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Elenco dei contenuti che hanno ricevuto i maggiori apprezzamenti il 08/20/25 in Risposte

  1. Interessante. In effetti non esistono propriamente doppie da 17 Paoli. Vorrei ricordare che il termine "Doppia" nella sua accezione originaria significava "2 Scudi d'Oro" (quelli cosiddetti "delle 7 stampe", perché possedevano originariamente le stesse caratteristiche metrologiche nei sette principali stati europei - Stato Pontificio, Spagna, Francia, Napoli, Firenze, Venezia e Genova). Nel 1709 Clemente XI portò il valore dello Scudo d'oro (= mezza doppia) a 16.5 Paoli (alla sua introduzione, nel 1530, ne valeva 10, ma si rivalutò progressivamente). Clemente XII con chirografo del 12 settembre 1733 attuò una riforma monetaria che, tra gli altri provvedimenti, ridusse il peso dello Scudo d'Oro (SO) a 3.082 g (al taglio di 110/libbra) pur mantenendo il valore di 16.5 Paoli (o Giuli). Poi, dopo le coniazioni dello SO negli anni 1734 - 1738, questa moneta non fu più battuta, soppiantata nella sua funzione dallo Zecchino. Con la riforma monetaria di Pio VI furono reintrodotte la Doppia e la mezza Doppia romana (al peso, rispettivamente, di 5.469 e 2.734 g). Il 6 maggio 1786 un editto del Camerlengato portò il valore nominale della Doppia da Scudi 3 a Scudi 3.13 (cioè da Paoli 30 a Paoli 31:3); nel contempo prescrisse che entro 8 mesi tutte le monete d’oro circolanti antecedenti il 1757 fossero portate in zecca per il concambio con moneta di nuovo conio; dopo tale periodo non avrebbero avuto più valore legale ma sarebbero state ricevute al costo della pasta d’oro in esse contenuta. Nel dicembre di quell’anno il prezzo della Doppia fu ulteriormente incrementato a Scudi 3.15 ed il termine del concambio prorogato di 2 mesi e di ulteriori 2 mesi in un bando del marzo successivo (Bollettino di Numismatica on line Materiali n. 76-2019 p.5). Ora se dividiamo per 15 il peso della "mezza Doppia" e moltiplichiamo il risultato per 17 otteniamo 3,098 g, cioè circa il peso della mezza Doppia di Clemente XII dopo la riforma monetaria da lui promossa. E si tratta anche del valore in grammi del peso monetale oggetto della discussione. Posto il 1786 come data "ante quem" (con l'incremento di valore della Doppia non comparve più in essa l'indicazione di "30 P" e nella mezza Doppia quella di "15 P" che risultavano inesatte, ed immagino neppure nei pesi monetali; inoltre il ritiro delle monete pre-1757 avrebbe reso inutili quel tipo di pesi) potrebbe pertanto trattarsi di un peso prodotto e utilizzato nella prima metà del pontificato di Pio VI per valutare il peso del vecchio SO di Clemente XII (= mezza Doppia) che valeva ora 17 Paoli. Non può essere tuttavia escluso che il 17 P approssimi il valore di 16.5 P dello scudo antecedentemente a tale periodo e sia stato utilizzato dunque tra il 1734 e il 1786. Non sono in grado di riconoscere lo stemma: sembrerebbe scorgersi un leone rampante in basso, il che potrebbe richiamare Bologna, ma la definizione della foto è troppo bassa e l'esemplare consunto ...
    6 punti
  2. Gentilissimi amici del Forum, oggi vorrei presentarvi questa monetina da 8 soldi del Ducato di Mantova e del Monferrato, battuta a nome.di Ferdinando I Gonzaga tra il 1612 ed il 1626. Cosa ne pensate? Secondo voi per quale motivo l'usura è tutta al centro del tondello? Potrebbe trattarsi di un conio stanco più che di usura? Grazie mille a chi vorrà intervenire.
    4 punti
  3. Sperando di essere nella sezione giusta... Buon pomeriggio a tutti! Quest’oggi vorrei presentarvi una moneta che ormai da qualche tempo è presente nella mia collezione: si tratta di un 3 Kreutzer del 1812 coniato per l’Impero Austriaco durante il regno di Francesco I d’Asburgo-Lorena all’interno della zecca slovacca di Kremntiz (B). Per parlare di questo interessante pezzo è opportuno fare piccola introduzione storica che ci porta indietro di qualche anno rispetto alla data coniata sulla moneta… Nel 1804, mentre a Parigi Napoleone Bonaparte si auto-proclama Imperatore dei Francesi, il Kaiser Francesco II d’Asburgo-Lorena, temendo che le truppe francesi in avanzata sul suolo europeo riuscissero a sbaragliare l’esercito Imperiale ponendo fine all’egemonia asburgica sul Sacro Romano Impero, si nomina erede al trono dell’Impero Austriaco, una nuova entità statale da lui creata accorpando i vari possedimenti legati alla sua figura di capo della Casata d’Asburgo-Lorena (Arciducato d’Austria, Regno d’Ungheria, Boemia, Croazia…) per preservare i suoi titoli e la sua dignità di Imperatore, rimanendo, in caso di caduta del Sacro Romano Impero, un omologo del suo avversario francese. Giunta a Vienna la notizia di una possibile incoronazione di Napoleone I a Sacro Romano Imperatore come effetto della Pace di Presburgo, il 6 Agosto 1806 Francesco II riesce a mettere in atto il suo piano facendo ufficialmente crollare l’antica istituzione del Sacro Romano Impero con la sua abdicazione che, liberando da ogni vincolo gli Stati dipendenti dalla sua persona e destituendo tutti i Principi Elettori dalle loro cariche, rendeva del tutto impossibile, in seguito alla sua rinuncia, eleggere un nuovo Imperatore dei Romani. Come predisposto dall’Imperatore ai sensi del Decreto Imperiale del 1804, dalle ceneri dell’Impero di Carlo Magno nasce il nuovo Impero Austriaco, da lui guidato con il nome e la titolatura di Francesco I Per Grazia di Dio Imperatore d’Austria, Re di Ungheria, Boemia, Croazia e Slavonia ecc… (molto spesso Francesco I d’Asburgo-Lorena Imperatore d’Austria viene scambiato per il nonno Francesco I di Lorena Sacro Romano Imperatore che, per essere più chiari, può essere correttamente indicato come Francesco I Stefano di Lorena….piccola divagazione 😄) Tornando alla moneta… il pezzo che oggi vi presento, testimonia questo tumultuoso periodo storico durante il quale, messi da parte i vecchi conii dei 3 Kreuzer del Sacro Romano Impero, le zecche del neonato Impero Austriaco si trovano a dover battere questa nuova serie con il nome e l’effigie di Francesco I (non più II). Una delle cose che più risaltano in questo pezzo per chi ha spesso tra le mani conii asburgici è la totale scomparsa del latino che, da sempre usato nelle titolature imperiali, lascia lo spazio alla lingua tedesca (molto probabilmente un’azione atta ad “avvicinare” la figura del sovrano al popolo...anche se i più poveri, nonostante il solido sistema d'istruzione asburgico, non sapevano leggere nessuna di queste due lingue) facendo così mutare la legenda in FRANZ KAI V OES KÖ Z HU BÖ GAL U LO ossia Franz Kaiser von Österreich, König zur Böhmen, Galizien, Ungarn, Lodomerien. Inoltre, è presente la dicitura SCHEIDEMÜNZE DER WIENER WAEHRUNG, ossia “Moneta divisionale (o spicciola) della valuta viennese” Come potete ben vedere la moneta in mio possesso è stata forata: personalmente mi piace immaginare che questo tondello, seppur di modulo non proprio piccolo (diametro 33 mm, peso circa 8,75 g) sia stata portato, magari al collo, da qualche cittadino austriaco molto legato al suo Imperatore e alla sua Patria durante il tumultuoso periodo delle Guerre Napoleoniche… Dal mio punto di vista, ritengo che i 3 Kreutzer di questa serie siano veramente delle monete “riuscite” poiché sono molto belle e piacevoli da osservare e studiare sia dal punto di vista prettamente numismatico che dal punto di vista storico. Forse mi sono dilungato un po' troppo ma quando si parla di Storia mi piace essere esaustivo 😄.
    4 punti
  4. Buonasera...giusto per risollevare questa "discussione/carrellata" di monete napoletane...vi propongo questa...patina marrone-blu bella antica...qualche traccia di malachite, ma un 3 grana con un bel pò di dignità. Dignità nonostante le debolezze e le fratture di conio...ma trattasi di moneta rara, e mio avviso tutto sommato ben conservata. Parlavo con alcuni amici, di come provvederò a metterla in bagno con olio di vaselina puro e cercherò di togliere quelle intrusioni di malachite...per il resto un 3 grana ◇rombo...in questo caso spostato verso l'alto, rami senza bacche, punto di compasso bello evidente e come dicevo fratture di conio che a memoria ho visto solo su un altro esemplare esitato da Ranieri, molto più bello di questo ma con il secondo 1 di 1810 rotto come questo... a memoria ricordo solo questi due ... già il rombetto dopo GRANA nei cataloghi la fa r2...ma da collezionista scrivo che sono più comuni i rombi allineati con GRANA e quelli posti dopo date con le cifre cicciotte... a voi la moneta... leggerò e guarderò volentieri foto di altri esemplari uguali p.s. la posterò anche nella mia discussione "maniacale" ...noche
    4 punti
  5. Carissimi, in queste calme (e calde!) giornate agostane sono felice di condividere per la prima volta con voi un acquisto di diversi mesi fa, che mi ha spinto a fare un approfondimento sul tesoro "della centrale a gas" di Limoges scoperto nel 1926. Sul forum ho notato diverse discussioni volte a raccogliere informazioni sul tesoro in oggetto (ad es. qui IL TESORETTO DI LIMOGES). Spero queste mie righe possano essere utili per tutta l'utenza. La moneta La moneta, acquistata in "retail" presso la francese CGB (Comptoir Général de la Bourse), è un comunissimo denario di Settimio Severo (RIC 150) dal peso di 3.28 gr e dal diametro di 19.5 mm. Al diritto, un ritratto dell'imperatore ancora gradevole, con legenda SEVERUS AUG PART MAX. Al rovescio, la Vittoria alata che sorvola uno scudo posto su un cippo, e la legenda PM TR P VIII COS III PP. Di seguito una foto (credits Cgb.fr). La moneta era messa in vendita insieme a un cartellino identificativo da collezione, di cui vi posto le foto qui di seguito, con catalogazione di Occo (rif. p. 274 linea 8). Era la prima volta che acquistavo una moneta con "pedigree" e, intrigato da questo fatto, mi sono subito messo a cercare notizie sul tesoro. Tuttavia, come altri prima di me, inizialmente non sono riuscito a trovare informazioni rilevanti e di "prima mano". Poi un giorno, consultando il sito "Coin hoards of the Roman Empire" (https://chre.ashmus.ox.ac.uk/reference/1155), mi è apparso il nome di un tale Henri HUGON, che avrebbe scritto un articolo a riguardo nella rivista "BSAHL" del 1927. Facendo ricerche su tale Hugon, mi sono imbattuto nella Société Archéologique et Historique du Limousin (SAHL), di cui tale Hugon faceva parte. Ho finalmente compreso che la B di BSAHL stava per "Bollettino", e sono riuscito a trovare sul sito della Biblioteca Nazionale di Francia, il "Bulletin de la Société" del 1927, in cui figura lo studio di Henri Hugon, che fu incaricato insieme ai Sig.ri Delage e Martinaud di realizzare l'analisi del tesoro. Il Bollettino del 1927 è leggibile e scaricabile al seguente link (https://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k6552329x/f66.item). Lo studio sul tesoro va da p. 60 a p. 71. Il tesoretto "della centrale del gas" di Limoges (1926). Di seguito una mia sintesi dello studio realizzato dal Sig. Henry Hugon, pubblicato nel 1927. Il tesoro è stato scoperto il 7 maggio 1926 à Limoges, presso i terreni appartenenti alla Società anonima del gas e dell'elettricità di Lione, proprietaria anche della centrale a gas di Limoges. Durante dei lavori edili, gli operai della Società urtano una giara di tipo "dolium" alta 40 cm, che si rompe e rivela il suo contenuto ossidato. Compreso il contenuto, gli operai presenti (non sappiamo quanti) si riempiono le tasche di denari e disperdono dunque una parte del tesoro (ancora oggi si ignora il numero totale delle monete disperse in quei primi momenti). Alcune monete verranno in seguito recuperate dalla Società in cambio del pagamento di una somma in denaro per il ritrovamento. La cosa interessante è che, per calcolare il peso dell'argento contenuto nei denari (e quantificare l'indennizzo), la Società farà analizzare il metallo contenuto in alcuni denari presi a campione. Questo il risultato: Denario Settimio Severo: AR 48.7% Denario Julia Domna: AR 48.8% Denario Caracalla: AR 47.3% Denario Geta: AR 45.1% Denario Alessandro Severo: AR 37.8% Denario Julia Mamea: AR 36.7% Raccolto l'insieme, la Società incarica la SAHL di realizzare un inventario dettagliato della scoperta. Purtroppo, l'articolo pubblicato nel bollettino non fornisce nel dettaglio le tipologie dei denari trovati, ma soltanto un riassunto del numero di monete e tipologie per imperatore. In totale sono state trovate 6.393 monete, tutti denari d'argento tranne quattro antoniani, che vanno da Antonino Pio a Postumo. I tre personaggi più presenti sono Caracalla (2.126 denari, 16 tipologie di diritto e 72 di rovescio), Settimio Severo (1.453 denari, 6 tipologie di diritto e 55 di rovescio) e Julia Domna (1.031 denari, 5 tipologie di diritto e 28 di rovescio). Ad eccezione di Annia Faustina, è presente tutta la dinastia severiana. Di seguito la tabella riassuntiva. Hugon nell'articolo precisa di aver realizzato un inventario più dettagliato per l'insieme delle tipologie, consegnato alla Società del gas e in duplice 2copia alla SAHL, di cui tuttvia non sono riuscito a trovare traccia in internet. In compenso, Hugon descrive in maniera narrativa alcuni dei pezzi più rari trovati nella giara: alcune monete di Pertinace, Clodio Albino, ma sopratutto un denario "ibrido" (mule?) mai recensito, con al diritto il busto di Settimio Severo e al rovescio il busto e i titoli di Caracalla infante. Data la presenza dei quattro antoniani (1 di Treboniano Gallo, due di Valeriano e uno di Postumo), Hugon ipotizza l'esistenza di almeno un'altra giara andata perduta, contenente le monete più contemporanee di chi ha nascosto il tesoro. Infatti, i lavori di scavo hanno permesso di stabilire che la giara era stata posta in un ampio spazio scavato in una parete di tufo. Un crollo parziale di questa cavità avrebbe permesso a questa giara di denari di non essere vista e quindi di rimanere dov'era. Realizzato lo studio, Hugon accenna che una parte del tesoro fu donata dalla Società a diversi musei d'oltralpe, senza però dare maggiori dettagli. Incrociando queste informazioni con quelle riportate nel seguente articolo del "Corpus des Trésors Monétaires Antiques de la France", p. 76, (https://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bd6t5370037z.image) possiamo avere un'idea più dettagliata del numero di monete donate: 324 monete al Museo municipale di Limoges, altrettante al Museo nazionale delle Antichità di Lione e al Museo delle antichità di Parigi. 16 al piccolo Museo di Gueret e 15 alla "Società degli Antiquari di Poitiers". In totale, circa un migliaio di monete furono donate al "pubblico", le restanti sono rimaste alla Società negli uffici centrali di Lione e nella Centrale a gas di Limoges. Non sono riuscito a trovare maggiori informazioni sulle tipologie dei pezzi donati ai musei. Inoltre, non ho trovato notizie sul destino che gli abbia fatto fare la Società del gas: le ha vendute in asta? Le ha distribuite agli azionisti? Sono state tenute dall'Amministratore delegato o dal Direttore della centrale di Limoges come "bonus"? L'insieme di queste ipotesi? Secondo Hugon, la scoperta del tesoro di Limoges ha posto le basi per ridisegnare la storia della regione. Fino a quel momento infatti, nella regione dell'antica Augustoritum (Limoges) non erano stati ritrovati tesori importanti, e questo aveva spinto numerosi studiosi a ipotizzare un declino della città per cause naturali. Hugon nel suo studio ipotizza invece come il tesoro della centrale a gas sia da inquadrare negli anni turbolenti dell'ascesa di Postumo (di cui è stata trovata una singola moneta nel ripostiglio) e della nascita "dell'impero delle Gallie". Due parole vorrei spenderle sul numismatico Henri Hugon, classico erudito di fine Ottocento, che fu chiamato a gestire la classificazione del tesoretto. Alto funzionario pubblico francese, diventa Direttore Generale dell'Agricoltura in Tunisia, all'epoca protettorato francese. In Tunisia, scrive il primo trattato di numismatica del Paese, "Numismatique Beylicale", che diventerà la referenza per le monete dei Bey di Tunisi. In pensione, va a vivere nel limosino dove si dedica interamente alle attività storico-archeologiche della SAHL, di cui diventerà presidente. Mi sembrava giusto rendergli omaggio. I "passaggi" della moneta e l'etichetta da collezione Un altro fatto curioso ma importante riguarda i vari passaggi che la moneta ha effettuato. CGB nel pedigree aveva inserito unicamente la provenienza dal tesoretto di Limoges. Tuttavia, sono riuscito a individuare almeno due altri passaggi: nel 2017, è stata messa all'asta dal sito "La galerie des monnaies .fr" che ha gestito la vendita di un ampio lotto di monete romane per conto della casa d'aste Prado Falques di Marsiglia (Monnaies Romaines LES SÉVÈRES (193-235 après J.-C.). Insieme alla mia moneta, altri 50 pregevoli pezzi provenienti dallo stesso tesoro. La cosa interessante, tuttavia, è che tra queste 51 monete figura anche il denario con al diritto il busto di Settimio Severo e al rovescio il busto di Caracalla infante, considerato un ibrido unico, descritto nello studio di Hugon (vedi sopra) come il pezzo più raro trovato nella giara. Con ragionevole certezza, pensavo poter affermare che questo lotto di monete, (tra cui anche la mia), facesse parte di quelle catagolate da Hugon nel 1926, poi "tenute" dalla Società del gas di Limoges e quindi disperse chissà come. Poi però ho notato che tra le monete esitate, figura un denario di Gordiano Africano, non recensito dallo studio di Hugon: che fosse una delle monete intascate dagli operai e acquistate dal collezionista? Che ci sia stato un errore in sede di inventario da parte di Hugon? Nel frattempo, ho scritto una email al sito "La galerie des monnaies", chiedendo se potessero rivelare maggiori dettagli sulla provenienza del lotto di monete in questione. Vi farò sapere se dovessero mai rispondermi (tentar non nuoce). Alcune delle monete vendute nel dicembre 2017 sono riapparse nel 2018 da CGB, tra cui il denario ibrido/mule con i busti di Settimio Severo e Caracalla, che ha rivenduto nella Live auction del 5 giugno 2018. Nel 2024, la mia moneta insieme ad altre 8 (sempre tutte precedentemente passate da Prado Falques/La galerie des monnaies) è poi riapparsa tale e quale nell'E-Auction 8 di MDC del 9 marzo 2024. CGB ha nuovamente fatto incetta e le ha acquistate tutte e messe in boutique. Cercando in rete, sono riuscito a trovare un'altra etichetta di una moneta proveniente dalla stessa collezione esitata da Prado Falques e poi da MDC (Finally: a type I've wanted for years! - Roman Empire - Numis Forums), e un'altra etichetta del 1914 che potrebbe essere dello stesso collezionista, proprio su questo forum (https://www.lamoneta.it/topic/169001-aureliano-comune-ma-con-pedigree/#comment-2120863), che però non ho ritrovato sul catalogo online "La galerie des monnaies" del 6 dicembre 2017. Considerazioni personali finali Mi sono divertito molto a fare queste richerche. Questo è stato uno dei primi acquisti e mi ha spinto ad approfondire tanti aspetti non prettamente "numismatici" che però mi hanno ugualmente entusiasmato. Credo di aver pagato un po' troppo (200 EUR), soprattutto considerata la tipologia e qualità di conservazione della moneta. Cercando i vari "passaggi" del pezzo ho infatti notato come solamente nel marzo 2024, nell'asta MDC, il prezzo di aggiudicazione fu di soli 50 EUR. Forse i prezzi MDC erano un po' bassi, ma quello che ho pagato trovo sia un tantino alto. In compenso, la moneta mi piace molto e ha una storia particolare da raccontare (oltre alla storia initrinseca della sua coniazione). Spero questo mio (lungo) intervento vi abbia entusiasmato quanto ha entusiasmato me scriverlo. Rimango ovviamente in attesa di commenti, info aggiuntive, considerazioni o critiche. Grazie mille per l'attenzione e un caro saluto a tutti. K
    3 punti
  6. Buonasera...finalmente ho messo in collezione uno di questi tondelli. In mano una goduria...credo sia in assoluto la moneta in Rame più pesante non solo tra le siciliane ma proprio tra tutte le monete coniate negli stati preunitari...questa pesa 32,74 grammi e anche lo spessore sbalordisce. Monete, tutte quelle di questa tipologia, dal piccolo grano al maggiore da 10, veramente molto rare da trovare in conservazione bb, estremamente rare in spl e praticamente introvabili in fdc! La mia non è in conservazione eccezionale si ferma al qbb e ha la pecca di quella debolezza al centro del rovescio...per il resto datemi anche voi un parere? Non è il millesimo più raro...più rari in questa serie sono i primi due 1801 e 1802 ma moneta cmq rara e di gran fascino anche per la sua "veracità" è quasi rozza...interessante il taglio che come scrivevo si presenta di gran spessore, ma di cui non saprei bene definire il disegno...nei manuali si parla di foglie? A voi la moneta Il taglio non me lo carica!!! È troppo spesso pure per il forum🥲!! 😛
    3 punti
  7. Buongiorno. Condivido il mio ultimo acquisto rame rosso . Prendendo anche spunto dai post di altri utenti. Devo dire che il rame del Regno mi piace sempre più. Buona colazione e collezione a tutti.
    3 punti
  8. IL PRIMO TRIUMVIRATO I Romani, benché fossero una società guerriera, svilupparono una teoria del bellum iustum, cioè della “guerra conforme al diritto “; sappiamo infatti da Cicerone che un bellum era considerato “iniustum … atque inpium” ( “contrario al diritto e al volere degli dei”) se iniziato senza giusta causa (ad esempio, respingere un’invasione, difendere popoli alleati o vendicare l’uccisione di cittadini) o comunque senza aver preventivamente tentato, tramite ambasciatori, una conciliazione pacifica[1]. Sebbene sia oggi evidente che le regole del bellum iustum siano state spesso applicate con ipocrisia e che la spinta espansionistica di Roma sia stata alimentata da vere guerre di annessione, scatenate per motivi pretestuosi, il fatto stesso che in un’epoca così remota i Romani abbiano elaborato una dottrina giuridica tesa a limitare i conflitti, dichiarando contrarî al volere divino quelli scatenati per mera volontà di dominio[2], costituisce un grande merito per la loro cultura. Nel 62 a.C. Gaio Giulio Cesare, trovandosi a Gades (odierna Cadice) durante l’anno della sua pretura[3], vide una statua di Alessandro Magno e scoppiò in lacrime, frustrato del fatto che - pur avendo superato l’età del grande condottiero macedone - non avesse compiuto alcuna impresa gloriosa: egli aspirava dunque alla fama, ma sapeva di poter solo sperare che, prima o poi, gli si presentasse l’occasione di combattere un bellum iustum. __________________ Nel 60 a.C. Cesare, saputo che Pompeo, deluso dal Senato, cercava di stipulare un’alleanza politica con Crasso, si propose da mediatore. I tre allora raggiunsero un accordo passato alla storia come “primo triumvirato” (anche se aveva la natura di un mero patto fra privati): Pompeo, con la sua fama, e Crasso, con le sue ricchezze, avrebbero sostenuto la candidatura di Cesare al consolato per il 59; in cambio egli, dopo l’elezione, avrebbe promosso leggi per ottenere quanto agognato dai suoi due alleati, ossia l’assegnazione di terre ai veterani di Pompeo e riforme economiche favorevoli all’ordo equestris (il ceto dei cavalieri; di fatto, in termini moderni, la borghesia commerciale). A margine, per rinforzare l’alleanza, Pompeo sposò Giulia, unica figlia di Cesare. Il patto ebbe successo: Cesare assunse il consolato nel 59 e promosse un programma di riforme rivoluzionario, aiutando non solo i veterani e i cavalieri, ma anche i cittadini più poveri. Una delle leggi del 59 incaricò Cesare stesso di governare per i 5 anni successivi (dal 58 a.C. al 54 compreso), come proconsole, le province della Gallia Cisalpina e dell'Illirico, presidiate da tre legioni; fu poi aggiunta la provincia della Gallia Narbonense (il cui governatore era deceduto), ove era presente un’ulteriore legione, la X[4]. Cesare era un signorino: amava vestire alla moda, passava ore ad acconciarsi e a curare la propria immagine, si dedicava alla vita mondana ed era noto perché aveva molte relazioni amorose (fra cui, come s’è detto, quella con Servilia), alcune delle quali - si mormorava - omosessuali; pertanto, quando in Senato dichiarò che avrebbe compiuto grandi imprese militari, un suo detrattore rispose: “Non sarà facile, per una donna”. Clodio aspirava candidarsi a tribuno della plebe, ma come patrizio non poteva e aveva allora deciso di farsi adottare da un plebeo. La rinuncia allo status patrizio, quasi assurda per la mentalità dell’epoca, aveva implicazioni di natura religiosa (molte funzioni cultuali erano riservate ai soli patrizî), per cui occorreva il preventivo assenso del pontifex maximus; glie lo diede nel 59 lo stesso Cesare (che era stato eletto al sommo sacerdozio nel 63, alla morte del balbuziente Metello). I due divennero così alleati politici, malgrado i dissapori causati dalla vicenda di Pompea, e Clodio fu eletto tribuno per il 58. __________________ Agli inizi del 58 a C., prima di lasciare Roma, Cesare volle assicurarsi che i maggiori esponenti degli optimates fossero allontanati dall’Urbe, onde evitare che approfittassero per esautorarlo dal comando (com’era successo a Silla e Lucullo). Il suo più intransigente avversario politico era Marco Porcio Catone, ed era un avversario scomodo: assolutamente onesto, privo di vizî, incorruttibile, imparziale e non ricattabile, voleva incarnare con inflessibilità e intransigenza le antiche virtù romane e si ispirava al nonno, il celeberrimo Censore, passato alla storia per il carattere severo, l’austero moralismo e le battaglie contro il lusso e il decadimento dei costumi. Cesare ottenne che il Senato lo inviasse a Cipro, quale primo governatore della neonata provincia e Catone, che era fratello uterino di Servilia, portò con sé il nipote Bruto (che nel frattempo si era fatto adottare da un altro parente di cui noi nulla sappiamo e, pertanto, aveva mutato il nome da Marco Giunio Bruto a Quinto Servilio Cepione Bruto[5]), una persona volubile e travagliata, amante della filosofia, della poesia e dell’arte, che subiva l’influenza e le pressioni dell’inflessibile zio senza, tuttavia, averne lo spessore morale. Clodio provvide invece a far allontanare un altro importante esponente degli optimates, Cicerone (di cui si considerava nemico personale): fece infatti approvare un plebiscito che lo condannava all’esilio. __________________ Nel 58 a.C. tornò a Roma vittorioso e assunse la carica di edile curule Marco Emilio Scauro, che era aveva combattuto in Oriente con Pompeo[6]. Nel 62 il Senato, malgrado la sua giovane età (aveva solo 20 anni), lo aveva incaricato di fermare Areta III, re di Nabatea, che aveva invaso la Giudea, regno vassallo di Roma; Scauro aveva condotto una campagna militare fulminea, sbarcando ad Alessandria, ponendo l’assedio Petra, capitale del regno nemico e accettando la resa di Areta solo dopo che aveva pagato un riscatto di 40 talenti. La sua impresa fu quindi celebrata su un particolarissimo denario di quell’anno, RRC 422/1. Si tratta di una moneta ricca di iscrizioni[7]: quelle del dritto ci informano che fu emessa dagli edili curuli (fatto eccezionale) su autorizzazione del Senato (EX S.C) per commemorare la sconfitta di Areta (REX ARETAS, raffigurato in ginocchio, a fianco del suo cammello, mentre offre un ramoscello d'ulivo) a opera di Scauro (M. SCAVR, AED CVR). Al rovescio invece l’altro edile curule, Publio Plauzio Hypseo (P. HVPSAEVS, AED. CVR) celebra la conquista di Priverno (PREIVER CAPTVM) compiuta nella seconda metà del IV secolo a.C. da un suo antenato, il console Gaio Plauzio Hypseo (C. HVPSAE. COS). La particolarità di questa emissione non è solo nella complessità grafica, ma anche nel fatto che segna un ulteriore passo avanti nella lunga evoluzione dell’iconografia monetale romana: per la prima volta, infatti, non viene più raffigurato un evento passato, allegoria di fatti contemporanei (come nel caso di Ulisse o di Marsia), né una rappresentazione genericamente allusiva al presente (come nel caso del trionfo di Mario e della statua equestre di Silla), ma direttamente un evento contemporaneo, con tanto di didascalia (REX ARETAS): si tratta di una piccola rivoluzione. La fine di Scauro sarà ingloriosa: pretore nel 56 a.C., poi governatore della Sardegna, accusato di estorsione (de repetundis) nel 54 si salverà solo grazie alla difesa di Cicerone; nuovamente accusato di brogli elettorali nel 53, sarà invece condannato ed esiliato. I rotoli del Mar Morto fanno cenno alla sua morte. __________________ Il 28 marzo del 58 a.C., mentre ancora era a Roma, Cesare venne a sapere che 370.000 Elvezi[8], di cui 90.000 soldati, lasciate le loro terre si dirigevano verso la Gallia Narbonense; era praticamente sicuro che l’avrebbero razziata. Si compì allora di nuovo l’incredibile trasformazione già manifestatasi con Silla e Lucullo: il nobilotto romano amante del lusso, dell’ozio e della vita dissoluta cambiò pelle repentinamente, dimostrandosi un soldato capace, coriaceo, determinato e coraggioso. Da allora e per tutti i 14 anni successivi Cesare, la “donna” ritenuta incapace di affrontare il pericolo, insieme ai suoi soldati avrebbe marciato a piedi, sopportato il gelo, dormito sul terreno nudo, mangiato radici selvatiche e combattuto in prima fila. Il proconsole lasciò Roma con la massima urgenza e dopo soli 5 giorni (tempo impensabilmente breve per l’epoca, sintomo di galoppate sfrenate) fu in Gallia Narbonense, ove fronteggiò gli Elvezi con la sola X legione; sopraggiunte infine le altre tre legioni a sua disposizione, li sconfisse in battaglia e li costrinse a tornare nelle loro terre d’origine. Stupiti da questa inaspettata vittoria, gli stessi Galli gli chiesero di ricacciare un altro invasore, i Germani del re Ariovisto, che aveva occupato il nord della Gallia. Cesare capì che era la sua tanto attesa occasione di combattere un bellum iustum; inviò due ambascerie al re, ma quegli rispose che i Romani non dovevano intromettersi e che le minacce di Cesare non lo spaventavano, perché “nessuno aveva combattuto contro Ariovisto senza subire una disfatta. Attaccasse pure quando voleva: si sarebbe reso conto del valore degli invitti Germani”; inoltre, “se era Cesare a volere qualcosa, toccava a lui andare da Ariovisto”. I legionarî avvertirono Cesare che non avrebbero accettato di combattere contro i Germani, descritti come guerrieri possenti, di statura imponente e ferocia impareggiabile; Cesare non si scompose: ribattè che se così era, avrebbe marciato contro di loro con la sola X legione, che era la più valorosa. Questa dichiarazione colse di sorpresa tutti i soldati: inorgogliti, i legionarî della X non osarono contraddirlo; umiliati, quelli delle altre legioni si dissero altrettanto pronti a combattere. Il proconsole accettò l’invito di Ariovisto e si recò a parlargli scortato solo da un manipolo di legionari della X che, per l’occasione, furono fatti montare a cavallo; da allora, la legione fu soprannominata Equestris e passò alla storia come la preferita di Cesare. I colloqui tuttavia fallirono e si giunse a battaglia: fu una vittoria schiacciante dei Romani, grazie anche a un tempestivo intervento della cavalleria comandata dal giovane Publio Licinio Crasso, figlio del triumviro. Il vittorioso intervento contro i Germani rese Cesare, di fatto, il protettore della Gallia: era il primo passo per diventarne il conquistatore. Lasciò le legioni[9] sparse sul territorio e sconfisse, una per volta, le popolazioni che, avendo capito il pericolo di perdere la propria libertà, gli si ribellarono contro, soprattutto, i Belgi (nel 57 a.C.) e i Veneti, tribù dell’attuale Bretagna (nel 56). Questi ultimi in particolare, popolo di marinai, furono sconfitti grazie a una serie di battaglie navali brillantemente condotte da un altro validissimo generale di Cesare, Decimo Giunio Bruto Albino (non imparentato, malgrado il nome, con Bruto figlio di Servilia). Memore delle accuse rivolte a Lucullo di portare avanti la guerra senza motivo, Cesare inviò periodicamente al Senato sintetici e obiettivi “resoconti sull’andamento della guerra in Gallia”, commentarii de bello Gallico: scritti con stile asciutto e lineare, venivano letti in pubblico e finirono per essere apprezzati e attesi dal popolo, appassionatosi al racconto di quegli avvenimenti in terre lontane e selvagge. I commentarii saranno poi raccolti in un unico libro che diverrà uno dei testi più famosi della letteratura occidentale, il De Bello Gallico. __________________ Durante l’anno in cui fu tribuno, Clodio promosse molte leggi tese a limitare il potere del Senato, a vantaggio delle assemblee popolari. Nel 57 a.C., terminata la carica, per evitare che l'aristocrazia senatoria facesse invalidare le sue riforme raccolse attorno a sé una banda di violenti facinorosi, con cui scatenò numerosi disordini facendo insorgere, nell'Urbe, un clima di terrore e violenza. Gli si oppose allora un tribuno della plebe di quell’anno, Tito Annio Milone, suo acerrimo nemico e vicino alle posizioni degli optimates, che organizzò un’altra banda armata per contrastare, con altrettanta violenza e spregiudicatezza, quella di Clodio. Nel frattempo Pompeo si crucciava del rischio di essere messo in ombra dalle grandi imprese belliche di Cesare; non essendo capace di costruirsi un base politica propria si riavvicinò agli optimates e al Senato. Grazie al suo appoggio passò una legge che consentiva il ritorno di Cicerone dall'esilio; l'oratore sbarcò a Brindisi il 5 agosto del 57 e trovò ad accoglierlo, oltre ad amici e familiari, la sua adorata figlia Tullia (da lui affettuosamente chiamata Tulliola) che, quel giorno, festeggiava il compleanno. Alla fine del 57 una grave emergenza colpì Roma: dalle importazioni non giungeva più grano sufficiente a sfamare il popolo. Gli optimates diedero la colpa a Clodio: infatti una sua lex frumentaria aveva reso del tutto gratuite le distribuzioni di grano ai poveri[10] (che sino allora, e dal tempo dei Gracchi, erano state fatte a prezzo calmierato) e si affermò che ne era conseguita una crescita incontrollata della domanda; per converso, i populares sostennero che la penuria fosse stata creata ad arte dai loro avversari, per sabotare proprio la legge in questione. Sull’orlo di nuovi scontri di piazza, il Senato incaricò Pompeo di risolvere il problema, affidandogli per 5 anni la cura annonae (ossia la gestione degli approvvigionamenti). Il triumviro si dedicò all’incarico con la passione e la competenza che gli erano proprie: girò personalmente i mercati di frumento del Mediterraneo facendo affluire a Roma grandi quantità di grano; divenne famosa l’occasione in cui, salito a bordo di una nave mercantile e pretendendo che salpasse malgrado una bufera in arrivo, spiegò al capitano che “navigare necesse est, vivere non est necesse”. __________________ In quegli anni, probabilmente nel 56 a.C., fu triumviro monetale Fausto Silla, figlio del defunto dittatore. Egli emise un denario, RRC 426/1, che celebra l’azione con cui il padre era riuscito a farsi consegnare l’infido Giugurta: al rovescio è infatti raffigurato Bocco, in ginocchio, che offre un ramo d’ulivo a Silla (identificato dalla didascalia FELIX), mentre lo stesso Giugurta giace, in ginocchio anch’egli, con le mani legate dietro la schiena, in segno di impotenza dinanzi al potere di Roma. Sappiamo che la medesima scena fu scolpita su un bassorilievo d’oro che Bocco inviò a Roma (e Silla offrì al popolo, con una cerimonia al Campidoglio che fece infuriare Mario) ed era impressa sul sigillo personale dello stesso Silla. Al dritto della moneta è invece raffigurata Venere, dea prediletta dal dittatore. __________________ Nel 56 a.C., conclusa la campagna contro i Veneti, Cesare tornò in Italia e incontrò gli altri triumviri a Lucca, con l’intento di confermare e rinsaldare l’alleanza stipulata quattro anni priva. Fu allora deciso che Crasso e Pompeo si sarebbero ricandidati al consolato per il 55 e Cesare li avrebbe aiutati, mandando a votare un gran numero dei suoi soldati; terminato il consolato Pompeo avrebbe assunto il governatorato delle colonie iberiche, Crasso invece della Siria, da cui voleva lanciare una campagna militare contro i Parti. A Cesare, invece, sarebbe stato rinnovato per altri 5 anni il mandato nelle Gallie. L’accordo funzionò e Pompeo e Crasso furono eletti consoli. Pompeo ne approfittò per inaugurare un’opera pubblica assolutamente grandiosa, da lui stesso voluta, finanziata e avviata 6 anni prima. Occorre premettere, al riguardo, che a Roma gli spettacoli teatrali erano molto amati ma il Senato aveva vietato di realizzare teatri in muratura, temendo che diventassero un covo di sediziosi; ogni anno, pertanto, venivano costruite e poi smontate strutture provvisorie in legno. Pompeo ideò uno stratagemma: fece costruire un tempio dedicato a Venere Vincitrice, sopra a un’immensa scalinata di pianta semicircolare; scalinata talmente ampia che, sui suoi gradini, potevano sedersi 40.000 cittadini, rivolti verso la base. La scalinata andò così a costituire, di fatto, il primo teatro in muratura dell’Urbe, il Teatro di Pompeo, di cui l’odierna Via di Grotta Pinta ripete il tracciato semicircolare. Ma non era finito: davanti alla scalinata-teatro si estendeva un grande giardino rettangolare, ornato di statue e circondato da un porticato che arrivava sino all’attuale Largo Argentina; qui si ergeva un sontuoso edificio destinato a ospitare le riunioni del Senato, la Curia di Pompeo, al cui interno campeggiava una grande statua di Pompeo stesso che reggeva il globo (gesto che simboleggiava il dominio sul mondo). __________________ Nel 55 a.C. fu emessa un’ingente quantità di denarî, stimata in 19 milioni di pezzi, molti dei quali peraltro riportavano la legenda S.C., indicatrice di emissioni straordinarie, ordinate dal Senato. Si ritiene che questa grande emissione sia stata fatta per pagare gli approvvigionamenti eccezionali di grano, che Pompeo, sempre attento nell’espletamento della cura annonae, stava facendo affluire a Roma. Una di esse, RRC 427/2, è firmata da Gaio Memmio (probabilmente, il figlio della sorella di Pompeo Magno) e reca, al dritto, il ritratto di un anziano barbuto con lo sguardo solenne, che la didascalia identifica in QVIRINVS. Si tratta quindi di Quirino, antichissimo dio sabino; secondo Bernoulli (ma Crawford non concorda) sarebbe qui rappresentata la statua di Romolo (al quale fu, in epoca tarda, associato il dio Quirino: “Romulum quem quidam eundem esse Quirinum putant” riferisce Cicerone) che, secondo le fonti, esisteva al Campidoglio. Al rovescio è invece rappresentata Cerere e la legenda ricorda che i primi giochi dedicati alla dea furono indetti da un Memmio, edile curule, antenato del monetale: MEMMIVS AED. CERIALIA PREIMVS FECIT. Altro denario interessante del 55 a.C. è RRC 428/3, firmato da tale Quinto Cassio, che raffigura al dritto il ritratto di un giovane con lo scettro sulla spalla e al rovescio l’aquila ad ali spiegate, con il fulmine negli artigli, affiancata da un lituo e un vaso sacrificale. Come ha osservato Amisano, sono questi gli elementi potenza militare di Roma: l’esercito (l’aquila, simbolo delle legioni e del favore a esse accordato da Giove), la potenza delle armi (il fulmine, strumento di Giove), l’attività augurale con cui il comandante accertava il favore degli dei (il lituo), la religiosità delle truppe (il vaso), la disciplina (lo scettro) e la scelta del caso favorevole (il Bonus Eventus, in cui egli identifica il ritratto al dritto; Crawford ritiene invece che sia il Genius Populi Romani). Terza moneta di interesse, è il denario RRC 430/1, che raffigura Venere al dritto e un cavaliere in armatura al rovescio. Reca la legenda S.C ed è firmata, al retro, da P. CRASSVS. M. F, ossia il giovane e valoroso comandante di cavalleria, figlio del triumviro, artefice della storica vittoria su Ariovisto. _____________________ Nel frattempo in Gallia continuavano i combattimenti. Nel 55 a.C. altri popoli germanici vi penetrarono, ma Cesare fu rapido nel fronteggiarli e, quando essi si rifiutarono di ritirarsi, ne fece grande strage attaccandoli a tradimento; ordinò poi alle legioni di costruire un ponte di legno sul Reno, vera meraviglia di ingegneria campale (il fiume è largo più di 500 metri), e condusse una spedizione punitiva in Germania, al termine della quale il ponte fu smontato. Decise allora di spingersi ove nessun Romano aveva mai messo piede, nella misteriosa isola di Britannia, con il pretesto che i suoi abitanti avevano aiutato le ribellioni dei Galli; fece costruire ottanta navi e, con esse, portò due legioni nell’attuale penisola del Kent. L’esercito dei Britanni tuttavia li aspettava sulla costa e i legionari avevano timore a sbarcare; li convinse l’aquilifero della X che si buttò in acqua gridando “Desilite, commilitones, nisi vultis aquilam hostibus prodere”[11] ( “Sbarcate, commilitoni, se non volete abbandonare l’aquila ai nemici”). I Britanni furono ripetutamente sconfitti e siglarono un trattato di pace; pago del risultato ottenuto, Cesare tornò in Gallia. A Roma la narrazione delle spedizioni e delle vittorie conseguite in Germania e, soprattutto, nella lontana e misteriosa Britannia suscitarono grande scalpore; fu infatti, per l’epoca, uno sforzo organizzativo, militare e tecnologico impressionante. Catone invece (che era tornato a Roma) rimase sconcertato dalla notizia della strage dei Germani e propose per Cesare una punizione severissima, ma il Senato, al contrario, decretò a suo favore un ringraziamento pubblico. Nel 54 a.C. giunse in Gallia anche il figlio di una cugina di secondo grado di Cesare, Marco Antonio. Orfano di padre aveva trascorso la gioventù in povertà e dissolutezza, ma nel 57 in Siria aveva dimostrando non comuni capacità militari; Cesare lo aveva allora chiamato alle sue dipendenze e il giovane dimostrò subito grandi doti di coraggio, abilità tattica e aggressività in battaglia. Quello stesso anno Cesare decise di tornare in Britannia, dato che gli abitanti dell’isola avevano tradito il trattato di pace. Questa volta si mosse con ben 800 navi e 5 legioni; fu attaccato dai Britanni del re Cassivellauno, li sconfisse in due diverse battaglie e decise di portare la guerra nell’entroterra nemico, con un attacco fulmineo al di là del Tamigi. Cassivellauno si arrese, accettando di inviare periodicamente a Roma un tributo e degli ostaggi; Cesare di nuovo tornò in Gallia ma lasciò sull’isola una rete di alleanze che sarà sfruttata un secolo dopo dagli eserciti dell’impero, quando torneranno per conquistarla definitivamente. __________________ Nel 54 a.C. Bruto, tornato da Cipro, fu triumviro monetale ed emise il denario RRC 433/2, che raffigura i due grandi tirannicidi del passato suoi antenati: al dritto Lucio Bruto, al rovescio Servilio Ahala, entrambi identificati da una didascalia. Egli voleva così proporsi come il paladino della legittimità repubblicana contro la tirannide e il suo messaggio era rivolto contro Pompeo, che stava assumendo atteggiamenti autoritarî. Sappiamo da Plutarco che nel 44 a.C., per incitare Bruto ad aderire alla congiura contro Cesare, gli furono recapitati biglietti anonimi con scritto “Tu non sei un vero Bruto”, “Oh se Bruto fosse vivo!” e “Bruto tu dormi”: chi gli scriveva, chiaramente, lo esortava a onorare la promessa implicitamente fatta con questa moneta. Vale la pena, qui, fare una considerazione sulla differente statura storica di Cesare e di due dei suoi principali oppositori, Pompeo e Bruto. Il primo risultò sempre coerente nel suo disegno politico, nel perseguimento dei suoi obiettivi e nel tentativo di mantener salde le sue alleanze; gli altri, invece, si schierarono ora con lui, ora contro di lui e arrivarono anche (come attesta questa moneta) a detestarsi reciprocamente. Appaiono quindi come due opportunisti, privi di una propria strategia politica, disposti a cambiare schieramenti e alleati mossi solo dalla ricerca della gloria Pompeo, da un animo inquieto e instabile Bruto. Bruto, peraltro, si proponeva come paladino della legittimità, ma (a differenza di suo zio Catone) dimostrò di essere tutt’altro che una persona onesta e integerrima. Nel 53 a.C. infatti si recò con l’incarico di questore in Cilicia; Cicerone, quando due anni dopo giunse in quella stessa provincia come governatore, rimase sconcertato nello scoprire che Bruto vi aveva praticato l’usura arrivando a pretendere un tasso d'interesse del 48%, in aperta violazione alle leggi romane. Tale era stata la disperazione dei suoi debitori che, addirittura, cinque senatori del luogo erano morti per fame, per ripagarlo. Alla permanenza di Cicerone in Cilicia risale l’unica emissione che reca il suo nome: un cistoforo (oggi rarissimo) che reca al rovescio tre legende, M. CICERO PRO COS., AΠA. (abbreviazione di Apamea, città non più esistente, nell’odierna Siria settentrionale) e ΘΕOΠΡOΠOΣ AΠOΛΛΩΝΙΟΥ (Theopropo di Apollonio, il magistrato emittente). __________________ In Gallia alla fine del 54 Ambiorige, re della tribù degli Eburoni, sperimentò una nuova tecnica di guerra: colpire le legioni mentre erano isolate, negli accampamenti invernali. Cinse d'assedio l’accampamento di Atuatuca (odierna Tongeren), convinse con l’inganno i soldati a uscirne, li aggredì e distrusse così un’intera legione; l’aquilifero, Lucio Petrosidio, per non far cadere l’insegna nelle mani nemiche la lanciò lontano, prima di cadere ucciso[12]. Spinto dal successo Ambiorige riprovò la stessa tattica contro un altro accampamento ma il comandante di questo, Quinto Tullio Cicerone (fratello dell’oratore) riuscì a far avvisare Cesare e resistette eroicamente sino al suo arrivo; il proconsole non poté tuttavia evitare che i suoi nemici fuggissero. Contemporaneamente un’altra tribù, i Treviri, attaccarono una terza legione ma il suo comandante, il valentissimo Tito Labieno, li sconfisse duramente malgrado lo svantaggio numerico. Il furore di Cesare per la perdita della legione fu grande: in segno di lutto, promise che non si sarebbe più rasato finché non l’avesse vendicata. Suddivise il suo esercito in tre tronconi e li fece convergere sull’esercito degli Eburoni, chiudendoli in trappola e sconfiggendoli, ma Ambiorige e il suo seguito fuggirono in Germania. Allora, nel 53, fece costruire un nuovo ponte sul Reno e lanciò una seconda spedizione punitiva nel territorio germanico; ritirandosi ordinò di lasciare in piedi il ponte, a perenne monito della potenza romana (a eccezione della parte terminale, abbattuta per impedirne l’uso da parte dei nemici). __________________ Due eventi luttuosi portarono alla rottura del delicato equilibrio politico che manteneva uniti i triumviri. Nel 54 a.C. morì di malattia Giulia, moglie di Pompeo; svaniva così il legame familiare fra lui e Cesare. Nel 53 a.C. morì invece Crasso. Egli infatti, dopo aver preso possesso della provincia di Siria, mosse guerra ai Parti, formalmente per sostenere un pretendente al trono spodestato dal fratello. Poteva valersi di un esercito di 7 legioni, per complessivi 40.000 uomini, e di validi subalterni, fra cui suo figlio Publio, appositamente rientrato dalla Gallia, e Gaio Cassio Longino, un capacissimo generale; poteva inoltre contare sull’alleanza con il re d’Armenia. Crasso ideò allora una manovra strategica a tenaglia: l’esercito armeno sarebbe calato dal nord, mentre quello romano avrebbe tagliato il deserto siriano a sud, entrambi diretti alla capitale nemica. Fu un gravissimo errore: il re dei Parti aveva previsto e prevenuto il suo piano, attaccando direttamente l’Armenia per impedirle di portare aiuto ai Romani; le legioni invece furono fatte penetrare indisturbate in profondità nel deserto e poi, quando furono nei pressi di Carre (odierna Harran), lontano dalla via di fuga dell’Eufrate, attaccate a sorpresa da un nutrito contingente di agili arcieri a cavallo, al comando dell’abilissimo generale Surena. La cavalleria romana tentò un contrattacco, ma cadde in trappola e fu annientata: il suo stesso comandante, Publio figlio del triumviro, fu ucciso. Di fronte a questa tragedia, Crasso apostrofò le truppe con grande contegno, dicendo loro “Questo è un mio lutto personale, o Romani, ma la grande gloria e il grande destino di Roma risiedono in voi … Roma è arrivata a un potere tanto grande non grazie alla fortuna, ma perché i Romani hanno affrontato i pericoli con coraggio e ostinazione”. Malgrado le esortazioni di Crasso, si verificò un fatto unico nella storia della Repubblica: spesso infatti è avvenuto che le legioni siano state sconfitte, sopraffatte e distrutte, oppure si siano arrese al nemico o ribellate al comandante, ma solo a Carre è accaduto che abbiano perso la volontà di combattere. Probabilmente fu una combinazione di cause a determinare questo effetto: la stanchezza della marcia, la sete nel deserto, la superstizione (si erano verificati molti presagi infausti), la sfiducia nel condottiero (Crasso poteva vantare come suo unico successo, seppur rilevante, la vittoria di Porta Collina), la paura di un nemico sfuggente, l’inesperienza (molti soldati erano reclute); fatto sta che l’esercito di Roma, improvvisamente, si rivelò incapace di reagire. Crasso ordinò la ritirata dentro le mura della città fortificata di Carre. A Carre si verificò lo scontro fra il triumviro e Longino: il primo voleva ritirarsi verso nord, per raggiungere le montagne dell’Armenia, il secondo a sud, per tornare in Siria, strada più difficile ma meno prevedibile. Aveva ragione Longino: lo seguirono 10.000 legionarî e riuscirono ad arrivare in Siria, unici sopravvissuti della cruenta battaglia di Carre. Il resto dell’esercito si mosse invece verso nord e fu raggiunto da Surena in persona, che offrì di discutere un armistizio. Crasso subdorò un’altra trappola, ma l’esercito lo obbligò ad accettare; egli allora disse loro: “se vi salverete, riferite a tutti che Crasso cadde perché ingannato dal nemico, non perché tradito dai propri concittadini”. E così fu: l’iniziativa di Surena era un tranello; Crasso fu ucciso e i legionarî sopravvissuti fatti prigionieri. Ormai convinto di aver debellato l’esercito romano Surena attaccò la Siria, deciso a conquistarla, ma Longino, con i suoi pochi e demoralizzati legionarî, lo sconfisse duramente, obbligandolo a tornare in Mesopotamia. Morti Giulia e Crasso, la rivalità tra Cesare e Pompeo degenerò in gelosie e reciproci sospetti; ne approfittò Catone, che architettò una coalizione di optimates, in funzione anticesariana, e convinse Pompeo (che non aveva mai raggiunto l’Hispania, governando scandalosamente le province assegnategli senza allontanarsi da Roma) a svolgere, di nuovo, la funzione di difensore del Senato. __________________ Mentre Romani e Parti combattevano in oriente, a Roma Clodio presentò la sua candidatura per la pretura, Milone quella per il consolato. Il confronto politico fra i due divenne rapidamente uno scontro violento fra le rispettive bande armate, tanto che il Senato dovette sospendere le elezioni e rinviarle ai primi mesi del 52. Il 18 gennaio, tuttavia, i due avversarî si incontrarono casualmente sulla via Appia, presso Bovillae (probabilmente, nell’odierno comune di Marino), entrambi scortati da schiavi armati; ne nacque uno scontro e Clodio rimase ucciso. Quando il suo cadavere fu portato a Roma la folla, inferocita, lo volle cremare nella vecchia sede del Senato, la Curia Hostilia, causando un incendio che la distrusse. Impauriti dall’ondata di violenza incontrollata che ne seguì, il Senato adottò un senatus consultum ultimum (il primo, dall'epoca della congiura di Catilina) e nominò Pompeo consul sine collega incaricandolo di riportare l’ordine in città, cosa che egli fece. Milone, processato, fu condannato all’esilio. __________________ Alla fine del 53 a.C. presso Cenabum (odierna Orleans) i Galli uccisero alcuni commercianti e funzionarî romani. Ne approfittò un nobile della tribù degli Arverni, che si pose a capo di una fazione contraria al dominio di Roma e si fece proclamare re; di lui conosciamo solo più il soprannome, “Potente Re Guerriero”, in lingua celtica “Vercingetorige”[13]. In breve tempo Vercingetorige convinse molte altre tribù a unirsi a un’alleanza anti-romana. Cesare, che si trovava in Gallia Cisalpina, capì immediatamente il pericolo: raggiunse velocemente Narbo e da là, fra i mesi di gennaio e febbraio del 52, con una mossa audace e imprevedibile attraversò i valichi innevati delle montagne Cevenne, in pieno territorio nemico, ricongiungendosi con le legioni stanziate più a nord prima che restassero isolate. Riunite le truppe, il proconsole mosse contro gli insorti ma Vercingetorige, capito che il tallone d’Achille delle legioni era la possibilità di approvvigionarsi di cibo presso i grandi agglomerati urbani, distrusse tutte le città galliche che si trovavano sul loro cammino. Una sola città fu risparmiata, Avarico (odierna Bourges), e quando Cesare vi giunse la cinse d’assedio; probabilmente questa mossa fu prevista dallo stesso Vercingetorige[14], che sperava così di inchiodare le legioni nel lungo e logorante assedio di una città ritenuta inespugnabile, ma aveva sottovalutato i Romani. Le legioni riuscirono a costruire un terrapieno alto quanto le possenti mura di Avarico e, così, la conquistarono; le scorte di cibo che vi trovarono permisero ai soldati di sopravvivere alla guerra di logoramento. Malgrado questo insuccesso, il prestigio di Vercingetorige cresceva di giorno in giorno e riuscì a portare dalla propria parte anche gli Edui, una delle più potenti tribù galliche che era, da circa un secolo, fedele alleata di Roma; ormai, quasi tutti i popoli della Gallia erano uniti contro l’invasore. Lo scontro fra esercito romano e gallico si ebbe presso Gergovia, capitale degli Averni (città non più esistente), e fu una sconfitta per Cesare. Un secondo gruppo di legioni si trovava a Lutetia (attuale Parigi), ai comandi di Labieno; Cesare, rimasto senza alleati, capì che era necessario riunire tutte le sue truppe e gli ordinò di avvicinarsi. Labieno si trovò circondato da nemici, a causa dell’improvvisa sollevazione di tribù sino allora rimaste pacifiche, ma seppe rompere l’accerchiamento e si ricongiunse a Cesare presso Agendicum (attuale Sens); l’esercito romano comprendeva ora 11 o 12 legioni, prive però di truppe ausiliarie, e quindi ammontava a soli 50.000 soldati. Impossibilitato a difendersi in un territorio divenuto interamente ostile, Cesare cercò di ritirarsi presso la provincia della Gallia Narbonense e allora Vercingentorige commise un errore fatale: credette che le legioni fossero ormai stremate, dalla fame e dai combattimenti, e potessero essere definitivamente debellate; le affrontò così con un esercito quasi doppio, 80.000 soldati, ma fu sconfitto e si rinchiuse nella piazzaforte di Alesia (cittadina non più esistente), in attesa che arrivasse l’esercito di rinforzo, forte di 250.000 combattenti. Cesare capì che lì si giocava il tutto per tutto: cinse la collina di Alesia con una linea fortificata, per impedire la fuga di Vercingetorige, e poi fece costruire una seconda linea fortificata più ampia e più esterna, per difendersi dai rinforzi che sarebbero giunti; dopo di che, attese. Lo aiutavano molti validissimi generali: fra gli altri, Tito Labieno, Marco Antonio, Decimo Giunio Bruto Albino e un homo novus, Gaio Trebonio. L’esercito di rinforzo arrivò forse a inizî ottobre e coordinò i suoi attacchi con quello chiuso ad Alesia. Per giorni interi le fortificazioni dei Romani, al tempo stesso assedianti e assediati, furono assalite contemporaneamente dall’interno e dall’esterno; in questa situazione, “I Romani erano terrorizzati dal grido che si alzava alle loro spalle mentre combattevano, poiché capivano che il pericolo dipendeva dal valore di coloro che proteggevano le loro spalle”[15]. Il momento più critico si ebbe quando 60.000 soldati galli, scelti fra i più valorosi, assaltarono il campo romano posto a settentrione, che rappresentava il punto più debole della cinta fortificata; intervenne Cesare personalmente e, per essere riconosciuto dalle sue truppe, cinse il mantello rosso (simbolo del suo imperium proconsolare), incurante del fatto che lo rendeva visibile anche al nemico. Malgrado l’enorme sproporzione di forze (50.000 legionarî contro 330.000 Celti), le difese romane ressero. L’esercito di rinforzo si ritirò e si disperse, i Galli sopravvissuti tornarono alle loro tribù. Vercingetorige uscì da Alesia, solo, gettò le proprie armi ai piedi di Cesare e si inginocchiò, in segno di resa incondizionata. La Gallia era stata definitivamente conquistata; nel 50 a.C. fu dichiarata provincia romana e divenne una delle regioni più profondamente romanizzate d’Europa. __________________ Nel 51 a.C. morì la sorella di Cesare, Giulia. L'orazione funebre fu pronunciata da suo nipote (figlio della figlia Azia), un giovane di soli 12 anni con lineamenti delicati e grande cultura, Gaio Ottavio Turino. __________________ Cesare sapeva che, quando avesse perso l’imperium proconsolare (che gli garantiva l’immunità processuale), i suoi avversari politici lo avrebbero processato per le molte stragi compiute in Gallia. Pensò allora di candidarsi a console per il 49 a.C. (per assicurarsi nuovamente l’imperium), ma per presentare la sua candidatura avrebbe dovuto entrare a Roma e quindi varcare il pomerium, gesto che avrebbe fatto decadere l’imperium proconsolare. Chiese allora di potersi candidare in absentia, ma il Senato gli negò questa possibilità (sebbene concessa in passato ad altri comandanti militari, come Gaio Mario). Tentò un’altra strada per tutelarsi dalla vendetta dei suoi avversarî: propose che sia lui sia Pompeo sciogliessero tutte le proprie legioni, ma il Senato non acconsentì e, anzi, ingiunse a entrambi di cedere una propria legione a favore di una futura campagna contro i Parti; obbedirono, ma Pompeo cedette proprio quella che aveva precedentemente “prestato” a Cesare, talché questi si vide privato di due legioni. Chiese nuovamente di potersi candidare in absentia, ma la risposta del Senato - sobillato da Catone - fu tranciante: se alla fine del 50 a.C. non avesse sciolto tutte le legioni rimastegli e non si fosse presentato nell’Urbe da privato cittadino sarebbe stato dichiarato hostis publicus. Alcuni tribuni della plebe tentarono di difendere le sue posizioni, ma furono cacciati da Roma. Cesare non aveva più altre strade. Il 10 gennaio del 49 a.C. ordinò a cinque coorti di attraversare in armi il fiume Rubicone, che segnava il confine della sua provincia, e si affidò all’incertezza di una nuova guerra civile: come egli stesso disse, “alea iacta est” ( “il dado è stato lanciato”). NOTE [1] Che effettivamente veniva compiuta (come nei casi, citati, di Brenno, Taranto, Filippo V, Lega Achea, Cimbri e Tigrane II). [2] Come aveva fatto, invece, Alessandro Magno, determinato a raggiungere la fine delle terre emerse. [3] Così dice Plutarco; Svetonio invece colloca il fatto nel 69 a.C., quando Cesare si era già recato nella penisola iberica da questore. [4] In antichità le legioni di Roma erano 4, per console, numerate da I a IV. Quando le esigenze militari crebbero, e con esse il numero delle legioni, l’assegnazione dei numeri fu un po’ caotica; non è quindi sempre semplice determinare se una determinata legione, citata dalle fonti con riferimento a un episodio, sia la stessa citata, con la uguale numerazione, in un altro caso. [5] È probabile che fosse stato privato dei diritti civili per la ribellione del padre (vd. pag. 66) e sia ricorso all’espediente di farsi adottare per ridiventare civis Romanus. [6] Che ne aveva sposato la sorella (subito morta di parto) nell’82 a.C. [7] Alcune lettere possono mancare, nelle molte varianti di questa moneta. [8] Popolazione celtica che abitava l’odierna Confederazione Elvetica; ne facevano parte i Tigurini, già alleati dei Cimbri (vd. pag. 51). [9] Negli anni Cesare aumentò progressivamente il numero delle legioni a sua disposizione (arruolandone di nuove e ricevendone una là distaccata da Pompeo), che arrivarono sino a un massimo di 10. [10] Sappiamo che per finanziarle Clodio destinò un quinto delle tasse, pari a 64 milioni di sesterzî: possiamo così stimare in 80 milioni di denarî (320 milioni di sesterzî) le entrate annue del fisco repubblicano. [11] De Bello Gallico, IV, 22. [12] Alcuni autori moderni ritengono che Petrosidio fosse lo stesso aquilifero autore dello sbarco in Britannia, ma è improbabile: infatti, quello apparteneva alla X legione, che non fu sicuramente distrutta ad Atuatuca (probabilmente, la legione distrutta fu la XIV). [13] Il suffisso -rix, -rigis, comune ad altri nomi tramandatici dal De Bello Gallico (come il predetto Ambiorige), equivale al latino rex, regis e dimostra che questi non sono veri nomi di persona, ma titoli nobiliari o soprannomi. [14] Secondo il De Bello Gallico, invece, Avarico non fu distrutta per ragioni sentimentali, essendo l’antica capitale della tribù dei Biturigi, ma sembra una motivazione inconsistente. [15] De Bello Gallico, VII, 84. ILLUSTRAZIONI 58 a.C, denario RRC 422/1 56 a.C, denario RRC 426/1 Ricostruzione grafica del Teatro di Pompeo e via di Grotta Pinta a Roma, che ne ripete la forma Tre denari del 55 a.C.: nell'ordine, RRC 427/2, RRC 428/3 e RRC 430/1 54 a.C., denario RRC 433/2 51-50 a.C., cistoforo di Cicerone
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  9. A mio avviso è un pezzo autentico bulinato fino a stravolgere completamente la fisionomia del ritratto. Falsa o no, ormai di originale è rimasto solo il metallo
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  10. Ciao,dovrebbe essere mezzo follis di Maurizio Tiberio. Chiederei però conferma a @Poemenius https://www.acsearch.info/search.html?id=3279601
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  11. Non pare proprio una frattura di conio: intanto per la posizione, poi per la sottigliezza e frastagliatura, infine perchè non sembra rilevata. Concordo appieno con quanto affermato da @Tinia Numismatica e lo stesso @appah: se non è in rilievo è falsa (conio ricavato da una moneta con il tondello crepato). Molto interessanti le ulteriori immagini di @Oppiano. Credo possa essere sufficiente che l'interessato telefoni al servizio clienti di Gadoury (0037793251296) o parli col titolare (Federico Pastrone o altro di famiglia) e chieda lumi sul tipo di "graffio", senza premettere alcunchè o dare spiegazioni. Comunque io una moneta che genera tanti dubbi non la prenderei in considerazione ...
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  12. Salve @ambidestro ,potrebbe essere questo denaro con Y di Giovanna II di Durazzo per il Regno di Napoli. https://numismatica-italiana.lamoneta.it/moneta/W-GIOII/1 https://www.acsearch.info/search.html?id=8238037 https://www.biddr.com/auctions/acm/browse?a=1767&l=1920307
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  14. Io non sono così sicuro che la foto dell’esemplare Gadoury faccia decisamente vedere che si tratta di una frattura, e la foto dell’esemplare di NAC mi sembra troppo piccola per dire qualunque cosa. La testimonianza di chi ha o ha avuto modo di visionare in mano uno di questi esemplari sarebbe dirimente.
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  15. @antonio bernardo Buongiorno la tipologia comune attribuibile nel periodo 215-201 e in particolare II guerra punica (in particolare ne sono stati rinvenute diversi nel sud della Spagna, ahimè non ricordo a memoria nello specifico il nome del porto dove ne sono state rinvenute in numero cospicuo) è stata coniata in diverse varianti in particolare lettere, ma anche simboli. E' attribuita a zecca metropolitana. Il tipo con la Core/Tanit al dritto e solo il cavallo retrospiciente stante al rovescio e lettere di norma davanti e sotto la pancia del cavallo è sta coniata in quelle che presumibilmente sono identificate come due unita BR (peso medio 10/11 gr), unità (peso medio 5/6 unità, ma con massimi anche di 8 gr quindi grossi scarti ponderali), 1/2 unità (peso medio 3/(3,5 gr). Allego esempio della variante di unità più frequente con lettera ALEPH davanti al cavallo e SADE sotto al cavallo. poi si sono altre coniazioni del tipo con il simbolo dell'astro, della palmetta e del caduceo dietro/sopra la parte posteriore del cavallo. Il peso medio è in linea con l'unità precedente. Allego esempi: Per tornare alla tua moneta escluderei punta di lancia che è un simbolo non utilizzato nel modo punico e direi anche spiga di grano che appare a memoria solo su qualche tetra di argento siciliano e su qualche moneta sarda tipo protome equina, e non su monete di zecca attribuita nordafricana. Detto ciò, se non è un overstrike, da te escluso, francamente non riesco a capire cosa possa essere, per quanto riguarda la lettera ho provato a ingrandire , ma non vendo granchè, mi sembra di intravedere un "qualcosa" di circolare potrebbe essere in tal caso una lettera AYIN che può essere sia chiusa (un cerchio) che aperta simil ferro di cavallo.
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  16. Nel secondo le pieghe sono diverse perché mancano dei pezzi, non sono state ben impresse ( conio occluso) o c’era una soffiatura nel metallo . Potrebbe essere dirimente sapere se il” graffio” è o no in rilievo. Se lo è , tutto bene, se non lo è , allora sono cloni e pertanto tutti falsi meno l’host originale.
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  17. Ciao @motoreavapore, come promesso:
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  18. Due monete etrusche in bronzo del III secolo a.C. In quella a sinistra, tra i raggi della ruota sono presenti tre lettere etrusche. In quella a destra. la raffigurazione di un'ancora. Cortesia Museo Archeologico Nazionale di Arezzo Una nuova sezione numismatica all’Archeologico Nazionale di Arezzo Le oltre 2mila monete della raccolta provengono perlopiù da collezioni private dell’Ottocento e del primo Novecento All’interno del Museo Archeologico Nazionale «Gaio Cilnio Mecenate» di Arezzo è stata aperta al pubblico la sezione numismatica. Non si tratta di un’iniziativa di poco conto, dato che il museo aretino accoglie una raccolta costituita da oltre duemila monete che vi sono confluite in occasioni diverse. Il nucleo iniziale è rappresentato dalle monete riunite dalla famiglia Bacci e acquistate nel 1850 per il Museo Pubblico di Storia Naturale e Antichità della Fraternita dei Laici, le cui collezioni sono confluite più tardi nell’attuale museo. Ad esse, nel tempo, si sono aggiunti gli esemplari donati da Gian Francesco Gamurrini, uno dei maggiori archeologi del suo tempo e direttore del museo aretino dal 1892 sino alla morte, avvenuta nel 1923, e quelli della collezione Guiducci acquistati nel 1924. Per il nuovo percorso espositivo sono state selezionate 170 monete, così da ripercorrere la storia della monetazione antica, da quella greca a quella romana di età repubblicana e imperiale. Non mancano testimonianze della monetazione italica ed etrusca. La scelta si deve all’archeologa Maria Gatto, che dirige il museo, e al numismatico Fiorenzo Catalli che sta coordinando la realizzazione dei cataloghi della raccolta di monete con la collaborazione di altri specialisti. Di essi sono stati appena pubblicati i primi due (Edizioni D’Andrea), mentre il terzo è in stampa. Le monete sono una testimonianza importante e in grado di parlare del loro tempo: suggeriscono, ad esempio, i contatti commerciali, che diventano poi anche culturali, tra i diversi popoli; come pure evidenziano personaggi, avvenimenti, miti, valori del mondo antico. Inoltre, nell’antichità, sono state utilizzate di frequente per veicolare motivi propagandistici. Nelle monete romane esposte sono ricordati magistrati della Roma repubblicana, imperatori quali Augusto, Tiberio, Caligola, Claudio e Nerone come pure personaggi di spicco delle loro famiglie. Vengono celebrati, inoltre, singoli interventi edilizi come la realizzazione a Roma del mercato alimentare, il Macellum magnum, voluto da Nerone sul Celio, o il restauro del Circo Massimo. Osservando le monete con attenzione, si potranno notare le raffigurazioni di divinità quali Giano, Minerva, Apollo e le allegorie della Fortuna, della Vittoria e di alcuni popoli sconfitti da Roma. Non mancano nemmeno scene riferite a miti e leggende: il ratto delle Sabine, la fuga di Enea da Troia, il ritorno di Ulisse a Itaca. Tra le monete etrusche esposte sono numerose quelle della serie «della ruota», databili nel corso del III secolo a.C. e quindi in decenni centrali nell’incontro-scontro con il mondo romano. La ruota del carro risulta associata, di volta in volta, a simboli quali l’àncora, l’anfora o la stessa ruota. L’esemplare in bronzo più rilevante appartiene alla serie «ruota-àncora», nota in pesi e misure diversi: ha un peso di quasi 750 grammi e venne rinvenuta in località Stroppiello, lungo la strada che collega Arezzo al Casentino. Sulle due facce sono raffigurate rispettivamente un’ancora e una ruota a sette raggi tra i quali si possono osservare tre lettere etrusche. Un espositore del nuovo monetiere. Cortesia Museo Archeologico Nazionale di Arezzo https://www.ilgiornaledellarte.com/Articolo/Una-nuova-sezione-numismatica-allArcheologico-Nazionale-di-Arezzo
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  19. Oria, l’ennesimo tesoro riaffiora dal sottosuolo: quante scoperte a Parco Montalbano, viene alla luce un inesplorato periodo bizantino. I dettagli Oria si conferma ancora una volta scrigno di storia, con nuove e significative scoperte archeologiche che gettano luce sul periodo bizantino, una fase poco documentata della storia della città. I primi risultati della campagna di scavo 2025 condotta dall’Università del Salento nell’area di Parco Montalbano sono stati presentati in una conferenza stampa tenutasi oggi, martedì 12 agosto, a Lecce, presso la sede della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio. Erano presenti il soprintendente Antonio Zunno, l’archeologa Antonella Pansini (funzionario archeologo responsabile per il comune di Oria), il sindaco di Oria Cosimo Ferretti (accompagnato dall’assessora alla Cultura Imma Torchiani), il professor Paul R. Arthur, ordinario di Archeologia Medievale dell’UniSalento e presidente della Società degli arceheologi medievisti italiani (Sami). Le indagini hanno permesso di riportare alla luce le fasi di vita di un importante settore della città, con specifico riferimento all’età bizantina (X-XI secolo), la cui reale estensione e funzione erano finora sconosciute. Gli scavi, realizzati nel mese di luglio 2025, hanno confermato l’importanza del sito per il periodo tra la riconquista bizantina dell’Italia meridionale da parte dell’imperatore Basilio I e la presa di Oria da parte dei Normanni nella seconda metà dell’XI secolo. Prima dell’arrivo dei Bizantini, la città era sotto la dominazione dei Longobardi di Benevento, un’epoca di cui si hanno poche testimonianze materiali. Tra i ritrovamenti più importanti figura proprio una moneta d’argento longobarda del principe Sicardo di Benevento, risalente all’832-839 d.C.. Le scoperte principali riguardano l’assetto del complesso edilizio, che si presentava sistemato a terrazze e faceva uso anche del banco roccioso. Gli edifici erano ben costruiti per l’epoca, con fondazioni in pietra a secco e alzati probabilmente in legno e mattoni crudi, e si ipotizza che avessero due piani. Il ritrovamento di numerose lastrine sottili in pietra calcarea suggerisce che i piani in legno fossero rivestiti in pietra, indicando che alcuni degli edifici fossero probabilmente di alto rango sociale. Oltre agli edifici, sono state rinvenute testimonianze di attività produttive, come frammenti di macine per la molitura dei cereali e basi di presse per la spremitura delle olive, che indicano una produzione agricola. La presenza di corni di cervo, oggetti in osso e scarti suggerisce anche l’esistenza di un laboratorio artigianale. Lo status ufficiale dell’area è avvalorato dal ritrovamento di un sigillo in piombo del X secolo raffigurante S. Teodoro, e di apparenti attrezzature militari, come una punta di freccia in ferro e un oggetto in bronzo che potrebbe essere la testa di una mazza. Gli scavi hanno anche esplorato un cimitero bizantino a nord del complesso, portando alla luce una sepoltura elaborata e suggerendo la presenza di una chiesa nelle vicinanze. Un dato curioso, che richiederà ulteriori studi, è la notevole presenza di sepolture di donne e bambini, piuttosto che di individui di sesso maschile. La vita nel sito sembra essersi interrotta dopo l’XI secolo, e si ipotizza che il complesso sia stato demolito di proposito per la costruzione del castello normanno nel XII secolo https://www.lostrillonenews.it/2025/08/12/oria-lennesimo-tesoro-riaffiora-dal-sottosuolo-quante-scoperte-a-parco-montalbano-viene-alla-luce-un-inesplorato-periodo-bizantino-i-dettagli/
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  20. Sono monete per veri appassionati...si va oltre la conservazione e si resta incantati a sentire quanto emanano.... Sono sorelle dei grani dal 14 al 16 e l'ho già scritto avere in mano un 10 grani del 15 mi trcorda i sesterzi... Cmq tornando a queste sicuramente monete di nicchia e comunque difficili da trovare in particolare alcuni valori. Ci vuole molta pazienza come si diceva con un amico l'altra sera.
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  21. Current hypotheses are Greek coin or seal/button.
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  22. Ciao @Oppiano, ottima osservazione ! Nessun punto all'interno dell' 8 , era un puntino di polvere.
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  23. Ciao qui vedo la barba ed è mezzo scritto e come mi insegna @Antonino1951 dovrebbe essere un follis di Costante II...però non capisco se imitazione araba o ufficiale.
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  24. A San Casciano, per tutta l'estate, passeggiate archeologiche per scoprire il santuario dei bronzi Ogni sabato d’estate un viaggio guidato nel cuore del santuario termale etrusco-romano di San Casciano dei Bagni, dove tra il 2022 e il 2024 sono emerse statue in bronzo perfettamente conservate. Ecco come partecipare. Un viaggio nel tempo dentro il santuario etrusco che è stato teatro di uno dei ritrovamenti più straordinari dell’archeologia italiana degli ultimi decenni. Accade a San Casciano dei Bagni (Siena), dove quest’estate, ogni sabato, è offerta a tutti l’opportunità di vedere da vicino i luoghi degli etruschi grazie alle passeggiate archeologiche nel sito del santuario termale, che proprio grazie alle recenti scoperte si può oggi considerare uno dei luoghi più affascinanti e significativi per lo studio della civiltà etrusca e romana. Tutti i sabati, alle ore 17, con ritrovo presso le Stanze Cassianensi – il piccolo spazio museale allestito all’interno dell’atrio del Palazzo Comunale – prende avvio un itinerario che guida i visitatori attraverso i secoli, tra archeologia, paesaggio e memoria storica. Le passeggiate archeologiche consentono di approfondire il sito sacro di San Casciano dei Bagni, situato nel cuore della provincia senese: il santuario, scoperto nel 2021, ha restituito, tra il 2022 e il 2024, una collezione di statue in bronzo risalenti al periodo compreso tra il III secolo a.C. e il I secolo d.C., in uno stato di conservazione eccezionale. Le statue, rimaste protette per oltre duemila anni dai sedimenti caldi delle vasche termali, sono state ritrovate in un contesto votivo intatto, rivelando un antico luogo di culto frequentato da Etruschi e Romani. Santuario di San Casciano dei Bagni. Foto: Comune di San Casciano dei Bagni Panoramica dello scavo. Foto: Comune di San Casciano dei Bagni Il percorso delle visite guidate inizia all’interno delle Stanze Cassianensi, uno spazio espositivo concepito per accogliere i primi reperti emersi dagli scavi e per raccontare, con l’ausilio di materiali multimediali, la storia e l’importanza del santuario. Tra immagini, video e reperti selezionati, i visitatori possono farsi un’idea dell’eccezionalità delle scoperte e della complessità storica del sito. Questo primo momento introduce la narrazione archeologica che si sviluppa poi lungo la passeggiata verso il santuario. La seconda parte dell’itinerario si svolge all’aperto, in un paesaggio che conserva intatti i segni di una devozione millenaria. Il santuario termale sorge in una zona ricca di sorgenti di acque calde, le stesse che ancora oggi scorrono nelle vasche naturali presenti nell’area e che, nell’antichità, erano considerate dotate di poteri curativi. Questo legame tra acqua, salute e sacralità è alla base della funzione originaria del sito, che per secoli ha attratto fedeli, malati e pellegrini. Il santuario di San Casciano dei Bagni si presenta come un complesso votivo articolato e ricco di testimonianze, dove si intrecciano dimensioni religiose e terapeutiche. Le statue in bronzo ritrovate raffigurano divinità legate alla medicina e alla salute, ma anche offerenti e figure simboliche, accompagnate da iscrizioni in etrusco e latino che attestano la presenza di due culture conviventi nello stesso luogo sacro. Alcune delle iscrizioni forniscono preziose informazioni sugli autori delle offerte e sulle pratiche cultuali legate all’uso rituale delle acque termali. La portata delle scoperte effettuate tra il 2022 e il 2024 ha attirato l’attenzione della comunità scientifica internazionale. Gli archeologi hanno definito il ritrovamento come il più rilevante recupero di bronzi etruschi e romani in Italia degli ultimi anni. L’eccezionale stato di conservazione dei manufatti ha permesso di ottenere nuovi dati sull’iconografia religiosa, sulla linguistica e sulla società dell’Etruria meridionale. Gli oggetti rinvenuti erano stati intenzionalmente deposti all’interno delle vasche sacre, in un gesto rituale volto a ottenere protezione o guarigione, e il contesto stratigrafico in cui sono stati ritrovati permette oggi una lettura più completa del funzionamento del santuario. Bronzi scoperti nel santuario. Foto: Comune di San Casciano dei Bagni Bronzi scoperti nel santuario. Foto: Comune di San Casciano dei Bagni Bronzi scoperti nel santuario. Foto: Comune di San Casciano dei Bagni Sebbene molti dei reperti siano attualmente in fase di studio e catalogazione, parte delle statue e degli oggetti votivi è già visibile presso le Stanze Cassianensi, mentre è in fase avanzata il progetto per la creazione di un nuovo museo dedicato al santuario termale. Il futuro spazio espositivo ospiterà stabilmente i bronzi e offrirà un percorso museale strutturato per valorizzare al meglio la scoperta e inserirla nel contesto storico e paesaggistico di San Casciano dei Bagni. Nel frattempo, le passeggiate archeologiche rappresentano il modo più diretto e coinvolgente per entrare in contatto con la storia del luogo. Ogni appuntamento, previsto il sabato alle ore 17, consente di visitare non solo il museo temporaneo ma anche il sito archeologico vero e proprio, che conserva le vasche votive e l’area degli scavi. L’iniziativa è pensata per un pubblico ampio, composto sia da appassionati di archeologia sia da semplici visitatori curiosi di conoscere da vicino uno dei luoghi più emblematici dell’incontro tra civiltà etrusca e romana. Le passeggiate guidate offrono un’occasione di approfondimento culturale ma anche di scoperta del territorio, inserendosi nel ricco calendario estivo di eventi che anima San Casciano dei Bagni. Per partecipare alle passeggiate archeologiche è necessario prenotare. Il punto di ritrovo è fissato presso le Stanze Cassianensi, all’interno del Palazzo Comunale di San Casciano dei Bagni. Per informazioni e prenotazioni si può contattare il numero 0578 58141, scrivere all’indirizzo email [email protected] o utilizzare il servizio WhatsApp al numero 338 1547577. https://www.finestresullarte.info/archeologia/san-casciano-per-tutta-l-estate-passeggiate-archeologiche-santuario-dei-bronzi @CdC secondo te queste due discussioni si dovrebbero unire ?
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  25. Ciao, sempre per rendere più interessante la discussione, ed invogliare altri interventi, io non ci vedo tutte le bulinature o le reincisioni di cui fate cenno. Dal basso della mia esperienza sbaglierò sicuramente 🙂 ANTONIO
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  26. Grazie @didrachm e @Gordonacci, in effetti è chiusa in conservazione SPL. Ciao @miza, ti ringrazio. E' in bustina dal 11/07/2024 ma quelli che vedi in foto sono aloni e riflessi della plastica. Non cercherò le altre due varianti, mi basta questa come esemplare della tipologia 5 centesimi Italia su prora 😄.
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  27. Ciao @Alan Sinclair bel pezzo, comlplimenti, non vedo problemi, anche i capelli del Re sono in ottimo stato... Sembra che si trova chiusa in bustina già da diverso tempo e che comincia a soffrire? Mi pare di vedere aloni sulla plastica o forse è solo un effetto fotografico. Cosa dice la perizia, da quanti anni è in busta? Questa del 1908 rispetto alle sorelle minori ha al R/ la R e le scritte in basso a destra in rilievo, quella 1909 ha la R in incuso e la scritta in basso a destra in rilievo. Tette le altre annate hanno al R/ la R e le scritte in basso destra in incluso. Ti tocca cercare tutte e tre le varianti Alan... 😀 Saluti
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  28. Grazie ad entrambe per la pazienza,so di essere persistente ma non ho resistito ad aprire un'altra scatola da scarpe e sono uscite tante cartoline postali e avrei decine di domande ma vedo di trattenermi altrimenti mi bannate da questa sessione 😋 Quelle poche volte che esce qlc dell'Umbria spero sia sempre interessante per mostrarlo a @fapetri2001 ma per fortuna capita di rado...questa è spuntata poco fa'
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  29. Speriamo si faccia vivo qualcuno che ne ha uno e che ci dica se questa benedetta riga è o no rilevata rispetto al piano …. Questo è quello che intendo sempre quando mi riferisco ai limiti del mezzo visivo….ci vuol prudenza e l’uso del condizionale
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  30. Carina...un bel dritto, a vederla cosi in bustina direi un SPL pieno
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  31. Sempre su Gallica. https://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b11350344v/f1.item.zoom Per questo esemplare -invece- il “graffio” non è presente nonostante la “mano” a sinistra di chi guarda.
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  32. La “mano” si trova a sinistra di chi guarda. In questo esemplare sempre presente al British Museum, la “mano” è a destra di chi guarda e l’esemplare non riporta il “graffio”. © The Trustees of the British Museum. Shared under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 4.0 International (CC BY-NC-SA 4.0) licence. https://www.britishmuseum.org/collection/object/C_1855-0612-507
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  33. Operatore 666 .... credo siano posseduti
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  34. Marca a tassa fissa, 1920, contorno da lire 5,40 con valore in nero al centro 0,70, filigrana corona. 5€.
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  35. Buongiorno @Alex79, bella moneta, direi in alta conservazione. Va vista bene in mano quando ti arriverà: i 10 cent cinquantenario, come aveva osservato @tonycamp1978 in altra discussione, sembrano talvolta coniati con leghe di colori differenti, alcuni più tendenti al rosso bruno e alcuni più "gialli"; nel caso della tua moneta mi sembra una colorazione intermedia, nonostante i riflessi rossi del rame.
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  36. Chiodi à M, à IaV rapace = chi odia mai avrà pace. Buona giornata!
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  37. Ciao. Purtroppo ormai falsari hanno raggiunto una tecnica di falsificazione tremendamente insidiosa e solo un esame accurato e diretto sulla moneta in esame potrebbe sciogliere ogni giusta riserva. Apprezzo dunque la tua onestà intellettuale. Anche io propendo per un falso ma giustamente ho detto alla persona che mi ha inviato la foto che occorrerebbe una visione diretta. Mi piace pensare che non ci sono stati ulteriori interventi perchè siamo in Agosto e le persone sono in vacanza. Ma capisco anche che molti preferiscono non sbilanciarsi per ovvi motivi..Comunque non c'è nessun trabocchetto...e non si perde certo la faccia o la reputazione anche se magari si dà un parere che poi viene confutato. In conclusione..grazie del tuo parere😊 che condivido..non sono un esperto di questa monetazione ma a primo impatto non mi piace...se me la portano a far vedere a Torino a settembre ti farò sapere...
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  38. Sembrerebbe proprio di sì! Il ramoscello d'ulivo, i caratteri della legenda, il posizionamento delle figure, fanno propendere per la stessa identità di conio!
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  39. Buongiorno @Saturno, questa è una bella moneta ed anche periziata dal grande Bazzoni ( 1952-2010 ).
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  40. Danza d’odalisca buona notte valerio
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  41. In realta’ neppure io ho mai ricevuto mail da UPS; semplicemente controllo dal tracking se il mio pacchetto se la passa bene chiedi cosa bisogna fare? Io domani riscrivo a quegli stronzi di CFN incollando lo screenshot dello storico del mio ordine che risulta consegnato; e chiedendo cortesemente spiegazioni aggiungerò letteralmente se mi stanno prendendo per il culo!! poi voi fate come volete; capisco chi ha buone maniere.. io le ho smarrite rispetto a questi debosciati senza vergogna
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  43. Finalmente in ferie, approfitto per presentare un recentissimo acquisto papalino, sul quale vorrei evidenziare alcuni aspetti che solitamente sfuggono alla primissima analisi…. LA MONETA E LA SUA STORIA Al diritto pianta di giglio fiorita, attorno da sinistra FLORET ° IN ° DOMO ° DOMINI * (Fiorisce nella casa del Signore), all’esergo la data 1776. Al rovescio S. Pietro nimbato seduto sulle nubi; attorno, da sinistra APOSTOLOR : - PRINCEPS °, all’esergo il valore ° P ° - 30 ai lati dell’armetta Albani. Oro 916,66/1000, Peso 5,45 grammi. Diametro 23,07 mm. Taglio cordonato. Muntoni 2, CNI 17 Si tratta di una DOPPIA in oro, un nuovo nominale introdotto da papa Pio VI con chirografo del 28 settembre 1776, con l’intento di creare una moneta che avesse minori “spese vive” di produzione, rispetto a quelle che gravavano sullo zecchino. In primis queste erano dovute all’affinazione estrema dell’oro 24 carati necessario per lo zecchino, per la doppia infatti il titolo scende a 22 carati (916,66/1000), con un peso legale di 4 denari, 15grani, 49 centesimi e 2 quinti, pari a 5,439 grammi Proprio per il maggior peso a parità di valore relativo, venivano a diminuire anche le spese di coniazione, pertanto questa nuova moneta soppianterà nel tempo lo zecchino stesso, la cui produzione cessa nel 1784. Il valore della DOPPIA era stabilito in 30 paoli, valore che viene impresso all’esergo del rovescio, situazione insolita per una moneta del periodo. Con la crisi che inizia ad attanagliare progressivamente lo Stato Pontificio questa particolarità viene a sparire, infatti nel marzo 1786 una nuova “TARIFFA” delle monete auree stabilisce il valore della doppia in 31,3 paoli, successivamente corretto nel dicembre dello stesso anno in 31,5 paoli. Da quel momento l’indicazione del valore P.30 viene eliminato dai coni, anzi "abrasato" dai coni per utilizzare il termine che Martinori cita nei suoi “Annali” per la doppia 1786; operazione della quale rimangono tracce sulle monete con questo millesimo: IL PRESIDENTE Non è tutta qui la storia che il lato “B” ci può raccontare, infatti a partire dall’armetta Albani al rovescio ho iniziato a fare ricerche sul personaggio di questa famiglia, tanto cara alla mia città natale, a cui appartiene… Si tratta di colui che all’epoca era mons. Giuseppe Albani, nato a Roma nel 1750, qui in veste di Presidente delle Zecche, incarico di cui fu investito a soli 26 anni e che ricoprirà fino al 1778. E non sarà che l’inizio di una carriera che, se non paragonabile a quella dei più illustri avi Giovanni Francesco, papa Clemente XI, o Annibale, Camerlengo durante più sedi Vacanti del XVIII secolo, è senz’altro degna di nota e meritevole di essere ripercorsa. Dopo gli studi a Siena entra nella curia romana durante il pontificato di papa Clemente XIV (1769-1774), dopo diversi incarichi di prestigio come la già citata Presidenza delle Zecche, viene nominato cardinale da papa Pio VII nel 1801. Durante il periodo napoleonico, si rifugia a Vienna (1808-1814), dove viene in contatto ed intavola rapporti con la corte austriaca. Al rientro del pontefice a Roma dopo la Restaurazione, diviene Prefetto della Congregazione per i vescovi nel 1817. Nel 1824 si trasferisce a Bologna di cui viene nominato Legato. L’incarico di maggior prestigio deve ancora arrivare per l’ormai anziano Giuseppe Albani, ed è l’elezione a segretario di Stato il 31 marzo 1829 da parte di Papa Pio VIII, carica che Albani ricopre per l’intero, breve, suo pontificato. Ormai ottantenne, nel 1830 il Card.Albani fu bibliotecario della Biblioteca Apostolica Vaticana. La sua carriera termina come inviato nella Legazione di Urbino e Pesaro, proprio ad Urbino era iniziata la storia italiana di Michele Laçi e i suoi due figli Filippo e Giorgio, profughi dall’Albania dove avevano combattuto i turchi, accolti dal Duca Federico da Montefeltro nel 1464, che presero il nome di Albani in ricordo della terra natale. Da Urbino la famiglia Albani approderà a Roma con Orazio (1576-1653), inviato come ambasciatore del Duca Francesco Maria II Della Rovere, per concludere l'annessione dello stato del Ducato di Urbino allo Stato Pontificio, che avviene nel 1631 alla morte dello stesso Francesco Maria II. L’ultimo incarico del Card. Giuseppe Albani fu quello di riportare l’ordine nei territori “periferici” dello Stato Pontificio, protagonisti dei moti insurrezionali del 1831, che avevano anche portato alla formazione di effimeri governi provvisori. Morirà a Pesaro il 3 dicembre 1834, e con lui si chiuderà la parabola che ha legato per quasi due secoli la famiglia Albani alle massime cariche ecclesiastiche ed al papato. Sperando di non avervi annoiato, saluto tutti… RCAMIL.
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  44. Si è molto probabile. Per me conta principalmente l'autenticità della moneta 🙂. Parlo della mia che è sicuramente coniata è molto probabilmente autentica. Poi se proviene o meno da Limoges non è importante, è entrata in collezione unicamente perché mi piaceva questa tipologia di Vittoria rappresentata sul rovescio. La tua, per me coniata e quindi autentica ( cosi come sembra anche il cartellino), messa in vendita da una casa d'aste conosciuta ed affidabile penso che sicuramente appartenga al ritrovamento 🙂 ANTONIO
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  45. Ma si, è impossibile conoscere esattamente la storia di questi esemplari che hanno transitato suL mercato. le mie erano considerazioni puramente personali, amando i testi antichi e questi particolari come i cartellini d epoca. quando si acquistano questi esemplari con queste provenienze, senza documentazione fotografica, è normale porsi delle domande, sulla reale provenienza, possono venire dei dubbi, ma serve anche dare fiducia in chi l ha venduta. grazie a te per aver postato il tutto.
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  46. Bhe... un giro a Venezia a queste monete non glielo vogliamo far fare?!?!?... 😂😂😂 Vaticano --> Svizzera --> Fiumicino --> Venezia --> Marte --> ... Bha....
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  47. In realtà il tardo impero nasconde varie tipologie, anche se quasi tutte legate alla salvezza dell'impero. Personalmente lo preferisco all'alto impero proprio per la drammaticità dei tempi... Arka # slow numismatics
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  48. yes la vedo una cosa sequenziale quello delle zigrinature.
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