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okt

graduatoria università

Risposte migliori

okt

Ho sentito che la graduatoria delle migliori università (nella quale il nostro paese non è molto ben messo) è stilata anche dai datori di lavoro.

Ma che c'entrano i datori di lavoro?

Penso che l'università non sia una scuola di avviamento al lavoro, come avviene nei paesi anglosassoni e come sta avvenendo anche da noi.

Penso che l'università serva a imparare, non a imparare a vendere o a imparare a produrre.

Quando nella conoscenza si insinua una finalità, essa la snatura e ne svilisce il carattere sacrale, mettendone in forse l'indipendenza, che è l'unica garanzia del progresso umano.

Ma tant'è... viviamo in un periodo storico in cui il profitto sembra essere l'unico criterio di valutazione.

Mala tempora currunt!

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incuso
Supporter

Il discorso è complesso e quindi diventa riduttivo discuterne in poche righe ma non sono del tutto d'accordo.

Trovo pacifico che l'università non debba ridursi a scuola di avviamento al lavoro ma allo stesso tempo lo scollamento tra mondo produttivo e università è assai pernicioso. In buona parte la colpa è anche di chi si iscrive all'università senza valutare il dopo...

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Horben Tumblebelly

Non sono d'accordo okt.

Si suppone che i laureati, o nel caso dei specializzati o titolati di scuole di dottorato che non "decidono" di restare nell'ambiente accademico, cerchino di trovare una occupazione. Ebbene è pieno diritto, a ben vedere anche un dovere in un certo senso, che i datori di lavoro esprimano un parere di gradimento della preparazione di costoro, del resto sono proprio loro che pagano le prestazioni e la professionalità del titolato. Certo che non deve essere l'unica voce in capitolo, ma deve avere il giusto peso che per questi evidenti motivi gli spetta.

Detto questo non resisto dal dissentire ancora di più sul concetto di formazione universitaria.

L'università non è una scuola di avviamento al lavoro, ma prima di essere qualsiasi altra cosa è proprio professionalizzante, nel senso che ha in primo luogo l'obiettivo di fornire alla società e creare per la società una figura professionale. La formazione alla professione è il carattere originario della struttura accademica sin dalle origini, ad esempio, la Federico II di Napoli nasce per fornire all'imperatore Federico II di Svevia risorse umane in grado di gestire la macchina burocratica del suo Stato. Oggi lo è ancor di più per far fronte alle esigenze di un mondo sempre più complesso e tecnologico. Ovviamente sarebbe giusto che coloro che intendano intraprendere un percorso di studi universitario siano mossi non solo da finalità economiche ma anche culturali, perchè il lavoro che poi si dovrebbe svolgere consiste nel vendere la propria cultura. Quindi okt non imparare a vendere ma vendere ciò che si impara. Poi si potrebbe discutere sul come vendere ciò che si impara e conosce, o fino a che punto vendere, ma questo è un discorso un pò più sottile, con rilevanti aspetti etici e penali da prendere in considerazione.

Il progresso umano non è gratuito, ma necessita di enormi spese finanziarie, che tipicamente si accollano sullo Stato o in parte sui privati, quindi lo Stato ed il privato di turno pretendono e devono aver conto di come si insegna nelle aule delle facoltà, di come funzionano i servizi e di che effettivamente conoscono gli studenti; ancor di più poi nei Paesi dove la formazione universitaria è maggiormente sostenuta dalle finanze pubbliche. L'università vista solo come centro di amene discussioni filosofiche e culturali è impraticabile nonchè anacronistica (forse già all'epoca dei filosofi greci lo era).

I Paesi anglosassoni sono anni-luce davanti all'Italia. Beati loro. Il loro studio specialistico e dettagliato rende più del nostro a breve termine, rende poco meno del nostro a lungo termine, rende l'assorbimento delle figure professionali nel mercato del lavoro quasi istantaneo, con elevata mobilità e possibilità di aggiornamenti. La formazione universitaria italiana è nozionistica e teorizzante, utile sul lungo termine (dato che l'ampio sapere teorico dovrebbe dare sufficienti capacità di sviluppi poliedrici delle professionalità) ma disastrosa sul breve termine. E' pur vero che l'Italia non offre un gran che come occupazione per i propri figli laureati (non ne parliamo della remunerazione), quindi in parte la scelta di seguire modelli di formazione di questo tipo può essere spiegata, ma non è ormai più praticabile, soprattutto in ottica europea. L'Italia è il Paese delle eterne gavette, dove (scusatemi il tono non voglio offendere ma veramente non se ne può più) la meritocrazia è ridotta all'osso e dove i "baroni" non fanno muovere una foglia se non "mangiano" loro; è un Paese dove il giovane in fin dei conti vale poco e non essendo un Paese per giovani, dato che l'università anzitutto forma giovani, colpisce la materia prima dell'istituzione accademica: lo studente. Ma vi sembra possibile che nelle aule di facoltà si vedono tanti professori ultrasettantenni che talvolta nemmeno camminano autonomamente e poi migliaia di trentenni a poco spiccioli...E' semplicemente assurdo è quasi esclusiva peculiarità di questo paesaccio. Andare all'università non è facile, si richiedono sacrifici anzitutto economici (per le persone che vivono su uno standard di non particolare agiatezza), poi non ne parliamo di quelli personali e la soddisfazione economica in fase di esercizio della professione conta tantissimo. Quindi il profitto è fondamentale. Ovviamente poi bisognerebbe analizzare i casi a uno a uno... avrei tanto da dire sulla Sanità italiana, per esempio, che ha ammazzato questo Paese...

Incuso d'accordo con te che una parte delle responsabilità ricadono sugli iscritti che per varie ragioni effettuano delle scelte trascurando poi l'esercizio della professione. Però sinceramente abbiamo anche un corpo docente che ha colpe non indifferenti.

Ti sembra normale che i professori mettino i timbri dei dipartimenti a cui appartengono per consulenze o progetti, senza autorizzazione e senza dare quote degli importi ai rispettivi dipartimenti (di cui sfruttano le risorse) atterrando la competizione di altre università o del privato? Ti sembra normale che uno o più studenti preparano un progetto per la discussione di una tesi sperimentale e poi l'università vende il lavoro ad una impresa a fior di quattrini e lo studente è un anonimo, senza riconoscimenti e senza un centesimo?

Ti sembra normale che docenti appartenenti a una specifica corrente politica facciano vertire corsi su tipologie di problemi che fanno comodo solo ad aziende pubbliche o private in cui loro hanno le mani in pasta? Ti sembra normale che creano corsi di laurea a posta per dare la cattedra a qualcuno? Altrove no, in Italia sì, e grazie che poi c'è lo scollamento tra produzione e formazione, ognuno tira acqua al proprio mulino e lo Stato (maggior responsabile della situazione perversa in cui ci troviamo) "guarda"... Almeno fino ad oggi, dopo-domani vedremo con le riforme di oggi e domani.

Povera gente che resta in questo paesaccio...

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incuso
Supporter

Gionata, concordo su quanto dici. In realtà è anche peggio purtroppo e purtroppo riforme in atto di fatto non ve ne sono se si eccettua la 270 che dovrebbe avere un effetto salutare sul numero dei corsi; per il resto sono stati solo tagliati i fondi e questo è assai poco salutare...

Il mio commento sulle scelte senza valutare il dopo era specifico su quantoi diceva okt.

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okt

Ringrazio Incuso per la sua opinione e Gionata per la sua approfondita argomentazione, che mi ha fatto riflettere, e sulla quale rifletterò ancora.

Sono sembre disponibile a modificare o addirittura a cambiare le mie idee, se gli argomenti sono - appunto - approfonditi e convincenti.

Anzi credo che le proprie idee vadano espresse proprio con questo fine; se invece non si è disposti a cambiarle, ogni discussione finisce per essere inutile e diventa solo polemica sterile.

Grazie!

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luke_idk
Supporter

Lo scollamento fra mondo del lavoro e l'università italiana è evidente ed un problema da non sottovalutare. Ciò non toglie che certe classifiche mi sembrano molto partigiane e basate su una visione esclusiamente utilitaristico-materiale.

In questi ultimi anni, però, sono le aziende stesse a puntare più sul risparmio, che sulla valorizzazione delle risorse umane. La possibilità di pagare stipendi e salari bassi sembra sempre più apprezzata della preparazione.

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rickkk

Non sono proprio per niente d'accordo col post iniziale,

ti parlo per l'esperienza diretta, da laureato, dell'azienda per cui lavoro, chimica farmaceutica fine con produzione di principi attivi custom o in sperimentazione. Da noi l'innovazione, la ricerca, la qualità e la formazione sono tutto... la mia ditta è in costante contatto con almeno 3 universitità con ricerche e finanziamenti... e ti posso assicurare che molti dei futuri dipendenti sono già stati scelti quando ancora si trovano all'università, e non sono certo quelli che fanno sega e si laureano in 10 anni.

Se vogliamo controbattere il ciarpame cinese o indiano (già meno ciarpame), l'unica strata è avere un prodotto più tecnologico e migliore del loro e quindi è normale e giusto che l'industria conti sull'università per avere questi frutti.

Siccome si sa che le università Italiane non sono tutte uguali (ogni tanto salta fuori qualche scandalo) è altrettanto normale (e secondo me giustissimo) avere classifiche da parte dell'industria, che ha avuto modo di valutare i laureati sfornati. Ovviamente le classifiche devono essere fatte sulla base dei dati reali (livello di istruzione, innovazione, competenza degli insegnanti....

...io personalmente inserirei un nuovo parametro (ma spero ci sia già): presenza nel corpo docente di professori / ricercatori / ausialiari / bidelli / ecc. ecc. ecc. on grado di parentela fino al 10° grado con un professore ordinario o associato: una percentuale dell 2% ci può statisticamente stare, se si supera l'università va direttamente all'ultimo posto in classifica

ciao

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luke_idk
Supporter

Soltanto una precisazione sul "ciarpame" cinese e indiano. Non conosco il tuo settore, ma ti assicuro che in altri settori sono tutt'altro che ciarpame.

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rickkk
Soltanto una precisazione sul "ciarpame" cinese e indiano. Non conosco il tuo settore, ma ti assicuro che in altri settori sono tutt'altro che ciarpame.

allora per cominciare ti sconsiglio di comprare copycat di probabilespam o simili su internet... fidati

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luke_idk
Supporter
Soltanto una precisazione sul "ciarpame" cinese e indiano. Non conosco il tuo settore, ma ti assicuro che in altri settori sono tutt'altro che ciarpame.

allora per cominciare ti sconsiglio di comprare copycat di probabilespam o simili su internet... fidati

Ho 38 anni, a me per ora non serve :D . In compenso per certe elaborazioni software (dopo la Romania, ovviamente) puoi andare sul sicuro con l'India.

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okt

Forse bisogna considerare il fatto che l'interesse delle industrie private e quello della collettività non sempre coincidono.

Nel caso delle industrie farmaceutiche potremmo pensare che la ricerca venga indirizzata a quei farmaci che promettono buone vendite, cioè specifici per patologie molto diffuse, mentre le malattie rare sarebbero ovviamente meno interessanti. Ciò non è da condannare, visto che lo scopo dell'impresa privata è il profitto.

Ma se c'è un eccessiva presenza dell'industria privata, allora non si ha più la tutela dell'interesse collettivo.

Ecco perchè ritengo che, nelle università, la ricerca e l'istruzione debbano essere compito dello stato, nella sua funzione di tutela degli interessi colletivi che non sempre, appunto, coincidono con quelli privati.

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luke_idk
Supporter
Forse bisogna considerare il fatto che l'interesse delle industrie private e quello della collettività non sempre coincidono.

Nel caso delle industrie farmaceutiche potremmo pensare che la ricerca venga indirizzata a quei farmaci che promettono buone vendite, cioè specifici per patologie molto diffuse, mentre le malattie rare sarebbero ovviamente meno interessanti. Ciò non è da condannare, visto che lo scopo dell'impresa privata è il profitto.

Ma se c'è un eccessiva presenza dell'industria privata, allora non si ha più la tutela dell'interesse collettivo.

Ecco perchè ritengo che, nelle università, la ricerca e l'istruzione debbano essere compito dello stato, nella sua funzione di tutela degli interessi colletivi che non sempre, appunto, coincidono con quelli privati.

A ognuno il suo; in linea generale non è una cattiva politica

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