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  1. Ultima ora
  2. Micbar

    Collezionare monete del Triveneto

    Belle monete complimenti
  3. Beh, carino... Solo che alcune sono di pura fantasia.
  4. Oggi
  5. Lorenzo999Lorenzo

    Identificazione semisse

    Ci ho pensato anche io, è molto probabile perché l'ho acquistata in un lotto da un venditore spagnolo
  6. PostOffice

    Posta Militare- lettera dalla Somalia

    50c ogni 15g + 1 lira di posta aerea.
  7. ARES III

    Scoperte tombe magiare con corredo

  8. ARES III

    Scoperte tombe magiare con corredo

    Di questi Tarsoly ne hanno ritrovati molti con bellissime decorazioni (allego qualche immagine)
  9. ARES III

    Scoperte tombe magiare con corredo

    Ubicazione del ritrovamento
  10. ARES III

    Scoperte tombe magiare con corredo

    Una menzione speciale va al Tarsoly, parola ungherese che si riferisce ad una borsa o sacca, spesso decorata anche con lamine a sbalzo in argento, portata alla cintura, tipica dell'abbigliamento tradizionale ungherese maschile usata per contenere monete ed oggetti personali.
  11. ARES III

    Scoperte tombe magiare con corredo

  12. ARES III

    Scoperte tombe magiare con corredo

    La scoperta. Trovano un principe mercenario 17enne sepolto con cavallo, scudiero e forse il padre. Aveva un mucchio di monete italiane, corredo ricchissimo. Chi era? Cosa accadde? Cos’hanno stabilito le ricerche? Un lembo di pianura, dove l’erba oggi cresce uniforme e il vento scorre senza ostacoli, ha restituito il racconto di una giovinezza armata e di un potere esercitato in sella. Le ossa, disposte secondo rituali rigorosi, parlano di velocità, di guerra e di prestigio. Oggetti che un tempo brillarono alla luce del sole sono riemersi intatti, come se il tempo avesse scelto di fermarsi. Qui la morte non fu spogliazione, ma ostentazione. Qui il rango sopravvisse alla carne. Ad Akasztó, nell’Ungheria meridionale, nel cuore del bacino dei Carpazi e lungo uno dei grandi corridoi naturali che collegano l’Europa centrale ai Balcani e al Danubio, gli archeologi hanno portato alla luce tre tombe di eccezionale ricchezza appartenenti a guerrieri d’élite del periodo della Conquista ungherese, databili tra il 920 e il 930 d.C.. La scoperta si inserisce in una fase decisiva della storia europea, quando i Magiari stavano completando la loro trasformazione da confederazione nomade di cavalieri a potere territoriale stabile, destinato a diventare il regno d’Ungheria. Le ricerche storiche, linguistiche e archeogenetiche collocano l’origine dei Magiari nelle regioni a est degli Urali, tra la steppa forestale e le aree nord-caspiche. Comunità di lingua ugrofinnica, dedite alla pastorizia mobile e alla guerra a cavallo, che nel corso dei secoli entrarono in stretto contatto con popolazioni turcofone delle steppe eurasiatiche. Questa lunga storia di mobilità e di alleanze lasciò tracce evidenti anche sul piano biologico. Le analisi antropologiche mostrano infatti una popolazione marcatamente eterogenea: accanto a individui con tratti europei – statura medio-alta, crani dolicocefali o mesocefali – compaiono soggetti con caratteristiche eurasiatiche orientali, come zigomi pronunciati, orbite ampie e basse, profili facciali più piatti. Proprio nell’élite guerriera tali elementi sembrano essere più frequenti, a conferma del ruolo di questi gruppi come custodi di un’identità militare e simbolica radicata nella cultura delle steppe. La prima sepoltura di Akasztó colpisce per l’età del defunto: un giovane di 17 o 18 anni, già investito di un rango altissimo. La tomba non è mai stata saccheggiata e il suo corredo la colloca tra le più ricche mai rinvenute in Ungheria per questo periodo. Il corpo era ornato con un anello d’oro con castone in vetro blu, cerchi d’oro intrecciati tra i capelli e anelli d’argento decorati indossati su braccia e gambe. Oggetti che non erano semplici ornamenti, ma segni visibili di appartenenza a un gruppo ristretto, destinato al comando. Il fulcro simbolico del corredo è una cintura monumentale, composta da applicazioni in argento dorato conservate in condizioni straordinarie. Gli archeologi hanno rimosso l’area della vita in un unico blocco di terra, recuperando non solo i metalli, ma anche fibre di seta, resti tessili e frammenti di cuoio. Una struttura così complessa, giunta fino a noi con i suoi materiali organici, rappresenta un caso senza precedenti nella documentazione dell’Europa centrale e orientale e offre una rara finestra sulle tecniche artigianali e sul linguaggio visivo del potere guerriero. Il rango del giovane è ulteriormente attestato dalla presenza di una piastra d’argento a forma di sabretache, l’ornamento applicato alla borsa di cuoio che conteneva gli strumenti per accendere il fuoco. La sabretache era un oggetto al tempo stesso pratico e identitario: il metallo della piastra – bronzo, argento o oro – indicava il livello gerarchico del guerriero o il legame con una famiglia principesca. Di questi oggetti se ne conoscono appena una trentina; qui, in modo eccezionale, si è conservata anche la borsa in cuoio, completa di borchie. Secondo un rituale riservato all’élite militare della Conquista, il giovane fu sepolto insieme al cavallo, di cui furono deposti testa, zampe e pelle. Anche la bardatura è riccamente ornata da finiture in argento dorato, a conferma del ruolo centrale della cavalleria nella costruzione dell’identità e del prestigio magiaro. La seconda tomba apparteneva a un guerriero di 15 o 16 anni, probabilmente uno scudiero o un giovane membro dell’entourage. Accanto a lui sono stati trovati una faretra con sette frecce e un arco rinforzato da piastre di corno, tecnologia tipica delle culture delle steppe, progettata per garantire potenza, elasticità e durata. La terza sepoltura, quella di un uomo adulto di 30-35 anni, comprendeva un braccialetto d’argento, una lunga sciabola, arco e frecce, oltre a una bardatura equina decorata con monete d’oro. Le analisi genetiche indicano che quest’uomo era probabilmente il padre o il fratello maggiore del più giovane, e che tutti e tre erano imparentati per linea paterna. Il dato più sorprendente riguarda il tesoro monetale. In totale, dalle tre tombe provengono 81 monete d’argento italiane, tre archi, trenta punte di freccia in ferro e circa 400 altre monete. Il numero di emissioni italiane è tale da raddoppiare quelle finora note nel bacino dei Carpazi. Si tratta di monete risalenti al regno di Berengario I (888-924), sovrano di ampie porzioni dell’Italia settentrionale e pronipote di Carlo Magno. Le fonti ricordano come guerrieri magiari fossero spesso arruolati come mercenari nelle guerre che devastarono l’Italia di quegli anni. È plausibile che questi uomini abbiano combattuto nella penisola e siano stati pagati direttamente in argento, accumulando una ricchezza che li distingueva nettamente dal resto della popolazione. Le cause della morte restano ignote. Nessuna ferita evidente consente, per ora, di parlare di caduta in battaglia. L’analisi degli isotopi nei resti ossei rivela una dieta ricca di proteine animali, coerente con uno stile di vita guerriero e con l’accesso privilegiato alle risorse. La disposizione delle sepolture e la qualità dei corredi suggeriscono che il giovane principe, nonostante l’età, fosse una figura di vertice, affiancata da membri fidati della propria guardia personale. Un comando militare in miniatura, cristallizzato nel terreno, in un momento in cui l’eredità delle steppe eurasiatiche stava fondendosi con la nascente società dell’Europa medievale. https://www.stilearte.it/principe-mercenario-magiaro-akaszto-tombe-guerrieri/ Precisazione: l'articolo accenna ad un mucchio di monete, ma nella conferenza stampa e poi successivamente sono state mostrate solo tre
  13. ARES III

    Belgio: decifrate tavolette romane trovate nel fondo di un pozzo

    Questa volta risparmierò il gentilissimo @incuso dall'allegare il PDF, perché è molto pesante (318 MB). Consiglio a tutti di dargli un'occhiata. The Writing Tablets of Roman Tongeren (Belgium) And Associated Wooden Finds Book Series: Archaeology (Outside a Series) Editor: Else Hartoch Format: PDF Publication Date: January 2025 Publisher: Brepols Number of Pages: 424 Language: English Hardbound ISBN: 978-2-503-61687-2 E-book ISBN: 978-2-503-61688-9 DOI: https://doi.org/10.1484/M.STIA-EB.5.144107 Abstract Roman wooden writing tablets, known in Latin as tabulae ceratae, have been found by archaeologists in various locations around the former capital of the civitas/municipium Tungrorum or Roman Tongeren (now the Belgian city of Tongeren-Borgloon). These rare and delicate finds are remarkable not only due to the excellent state of their preservation, but also because they are inscribed with the remnants of texts, once etched into an overlying wax layer, that can, to the discerning eye, still be deciphered. The tablets not only provide concrete information about religious, judicial and administrative practices, but they also enhance our understanding of the complex processes of Romanisation and Latinisation in the northwestern civitates and municipia of the Roman Empire. Unearthed in the first half of the twentieth century, with a second group discovered in 2013, the Roman tablets housed in the Gallo-Roman Museum of Tongeren-Borgloon and in the city’s municipal heritage depository, became the object of an in-depth study by an international team of specialists piloted by the Gallo-Roman Museum. It is the results of this project that are presented here in this volume for the first time. The painstaking process of deciphering and interpreting the script marks and text fragments is explored via analysis of palaeography, philology and onomastics, along with key scientific techniques such as wax analysis, wood species identification, and script visualisation by Multi-Light Reflectance Imaging. Rich detail is also provided about other associated wooden finds that shed light on how and where the tablets were produced. The result is a beautifully illustrated and insightful volume that introduces the lost world of Roman Tongeren and its writing tablets to professionals and the general public alike.
  14. Albser

    Raccolta di rebus attinenti alla Numismatica

    Grazie Apollonia, visto solo ora perchè già dormivo Interessante , ma penso sia più "animale catturato" con costruzione più semplice e "scorrevole" àn I male CaT turato . Buongiorno Alberto tra nascere e morire c'è la vita
  15. Decifrate tavolette romane trovate nel fondo di un pozzo. Di cosa parlano? Com’erano fatte? Come sono state lette? Come si scriveva tra stili, cere e inchiostri? Perchè molte di essere venivano distrutte? Nel sottosuolo di Atuatuca Tungrorum, l’odierna Tongeren, un insieme di frammenti lignei provenienti da un pozzo romano e da una discarica della stessa epoca ha restituito una documentazione scritta di eccezionale valore per la storia della scrittura e dell’amministrazione imperiale. Si tratta di tavolette scrittorie romane, gettate intenzionalmente per distruggerne il contenuto, che sono oggi leggibili non grazie alla conservazione della cera, scomparsa da secoli, ma per le incisioni profonde lasciate dallo stilo nel legno. La loro decifrazione consente di osservare con precisione il funzionamento della burocrazia romana in una città di provincia dell’Europa nord-occidentale, a oltre mille chilometri da Roma, nel pieno tra II e III secolo d.C. Tra le scritte decifrate la bozza dell’iscrizione proposta per una statua del futuro imperatore Caracalla, databile al 207 d.C. Le tavolette contengono appunti per atti ufficiali probabilmente stilati dai politici e dai loro segretari nei palazzi del Foro romano della città. Altre furono usate da bambini che sperimentavano la scrittura e destinate alla discarica, a causa dell’usura. E’ probabile che sulla piazza si affaccessero anche scuole. La scoperta, oggetto del volume scientifico curato da Else Hartoch, Le tavolette per scrivere della Tongeren romana (Belgio) e i relativi reperti in legno (Turnhout, 2025), nasce dallo studio recentissimo di materiali scavati negli anni Trenta del Novecento e a lungo rimasti inerti nei depositi del Museo Gallo-Romeins Tongeren-Borgloon. Solo nel 2020, una rilettura attenta di quel lotto di legni apparentemente anonimi ha acceso il sospetto che non si trattasse di semplici assi o resti di casse, ma di tabulae ceratae, tavolette scrittorie romane. Tongeren, l’antica Atuatuca Tungrorum – che si trova a meno di 80 chilometri da Bruxelles – dista circa 1.150 chilometri da Roma, una lontananza geografica che ribadisce l’eloquente la presenza, così a nord, di una cultura amministrativa raffinata e pienamente integrata nei meccanismi dell’Impero. La decifrazione dei testi è stata affidata a Markus Scholz, archeologo provinciale romano ed epigrafista dell’Università Goethe di Francoforte, affiancato da Jürgen Blänsdorf dell’Università di Magonza. Il loro lavoro ha riportato alla luce una rete di relazioni giuridiche, militari e sociali incisa non nella pietra, ma nel legno stesso, sotto una cera ormai scomparsa, attraverso solchi sottilissimi lasciati dalla pressione di uno stilo di ferro. Per comprendere la portata di questa scoperta occorre tornare alla tecnica delle tavolette di cera, uno dei dispositivi scrittori più diffusi nel mondo romano. Le tavolette erano realizzate in legno – spesso acero, faggio o bosso – con una cavità centrale leggermente ribassata, riempita di cera d’api, talvolta scurita con nerofumo per migliorare il contrasto visivo. La cera d’api resa bruna veniva stesa uniformemente sul legno. Su questa superficie scura si scriveva incidendo le lettere con uno stilo, appuntito a un’estremità e spatolato all’altra, che permetteva di cancellare e riscrivere. La punta dello stilo rimuoveva la cera scura e, da sotto, appariva la fibra chiara del legno che evidenziava le lettere. La scrittura su cera era, per sua natura, reversibile e provvisoria, ideale per appunti, contabilità, bozze di documenti legali, esercizi scolastici. Le tavolette potevano essere singole o legate tra loro in dittici e trittici, formando piccoli fascicoli richiudibili. Nei documenti ufficiali, la pressione esercitata dallo scriba era spesso volutamente intensa, così che il segno penetrasse fino al legno: una sorta di “seconda memoria” del testo, destinata a sopravvivere anche alla cancellazione della cera. È proprio questo fenomeno che ha reso possibile la lettura dei frammenti di Tongeren, dove la cera si è dissolta, ma il legno conserva ancora l’eco grafica delle parole. Accanto alle tavolette cerate, il mondo romano conosceva anche tavolette non cerate, sulle quali si scriveva direttamente spesso con inchiostro indelebile, contenente vernici finali che evitavano la cancellazione delle parole. Questi supporti, meno diffusi a livello di ritrovamenti archeologici ma ben attestati, erano destinati a testi meno effimeri: lettere, elenchi, copie amministrative. A Vindolanda, lungo il Vallo di Adriano, le celebri tavolette lignee inchiostrate hanno restituito un quadro analogo di vita militare e quotidiana. Tongeren, invece, racconta soprattutto il ciclo completo della scrittura amministrativa: stesura, riutilizzo, distruzione intenzionale. I frammenti belgi studiati – ottantacinque in totale – provengono da due contesti distinti. Il primo è un pozzo situato nei pressi del foro, nel cuore della città romana. Qui le tavolette furono gettate deliberatamente, spezzate e rese illeggibili, con l’evidente intento di cancellare per sempre informazioni sensibili. Una pratica che appare sorprendentemente moderna e che suggerisce l’esistenza di una consapevole gestione della riservatezza documentaria. Il secondo contesto è una fossa di scarico, dove finirono tavolette ormai inutilizzabili insieme ad altri rifiuti. Un’annotazione rispetto alle tavolette del pozzo. E’ assai probabile che esse siano state rotte e gettate nel pozzo durante l’estate quando nel palazzo i bracieri non erano accesi. I messaggi contenuti nelle tavolette di Tongeren sono rivelatori. Vi compaiono contratti, riferimenti a atti legali, menzioni di sigilli rimossi, ma anche testi di carattere amministrativo e scolastico. Una delle tavolette meglio conservate (cat. n. 1) presenta due fasi di scrittura: un testo più antico che menziona i littori, le guardie e assistenti cerimoniali dei magistrati, e uno più recente legato a un atto giuridico. Un altro frammento (cat. n. 32) cita soldati della flotta del Reno, congedati con onore, i classici, testimoniando l’insediamento di veterani nella città. Particolarmente significativa è la presenza di un decemviro, magistrato di alto rango, che attesta l’esistenza a Tongeren di strutture amministrative complesse e pienamente romane. L’onomastica restituita dai testi rivela una popolazione multiculturale, in cui nomi di origine celtica, romana e germanica convivono, riflettendo la realtà fluida delle province settentrionali tra II e III secolo d.C. Tra le scritte, anche la predisposizione di un’epigrafe per il futuro imperatore Per comprendere il senso profondo di queste tavolette occorre inquadrarle nella storia di Atuatuca Tungrorum. Il sito nasce come centro dei Tungri, popolazione menzionata già da Cesare, e viene riorganizzato dai Romani dopo la conquista della Gallia Belgica. Atuatuca diventa un capoluogo civico, dotato di foro, edifici pubblici, infrastrutture e di una rete amministrativa stabile. La città prospera per secoli, fino alla crisi del V secolo e alla probabile distruzione ad opera degli Unni nel 451. Le tavolette appartengono al momento di massima integrazione della città nel sistema imperiale, quando Roma era lontana nello spazio ma vicinissima nelle pratiche quotidiane. Il lavoro di Scholz e Blänsdorf, condotto anche con tecniche avanzate come la Reflectance Transformation Imaging (RTI), dimostra quanto la scrittura romana fosse capillare e quanto la burocrazia, spesso percepita come astratta, fosse invece incisa fisicamente nella materia più fragile. In quei solchi quasi invisibili, impressi per essere cancellati e poi distrutti, si conserva oggi una delle testimonianze più autentiche della vita amministrativa di una città di confine. https://www.stilearte.it/tavolette-romane-pozzo-belgio-significato-scoperto/ L'articolo trae spunto da un interessante testo The Writing Tablets of Roman Tongeren (Belgium), reperibile gratis online : https://www.brepolsonline.net/content/books/10.1484/M.STIA-EB.5.144107
  16. Bolio

    Tallero Italicum 1918

    Allego un dettaglio per esplicare meglio la mia perplessità sulla moneta. La parziale mancanza di perlinatura nella corona è dovuta ad un conio "stanco" come penserei o ad un usura localizzata...altro? Ho già visto ricorrente tale situazione e,per questo chiedo il vostro parere.
  17. Albser

    Raccolta di rebus attinenti alla Numismatica

  18. Albser

    Raccolta di rebus attinenti alla Numismatica

    Oro rapinato or ora Pi nato Buongiorno Apollonia
  19. ARES III

    A Fano ritrovata la Basilica di Vitruvio ?

    Qualche tempo fa si era già parlato in parte qui
  20. ARES III

    A Fano ritrovata la Basilica di Vitruvio ?

    A Fano ritrovata la Basilica di Vitruvio: “scoperta d'importanza straordinaria” A Fano, dagli scavi di piazza Andrea Costa, emerge la Basilica di Vitruvio, l’edificio descritto nel De Architectura che si cercava da mezzo millennio: una scoperta che riscrive la storia dell’archeologia e restituisce a Fano un ruolo centrale nella cultura architettonica occidentale. Importanti notizie giungono fa Fano dove alcuni resti archeologici rinvenuti in città, durante i lavori di riqualificazione di piazza Andrea Costa, sono stati identificati come i resti della Basilica di Vitruvio. L’annuncio ufficiale è stato dato nel corso di una conferenza stampa ospitata stamani alla Mediateca Montanari, alla presenza del Presidente della Regione Marche Francesco Acquaroli, del Sindaco di Fano Luca Serfilippi, del Soprintendente Andrea Pessina, e con il Ministro della Cultura Alessandro Giuli intervenuto in collegamento. Dopo oltre mezzo millennio di infruttuose ricerche condotte da studiosi di ogni epoca, il lavoro congiunto tra l’amministrazione comunale, la Soprintendenza e le università del territorio ha così permesso di coronare un sogno che affonda le radici nel Rinascimento. Marco Vitruvio Pollione, figura leggendaria al servizio di Cesare e autore del celebre trattato De Architectura, aveva descritto minuziosamente nel quinto libro della sua opera la costruzione di un edificio pubblico a Fano, una struttura che oggi riemerge dalla terra per confermare la veridicità delle fonti letterarie. Si tratta, peraltro, dell’unico edificio che Vitruvio afferma di aver “curato”, e gli attribuiva summam dignitatem et venustatem, ovvero “somma dignità e bellezza”. Stando alle sue indicazioni, la basilica si affacciava sul centro del Foro ed era in asse col Tempio di Giove che si trovava sull’altro lato dell’antica piazza centrale della Fanum romana. Se fino a pochi giorni fa l’esistenza materiale della basilica era oggetto di accesi dibattiti tra i sostenitori dell’ipercritica e i ricercatori più fiduciosi, oggi il dato di contesto materiale dovrebbe mettere fine a ogni incertezza. La città di Fano, già nota come centro di rilievo in epoca augustea, vede ora mutare radicalmente la propria proiezione internazionale, arricchendo in modo inequivocabile il patrimonio architettonico dell’intera nazione. La scoperta della Basilica di Vitruvio. Foto: Loretta Manocchi La scoperta della Basilica di Vitruvio. Foto: Loretta Manocchi L’identificazione del sito è avvenuta, come anticipato, durante alcuni interventi di archeologia preventiva legati a un progetto del PNRR per la riqualificazione e la ripavimentazione di Piazza Andrea Costa. La precisione con cui i resti rinvenuti coincidono con le descrizioni vitruviane ha lasciato attoniti gli esperti. Vitruvio aveva infatti descritto un edificio a pianta rettangolare con una disposizione specifica delle colonne: otto sul lato lungo e quattro sul lato corto, con l’omissione di due colonne nel punto di affaccio sul foro. I rilievi condotti sul campo hanno mostrato una corrispondenza molto precisa con questi dati, e hanno confermato le proporzioni gigantesche dell’opera, che prevedeva colonne dal diametro di circa un metro e mezzo e un’altezza complessiva che sfiorava i quindici metri. Il momento cruciale della ricerca è stato segnato da quella che gli archeologi hanno definito la prova del nove. Attraverso un sondaggio mirato in Piazza degli Avveduti, effettuato seguendo le proiezioni planimetriche dedotte dal trattato, è stata rinvenuta la quinta colonna angolare esattamente dove previsto. Questo elemento, dotato di pilastri su due lati per sostenere il piano superiore, ha fornito la conferma definitiva dell’impianto architettonico. Oltre alle basi delle colonne, gli scavi hanno portato alla luce un muro perimetrale di età romana ancora provvisto di intonaco e i livelli di preparazione dello strato pavimentale, sebbene la pavimentazione originale sia andata perduta a causa delle trasformazioni urbane avvenute nei secoli successivi, come la costruzione di edifici medievali e moderni. La portata culturale di questo ritrovamento supera i confini dell’archeologia. Vitruvio infatti non fu solo un tecnico, ma l’autore che canonizzò il pitagorismo in architettura, trasferendo i rapporti numerici e l’armonia musicale nelle forme spaziali. Il suo lavoro è stato il ponte che ha permesso a geni come Leonardo da Vinci di concepire l’Uomo Vitruviano, simbolo della divina proporzione e dell’equilibrio tra uomo e cosmo. Ritrovare oggi la basilica significa trovare la manifestazione plastica di quel pensiero, trasformando i cittadini di Fano in testimoni viventi di un’eredità che appartiene al mondo intero. Il sottosuolo di Fano sta comunque restituendo anche altro: scavi recenti suggeriscono infatti l’esistenza di un complesso monumentale molto più vasto. Dietro la struttura vitruviana è stata ipotizzata la presenza di un macellum, un antico mercato coperto per la vendita di carne e pesce, caratterizzato da una tipica corte interna. Ulteriori indagini condotte nel 2024 hanno rivelato tracce di un possibile edificio termale decorato con marmi policromi, mentre in via Vitruvio sono emersi resti di uffici pubblici di grande pregio. La collocazione certa della basilica permette ora di rileggere l’intero assetto urbano della Fano romana, suggerendo che le imponenti strutture in cementizio situate sotto la chiesa di Sant’Agostino appartengano in realtà al Tempio di Giove, che Vitruvio indicava essere in asse con la sua opera. La scoperta della Basilica di Vitruvio. Foto: Giuseppe Costa La scoperta della Basilica di Vitruvio. Foto: Giuseppe Costa Nonostante l’entusiasmo, le sfide che si prospettano per il futuro sono molteplici e complesse. La gestione di un sito di tale importanza richiede un impegno istituzionale coordinato e risorse finanziarie ingenti. La Soprintendenza ha evidenziato come la priorità immediata sia la tutela dei resti, poiché i materiali rinvenuti, in particolare le preparazioni in calce, rischiano di deteriorarsi rapidamente se esposti agli agenti atmosferici senza le adeguate protezioni. Sarà necessario istituire un tavolo tecnico per valutare come proseguire le ricerche senza compromettere eccessivamente la vita quotidiana della città e le attività commerciali che si affacciano sulle piazze interessate dai lavori. L’aspetto finanziario rimane il nodo centrale per la prosecuzione delle attività. L’amministrazione comunale ha stimato la necessità di almeno un milione di euro per garantire la continuità degli scavi e la successiva valorizzazione del sito. Il Ministero della Cultura ha già manifestato la propria vicinanza, riconoscendo la caratura assoluta del dato scientifico e la necessità di un sostegno che permetta di trasformare questo cantiere in un centro di ricerca di livello internazionale. L’obiettivo è quello di armonizzare i finanziamenti legati al PNRR con nuove risorse dedicate esclusivamente alla tutela archeologica, cercando soluzioni che permettano di rendere fruibile il patrimonio senza bloccare lo sviluppo urbano. L’impatto economico e turistico della scoperta è già al centro delle riflessioni della Regione Marche. Si parla già di una possibile candidatura di Fano come sito UNESCO, un riconoscimento che consacrerebbe definitivamente la centralità della città nella storia della cultura mondiale. La scoperta non solo riscrive la storia locale, ma impone un nuovo paradigma nella valorizzazione dei beni culturali, dove la ricerca scientifica e la conservazione diventano motori di crescita civile e consapevolezza identitaria. Il cammino è appena iniziato e richiederà anni di approfondimenti per completare il quadro di questa monumentale riscoperta. La comunità scientifica è pronta adesso ad analizzare i risultati del lavoro degli archeologi, mentre le istituzioni locali si preparano ad accogliere una responsabilità che travalica il presente. La scoperta della Basilica di Vitruvio. Foto: Ministero della Cultura Dichiarazioni “A Fano oggi è stata ritrovata una tessera fondamentale del mosaico che custodisce l’identità più profonda del nostro Paese”, ha dichiarato il ministro della cultura Alessandro Giuli. “La storia dell’archeologia e della ricerca, con gli attuali strumenti a disposizione, viene divisa in un prima e un dopo: prima della scoperta e dopo la scoperta della Basilica di Vitruvio. I libri di storia, e non solo le cronache giornalistiche, storicizzeranno questa giornata e tutto ciò che nei prossimi anni verrà studiato e scritto attorno a questa scoperta eccezionale. Il valore scientifico è di caratura assoluta, gli elementi rinvenuti dimostrano in modo plastico che Fano è stata ed è il cuore della più antica sapienza architettonica della civiltà occidentale, dall’antichità fino a oggi”. “La straordinaria scoperta che oggi presentiamo rappresenta qualcosa di davvero unico”, ha affermato il presidente della Regione, Francesco Acquaroli. “Cambia la percezione della città di Fano, della nostra regione e, più in generale, del patrimonio culturale e architettonico italiano. È il risultato di decenni di lavoro, di studi e ricerche approfondite e di scelte che hanno permesso di arrivare fino a qui. Arricchisce enormemente il patrimonio che già conoscevamo e, da oggi, vive sotto una luce diversa. In un certo senso, riscrive anche parte della storia di Fano. Dovremo essere bravi, tutti insieme, a trasformare questa scoperta in un motore di sviluppo per la città e per l’intera Regione Marche. Noi ci siamo, e c’è piena consapevolezza del valore che questo patrimonio può portare, non solo dal punto di vista economico, ma soprattutto turistico e culturale. Il coinvolgimento del Ministero e del Governo sarà fondamentale per accompagnare questo percorso e ringrazio il Ministro Alessandro Giuli per aver condiviso questa straordinaria soddisfazione. Questa non è soltanto una grande scoperta archeologica, racconta lo straordinario passato della nostra terra e guarda al futuro solidificando il ruolo delle Marche nelle dinamiche culturali internazionali”. Per il sindaco di Fano, Luca Serfilippi, “si tratta di un evento straordinario per la città di Fano. La scoperta della Basilica vitruviana nel cuore del nostro centro urbano restituisce alla comunità un frammento di identità storica e culturale di valore universale. Dopo secoli di attese e studi, ciò che per lungo tempo è stato tramandato solo attraverso la parola scritta si è trasformato in una realtà concreta, tangibile e condivisibile”. “Le scoperte di oggi, con l’identificazione certa della posizione della Basilica Vitruviana, sono di un’importanza straordinaria”, conclude Andrea Pessina, alla guida della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Ancona e Pesaro-Urbino. “Non solo per la storia degli studi e per la comunità scientifica, ma anche perché aprono nuove e concrete prospettive sul patrimonio archeologico della città di Fano. Un patrimonio considerevole, che da tempo attende di essere indagato e valorizzato. E oggi, finalmente, abbiamo una chiave di lettura decisiva anche per interpretare evidenze note da anni, come l’edificio sotto Sant’Agostino, e per mettere in relazione in modo più chiaro tracce, strutture e testimonianze del nostro passato. È l’inizio di una nuova stagione di ricerca: più consapevole, più precisa, più ambiziosa. E Fano, da oggi, ha uno strumento in più per raccontare al mondo la propria storia”. https://www.finestresullarte.info/archeologia/fano-ritrovata-basilica-vitruvio-scoperta-straordinaria
  21. Al rovescio pare ci sia una vittoria alta che procede verso sinistra. Mentre l'effigie del diritto mi ricorda i ritratti della ritrattistica della dinastia costantiniana. Sinceramente faccio fatica a leggere qualcosa ma i pochi caratteri che si vedono potrebbero farci pensare ad un'emissione barbarica.
  22. apollonia

    Raccolta di rebus attinenti alla Numismatica

    apollonia
  23. apollonia

    Raccolta di rebus attinenti alla Numismatica

    Altro rebus con monete in evidenza apollonia
  24. Ieri
  25. apollonia

    Raccolta di rebus attinenti alla Numismatica

    Fu monella cappa = Fumo nella cappa Buonanotte, apollonia
  26. apollonia

    Le monete più attraenti di Alessandro Magno

    https://www.numisbids.com/sale/10129/lot/398 Lot 398. Estimate: 6000 USD. Realized: 12 000 USD PTOLEMAIC KINGS of EGYPT. Ptolemy I Soter. 305/4-282 BC. AV Trichryson – 'Pentadrachm' (24mm, 17.78 g, 12h). Uncertain mint 10, on Cyprus (Salamis or Kition). Struck circa 294-282 BC. Diademed head right, wearing aegis around neck, small Δ behind ear / BAΣIΛEΩΣ ΠTOΛEMAIOY, eagle, with closed wings, standing left on thunderbolt; to left, ΣT above KI. CPE 238; Svoronos Addenda 365a; SNG Copenhagen –; Westmoreland 48 (this coin). Lustrous, minor marks, edge marks. Good VF. Very rare, only one in CoinArchives. From the Westmoreland Collection, purchased from Noble Numismatics, 12 February 2003. Ex Monetarium 61 (Spring 1994), no. 98; Lanz 50 (27 November 1989), lot 478. apollonia
  27. apollonia

    Bronzi provinciali romani e mitologia greca

    Zeus Numismatics, Auction 3, 11 Jan 2020, lot 277 Lot 277. Starting price: 20 GBP, Price realized: 95 GBP. MOESIA INFERIOR.Istrus. Uncertain. Crispina (Augusta) .( 178-182 AD ).AE Bronze.ΚΡΙϹΠΙΝΑ ϹΕΒΑϹΤΗ.draped bust of Crispina right / ϹΤΡΙΗΝΩΝ. Dionysus standing, l., holding cantharus over panther and long thyrsus.RPC IV.1, 7791 (temporary). Condition: Very Fine. Weight: 7.8 gr. Diameter: 21 mm. Iscrizione Crispina Augusta al dritto, e degli Istriani al rovescio, dove è raffigurato Dioniso in piedi, con in mano il cantaro sopra una pantera e un lungo tirso. Iconografia molto comune di Dioniso (o Bacco), il dio del vino e dell'estasi, spesso accompagnato da una pantera, un animale a lui sacro, e con in mano un tirso, un bastone rituale con pigna, edera e pampini, simbolo di fertilità e rigenerazione, e il cantaro, una coppa per il vino che simboleggia il suo dominio sul vino e l'estasi. apollonia
  28. david7

    10 centesimi 1911

    Molto bella, direi che siamo in alta conservazione .
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