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L. Licinio Lucullo

Vittoriato

Risposte migliori

L. Licinio Lucullo

Secondo Plinio (N. H., 33, 46) il vittoriato sarebbe stato introdotto come mercis loco, ossia argento a peso, nell'Illirico. La teoria estrapolata dagli scritti di Plinio attualmente tende ad essere discreditata; si ritiene infatti che l'associazione con i territori dell'Illirico sia scaturita da un'analogia ponderale con i nominali circolanti in quelle aree, come accade colla comparazione alle dracme padane. Plinio però scrisse la sua opera due secoli dopo l'entrata in circolazione del vittoriato e la sua associazione non appare molto credibile o comunque non verificabile. Sulla base dei dati di circolazione, F. Barello[1] propende per l'ipotesi che il vittoriato fosse destinato a fare da aggancio con il sistema monetale dei Celti stanziati nella pianura padana, che utilizzavano, nella seconda metà del III secolo, una dracma al di sotto dei 3 grammi di peso. In questo senso è estremamente significativo il contenuto dell'arbitrato romano (117) tra gli abitanti di Genova (Genuates) e i Viturii Ligurenses (tribù ligure dell'interno), che impose a questi ultimi un tributo annuo di 400 nummi vittoriati, conservato sulla tavola bronzea detta "di Polcevera" (CIL I, 199)[2]. Considerato il basso contenuto d'argento del vittoriato, l'imposizione riportata sulla tavoletta di Polcevera potrebbe essere vista come un tentativo di risparmio di risorse: imponendo il pagamento in nummi vittoriati veniva utilizzata una moneta probabilmente più familiare ai diretti interessati ed al tempo stesso le risorse di argento dell'area di influsso romano venivano in certa misura preservate; quel nominale "povero" avrebbe poi circolato in quelle zone a tutto vantaggio del politicamente sempre più pesante denario di Roma. Lo studioso belga Patrick Marchetti ritiene che il vittoriato sia un nominale destinato ad un differente canale di emissione. I Romani lo avrebbero utilizzato, almeno nel corso della guerra annibalica, per pagare gli auxilia. Le truppe straniere infatti ricevevano una paga inferiore rispetto a quella dei legionari e sempre secondo lo studioso belga ad un ausiliario spettava la paga di un vittoriato per 4 giorni di servizio, mentre ad un legionario un denario per il medesimo periodo. Il vittoriato rappresenterebbe dunque "una frode" perpetrata dallo Stato nei confronti degli ausiliari, ma si trattava di una truffa poco evidente in quanto apparentemente questi soldati percepivano lo stesso numero di monete di un legionario. Questa particolare ipotesi risulta incerta principalmente perché si ritiene che gli auxilia, in quel periodo, percepissero la paga direttamente dai governi di origine ma, al tempo stesso, fornisce una verosimile spiegazione sul perché questo nominale fu coniato. Sempre a sostegno di questa ipotesi vi è la corrispondenza tra le aree di circolazione del vittoriato e quelle costituenti il teatro bellico frequentato da queste truppe ed i territori di reclutamento. Mommsen, per primo, evidenziò l'esistenza di due differenti standard di peso per il vittoriato: 3 scrupoli (circa 3,41 g)., il primo; 2 e 4/7 di scrupolo (circa 2,92 g), il secondo, con ogni evidenza più recente. Una riduzione ponderale corrispondente (1/7) sarebbe stata subita dal denario, passato da 4 scrupoli a 3 e 3/7 di scrupolo, onde il rapporto fra primo e secondo sarebbe rimasta fissata nella proporzione di 3/4. Inoltre, pesi analoghi si rinvenirebbero nelle dracme dell'Illiria: inizialmente pari a 3 scrupoli sia ad Apollonia che a Dyrrachio, si sarebbero inoltre svalutate, nella prima città, a 2,92 grammi. Su questa base, Th. ha ipotizzato che il vittoriato fosse stato dapprima coniato nelle zecche del centro-sud Italia approssimativamente in contemporanea all'introduzione del denario, al fine di disporre di una moneta che, in vista della campagna illirica contro il regno macedone (alleato di Cartagine), rispondesse a una metrica ponderale compatibile con quella dei Paesi in cui si sarebbero svolte le operazioni belliche. Osserva Pautasso (La monetazione preromana dell'Italia settentrionale, 1966) che la dracma padana, nata sotto l'influenza commerciale di Massalia, perde ben presto ogni relazione con quella monetazione da cui aveva tratto i riferimenti d'origine. Può quindi porsi il quesito se il diverso andamento ponderale della monetazione cisalpina possa essere stato determinato dall'influenza del vittoriato, cioè da quella particolare moneta coniata da Roma sul piede della dracma focese e destinata al commercio con le regioni adriatiche e ioniche, l'Italia meridionale, la Spagna, la Liguria e con Massalia, ove la presenza fu tale da determinare l'allineamento ponderale della stessa dracma massaliota. Istituita come moneta per i commerci con l'estero (mentre a Roma circolò esclusivamente il denario con le sue suddivisioni), il vittoriato pesava gr. 3,41 e veniva scambiato in ragione di 3/4 di denario. Dalle fonti tradizionali sappiamo che nel 217, dopo l'inizio della Seconda Guerra Punica, allorché la lex Flaminia ridusse il peso del denaro romano a g. 3,9, il vittoriato fu contemporaneamente ridotto a gr. 2,92 affinchè risultasse invariato il rapporto preesistente. Una successiva riduzione subì verso il 104 in seguito alla lex Clodia che ne fissava il peso a gr. 1,95 rendendolo quindi pari a mezzo denario e portandolo, di fatto, a ricostituire il quinario romano che aveva cessato di esistere colla riforma monetaria del 217 Benché il vittoriato avesse vasta diffusione anche in regioni lontane, non si può dire che abbia esercitato una influenza determinante nella regione cisalpina. Se può scorgersi un accostamento iniziale, allorché il peso medio della dracma padana di gr. 2,90 circa parrebbe accordarsi col vittoriato ridotto e confortare l'opinione del Mommsen (Histoire de la mannaie romaine, Tomo II, Parigi 1870, pag. 99) circa l'influenza ponderale del vittoriato sulla dracma padana, manca invece qualsiasi riferimento colla successiva riduzione apportata al vittoriato della lex Clodia, cioè proprio quando l'influenza di tale moneta sarebbe dovuta risultare più intensa per i crescenti scambi col mondo romano. In ogni caso, un'eventuale equivalenza monetaria realizzata per dare un rapporto fisso e comodità di scambio col vittoriato sarebbe attestata da un sensibile numero di ripostigli promiscui di dracme padane e vittoriati. Invece, non può dirsi frequente la presenza di vittoriati nei ripostigli padani, il che induce a ritenere che la dracma padana non avesse notevoli rapporti di coesistenza col vittoriato. Indipendentemente da un diretto rapporto colla dracma cisalpina, i ripostigli in Valle Padana mostrano comunque che il vittoriato, come il denario, affluì gradualmente nelle regioni cisalpine colla crescente influenza commerciale romana

Secondo Zehnacker, l’ispirazione per il tipo al rovescio fu data dall’accettazione di una vittoria in oro di 72 kg, dono di Ierone di Siracusa al popolo romano nel 217/216, dopo la disfatta del Trasimeno, collocata nel tempio capitolino. Fu la prima volta, come riferisce Livio, che il Senato accettava un dono in oro, come omen (augurio) di aiuto divino. Osserva Campana che il messaggio era così duplice, nei confronti dei Magnogreci: indurli a tenere salda la fede nella vittoria finale di Roma e propagandare l’appoggio siracusano.


[1] Archeologia della moneta. Produzione e utilizzo nell'antichità, Roma 2006, pp. 197-198

[2] Una lastra bronzea su cui è incisa un'iscrizione in lingua latina, che riporta una sentenza emessa dal Senato romano nel 117 in merito ad una vertenza di confini tra i Genuates e i Veiturii-Langenses, due tribù liguri. Fu rinvenuta nel 1506 nel greto del torrente Pernecco a Pedemonte di Serra Riccò da un contadino del luogo, Agostino Pedemonte, mentre era intento a dissodare un pezzo di terreno. La tavola arrivò quindi nelle mani del governo della Repubblica di Genova che ne permise lo studio e la traduzione. Attualmente è custodita nel Museo di archeologia ligure presso la villa Pallavicini di Genova Pegli. La vertenza tra i Genuates e i Veiturii-Langenses riguardava i confini tra alcuni terreni pubblici e terreni privati ed aveva raggiunto momenti di elevata tensione. Essendo il territorio oggetto del dissidio particolarmente delicato perché attraversato dalla via Postumia, i consoli e il Senato, decisero di intervenire direttamente inviando in loco i due magistrati citati nel testo, Quinto e Marco Minucio Rufo, i quali, dopo un'adeguata ispezione del territorio tornarono a Roma ed emisero la sentenza che fu resa esecutiva dal Senato il 13 dicembre dell'anno 637 di Roma (117). Detta sentenza venne incisa su alcune lastre di bronzo, di cui una sola venne ritrovata

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