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Vittorio Emanuele III tra Storia e Monete.


Description

La vita e le coniazione del 'Re Numismatico'.

Dedicato al Re ed a tutti i Lamonetiani.

I° parte: la vita di S.M. il Re.

Quella sera Umberto era partito in carrozza, seguito da due Generali: Emilio Ponzio Vaglia e Felice Avogadro di Quinto ed era andato ad assistere alla premiazione della Società Ginnastica “Forti e Liberi”.

Stava tornando alla Villa di Monza, dove era in vacanza, quando l’anarchico Gaetano Bresci sparò 4 colpi di pistola. Giunto alla villa i medici fecero tutto il possibile, purtroppo con scarsi risultati.

Così morì Umberto, alle 22.40, in quella calda domenica, di quel 29 luglio 1900.

Quel giorno, Vittorio Emanuele si trovava a bordo del suo yacht, ribattezzato “Yela”, insieme alla moglie, Elena.

Il loro viaggio era cominciato il 19 giugno.

Dopo aver visitato varie località del Mediterraneo, il 29 luglio avevano attraccato al Pireo, Atene.

Il 31 di quello stesso mese fecero ritorno in Italia, ancora ignari dell’accaduto.

Videro allora sfilare al largo delle coste italiane, la torpediniera, mandata dal Duca di Genova, avvisato precedentemente da Margherita, con la bandiera a mezz’asta e un drappo nero, minacciosamente mosso dal vento.

Vittorio Emanuele venne, così, a conoscenza della morte del padre. Ora il Re era lui.

Spesso si sente dire che Vittorio Emanuele non avrebbe voluto fare il Re.

Puntoni [generale, ultimo aiutante di campo di V.E. III] nel suo libro raccolse le parole dette dal Re in un momento di sconforto, il 12 aprile 1944: “[...] Non avevo nessuna intenzione di succedere a mio padre e l’avevo quasi convinto ad accogliere il mio proposito di rinunciare alla Corona. Ma fu ucciso e io, in quell’ora tragica, non potei rifiutarmi di salire sul trono.[...]”.

Sbarcato rapidamente a Reggio Calabria, Vittorio Emanuele diede subito prova di fermezza di polso, pronunziando, il 2 agosto 1900, a pochi giorni dal regicidio, il suo primo discorso alla Nazione nel quale già dettagliava i capisaldi della sua visione politica.

L’8 agosto si svolsero i funerali di Umberto a Monza; nella Capitale erano programmati per il giorno successivo. L’11 di quello stesso mese il giuramento del nuovo Re davanti alle camere riunite.

L’epoca Umbertina è finita: i primi segni arrivarono dalla politica intrapresa da V.E., differente in tutto e per tutto da quella paterna.

Nel 1901 la sua prima crisi di Governo: superata brillantemente, pose Zanardelli al comando.

Proprio in quegli anni emergeva la figura di Giolitti, allora Ministro dell’Interno.

Sono anni buoni per la sua vita privata e per la politica estera.

Salutato da molti osservatori come "antitriplicista", egli, pur mantenendosi nel solco della Triplice, sostenne il ravvicinamento alle altre Potenze escluse dall'alleanza e contro le quali essa potenzialmente era stata costituita: la Russia, che ostacolava i disegni di espansione austriaci, e la Francia, di cui i tedeschi temevano il desiderio di rivincita.

Numerosi furono i viaggi “politici” di Vittorio Emanuele III.

Buona ed efficace fu anche la sua linea politica in Italia.

Di riflesso alla sua politica improntata a idee di pace e protezione sociale, fu dipinto come il "Re

socialista", e, similmente, per il suo appoggio a Giolitti fu noto come il "Re borghese".

Nel giugno del 1901 viene al mondo la loro primogenita: tutti tirarono un respiro di sollievo giacché si pensasse che il Re fosse sterile.

Il 15 settembre 1904 nasce il principe ereditario, Umberto, col titolo di Principe di Piemonte.

Nel 1905 e nel 1908 due tragedie colpirono la Nazione: sono il terremoto della Calabria e quello di Messina.

Come suo padre a Napoli, Vittorio Emanuele si recò sui luoghi del disastro ed Elena lo accompagnò coraggiosamente.

La sua partecipazione al disagio, così naturale e genuina, piacque molto agli italiani e li colpì

favorevolmente.

Nel 1906 era a Briga, per inaugurare il traforo del Sempione.

Grandi opere si realizzarono per l’Expo di Milano del 1906.

E ancora viaggi: nel 1907 ad Atene, nel 1910 in Montenegro, nel 1913 a Kiel e a Stoccolma.

Nel 1912 subisce il suo primo attentato, ad opera di un anarchico: il muratore Antonio D’Alba, minorenne.

Il 24 maggio 1915 l’Italia entra in guerra; Vittorio Emanuele III partì per il fronte il 26 maggio.

Nella prima guerra mondiale, Vittorio Emanuele III sostenne fermamente l’intervento dell'Italia, andando, quindi, contro personaggi autorevoli ed importanti.

Anche il popolo è per il “non intervento”.

Prima di scendere in guerra, in gran segreto, si stipularono accordi tra l’Italia e le nazioni dell’Intesa (composta da Francia, Gran Bretagna e Russia): tali accordi vengono ricordati con il nome di “patto di Londra”. L’Italia si impegnava a scendere in guerra contro gli Imperi Centrali in cambio di cospicui compensi territoriali.

Le vantaggiose offerte indussero Vittorio Emanuele ad appoggiare l'abbandono della triplice alleanza passando a combattere a fianco dell’Intesa.

Fin dall'inizio delle ostilità sul fronte italiano fu costantemente presente al fronte.

Non si stabilì, come si poteva pensare, nella sede del quartier generale di Udine ma in un paese vicino, Torreano di Martignacco, presso Villa Linussa (da allora chiamata Villa Italia) con un piccolo seguito di Ufficiali e Gentiluomini.

Ogni mattina, seguito dagli aiutanti da campo, partiva in macchina per il fronte o per visitare le retrovie. La sera, quando ritornava, un ufficiale di Stato Maggiore veniva a ragguagliarlo sulla situazione militare.

Il Re, dopo aver ascoltato, esprimeva i suoi pareri, senza mai scavalcare però i compiti del Comando Supremo.

24 ottobre 1917: Caporetto.

Dopo la rotta di Caporetto, il Re destituì Cadorna, e lo sostituì con il generale Armando Diaz.

L'8 novembre 1917: convegno di Peschiera.

Il Re convinse i primi ministri alleati, scettici della volontà dei politici italiani di resistere, della

determinazione dello Stato Maggiore italiano di fermare l'avanzata nemica sul Piave, gettando così le basi della vittoria di Vittorio Veneto del novembre successivo.

La vittoria italiana portò al ricongiungimento con l'Italia del Trentino e di Trieste, ed all'annessione dell'Alto Adige, dell'Istria, di Zara e di alcune isole dalmate.

Mancavano però il Veneto ed altri territori, tanto da far parlare di “Vittoria Mutilata”, come la definì D’Annunzio.

Nel primo dopoguerra, a causa della crisi economica e politica, l'Italia conobbe una serie di agitazioni sociali che i deboli governi liberali dell'epoca non furono in grado di controllare.

Nel Paese vi era un diffuso timore di una rivoluzione comunista simile a quella che era in corso in Russia e nel contempo la nobiltà e le classi possidenti temevano di essere travolte dalle idee socialiste; queste condizioni storiche portarono all'affermarsi di movimenti politici antidemocratici e illiberali.

Uno di questi erano i Fasci di combattimento, movimento costituito da Benito Mussolini nel 1919.

Il Re sapeva chiaramente chi era costui: ogni mattina dedicava 3 ore alla lettura dei giornali; dal 1915 in avanti il quotidiano che apriva per primo era sempre “il Popolo d’Italia”; il primo articolo che leggeva era il “fondo” di Mussolini.

L'obiettivo del movimento, sin dall’inizio, era di sopraffare gli avversari ed impadronirsi del potere. Mussolini aveva anche costituito un proprio esercito, chiamato Milizia, con tanto di obbedienza al capo del fascismo invece che all'autorità statale.

Il 20 settembre 1922 parlando a Udine, sostiene la necessità storica e nazionale di aderire all’idea unitaria monarchica: e reciprocamente, la convenienza della monarchia ad affidarsi al Fascismo.

Lo ripete a Napoli il 24 ottobre, alla vigilia dell’insurrezione.

Margherita ed i cugini del Re ne sono entusiasti.

Ora Vittorio Emanuele non poteva tirarsi indietro, proprio lui che aveva intuito la convenienza ad

appoggiarsi al Fascismo, ma su cui nutriva ancora qualche dubbio.

Mussolini stesso poteva contare sui quadri più rappresentativi dell’esercito, sulla grande industria, sugli agrari della valle padana, su una larga fascia della borghesia nazionale, su buona parte della Magistratura e su uomini politici che si sarebbero schierati con lui se avesse vinto.

Il Re incaricò Mussolini di formare il nuovo governo, a seguito delle dimissioni di Facta.

Il Re aveva parecchie cose da mettere a posto e l’autoritarismo di Mussolini gliele avrebbe sistemate.

Si sostiene che Vittorio Emanuele ebbe paura, per un momento, del movimento fascista. Tutte storie.

Ricordiamo che Vittorio Emanuele fu un uomo furbo, se avesse voluto sarebbe riuscito a dare velocemente un colpo di spugna ad esso.

Il 27 ottobre iniziarono i primi movimenti squadristici con l'occupazione di uffici pubblici, camere del lavoro, prefetture e caserme. Il panico ovunque.

Alle 20.40 del 27 ottobre, Vittorio Emanuele arriva alla stazione di Roma da San Rossore.

Si incontrò con Facta che lo informa sugli ultimi avvenimenti.

Le parole del Re gli suonarono come un “arrangiati, decidi come ti pare. Io, in caso di insuccesso non ti ho detto niente”.

Facta, dopo aver consultato i Ministri, e ormai convinto che non vi è più posto per lui, presentò le sue dimissioni alle 21 di quel 27 ottobre.

La situazione stava precipitando.

Alle sei del mattino del 28 ottobre Facta, già dimissionario, riunì il Consiglio dei ministri, che deliberò, su precise insistenze del generale Cittadini, primo aiutante di campo del Re, il ricorso allo stato d'assedio per bloccare la marcia su Roma.

Ma quando alle 9 Facta si recò dal Re al Quirinale per la controfirma, ricevette il rifiuto del monarca a sottoscrivere l'atto. «Queste decisioni spettano soltanto a me. Dopo lo stato d'assedio non c'è che la guerra civile. Ora qualcuno si deve sacrificare». Quel qualcuno era Facta.

... Il fascismo dilagò.


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