per rinnovare la locazione fossero riferiti al periodo di redazione dell'atto.

In attesa di altri pareri su questa questione aperta, faccio un piccolo salto indietro per quanto riguarda la narrazione, per riportare un'ulteriore testimonianza di interesse numismatico.

Siamo ai tempi di Papa Onorio II, salito al soglio pontificio nel dicembre del 1124.

In una delle sue visite nella Campagna, il Papa si recò presso il castello di Fumone. Da molto tempo, il castello era stato concesso in custodia da parte della Santa Sede ad una famiglia nobile; all'epoca dei fatti, alcuni membri di questa famiglia avevano la pretesa di vantare sul castello alcuni diritti di proprietà.

Ancora una volta attingendo dal Muratori - Antiquitates Italicae Medii Aevi (Tomus III, colonna 229), l'autore riferisce che il Papa, nel corso della sua visita, chiese ai detentori la restituzione immediata del castello alla Santa Sede; questi, però, si opposero alla richiesta del pontefice, barricandosi tra le mura della roccaforte.

Il Papa ricorse quindi alle maniere forti e mise sotto assedio gli occupanti per 10 settimane; la resa avvenne nel luglio del 1125. Anziché punire i "ribelli", Onorio II decise di rinnovare in loro favore il diritto alla custodia ed al godimento della fortezza, chiedendo in cambio la somma di "... 200 lire di moneta pavese..."

Siamo 59 anni prima della riapertura della zecca senatoriale romana e, sembrerebbe confermato anche da questo passaggio, il circolante dell'area del basso lazio è rappresentato anche dal buon denaro pavese (cfr. Giarante-Sissia, articolo citato in precedenza), divenuto moneta a diffusione sovraregionale (così come il denaro lucchese).

P.S.: Per spezzare un po' la narrazione "numismatica", consiglio agli interessati di leggere qualcosa sulla storia di Alatri, magari dalla pagina generale di Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Alatri, oppure da quella specifica sulla storia: http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_di_Alatri

Notizie sul castello di Fumone sono invece reperibili qui: http://it.wikipedia.org/wiki/Fumone

Modificato da brozzi
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brozzi

Ciao a tutti.

In mancanza di altri interventi, continuo con la narrazione dal punto in cui l'avevo interrotta, cioè dal rinnovo della locazione del castello di Frosinone del 1207.

Seguendo il Sacchetti Sassetti, ci spostiamo ora in avanti di qualche anno; siamo precisamente al 07 ottobre 1212.

In questa data ha luogo una transazione tra Alatri e Frosinone per la determinazione dei diritti sulla zona di confine nota come Campo di Cerreto. L'autore riporta che "...Messer Ogerio, procuratore dei consoli e dei signori di Frosinone, alla presenza del card. Stefano di Fossanova, camerlengo del papa, rinunziava a ogni diritto su Campo di Cerreto dalle fratte d'Arco in su a favore di Alatri, e messer Rinaldo Rosso e messer Alberto Roccaforte, consoli d'Alatri e messer Oddone di messer Crescenzio e messer Giovanni Monaco, aggiunti dal Comune, pagavano a Frosinone 400 lire di provisini e alla Camera Apostolica altre 100 lire della stessa moneta...".

La fonte da cui è tratta la vicenda è in questo caso la pergamena numero 307 dell'Archivio Capitolare di Alatri.

Nel 1212 siamo in un periodo di piena circolazione del denaro provisino del Senato; purtroppo però nel testo del Sacchetti Sassetti non è specificato se i provisini siano quelli senatoriali o meno. Anche in questo caso la lettura diretta della pergamena potrebbe favorire la corretta interpretazione.

Saluti

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brozzi

Verso la metà del XIII secolo, la città di Alatri attua un'aggressiva politica espansionistica ai danni dei paesi e castelli vicini. Spesso, la causa (o forse sarebbe meglio dire il pretesto) delle contese è da ricercare nei dissidi per la fissazione dei confini o per l'attribuzione di diritti su luoghi o risorse.

La contesa più aspra è quella che contrappone Alatri e Ferentino, nata originariamente per il possesso del Castello di Tecchinea, situato in territorio Alatrese, al confine con quello Ferentinate, e protrattasi poi per lungo tempo e che ha visto l'alternarsi di momenti di pace ad altri di sanguinosa violenza.

E' giunto sino ai nostri giorni un interessante trattato di alleanza e di pace siglato il 19 aprile 1243 nella Piazza di Santa Maria Maggiore.

Il documento, conservato negli archivi della biblioteca privata Molella, è il giuramento prestato da Pietro Giovanni di Giovanni, procuratore d'Alatri, a Giacomo, procuratore di Ferentino (il giuramento equivalente che, presumibilmente, quest'ultimo avrà fatto al primo, non è invece giunto sino a noi).

La formula del giuramento riporta il classico scambio di impegni di fedeltà e reciproca assistenza che forma oggetto dei giuramenti di questo tipo, con specifiche intese circa la ripartizione dei bottini e l'imputazione degli oneri subiti.

Sacchetti Sassetti riporta nel dettaglio il contenuto del giuramento; la parte della sua trascrizione, che è interessante ai fini della nostra narrazione, è la seguente: "...Tutte queste cose prometteva solennemente il procuratore d'Alatri, sotto pena di 1.000 marche d'argento, in presenza di...."

Confesso che non ho idea di cosa si intenda per 1.000 marche d'argento. E' graditissimo qualsiasi intervento chiarificatore.

Grazie, saluti

brozzi

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brozzi

Ci siamo lasciati con il trattato di alleanza tra Alatri e Ferentino, siglato il 19 aprile 1243.

Come anticipato nel post precedente, il rapporto tra queste due città, specialmente nel XIII secolo e principalmente per la questione riguardante il possesso del Castello di Tecchiena, è decisamente burrascoso. Passano solo 2 anni dalla stipula dell'accordo di pace, che si verifica un episodio destinato a sconvolgere nuovamente gli equilibri delicatissimi che si erano appena formati.

Gli alatrensi, in occasione delle celebrazioni in onore del patrono della città, San Sisto I, invitano una delegazione di Ferentino, che accetta di buon grado.

L'accoglienza è all'apparenza cordiale e la giornata di festa scorre liscia, senza lasciare minimamente presagire quello che accadrà di lì a poco.

Il tradimento, infatti, si consuma nel bel mezzo della notte, quando degli uomini armati piombano nelle case in cui sono ospitati gli uomini di Ferentino, li malmenano, li spogliano dei loro averi e li rinchiudono nelle carceri della città, senza riguardo per la loro condizione sociale o età, minacciando di ucciderli se non viene pagato un salatissimo riscatto.

La città di Ferentino, per salvare i propri cittadini provvede prontamente al pagamento di quanto richiesto ed è costretta ad accettare condizioni decisamente pesanti per il riscatto, sia in termini monetari, sia in termini di rinuncia a possedimenti e diritti su terre e castelli.

La notizia arriva presto alle orecchie del pontefice Innocenzo IV che, col massimo sdegno, prontamente ordina la restituzione di quanto tolto agli abitanti di Ferentino, l'annullamento delle concessioni fatte dalla città per salvare le vite dei prigionieri e l'incameramento dei Castelli di Tecchiena e Trivigliano nel Patrimonio della Chiesa Romana. Poiché gli alatrensi indugiano ad eseguire le prescrizioni del papa, questi si vede costretto a comminare la scomunica ai responsabili del tradimento, imponendo altresì al vescovo di Alatri di bandire tali soggetti dalla propria diocesi.

Gradualmente, con il passare dei mesi, le parti si riavvicinano e rinnovano il proposito di ristabilire una pace duratura; le trattative sono però molto complesse e solo dopo molti anni, si arriva a stipulare nuovi accordi che, di fatto, ricalcano nella sostanza quelli del 1243.

Da "Falco - I Comuni della Campagna e della Marittima nel Medioevo apprendiamo che: "....per diminuire i debiti di guerra, un procuratore d'Alatri..... il 6 maggio 1243 concede a Maestro Alessandro, per 1000 anni e al prezzo di 200 lire di denari del Senato, certe terre nella selva della città, e il 4 giugno 1250, il Comune gli vende, per 18 lire della stessa moneta, tre girate di terra".

Dalla pergamena numero 57 dell'Archivio Capitolare, veniamo invece a sapere che "...il 15 maggio 1247.... il Comune vende a Bona, moglie di Pietro Robore, per 40 soldi di denari del Senato, la sesta parte di una girata delle terre poste in Valle del Bagno".

Per la prima volta dall'inizio di questa narrazione, vediamo riportata la dicitura "denari del Senato"!

Ribadito che dovremmo esaminare direttamente le fonti utilizzate dal Sacchetti Sassetti o dal Falco per avere una diretta evidenza delle espressioni utilizzate per per la quantificazione dei pagamenti che abbiamo sino ad ora riportato, sembrerebbe trovare qualche riscontro quanto inizialmente ipotizzato, vale a dire che, nel periodo di circolazione parallela dei denari di Provins e dei denari del Senato nel Lazio Meridionale, si faceva riferimento alla moneta francese quando veniva utilizzata l'espressione denari provisini, senza la qualificazione "del Senato", mentre si indicava il nuovo conio romano quando era espressamente riportata l'origine della moneta.

Ciao

P.s.: La Chiesa, una volta incamerato il Castello, non lo restituirà più alla città di Alatri e, dopo averlo concesso in feudo per oltre un secolo, il 21 aprile 1395, per 200 fiorini d'oro di Camera, lo venderà alla Certosa di Trisulti (http://it.wikipedia.org/wiki/Certosa_di_Trisulti).

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brozzi

Quella che mi accingo a raccontare oggi è la vicenda matrimoniale di Palma e Raone, conservatasi sino ai nostri giorni grazie ad una sentenza del 29 aprile 1251 del Vescovo di Alatri, Giovanni.

La storia è stata riportata dal Sacchetti Sassetti nel libro da cui ho sinora preso spunto in questa discussione, ma è altresì stata oggetto di specifico approfondimento da parte del professor Giovanni Minnucci, che, nell'opera "Vicende Matrimoniali in una sentenza del Vescovo di Alatri del 29 aprile 1251", estratto da: "Scritti di storia del diritto offerti dagli allievi a Domenico Maffei" - Padova 1991, ne ha studiato le sfumature da un punto di vista del diritto matrimoniale dell'epoca. E' da quest'ultimo lavoro che prendo spunto per riportare la vicenda.

Raone è il figlio del famoso Tommaso, conte di Molise, fiero oppositore di Federico II, che, all'epoca dei fatti, risulta risiedere già da qualche anno nella città di Alatri.

Palma, sua moglie, è la figlia di tale Matteo, figlio a sua volta di messer Riccardo di messer Andrea.

Il 12 gennaio 1251, Raone chiede a Giovanni, Vescovo di Alatri (dal 1227 al 1263), l'annullamento del matrimonio con Palma, in quanto viziato dall'impedimento della publicae honestatis iustitia.

Si viene a scoprire infatti, che precedentemente al matrimonio tra Palma e Raone, aveva avuto luogo la celebrazione degli sponsali, per verba de futuro, tra lo stesso Raone e Anfilisa, cugina di Palma, di appena 7 anni di età.

Il Vescovo si trova, pertanto, a dover verificare, da una parte, la validità del matrimonio tra Palma e Raone (oggetto della richiesta di annullamento), il che lo porterà ad accertare se il matrimonio abbia effettivamente avuto luogo e se i coniugi abbiano espresso il proprio consenso alla presenza di testimoni e, dall'altra, la pre-esistenza e validità degli sponsali tra Raone e Anfilisa.

Sono molto interessanti, a questo proposito, le testimonianze delle persone interrogate sui fatti, che riferiscono anche di episodi che fanno sorridere, come quelli relativi al compiacimento della madre di Anfilisa, Imilla, di fronte ai suoi concittadini, quando questi etichettano Anfilisa come la futura moglie del figlio del conte.

Il 29 aprile 1251, la sentenza del Vescovo Giovanni risulta sfavorevole a Raone, in quanto viene ribadita la piena validità del matrimonio tra questi e Palma; i precedenti sponsali tra Anfilisa e Raone sono infatti da ritenersi nulli per difetto del consenso.

La sentenza si basa su due elementi chiave, emersi in fase processuale dai documenti e dalle testimonianze:

- la giovane Anfilisa non era presente agli sponsali, essendo stata promessa in sposa a Raone dal nonno, messer Riccardo di messer Andrea, e non ne aveva da questi avuto notizia nell'imminenza dell'atto;

- nonostante Anfilisa fosse successivamente venuta a conoscenza del suo fidanzamento con Raone, non lo aveva ratificato.

Quello che più interessa ai nostri fini è che, in fase processuale, emerge il contratto di matrimonio tra Palma e Raone, stipulato in data 27 aprile 1249.

Il contratto prevedeva che maestro Alessandro, zio della sposa, e messer Riccardo di messer Andrea, nonno di Palma, pagassero rispettivamente, a titolo di dote della giovane, le somme di 100 e 200 lire di denari del Senato.

Ciao

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brozzi

Approfittando del fatto che l'interesse di tutta la penisola era concentrato sulle vicende globalmente ricondotte all'espressione "Vespri siciliani", nell'estate del 1282 la città di Alatri riprende la sua politica espansionistica, questa volta nei confronti del vicino castello di Vico nel Lazio, di proprietà della Chiesa.

In più occasioni, ad armi spiegate, gli alatrensi, con il pretesto di fare giustizia per presunte violazioni dei confini da parte degli abitanti di Vico, entrano nei territori dei vicini, devastano i campi coltivati, rubano il bestiame, rovinano mulini e strade, imprigionano cittadini inermi e, addirittura, si macchiano di nuovi omicidi.

Su ordine di Papa Martino IV (regnabat 1281-1285), per tentare di pacificare gli animi, interviene il Rettore di Campagna e Marittima, Andrea Spiliati. Questi, però, sin dal primo momento, si dimostra molto morbido nella sua politica ed impone alla città di Alatri una multa di 300 fiorini d'oro, come ammenda da pagare per riparare i torti inflitti al castello di Vico. La linea del Rettore, in un certo senso, instaura negli Alatrensi la convinzione di poter continuare con le proprie scorrerie e con i furti, finendo per ingenerare in essi l'aspettativa di potersela cavare a poco prezzo per le violazioni commesse.

Non a caso, infatti, nel 1283 ritroviamo ancora gli Alatrensi intenti ad incendiare le messi del castello confinante, sequestrare asini, tagliare viti, piantare nuovi ed arbitrari termini di confine. Veniamo anche a sapere del rapimento di tal Ranuccio, cittadino di Vico, che viene prelevato dagli alatrensi mentre era di ritorno alla sua abitazione, dopo essere stato ricevuto in udienza dal Rettore (che, curiosamente, aveva posto il suo tribunale proprio nella città di Alatri); Ranuccio sarà rilasciato solo a fronte del pagamento di una cauzione di 10 lire di provisini.

Stando alle cronache dell'epoca, gli animi resteranno tesi ancora a lungo; sarà necessario un nuovo intervento del Pontefice per mettere momentaneamente un freno alle controversie e pacificare provvisoriamente le parti.

Mi interesserebbe capire quali siano i 300 fiorini d'oro di cui alla multa inflitta dal Rettore di Campagna Marittima ad Alatri.

Come già detto, il fiorino anonimo d'oro "romano" compare solo nel XIV secolo.

All'epoca dei fatti, vi era probabilmente in circolazione il romanino d'oro, ma non so se questo era comunemente chiamato anche fiorino. Di che moneta si tratta secondo voi?

Grazie, ciao

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brozzi

La morte del Podestà Gottifredo di Raynaldo nel 1287 (http://it.wikipedia.org/wiki/Gottifredo_di_Raynaldo) e quella di Papa Niccolò IV nel 1292, gettano la città di Alatri in un nuovo e lungo periodo di agitazioni interne durante il quale riprendono vita vecchie ostilità tra opposte fazioni cittadine.

Nel tentativo di riportare la pace nella città, ma più probabilmente per estendere la propria influenza nelle principali città della Campagna, giungono in Alatri, in quegli anni, due autorevoli pacieri: Benedetto Caetani (futuro Papa Bonifacio VIII) e Giacomo Colonna, che allora erano a capo di opposte correnti politiche all'interno del Sacro Collegio.

Alla presenza di questi due personaggi, i nobili alatrensi sottoscrivono un nuovo giuramento di pace; è il 3 giugno 1293.

Come si può facilmente immaginare, anche questo trattato è presto disatteso; le cronache riportano innumerevoli episodi di violenze private, che hanno luogo soprattutto tra il 1293 ed il 1296.

Ci interessa osservare come un omicidio, di cui si rende protagonista tale Nicola Agretino, d'intesa con Giovanni Viola, sia "sanato" con il pagamento di una somma di denaro: 115 fiorini d'oro a carico dell'autore materiale e un'ammenda di 200 lire per il complice.

1.500 fiorini d'oro è invece la somma che sono chiamati a pagare, al Vicetesoriere della Chiesa Romana, tre nobili cittadini (che facevano peraltro parte dei 28 nobili che avevano prestato il giuramento del 1293) per ricomporsi con il Rettore di Campagna e Marittima a seguito dell'omicidio di tale Andrea di Messer Tommaso, dagli stessi commesso.

Un'ulteriore testimonianza di interesse numismatico relativa a questi anni la troviamo infine nell'ottobre del 1296, quando un mercante romano, che si trova ad Alatri per concludere alcuni affari, per motivi sconosciuti viene catturato e condotto in carcere, dove è spogliato della somma di 30 fiorini d'oro.

Le cronache di questi pochi anni ci regalano ben 4 riferimenti a somme monetarie; in 3 casi il pagamento ha ad oggetto il fiorino d'oro, mentre nell'altro caso la somma è espressa il lire (direi che si possa tranquillamente parlare di lire di denari del senato).

Sono quindi ancora più curioso di capire quale sia la moneta d'oro più volte citata nel testo del Sacchetti Sassetti.

Grazie

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brozzi

Sul finire del XIII secolo, ci troviamo di fronte ad una disputa tra il Comune di Alatri e il Monastero di Trisulti, per il possesso e lo sfruttamento di una miniera di ferro situata nella selva d'Eici.

Apro una piccola parentesi storica: la Certosa di Trisulti, oggi situata all'interno del territorio di Collepardo, all'epoca dei fatti era posta sotto diretta protezione del Pontefice, da quando Papa Innocenzo III, nel primo decennio del XIII secolo, aveva sottratto il Monastero ai Benedettini, rei di non osservare l'antica disciplina con il dovuto rigore, assegnandolo ai Certosini.

La fondazione di una prima abbazia, situata a pochi metri dall'attuale complesso (di cui allego una foto), è fatta solitamente risalire al 996 ad opera di San Domenico di Foligno. Il nome Trisulti, attribuito alla zona, deriva dall'espressione latina "tres saltibus" con cui era identificato un castello della famiglia Colonna del XII secolo, che era posto in posizione tale da dominare tre valichi, che conducevano verso Roma, verso l'attuale Ciociaria e verso l'Abruzzo.

All'epoca della narrazione, la selva d'Eici è situata al confine tra il patrimonio del Monastero ed il Comune di Alatri, in quanto, come abbiamo visto, Collepardo è a tutti gli effetti una carcìa (quartiere) del vicino Comune.

Con la forza, dunque, gli alatrensi occupano la miniera ed iniziano ad estrarre il ferro. Il Priore del monastero, visto che le proteste rivolte dai monaci ai potenti locali risultano inascoltate, si trova costretto ad esporre le proprie ragioni al Papa, Celestino V, sul soglio pontificio dal Luglio 1294; il Sommo Pontefice scrive delle lettere al Comune di Alatri ed ai rettori di Campagna e Marittima, senza però che questo suo impegno riesca a mutare lo stato delle cose.

Nemmeno il successivo intervento del nuovo Papa, Bonifacio VIII, salito al soglio nel dicembre dello stesso anno, permetterà al Monastero di rientrare in possesso della miniera.

Nel 1297, infatti, il Comune di Alatri, sentendosi a tutti gli effetti proprietario del giacimento di ferro, ne concede lo sfruttamento ad alcuni industriali locali.Nel corso dello stesso anno, però, sorge una controversia tra il Comune ed i concessionari medesimi, i quali si rifiutano di pagare la somma concordata per lo sfruttamento della miniera, 55 lire di denari del Senato, probabilmente per via del veloce esaurimento della vena di ferro.

Dai documenti dell'epoca si può ipotizzare che la miniera esaurì presto la propria redditività e fu abbandonata nel giro di pochi anni.

Un caro saluto

brozzi

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Il 24 dicembre 1294 viene eletto Papa il Cardinale Benedetto Caetani, che adotta il nome di Bonifacio VIII.

Angelo Sacchetti Sassetti lo descrive come un personaggio “...nato più per la corona che per la tiara, nella sua smodata cupidigia di grandezza e di dominio...”.

Durante i quasi 9 anni del suo pontificato, grazie alle generose concessioni di onori e titoli da parte del Pontefice ai propri parenti, la famiglia Caetani vede il suo potere accrescersi in modo smisurato ed arriva ad estendere il proprio dominio su quasi tutta la Campagna e Marittima.

Le cronache ci raccontano di alcuni episodi di prepotenza riconducibili all’operato del Pontefice, che presto si attira l’inimicizia di alcune delle città vicine ad Anagni, come Ferentino, che subisce la deviazione di alcuni dei corsi di acqua che alimentano i propri mulini, Alatri, Supino e Ceccano, che sopportano le scorrerie del Rettore di Campana e Marittima Pietro Caetani e del suo esercito, composto anche da 300 soldati catalani. Un'altra testimonianza ci rende edotti del fatto che alcuni nobili di Alatri, insieme con altri nobili di Bauco, vengono obbligati a versare nelle casse del Papa la somma di 11.000 fiorini d'oro, come risarcimento per non meglio precisate turbolenze occorse nei mesi precedenti.

La personalità del Papa e le sue mire espansionistiche devono fare i conti non solo con le città vicine, ma anche con un altro grande personaggio dell’epoca, Filippo II re di Francia. I dissapori tra i due regnanti sfociano nell’episodio conosciuto storicamente come “Schiaffo di Anagni”, che vede protagonisti, tra gli altri, Gugliemo di Nogaret e Sciarra Colonna e che precede di poco più di un mese la morte di Bonifacio VIII, avvenuta il giorno 11 ottobre 1303.

L’episodio dello "Schiaffo", come è noto, è richiamato anche da Dante nella Divina Commedia (Purgatorio, canto XX):

« Perché men paia il mal futuro e 'l fatto,

veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,

e nel vicario suo Cristo esser catto.

Veggiolo un'altra volta esser deriso;

veggio rinovellar l'aceto e 'l fiele,

e tra vivi ladroni esser anciso. »

Il successore di Papa Bonifacio VIII sulla Cattedra di Pietro è Nicola (o Niccolò) di Boccassio (o Boccassino, o Boccassini), che adotta il nome di Benedetto XI. Il suo breve pontificato termina il 7 luglio 1304 ed è l’ultimo prima della cosiddetta “cattività Avignonese”.

Gli anni a cavallo tra la fine del pontificato di Bonifacio VIII e il trasferimento in Francia della sede papale ad opera di Clemente V (Bertrando del Got), sono caratterizzati da forti turbolenze nella Campagna e Marittima. Ha luogo quella che viene comunemente chiamata "Guerra Bonifaciana", che contrappone, a grandi linee, la città di Anagni e la famiglia Caetani, da una parte, ed una serie di città e castelli alleati, dall'altra.

Il 26 agosto 1304, durante la sede vacante che precede l’elezione di Clemente V (5 giugno 1305), i procuratori di Alatri e Ferentino, insieme ad alcuni dei baroni che l’anno precedente erano stati coinvolti nell’attentato a Bonifacio VIII, siglano un patto di alleanza difensiva ed offensiva, che impegna le due città ad adottare una politica comune volta a limitare il crescente potere della città di Anagni; l’accordo, tra le molte statuizioni, prevede che il mancato rispetto dei patti in esso sanciti, determini il pagamento di una multa di 10.000 fiorini d’oro.

Le avversità, tra alti e bassi, tra tradimenti e riappacificazioni, si trascinano per molti mesi, gettando l'intera zona in un nuovo periodo di grave crisi istituzionale ed economica.

E' solo grazie all'elezione del nuovo pontefice che torna ad instaurarsi un nuovo equilibrio nelle città della Campagna e della Marittima; all'inizio del 1306, infatti, Clemente V conferisce ad alcuni cardinali l'incarico di provvedere alla pacificazione dell'intera zona, dando ad essi il potere di condonare tutte le pene a cui gli abitanti erano incorsi a partire dal 13 settembre 1303 sino al 30 gennaio 1306.

Vi saluto allegando qualche scorcio della più volte citata città di Ferentino.

Ciao

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brozzi

In questo periodo di gravi turbolenze, mentre è in atto il tentativo di pacificazione della Campagna e della Marittima, continua inesorabile la politica espansionistica della città di Alatri, che ora non è neanche più ostacolata dalla Chiesa di Roma, che, a conti fatti, preferisce che si accentri il controllo in capo ad un'unica città ad essa fedele, piuttosto che prenda piede il fenomeno delle ribellioni dei baroni nei vari castelli.

Il 4 agosto 1306, il castello di Vico è costretto a scendere a patti con Alatri, obbligandosi ad annullare tutti gli accordi fatti in passato in favore del castello, a donare molte terre al Comune di Alatri, a mandare rappresentanti nel parlamento di quest'ultima città, a fornire uomini in caso di richiesta, nonché a portare le insegne di Alatri sulle proprie bandiere.

Il 7 novembre del 1307 la stessa sorte tocca a Frosinone, importante rocca della Chiesa, che si obbliga con Alatri nei medesimi termini con cui si era obbligato il castello di Vico, con la sola eccezione di poter affiancare le proprie insegne a quelle alatrensi sulle bandiere.

I nuovi equilibri sono però presto rotti dalla notizia della imminente discesa in Italia di Enrico VII di Lussemburgo, pronto ad andare a Roma con le sue truppe per prendere la corona imperiale. L'arrivo del re risolleva gli animi di coloro che vedono nel futuro imperatore del Sacro Romano Impero un possibile alleato nella lotta contro la Chiesa; basta poco per riaccendere vecchie controversie e gettare per l'ennesima volta l'intera provincia nel caos.

Nel 1313 viene eletto Senatore di Roma e capitano generale dell'esercito della Chiesa Roberto d'Angiò che, presto, inizia ad esercitare una notevole influenza nella Campagna e Marittima.

Continuano le lotte tra i Comuni, spalleggiati dal Papa, e i Baroni; tra questi ultimi, assumono crescente poteri i membri della famiglia Da Ceccano, che si rendono protagonisti di scorrerie e saccheggi ai danni del territorio di Alatri. Nel 1324, i Da Ceccano riescono addirittura ad occupare delle abitazioni presenti sull'Acropoli della città, la cosiddetta Civita, da cui verranno cacciati alcuni anni dopo soltanto grazie all'intervento armato del Rettore. Per evitare il ripetersi di un'esperienza del genere, il Pontefice ordina il divieto di costruire nuove abitazioni sulla Civita, che sarebbero potute finire nella mani di invasori nemici della Chiesa, e stabilisce una pena di 200 fiorini d'oro da comminare a carico di qualunque privato avesse contravvenuto a questa disposizione.

Ciao

P.S.: in allegato un paio di foto della cinta muraria in opera poligonale che fa da perimetro alla Civita (http://it.wikipedia.org/wiki/Acropoli_di_Alatri), con dettaglio della Porta Maggiore, di cui è visibile l'architrave.

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