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Elenco dei contenuti che hanno ricevuto i maggiori apprezzamenti il 12/17/25 in Risposte

  1. Martedì 13 gennaio dalle ore 20:45 al CCNM (via Kramer, 32 Milano. Citofono SEIDIPIU'), conferenza di Antonio Rimoldi su "Le monete milanesi di Filippo II dal 1554 al 1577". Antonio Rimoldi è uno studioso, collezionista e commerciante numismatico specializzato nella variegata monetazione milanese. Al suo attivo diverse pubblicazioni, sia di carattere scientifico che divulgativo, questa sua ultima pubblicazione è il prosieguo della collana di monografie, il primo volume dedicato alle monete milanesi di Carlo V, dedicata alla monetazione milanese nel periodo spagnolo. La conferenza che avrà inizio dalle ore 21:00 potrà anche essere seguita da remoto, i link da utilizzare per seguire la conferenza verranno comunicati nei primi giorni di gennaio.
    6 punti
  2. Quest'anno non ho trovato nessuna moneta che mi soddisfacesse per farmi un regalo di Natale e quindi mi sono dato alla filatelia. Un piccolo lotto di antichi stati + 2 lettere che vi posterò prossimamente.
    4 punti
  3. A quanto è dato sapere dagli articoli di stampa, non è stata inibita la società ma il suo legale rappesentante, che sarà già stato sostituito nella carica da altra persona. Per quanto attiene l'asta dei doni "di Stato" ricevuti dalla Presidente Meloni, la stessa è stata sospesa (non annullata) per evidenti e facilmente intuibili ragioni, non essendo "opportuno" - in questo frangente -, che lo Stato affidi la vendita dei suddetti doni ad una Casa d'aste il cui legale rappresentante è stato raggiunto da una misura cautelare interdittiva. Ma, ancora una volta, non conoscendo gli atti dell'indagine, si può solo tirare ad indovinare (per quel che serve). M.
    4 punti
  4. DE GREGE EPICURI Un sacco di belle ( e meno belle...) monete da identificare. Molti buoni risultati e anche un po' di dubbi. E poi tante belle monete ben identificate da vedere e commentare. Sono rimasto stupito per il successo delle mie "monete" di Seborga!
    3 punti
  5. Io ho solo doppia di Vittorio Amedeo III e Carlo Emanuele IV Carlo Emanuele III manca Allego una delle due richieste
    3 punti
  6. Nonostante una pioggia battente ci siamo trovati un bel numero di presenti, molte monete e gettoni da catalogare e vedere...bellissima serata che la nostra passione ci può dare. Al termine della serata taglio del panettone e brindisi per gli auguri di buone feste
    3 punti
  7. È più bella l'aratrice o la vetta? A voi l'ardua sentenza
    2 punti
  8. Qui doppia Carlo Emanuele III
    2 punti
  9. No, non è vero… si schiacciano solo i pezzi che cadono di nuovo sui pieni del conio e si salvano quelli che ricadono in un vuoto del conio Detto ciò, mi pare che le ribattiture siano tre e non due
    2 punti
  10. Ciao, Apamea di Frigia con Marsias al rovescio https://www.acsearch.info/search.html?id=15146605 @Alex Siamo d’accordo 😉
    2 punti
  11. Ciao ARES III. Direi che la moneta presenta un errore di conio causato da ribattitura associata a rotazione (rotated double-strike) che lo mette in bella evidenza. La ribattitura osservata sullo statere presentato circa un mese fa nella Bertolami Fine Art E-Auction 354, per esempio, ha prodotto un effetto molto meno appariscente. Riguardo allo statere in discussione, penso che con tutta probabilità sia classificabile come Pegasi 408 (Ravel Period V, 1046). Non sono in grado di pronunciarmi sull’autenticità della moneta, mentre non ho dubbi nel ritenere che i connotati del povero Sileno sono stati completamente stravolti dal conio. apollonia P.S. Ti ricordi di Alessandro? Ho appena appreso da mia figlia che proprio oggi ha superato l’esame di “Gestione industriale della qualità” con il massimo dei voti e la lode.
    2 punti
  12. Gli Stati Uniti, però, si trovarono ad entrare in guerra completamente impreparati, soprattutto per quanto riguardava le operazioni di terra. L'esercito regolare contava poco meno di 28.000 uomini, sparsi in piccoli distaccamenti in tutto il paese e abituati solo a sedare le rivolte indiane. Furono chiamati in servizio 200.000 volontari, ma il ministero della guerra creò un caos incredibile nel mobilitarli, addestrarli ed equipaggiarli. Le truppe, imbarcate per una spedizione ai tropici in piena estate, erano vestite con pesanti uniformi di lana (vengono in mente i nostri alpini, mandati, invece, nell'inverno russo, con le scarpe risuolate col cartone ), la maggioranza degli uomini disponeva solo di obsoleti fucili a un colpo solo, il cibo era immangiabile. Contro un nemico determinato, gli Stati Uniti non avrebbero potuto evitare il disastro, ma per fortuna trovarono nella Spagna un avversario ancora più impreparato e incompetente di loro e così il ministro degli esteri John Hay potè definire quella che seguì "una splendida piccola guerra", durata appena dieci settimane, e che costò agli americani meno di 400 morti in battaglia (ma altri 5000 furono vittime di malattie e infezioni ). A fare la differenza fu la marina, troppo grande il divario, a favore della prima, tra quella americana e quella spagnola, mentre l'esercito, aiutato da un'incredibile fortuna, trionfò in ogni scontro. Le truppe spagnole a Cuba si arresero il 16 luglio, nel frattempo era stata occupata anche Puerto Rico. Altri scontri erano avvenuti nel Pacifico, dove gli americani avevano conquistato le Filippine. Il 12 agosto venne siglato l'armistizio, mentre con il trattato di pace, firmato a Parigi il 10 dicembre 1898, la Spagna riconosceva l'indipendenza di Cuba, e cedeva agli Stati Uniti le Filippine, Puerto Rico e l'isola di Guam, nel Pacifico. Quest'ultime due isole sono oggi U.S. Territories , Territori degli Stati Uniti, e in quanto tali sono state celebrate nel 2009 con due monete della serie degli State quarters. Queste due monete, come noterete, presentano iscrizioni in lingue diverse dall'inglese. E se sul quarto di dollaro di Puerto Rico la scritta in spagnolo "Isla del Encanto", non ha bisogno di spiegazioni, queste sono senz'altro necessarie per la moneta di Guam, la cui scritta recita "Guahan I Tanó ManChamorro", ovvero "Guam terra dei Chamorro", l'etnia che popola l'isola e nella cui lingua è scritta la frase. petronius
    2 punti
  13. Intanto non è un 5 lire ma una piastra da 120 grana del 1834 coniata a Napoli durante il regno di Ferdinando II di Borbone,per dare risposta alle tue domande ci vogliono immagini nitide,dritte e realizzate con luce naturale...
    2 punti
  14. @Carlo. buona sera. Non vi ritengo pazzi, ma il mio intervento aveva proprio lo scopo di ottenere una risposta come la tua. Sono pienamente concorde sul far esperimenti casalinghi, anche io ho iniziato così, rovinando tante monete (di nessun valore) ma soprattutto di mettere in guardia sull'uso facile di sostanze. Ho sempre evitato l'impiego di prodotti chimici ( anche se alle superiori, una vita fa, me la cavavo niente male in chimica), perchè ritengo che una reazione chimica si sa come inizia ma non è sempre controllabile, tranne che si abbiano le conoscenze adeguate (e a volte non basta), mentre il bisturi c'è l'ho sempre sotto controllo. Quindi continua ed amplia le tue prove, ti assicuro che la soddisfazione che si ha a riportare in vita questi tondelli è veramente notevole. Cordialmente.
    2 punti
  15. La guerra ispano-americana Vignetta di Grant E. Hamilton a favore dell’intervento a Cuba pubblicata il 6 febbraio 1897: Liberty, personificazione femminile degli USA, tende la mano a Cuba oppressa, mentre lo Zio Sam siede bendato, rifiutandosi di intervenire. Dopo la tragedia del Maine, però, "lo Zio Sam", cioè il Presidente McKinley, non potè continuare a far finta di niente. La richiesta di entrare in guerra aveva assunto toni isterici, e il Presidente, dopo settimane di esitazione, decise infine di intervenire. Messo il governo spagnolo di fronte a un ultimatum, questo accettò di sottoscrivere un armistizio immediato con i ribelli e di smantellare i campi di concentramento, rifiutando però di garantire l'indipendenza cubana. E così McKinley, l'11 aprile 1898, inviò al Congresso un messaggio in cui richiedeva la guerra. Il 20 aprile il Congresso approvò a grande maggioranza una risoluzione che riconosceva l'indipendenza cubana e autorizzava il presidente a fare uso della forza per cacciare gli spagnoli dall'isola. Ma fu anche approvato l'emendamento Teller, dal nome del senatore democratico Henry Teller, che vediamo nella foto. Negando qualunque intenzione di annettere Cuba, tale emendamento rifletteva la crociata idealista che stava alle spalle della guerra: "...con la presente si esime da ogni volontà di esercitare sovranità, competenza, o controllo di detta isola tranne che per la pacificazione della stessa, e si afferma la determinazione, quando questa fosse compiuta, di lasciare il governo e il controllo dell'isola al suo popolo" Isola della quale vediamo un'altra cartolina (da collezione privata), risalente ai primi del '900, con un soggetto ancora una volta insolito, i docks del porto de L'Avana. La cartolina, stavolta, non è viaggiata, non c'è dunque nulla da aggiungere dal punto di vista filatelico. Continua...
    2 punti
  16. Penso che si tratti dell’imperatore Cesare Marco Aurelio Antonino (Elagabalo), con la scritta al rovescio ΝΙΚΟΠΟΛΙΤΩΝ ΠΡΟϹ ΙϹΤΡΟΝ (dei Nicopolitani sul (o presso il ) Danubio). apollonia
    2 punti
  17. DE GREGE EPICURI Fondata come città da Traiano, sarebbe meglio chiamarla "Nicopoli presso l'Istro", dato che si trova a molti chilometri a sud dell'Istro (Danubio); il termine greco ΠΡΟΣ ΙΣΤΡΟΝ significa infatti "presso l'Istro". Il magistrato della città viene chiamato a volte ηγεμονεοντοσ, cioè governatore, a volte υπατεγοντοσ, ossia legato (imperiale). Sulle monete, troviamo per indicare la città due genitivi diversi: ΝΙΚΟΠΟΛΙΤΩΝ oppure ΝΙΚΟΠΟΛΕΙΤΩΝ per significare "dei Nicopolesi". Si trova nel nord della Bulgaria, a 20 km da Veliko Tarnovo; la sua origine fu un campo militare, stabilito da Traiano contro i Roxolani. Elevata al rango di città fra il 102 e il 106 d.C., col nome di Ulpia Nicopolis; dopo il 136 troviamo la dizione "Ulpia Nicopolis ad Istrum". Ampliata da Antonino Pio, del quale sono note molte emissioni monetali. Si trovava in una zona sempre a rischio di invasioni e scorrerie, e nel 170 d.C. venne saccheggiata dai Costoboci, contro i quali fu inviato il generale romano Velio Giuliano; questi la circondò di mura nel 171. Prosperò sotto i Severi, ma fu osteggiata da Caracalla. Nei pressi della città Traiano Decio vinse i Goti nel 250 d. C. Molti dei suoi edifici furono restaurati e abbelliti da Costantino. Si dice che nel IV secolo il vescovo Wulfila mise a punto proprio qui l'alfabeto gotico; gradualmente, la lingua gotica prese il sopravvento in questa zona sul latino e sul greco, fino a quando fu spazzata via dall'arrivo delle popolazioni slave. Oggi nel territorio della città antica sono attivi molti scavi archeologici. Dal punto di vista numismatico, la città ha coniato solo metallo vile, dai numerari più piccoli (corrispondenti al quadrante o forse al semisse) fino ai multipli dell'assarion , indicati allora con lettere greche (B=2, Δ=4, E=5, ecc.) E dopo questa carrellata introduttiva, vi presento la prima moneta. E' di Gordiano III, presentato con le consuete titolature. Al rovescio, un grosso serpente intrecciato si leva verso destra. La moneta misura 25 mm e pesa 13,3g.
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  18. Buonasera: Nel certificato ci sta scritto: "nella seguente medaglia". Non è riportato: "medaglie". Quindi, a mio avvviso, si tratta semplicemente di una medaglia in argento 986 a cui è stato applicato uno strato superficiale similoro. Lo strato superficiale, essendo di spessore pari a pochi micron, ha un peso infinitesimale che lo rende del tutto trascurabile. Per tale motivo, non è riportato. My 5 cents.
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  19. Ma dai! Non è una figura in piedi su un piedistallo con lancia nella mano destra?? Anche di questa domani provo a fare altre foto.. Intanto ecco la prima girata.
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  20. Se sono 44 grammi (e non 50 come dichiarato per la medaglia in argento), si fa più concreta la possibilità che il cartellino indichi DUE medaglie diverse, e quindi quanto in suo possesso probabilmente è la medaglia in similoro (di cui non viene infatti dichiarato il peso). Certo che, come ho detto, se fosse davvero così sarebbe roba quasi da denuncia per l'Istituto Poligrafico: dal cartellino uno è convinto di acquistare un oggetto in argento, e si trova invece con la copia in similoro... Mah... Per la calamita: nè l'argento nè il bronzo (o quello che è) sono ferromagnetici. Vengono invece esclusi ferro e nickel
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  21. https://www.erroridiconiazione.com/t-4-errori-bimetallici/ l'autore è anche con noi sul forum - @andrea78ts Del Pup - lui mostra proprio degli esemplari sulla sua pagina e chiarisce come distinguerli dagli artefatti queste caratteristiche non le vedo nell'anello in questa discussione.
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  22. grazie mille proverò a contattarli, se mi danno qualche informazione aggiuntiva vi dico
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  23. Personalmente ringrazio io Antonio @anto R per onorarci della sua presenza, sicuro che sarà come sempre un'interessantisima conferenza.
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  24. Salve,un po più a nord della Fenicia. Bronzo di Apameia in Frigia. https://www.acsearch.info/search.html?term=Turreted+marsyas+ae+14mm&category=1-2&lot=&date_from=&date_to=&thesaurus=1&images=1&en=1&de=1&fr=1&it=1&es=1&ot=1&currency=usd&order=0
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  25. Coll indica la Raccolta Colloredo-Mels nel Museo di Udine.
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  26. @Pxacaesar Ecco qualche foto
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  27. Ho provato su una medaglietta in bronzo, nessun risultato ne in meglio ne in peggio
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  28. Buongiorno @claudioc47, intanto grazie per il lavoro che sta facendo. Per quanto mi risulta, la patina iridescente o dai colori cangianti (blu, viola, dorato, rosso) che si forma su alcune monete d'argento è principalmente dovuta a un processo di ossidazione differenziata, che crea un sottile strato di composti di zolfo sull'argento (tipicamente Ag2S). Ovviamente, con la procedura descritta nella discussione, questa viene completamente rimossa, ed è giusto che sia così, se utilizziamo questo processo. Dalle foto mi sembra di notare che, togliendo la patina, vengano messi alla luce i vari difetti della moneta, che però erano pregressi, poichè semplicemente nascosti dalla patina stessa, quindi sembrerebbe che la moneta non abbia subito alcun danno fisico. Nonostante infatti sia in argento 835 (e non 500), e questo potrebbe essere un grosso problema per il metodo, anche se le righe sono molto più evidenti nelle foto a destra, si intravedono difetti simili anche nelle foto a sinistra, solo seminascoste dalla patina. Almeno questo sembra a me (IMHO). Non sono stati invece rimossi gli altri tipi di patina, come si può notare nelle zone più scure vicino ai bordi della moneta, dovuto probabilmente al fatto che si tratta di polveri depositate o altro ancora. Detto questo, se la patina nera o quella iridescente era ciò che volevamo rimuovere, sembra che il metodo abbia funzionato alla perfezione, che ne dice?
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  29. Siete off-topic, create una discussione a parte. Grazie!
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  30. Da "tasto ricarica" L cola TA = data storica ricalcolata. Buonanotte!
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  31. Ciao, non sono esperto, ma dico la mia opinione. Dalle foto che hai messo anche a me non fa una bella impressione, soprattutto il bordo, ma anche l’ossidazione. Inoltre in questo stato di conservazione dovrebbe essere piena di segni di coniazione, mentre fatico a vederli. L’unico dubbio me lo fa venire la frattura. Prova a guardarla meglio dal vivo, se è “riempita”, non va bene.
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  32. Buonasera. Sì, nonostante il rotolino sia intatto. In primis perché è una moneta molto comune anche in perfetta conservazione. Secondariamente, perché è difficile trovare qualcuno a cui interessino 50 di queste monete, tutt'al più a qualcuno potrebbe interessarne una da mettere in collezione se non l' ha,ma poi gliene rimangono 49 che dovrà cercare di vendere...
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  33. Mai detto questo... Sbagliare è umano, perseverare... Come ogni mercato è un business,se il collezionista vuole una variante ed è disposto a pagarla allora gliela danno... Ecco,tu sei una potenziale vittima di questo business...
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  34. Ciao È impossibile fare esempi in generale come chiedi tu, andrebbe esaminato sempre caso per caso.
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  35. Credo sia inutile , a meno che @Villanoviano non ci dica quali foto sono di pezzi autentici e quali siano i falsi , postare foto di altri Assi fusi ; gia' risulta piuttosto difficile (tranne che per i tecnici di questo tipo di monetazione) riconoscere dal vivo un fuso autentico da uno falso , figuriamoci quanto piu' lo sia giudicare Assi fusi da una foto . Inoltre occorrerebbe inserire anche i pesi oltre alle foto .
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  36. Sto leggendo i vostri interventi di pulizia sulle monete e sinceramente rimango esterrefatto! Smac, soda caustica, gomma da cancellare e chi più ne ha più ne metta! Vi meravigliate che un'oncia in argento rimane segnata con una gomma, e cos'altro poteva succedere? Le monete, per principio, "non si puliscono"! Se sono sporche, basta sol un po' di sapone di Marsiglia, un bagno in acqua demineralizzata, a volte una goccia di acetone puro o di benzina rettificata, quando non se ne può fare a meno. Ho fatto diversi interventi di restauro conservativo, ma su monete che praticamente erano date per perse, e con le adeguate attrezzature e con molta pazienza hanno ripreso vita, ma senza pretendere che tornassero allo stato zecca. La pulizia rapida, non è amica delle monete. A volte per riportare in vita un pezzo ci vogliono decine di giorni, molte ore al microscopio, imparare ad usare nel giusto modo un bisturi senza lasciare il minimo segno sul metallo.
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  37. Buonasera a tutti, @Fondamentale e @motoreavapore, ovviamente tutte le ipotesi sono bene accette, anche le più stravaganti... siccome vi risulta difficile accettare una semplicissima lesione con esubero, ma siete entrambi inclini a pensare ad una sorta di modifica postuma del conio - come se si trattasse di un conio del periodo post Repubblica Napoletana -allora mi domando: cos'è che mi sfugge? Ricapitolando, secondo il vostro ragionamento, questo conio, prima sarebbe stato utilizzato per coniare un tot di monete standard e poi - mistero della fede - è stato riportato nel Gabinetto d'incisione (come se lì non ci fossero altri conii utili) dove Domenico Perger, ha poi attuato una sovra-punzonatura / incisione sul conio, precisamente sulla lettera C con uno strano simbolo (?)... per poi riportare il conio nella stanza dei torchi e continuare la coniazione di altre piastre 1795 così... "difettate". A questo punto, Vi chiedo gentilmente, di portare un solo esempio che possa supportare in qualche modo la vostra ipotesi, uno soltanto, di una sola moneta dove è presente una sovra-punzonatura CERTA di questo strano simbolo alieno al conio. Grazie. Io intanto, provo a farvi digerire la lesione con esubero, allegando le immagini di una piastra che - a mio avviso - può anche definirsi di transizione... https://acm-auctions.bidinside.com/it/lot/6709/zecche-italiane-napoli-ferdinando-iv-/ e questa è la stessa piastra condivisa dall'amico @giuseppe ballauri ... da notare il pasticcio in divenire... Saluti
    1 punto
  38. Salve Meleto, Il tipo non ufficiale di medaglia commemorativa della guerra di liberazione 1943-1945, un’orificienza istituita dalla Repubblica Italiana per rendere omaggio a tutti coloro che hanno combattuto in quegli anni contro le forze di occupazione nazifasciste, è confermato dalla scheda tratta dal testo di Dimitri Bini “Le medaglie ufficiali militari e civili del Regno d’Italia”, C.L.D. Libri s.r.l. 2008. La medaglia è una sorta di prova/prototipo per la versione ufficiale dettagliatamente descritta sul sito https://www.tuttomilitare.it/medaglie-militaria/2432-medaglia--guerra-liberazione-1943-45-0658606574090.html. apollonia
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  39. Beh, per esempio, che tra i nomi di professionisti numismatici coinvolti , citati nella prima operazione , ce ne erano un paio che poi sono stati cancellati , perché l’imputazione è caduta … è rassicurante perché vuol dire che lavoravano in modo evidentemente corretto, dato che pur avendo, altrettanto evidentemente, avuto contatti con le stesse persone non hanno subito l’applicazione di misure coercitive… in soldoni: se è pur vero che lavorando si può incappare in un conferente che ti dichiara il falso relativamente a quello che ti affida o vende, e ricordiamoci che è proibito per legge cercare di saperne di più parallelamente, e ti vende una moneta di provenienza illecita, è altrettanto vero che , se si lavora seguendo le regole prescritte dalla legge per le attività di numismatica e siamo in possesso dei requisiti documentali necessari, anche questo tipo di inconvenienti, indipendenti dalla volontà del professionista di turno( professionisti veri, non improvvisati e/o prestati alla numismatica) non porta ad alcuna conseguenza legale , se non , per ovvie ragioni, al sequestro della/e moneta/e incriminata/e , che verranno rimborsate al cliente acquirente. Fa una gran bella differenza per chi si affida a professionisti acclarati e chi no…
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  40. Buonasera a tutti, causa piccolo intervento di ernia, in questi giorni non ho potuto sollecitare l'Amministrazione comunale ma provvederò domani. Mi hanno comunque confermato che anche oggi il Mercato non ha avuto luogo. Un saluto e speriamo di risentirci con qualche notizia migliore.
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  41. Sembra un cavallo uscito dai cartoni animati…
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  42. Ad ogni buon conto, per chi preferisca la lettura on-line, il testo degli ultimi due capitoli è il seguente: LA FINE DELLA REPUBBLICA Dopo la battaglia di Philippi, i triumviri si spartirono le sfere d’influenza: a Lepido l’Africa, a Ottaviano l’Italia, l’Hiberia e la Sicilia (dove, però, continuava a spadroneggiare Sesto Pompeo), ad Antonio le Gallie e tutto l’Oriente; l’equilibrio tra loro era, tuttavia, instabile. _________________________ Ottaviano si dedicò a consolidare ulteriormente il ricordo di Cesare e, per tramite di esso, la propria autorità. Nel luglio del 44 a.C., dopo la morte di Cesare, era apparsa per sette giorni una cometa, che fu ritenuta un chiaro segno della sua divinizzazione e, quindi, venne chiamata sidus Iulium. Infatti per la mentalità romana, sebbene nessun vivente potesse affermare di essere un dio, ciò non escludeva che dopo morte gli dei decidessero di accogliere un defunto fra loro: si trattava della cosiddetta “apoteosi” (non molto dissimile dalla “santificazione” della dottrina cattolica) ed era successa, sino allora, solo con Romolo (identificato, per questo motivo, con il dio Quirino ). Preso atto di questa prova evidente di apoteosi, nel dicembre del 42 a.C. il Senato, su iniziativa di Ottaviano, dichiarò formalmente Cesare “divus” (ossia un mortale divinizzato, qualcosa di meno di un vero deus); Ottaviano, pertanto, poté vantarsi di essere Gaius Iulius Caesar divi filus e lo pubblicizzò su due emissioni di bronzo. La prima, RRC 535/1, reca da un lato il ritratto di Ottaviano e la legenda CAESAR DIVI F., dall’altro il ritratto di Cesare e la legenda DIVOS IVLIVS[1]; la seconda, RRC 535/2, reca da un lato il ritratto di Ottaviano con una stella, il sidus Iulium, sotto il mento e la legenda DIVI F., dall’altro la legenda DIVOS IVLIVS in una corona d’alloro. Si tratta sicuramente di emissioni itineranti, ma si discute molto sulla loro interpretazione, resa difficile anche dall’estrema variabilità di peso[2]. Grueber ipotizza che fossero sesterzî, emessi in Gallia; Martini[3] crede che le prime monete siano state prodotte in Gallia nel 43 a.C., le successive invece in Italia nel 37-36 e ne deduce che, nel tempo intercorso, ne sia stato abbassato progressivamente il peso; Amisano, concordando con Martini, suggerisce che le monete fossero in origine sesterzî (come le emissioni di Gneo Pompeo ) ma poi, a causa della diminuzione di peso, possano essere state accettate come dupondî o assi; McCabe ritiene che fossero dupondî. _________________________ Anche se la fazione dei cesaricidi era stata definitivamente debellata, la numismatica ci tramanda un interessante indizio di come l’aristocrazia oligarchica, invece, non si fosse ancora rassegnata alla progressiva trasformazione del sistema di governo romano in senso monarchico. Si tratta del denario RRC 515/2, datato al 41 a.C. e firmato da tale Lucio Servio Rufo, non altrimenti noto. Esso reca, al rovescio, l’immagine dei Dioscuri in piedi, ma la particolarità è al dritto: un ritratto privo di didascalia; probabilmente il monetiere avrà affermato che voleva celebrare un suo antenato, tuttavia a chiunque è evidente la piena somiglianza fra questo ritratto e quello di Bruto, presente sul denario RRC 508/3. A pochi mesi dalla morte di Bruto, il più acerrimo nemico di Ottaviano, un oscuro aristocratico si permetteva di inneggiare a lui, sulle monete della Repubblica. _________________________ Nel 41 a.C. Antonio si diresse a Tarso, ove convocò Cleopatra per accusarla di aver appoggiato i cesaricidi; quando la regina arrivò, tuttavia, se ne invaghì perdutamente e, alla fine dell’anno, la seguì ad Alessandria. _________________________ Antonio era sposato con Fulvia, persona ricca, astuta e volitiva. Era stata in passato la moglie di Clodio, grazie al quale era riuscita a entrare nella cerchia dell’aristocrazia; morto lui, nel 50 a.C. aveva sposato un altro giovane aristocratico, Curione, tramite il quale aveva conosciuto Antonio, suo debitore. Sebbene i contemporanei la descrivessero come una donna brutta, Antonio si ne era perdutamente innamorato, divenendone l’amante nel 49 (quando Curione era morto in guerra) e sposandola nel 44. Antonio volle immortalare l’immagine della moglie sulle monete della Repubblica; usò allora lo stratagemma di Gneo Pompeo iunior (che aveva emesso assi con Giano avente le fattezze del padre) e fece produrre alcuni quinarî, RRC 489/5 e RRC 489/6, su cui la dea Vittoria (riconoscibile per le piccole ali sulle spalle) ha le fattezze di Fulvia. Sappiamo che si tratta di lei in quanto nel 41 a.C. anche una città anatolica (ora non più esistente), ribattezzata Φουλούια (Fulvia) in onore del triumviro, emise un bronzo che reca il medesimo ritratto nonché la legenda ΦΟΥΛΟΥΙΑΝΩΝ (“dei Fulviani”), la moneta RPC I 3139. Intrigante e manipolatrice, Fulvia si ingeriva continuamente in politica, manovrando il marito e i suoi alleati: fu lei che spinse Antonio a mettere a morte Cicerone, offesa perché l’aveva pubblicamente motteggiata invitandola a usare le sue doti di iettatrice per far morire Antonio, così come era riuscita con Clodio e con Curione. Pertanto nel 41 a.C., vedendo crescere in Italia il malcontento contro Ottaviano (che stava espropriando molti terreni in Etruria, per assegnarli ai veterani prossimi al congedo), convinse il cognato Lucio Antonio, uno dei consoli di quell’anno, ad aggregare un esercito per combatterlo. Il progetto tuttavia fallì e i due cospiratori si rifugiarono a Perusia (odierna Perugia), che Ottaviano pose sotto assedio; si arresero agli inizî del 40. Per non esacerbare le tensioni con Antonio, Ottaviano risparmiò la vita del fratello e della moglie, ma Fulvia fu inviata in esilio in Grecia. La accompagnò un fidato amico di Antonio, Lucio Munazio Planco (l’ufficiale con cui Cesare aveva attraversato il Rubicone ), diretto ad assumere il governatorato della Bitinia. Ad Atene Fulvia fu raggiunta dal marito, proveniente da Alessandria e diretto in Italia e ne nacque un duro litigio: lui accusava lei di aver scatenato una guerra fallimentare, lei contestava a lui di non essere accorso in loro aiuto solo per stare con Cleopatra. Fu il loro ultimo incontro: Antonio partì per l’Italia e Fulvia, poco tempo dopo, morì di malattia. Nell’occasione, Planco coniò il denario RRC 522/2, che celebra al dritto il triumviro con la raffigurazione di lituus e praefericulum (strumenti dell’augurato, sacerdozio all’epoca ricoperto da Antonio), al rovescio lo stesso Planco con la raffigurazione di simboli della Bitinia (fulmine, anfora e caduceo, rispettivamente allusioni allo esercito là stanziato, al vino che la Bitinia esportava e al commercio praticato nei suoi porti); la legenda recita M. ANTON. IMP. AVG. III.VIR RPC al dritto, L. PLANCVS PRO. COS. al rovescio. Antonio sbarcò presso Brundisium nell’estate del 40 a.C. e fu accolto da una brutta notizia: il suo luogotenente nelle Gallie, Quinto Fufio Caleno, era morto e le sue legioni si erano messe al servizio di Ottaviano, che aveva così ottenuto il controllo su quel vasto e ricco territorio. Furioso, Antonio meditò di scatenare un’ennesima guerra civile, ma non gli riuscì perché le truppe rifiutarono di combattere; a settembre, allora, stipulò con Ottaviano un nuovo patto di alleanza, noto come “pace di Brindisi”, con cui gli riconobbe il potere sulle Gallie. _________________________ Nel frattempo, a febbraio del 40 a.C., i Parti - approfittando delle divisioni fra i triumviri e dei consigli del traditore Quinto Labieno (figlio del Tito Labieno che si era ribellato a Cesare) - attaccarono i territorî romani della penisola anatolica, arrivando sino sulle coste del Mar Egeo. Labieno, che comandava la cavalleria, emise un denario, RRC 524/2 (ormai rarissimo), che raffigura al dritto il suo ritratto, al rovescio un cavallo partico con arco e faretra appesi alla sella. _________________________ Antonio, rimasto vedovo, per sugellare la pace di Brindisi sposò Ottavia Minore, sorella di Ottaviano. Inizialmente ella riuscì a tenerlo lontano da Cleopatra (cosa che, sicuramente, Ottaviano aveva sperato, combinando il matrimonio), ma in seguito Antonio tornò nelle braccia della regina. Anche a Ottavia egli concesse l’onore di essere effigiata su una moneta della Repubblica, l’aureo RRC 533/3 del 38 a.C. (che, al dritto, reca il ritratto di Antonio stesso). Pur essendo stata prima tradita, poi rifiutata e infine ripudiata dal marito, Ottavia gli resterà sempre fedele e cercherà più volte di riconquistarne l’affetto; infine, quando Antonio morirà, si assumerà l’onere di accudirne i figli, non solo i proprî anche quelli che lui aveva avuto da Fluvia e da Cleopatra. Morirà nell’11 a.C.; per renderne immortale il nome il fratello le dedicherà un grandioso monumento, il Portico di Ottavia a Roma. _________________________ Poco tempo dopo Antonio, anche Ottaviano si risposò. Nel 39 a.C., infatti, fece decretare un’amnistia per gli avversarî politici che erano stati proscritti; allora poté tornare a Roma, fra gli altri, anche tale Tiberio Claudio Nerone, con il figlioletto omonimo e la moglie Livia Drusilla, di nuovo incinta. Narrano le fonti che, appena si incontrarono, Livia e Ottaviano si innamorarono perdutamente: lui decise quindi di ripudiare la propria moglie (una parente di Sesto Pompeo, che aveva sposato per calcolo politico e non per amore), convinse Tiberio a ripudiare Livia e la sposò nel gennaio del 38 a.C., il giorno dopo che aveva partorito. Livia resterà con Ottaviano sino alla morte di lui, nel 14 d.C.; intelligente, modesta e schiva, costituirà la più fidata consigliera del primo imperatore di Roma, senza cercare la notorietà pubblica. Nel tentativo, anzi, di costituire un modello per le matrone romane, eviterà ogni sfoggio di lusso, continuando anche a vivere nella (relativamente modesta) casa sul Palatino, e sopporterà i tradimenti del marito senza denigrarlo. La coppia non ebbe figli proprî, ma il primo figlio di Livia sarà in futuro adottato da Ottaviano e passerà alla storia con il solo cognomen di Tiberio, secondo imperatore di Roma. Ottaviano, a differenza di Antonio, non cedette alla tentazione di raffigurare la propria moglie sulle monete. _________________________ Nel 38 a.C. Ottaviano prese alcune iniziative per rinforzare la presa del suo potere sulle Gallie. Sul piano militare, assegnò il governatorato a un suo coetaneo, di cui era amico stretto sin dai tempi dell’infanzia, Marco Vipsanio Agrippa, e lo incaricò di ricacciare al di là del Reno alcune tribù germaniche che avevano sconfinato, cosa in cui Agrippa ebbe pieno successo. Sul piano propagandistico, avviò presso la zecca di due coloniae, Felix Munatia Lugdunum (fondata da Lucio Munazio Planco, chiamata anche Copia o Lugudunum, attuale Lione) e Iulia Viennensis (dedotta da Cesare al posto della capitale degli Allobrogi, attuale Vienne) la produzione dupondî (RPC I 514-515 e RPC I 517) che raffiguravano al dritto il ritratto suo e di Cesare, al rovescio la prora navis (con uno stile grafico peculiare). La particolarità di queste monete è che, oggi, molte risultano tagliate a metà lungo l’asse che separava le due teste al dritto, chiaro segno della grave carenza di spiccioli che afflisse la Repubblica nei suoi ultimi anni, cui i privati cercarono di rimediare dimezzando le monete più grandi . _________________________ Il 31 dicembre del 38 a.C. il triumvirato arrivò a scadenza; Ottaviano continuò a comportarsi da capo della Repubblica, ma la sua posizione era divenuta del tutto illegittima e, quindi, debole. Grazie all’intermediazione e di un fido consigliere, Gaio Cilnio Mecenate, e a quella di Ottavia, ottenne quindi che Antonio tornasse in Italia per un incontro con lui e Lepido. L’incontro si tenne a Taranto nel 37 a.C.; nell’occasione fu pattuito non solo di far prorogare il triumvirato, con altra apposita legge, per ulteriori 5 anni, ma anche che Antonio e Ottaviano si sarebbero forniti appoggio reciproco nelle campagne militari che intendevano intraprendere: il primo contro i Parti, il secondo contro Sesto Pompeo. _________________________ Sesto Pompeo, infatti, continuava a spadroneggiare in Sicilia, da dove poteva ricattare Roma interrompendo il flusso di grano che ne sosteneva la popolazione; un primo tentativo di cacciarlo, compiuto da Ottaviano nel 38 a.C., era fallito. Sull’isola egli continuò la prassi del fratello di emettere monete di bronzo con l’iconografia degli assi tradizionali, ma il ritratto del padre; le sue, RRC 479/1, recano la legenda MGN (Magnus, cognomen del padre) al dritto e PIVS (Pius, cognomen assunto da Sesto proprio per la sua devozione al genitore) e IMP al rovescio. La datazione è incerta: l’emissione iniziò forse nel 45 a.C. in Hispania o dopo il 44 in Sicilia, ma si protrasse per diversi anni. Anche per queste monete, come per gli altri bronzi emessi dal 46 in poi, è stato proposto da Amisano e altri autori che fossero sesterzî o dupondî, anziché assi. Per sconfiggerlo, Ottaviano decise di affidarsi alle doti militari di Agrippa: alla fine del 38 a.C. lo richiamò dalla Gallia e lo designò console per l’anno successivo. La designazione (che era formalmente solo una “indicazione”, ma sarebbe stata sicuramente ratificata dai comizî) fu celebrata sul denario RRC 534/3. Questa moneta è particolarmente interessante per la legenda al dritto: IMP. CAESAR a sinistra del ritratto di Ottaviano, DIVI IVLI F. a destra; risulta quindi evidente che “IMP” non è aggiunto alla fine del nome (come normalmente si usava) ma usato come praenomen. Sembra che Cesare avesse fatto altrettanto in alcune sue monete (non è tuttavia sicuro, perché su di esse la legenda ha andamento circolare); Mommsen, al riguardo, ipotizza che egli volesse istituire una nuova magistratura con questo nome (che gli permettesse di esercitare poteri monarchici senza farsi rex). Probabilmente Ottaviano, vedendo andare a scadenza il triumvirato, meditava di percorrere la stessa strada; in futuro abbandonerà la prassi di usare imperator come praenomen, probabilmente perché riterrà inutile l’istituzione di una nuova magistratura. Tale prassi tuttavia sarà ripresa a partire da Nerone ed è per tale motivo che noi, oggi, definiamo “imperatori” i monarchi di Roma. Nel 36 a.C. l’esercito di Ottaviano, grazie alle navi fornite da Antonio e alle grandi capacità tattiche dimostrate da Agrippa, riuscì finalmente a sbarcare sull’isola e a conquistarla. Sesto Pompeo fuggì in Asia, dove nel 35, fu catturato, processato e giustiziato su ordine di Antonio. Lepido, che aveva contribuito alla guerra contro Sesto Pompeo, pretese per sé il governo della Sicilia; fu una mossa falsa: Ottaviano lo sconfisse agevolmente, gli tolse ogni potere politico e lo confinò al Circeo, ove continuò a esercitare unicamente le funzioni religiose di pontifex maximus. _________________________ Nel 40 a.C., durante la permanenza ad Atene, Antonio aveva inviato i proprî più fidati ufficiali a riprendere il controllo delle province anatoliche (compreso, come detto, Lucio Munazio Planco). Il più abile di loro, Publio Ventidio Basso, nel 38 si scontrò contro la cavalleria dei Parti (la stessa che aveva decimato le legioni di Crasso, a Carre, pochi anni prima) alla battaglia del Monte Gindaro, la sconfisse duramente, uccise Labieno e costrinse i nemici a ritirarsi fin oltre l’Eufrate. Antonio, rincuorato dalla vittoria di Ventidio Basso, dalla rinnovata alleanza con Ottaviano e dal sostegno finanziario dell’Egitto, ritenne che fosse finalmente arrivato il momento giusto per attaccare il regno dei Parti. Trascorse l’inverno del 37 a.C. e la primavera del 36 in Siria, preparando la campagna militare e allietandosi della compagnia di Cleopatra (che lo raggiunse su sua richiesta); giunta l’estate, passò l’Eufrate con 16 legioni e numerosi contingenti alleati, per un totale di oltre 100.000 soldati. Fu una disfatta: i Romani, duramente sconfitti, dovettero affrontare una penosa marcia nel deserto per tornare in Siria. Durante la ritirata, tuttavia, Antonio dette prova delle sue grandi abilità militari, riuscendo a evitare che l’esercito - malgrado le ingenti perdite subite, i continui attacchi nemici e le durissime condizioni di vita - fosse distrutto. Quando Antonio tornò in Siria, Cleopatra si fece trovare ad accoglierlo: la sconfitta lo aveva reso ancora più dipendente da lei, sul piano non solo materiale (aveva bisogno delle ricchezze egiziane per riparare le perdite), ma soprattutto morale: la devozione che la regina gli dimostrava blandiva il suo smisurato orgoglio, consolandolo della grave umiliazione militare subita. Quando Ottaviano gli inviò i rinforzi (in verità, solo 2.000 legionarî), Ottavia partì con loro, per rivedere il marito e, se possibile, sottrarlo alle grinfie di Cleopatra; Antonio tuttavia non volle neppure incontrala e le mandò un messaggero ad Atene, per ordinarle di tornare in Italia. Antonio attribuì la responsabilità della sconfitta agli alleati armeni (che si sarebbero ritirati dalla battaglia in un momento critico) e per questo, nel 34 a.C., dopo aver rinforzato nuovamente l’esercito, invase l’Armenia, riducendola a provincia. Fra le legioni che parteciparono alle operazioni c’era la X Equestris. _________________________ A questo punto, accadde un fatto inaudito: Antonio celebrò il trionfo, la sacra e antichissima cerimonia che mirava a esaltare la grandezza militare di Roma, ringraziare gli dei per la loro benevolenza e rinsaldare la coesione tra i cittadini e le legioni dell’Urbe … e lo celebrò ad Alessandria d’Egitto. Antonio ringraziò il popolo e gli dei dell’Egitto, uno Stato straniero, per i successi ottenuti dai soldati di Roma: si può facilmente immaginare lo sgomento di quanti, a differenza sua, credevano ancora nella grandezza di Roma. In aggiunta, Antonio donò all’Egitto vasti territorî del dominio romano e proclamò Cleopatra “regina dei re”, Cesarione suo coreggente e gli altri suoi figli “re” dei territorî donati all’Egitto. Infine, inviò una lettera a Roma per ripudiare Ottavia e sposò la regina[4]. Anche Cleopatra ricevette da Antonio l’onore di comparire su una moneta della Repubblica, il denario RRC 543/1, di cui è particolarmente interessante la legenda del rovescio: CLEOPATRAE REGINAE REGVM FILIORVM REGVM. Non è chiaramente Latino classico, a dimostrazione che fu scritto da uno straniero poco pratico della lingua dell’Urbe; probabilmente voleva significare “a Cleopatra [che è] regina dei re [e quindi anche dei proprî] figli, [in quanto anche essi sono soltanto] re”. Fu un’altra grave offesa all’onore dei Romani: sino a 12 anni prima avevano aborrito la raffigurazione dei viventi sulle monete, ritenendo che fosse un privilegio tipico di un rex; ora invece non solo un governante straniero faceva mostra di sé su un denario, ma si trattava - appunto - di una regina e si proclamava come tale. Altri Romani, da Cinna a Cesare, avevano cercato di conseguire un potere monarchico, ma solo Antonio trattava la Repubblica come se fosse una sua proprietà, di cui stava regalando i pezzi a una regina straniera. Era troppo: un suo carissimo amico, che gli era affezionato ma sapeva di dover dare la sua fedeltà a Roma, decise di tradirlo. Si trattava di Lucio Munazio Planco; convintosi che Cleopatra avesse ormai irretito il triumviro, tornò a Roma, raggiunse Ottaviano e gli confidò che le Vestali, lì nell’Urbe, custodivano in segreto il testamento di Antonio, un testamento dal contenuto sconvolgente. Ottaviano capì al volo l’importanza dell’informazione, sottrasse il documento alle sacerdotesse e lo lesse in Senato. O, comunque, lesse qualcosa: alcuni storici credono infatti che abbia lui stesso ingigantito il contenuto del vero testamento, per suscitare sdegno. Sia come sia, i senatori appresero dalla voce di Ottaviano che Antonio voleva lasciare all’Egitto, alla sua morte, il dominio su tutto l’Oriente. Era inammissibile: fu subito dichiarata guerra a Cleopatra (uno stratagemma per nascondere il fatto che si trattava, in realtà, di un’ennesima guerra civile, contro Antonio). _________________________ I due eserciti si fronteggiarono sulla costa ionica della Grecia. Lo schieramento era titanico: 21 legioni e 400 navi per Ottaviano e Agrippa, 30 legioni (fra cui la X Equestris[5] e la VI Ferrata) e 500 navi per Antonio e Cleopatra. Le truppe di Antonio, in particolare, si acquartierarono a Patrae (odierna Patrasso) e là, tra il 32 a.C. e il 31, egli diede un ordine che ci ha consentito di avere una delle più particolari serie monetali repubblicane: dispose infatti che ogni legione coniasse le proprie monete. Nacque così la serie cosiddetta “legionaria”, RRC 544: aurei e denarî identici fra loro, salvo che per il numero della legione. L’iconografia esprime la potenza militare di Antonio: una galera al dritto, simbolo della flotta, e le insegne delle legioni (secondo la simbologia iniziata con RRC 365/1[6]) al rovescio. La legenda al dritto, ANT AVG III VIR RPC, declama le fonti del potere religioso (àugure) e politico (triumviro) di Antonio, nel chiaro tentativo di contrastare la propaganda di Ottaviano, che lo dipingeva come servo di un regno nemico; al rovescio, invece, è riportata la dicitura LEG seguita dal numero della legione[7]. La battaglia finale fu risolta nel 31 a.C. da uno scontro navale al largo del promontorio di Azio: Agrippa vinse, Antonio e Cleopatra fuggirono e le loro legioni si arresero. L’anno dopo, Ottaviano giunse ad Alessandria, ove Antonio e Cleopatra si suicidarono, mentre Cesarione fu giustiziato; l’Egitto venne ridotto a provincia (la prima amministrata dall’imperatore, anziché dal Senato) e la legio VI Ferrata fu lasciata a presidiarla. Tornato a Roma, Ottaviano rinunciò alla carica di triumviro ma fu nominato princeps senatus (“il primo a parlare in Senato”: un privilegio che sembrava solo onorifico ma, in realtà, consentiva di orientare la politica del consesso) e ricevette una serie di poteri speciali, fra cui la tribunicia potestas e l’imperium proconsolare. Infine nel 27 a.C., su proposta di Lucio Munazio Planco, gli fu conferito il cognomen di Augusto (che può essere liberamente tradotto come “colui che conferisce sacralità ed effettività alle azioni altrui”): la Repubblica era finita. Lucio Munazio Placo, afflitto da gravi malattie, si suicidò nel 1° d.C.; la sua tomba svetta ancora a Gaeta. NOTE [1] La desinenza del nominativo in -os è inusuale ma non sconosciuta. In particolare, una glanda plumbea (“ghianda di piombo”, proiettile per i frombolieri) rinvenuta a Perugia e risalente all’assedio del 41-40 a.C. riporta la legenda “L XI DIVOM IVLIVM”. [2] Peso che, in generale, oscilla tra 13 e 27 g, ma esistono alcuni falsi d’epoca di soli 10 g (e talvolta è difficile distinguere tra falsi e monete autentiche) nonché, all’estremo opposto, un esemplare, conservato al Castello Sforzesco di Milano, di ben 40 g. [3] Monetazione bronzea romana tardo-repubblicana, 1988. [4] Il matrimonio tra Antonio non è attestato con sicurezza dalle fonti, anche perché dal punto di vista romano era privo di efficacia giuridica; nondimeno, i due cominciarono a comportarsi da coreggenti e questo fa ritenere probabile che si fossero sposati. [5] La legio X Equestris di Cesare fu sciolta dopo la battaglia di Tapso (nel 46 a.C.) e ai suoi veterani furono assegnati terreni presso Narbo Martius; quando però, alla fine di quello stesso anno, Cesare transitò da Narbo diretto in Hispania, insoddisfatti della vita civile e bramosi di nuove ricchezze essi chiesero di essere reintegrati nell’esercito. Cesare ordinò allora ad Antonio di ricostituirla e la legio X combatté a Munda (nel 45). Nuovamente sciolta, fu ricostituita un’altra volta da Lepido dopo la morte del dittatore; combatté a Philippi (nel 42) agli ordini di Antonio (perché Lepido era rimasto a presidiare l’Italia). Probabilmente fu di nuovo sciolta, perché sappiamo di suoi veterani stanziati vicino a Cremona. Dopo di ciò, una legio X ricompare nel novero delle truppe che Antonio condusse in Armenia (nel 34) e ad Azio (nel 31): che sia la stessa di Cesare lo dimostra il fatto che, dopo la battaglia di Azio, sarà fusa con quella di Ottaviano, denominata legio X Gemina. Infatti, gemina significa “gemella” e quindi, in questo caso, “doppione”: ciò rende evidente che - per i contemporanei - la legione “originale” era quella di Antonio. Tra il momento in cui la legio X affrontò da sola gli Elvezi e sfidò per prima Ariovisto e quello in cui combatté ad Azio trascorsero 27 anni: alcuni veterani delle prime battaglie erano, probabilmente, ancora in servizio (l’età dei legionarî andava dai 17 ai 46 anni). [6] Scompaiono, però, le lettere H e P di hastati e principes, evidentemente ormai anacronistiche. [7] La prima legione è indicata come LEG PRI; si susseguono poi i numeri da II a XXIII. Esistono inoltre rarissime monete con i numeri da XXIV a XXX e unico esemplare con XXXII, ma sono di dubbia autenticità (soprattutto l’ultimo). Per tre legioni è riportata anche la denominazione (LEG XII ANTIQUAE, LEG XVII CLASSICAE e LEG XVIII LYBICAE). Infine, un aureo e un denario sono dedicati sia alle coorti pretorie (con legenda CHORTIVM PRAETORIARVM) sia alla coorte degli speculatores (“esploratori navali”, con legenda CHORTIS SPECVLATORVM); quelli degli speculatores presentano tre insegne navali (senza aquila). ILLUSTRAZIONI 43-36 a.C., bronzi RRC 535/1 e RRC 535/2 41 a.C., denario RRC 515/2 42-40 a.C., quinario RRC 489/6 e bronzo provinciale RPC I 3139, entrambi con le fattezze di Fulvia. 40 a.C., denario RRC 522/2. 40 a.C., denario RRC 524/2. 38 a.C., aureo RRC 533/3 36 a.C., dupondio RPC I 517 39-37 a.C., asse RRC 479/1 38 a.C., denario RRC 534/3. 34-32 a.C., denario RRC 543/1. 32-31 a.C., denari RRC 544/8 e 544/30 Gaeta, mausoleo di Lucio Munazio Planco.
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  43. Piero Romagnoli, Oro, argento e Papi. Il Secolo d'Oro di Ancona attraverso le sue monete 1464-1590.
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  44. IL PRIMO TRIUMVIRATO I Romani, benché fossero una società guerriera, svilupparono una teoria del bellum iustum, cioè della “guerra conforme al diritto “; sappiamo infatti da Cicerone che un bellum era considerato “iniustum … atque inpium” ( “contrario al diritto e al volere degli dei”) se iniziato senza giusta causa (ad esempio, respingere un’invasione, difendere popoli alleati o vendicare l’uccisione di cittadini) o comunque senza aver preventivamente tentato, tramite ambasciatori, una conciliazione pacifica[1]. Sebbene sia oggi evidente che le regole del bellum iustum siano state spesso applicate con ipocrisia e che la spinta espansionistica di Roma sia stata alimentata da vere guerre di annessione, scatenate per motivi pretestuosi, il fatto stesso che in un’epoca così remota i Romani abbiano elaborato una dottrina giuridica tesa a limitare i conflitti, dichiarando contrarî al volere divino quelli scatenati per mera volontà di dominio[2], costituisce un grande merito per la loro cultura. Nel 62 a.C. Gaio Giulio Cesare, trovandosi a Gades (odierna Cadice) durante l’anno della sua pretura[3], vide una statua di Alessandro Magno e scoppiò in lacrime, frustrato del fatto che - pur avendo superato l’età del grande condottiero macedone - non avesse compiuto alcuna impresa gloriosa: egli aspirava dunque alla fama, ma sapeva di poter solo sperare che, prima o poi, gli si presentasse l’occasione di combattere un bellum iustum. __________________ Nel 60 a.C. Cesare, saputo che Pompeo, deluso dal Senato, cercava di stipulare un’alleanza politica con Crasso, si propose da mediatore. I tre allora raggiunsero un accordo passato alla storia come “primo triumvirato” (anche se aveva la natura di un mero patto fra privati): Pompeo, con la sua fama, e Crasso, con le sue ricchezze, avrebbero sostenuto la candidatura di Cesare al consolato per il 59; in cambio egli, dopo l’elezione, avrebbe promosso leggi per ottenere quanto agognato dai suoi due alleati, ossia l’assegnazione di terre ai veterani di Pompeo e riforme economiche favorevoli all’ordo equestris (il ceto dei cavalieri; di fatto, in termini moderni, la borghesia commerciale). A margine, per rinforzare l’alleanza, Pompeo sposò Giulia, unica figlia di Cesare. Il patto ebbe successo: Cesare assunse il consolato nel 59 e promosse un programma di riforme rivoluzionario, aiutando non solo i veterani e i cavalieri, ma anche i cittadini più poveri. Una delle leggi del 59 incaricò Cesare stesso di governare per i 5 anni successivi (dal 58 a.C. al 54 compreso), come proconsole, le province della Gallia Cisalpina e dell'Illirico, presidiate da tre legioni; fu poi aggiunta la provincia della Gallia Narbonense (il cui governatore era deceduto), ove era presente un’ulteriore legione, la X[4]. Cesare era un signorino: amava vestire alla moda, passava ore ad acconciarsi e a curare la propria immagine, si dedicava alla vita mondana ed era noto perché aveva molte relazioni amorose (fra cui, come s’è detto, quella con Servilia), alcune delle quali - si mormorava - omosessuali; pertanto, quando in Senato dichiarò che avrebbe compiuto grandi imprese militari, un suo detrattore rispose: “Non sarà facile, per una donna”. Clodio aspirava candidarsi a tribuno della plebe, ma come patrizio non poteva e aveva allora deciso di farsi adottare da un plebeo. La rinuncia allo status patrizio, quasi assurda per la mentalità dell’epoca, aveva implicazioni di natura religiosa (molte funzioni cultuali erano riservate ai soli patrizî), per cui occorreva il preventivo assenso del pontifex maximus; glie lo diede nel 59 lo stesso Cesare (che era stato eletto al sommo sacerdozio nel 63, alla morte del balbuziente Metello). I due divennero così alleati politici, malgrado i dissapori causati dalla vicenda di Pompea, e Clodio fu eletto tribuno per il 58. __________________ Agli inizi del 58 a C., prima di lasciare Roma, Cesare volle assicurarsi che i maggiori esponenti degli optimates fossero allontanati dall’Urbe, onde evitare che approfittassero per esautorarlo dal comando (com’era successo a Silla e Lucullo). Il suo più intransigente avversario politico era Marco Porcio Catone, ed era un avversario scomodo: assolutamente onesto, privo di vizî, incorruttibile, imparziale e non ricattabile, voleva incarnare con inflessibilità e intransigenza le antiche virtù romane e si ispirava al nonno, il celeberrimo Censore, passato alla storia per il carattere severo, l’austero moralismo e le battaglie contro il lusso e il decadimento dei costumi. Cesare ottenne che il Senato lo inviasse a Cipro, quale primo governatore della neonata provincia e Catone, che era fratello uterino di Servilia, portò con sé il nipote Bruto (che nel frattempo si era fatto adottare da un altro parente di cui noi nulla sappiamo e, pertanto, aveva mutato il nome da Marco Giunio Bruto a Quinto Servilio Cepione Bruto[5]), una persona volubile e travagliata, amante della filosofia, della poesia e dell’arte, che subiva l’influenza e le pressioni dell’inflessibile zio senza, tuttavia, averne lo spessore morale. Clodio provvide invece a far allontanare un altro importante esponente degli optimates, Cicerone (di cui si considerava nemico personale): fece infatti approvare un plebiscito che lo condannava all’esilio. __________________ Nel 58 a.C. tornò a Roma vittorioso e assunse la carica di edile curule Marco Emilio Scauro, che era aveva combattuto in Oriente con Pompeo[6]. Nel 62 il Senato, malgrado la sua giovane età (aveva solo 20 anni), lo aveva incaricato di fermare Areta III, re di Nabatea, che aveva invaso la Giudea, regno vassallo di Roma; Scauro aveva condotto una campagna militare fulminea, sbarcando ad Alessandria, ponendo l’assedio Petra, capitale del regno nemico e accettando la resa di Areta solo dopo che aveva pagato un riscatto di 40 talenti. La sua impresa fu quindi celebrata su un particolarissimo denario di quell’anno, RRC 422/1. Si tratta di una moneta ricca di iscrizioni[7]: quelle del dritto ci informano che fu emessa dagli edili curuli (fatto eccezionale) su autorizzazione del Senato (EX S.C) per commemorare la sconfitta di Areta (REX ARETAS, raffigurato in ginocchio, a fianco del suo cammello, mentre offre un ramoscello d'ulivo) a opera di Scauro (M. SCAVR, AED CVR). Al rovescio invece l’altro edile curule, Publio Plauzio Hypseo (P. HVPSAEVS, AED. CVR) celebra la conquista di Priverno (PREIVER CAPTVM) compiuta nella seconda metà del IV secolo a.C. da un suo antenato, il console Gaio Plauzio Hypseo (C. HVPSAE. COS). La particolarità di questa emissione non è solo nella complessità grafica, ma anche nel fatto che segna un ulteriore passo avanti nella lunga evoluzione dell’iconografia monetale romana: per la prima volta, infatti, non viene più raffigurato un evento passato, allegoria di fatti contemporanei (come nel caso di Ulisse o di Marsia), né una rappresentazione genericamente allusiva al presente (come nel caso del trionfo di Mario e della statua equestre di Silla), ma direttamente un evento contemporaneo, con tanto di didascalia (REX ARETAS): si tratta di una piccola rivoluzione. La fine di Scauro sarà ingloriosa: pretore nel 56 a.C., poi governatore della Sardegna, accusato di estorsione (de repetundis) nel 54 si salverà solo grazie alla difesa di Cicerone; nuovamente accusato di brogli elettorali nel 53, sarà invece condannato ed esiliato. I rotoli del Mar Morto fanno cenno alla sua morte. __________________ Il 28 marzo del 58 a.C., mentre ancora era a Roma, Cesare venne a sapere che 370.000 Elvezi[8], di cui 90.000 soldati, lasciate le loro terre si dirigevano verso la Gallia Narbonense; era praticamente sicuro che l’avrebbero razziata. Si compì allora di nuovo l’incredibile trasformazione già manifestatasi con Silla e Lucullo: il nobilotto romano amante del lusso, dell’ozio e della vita dissoluta cambiò pelle repentinamente, dimostrandosi un soldato capace, coriaceo, determinato e coraggioso. Da allora e per tutti i 14 anni successivi Cesare, la “donna” ritenuta incapace di affrontare il pericolo, insieme ai suoi soldati avrebbe marciato a piedi, sopportato il gelo, dormito sul terreno nudo, mangiato radici selvatiche e combattuto in prima fila. Il proconsole lasciò Roma con la massima urgenza e dopo soli 5 giorni (tempo impensabilmente breve per l’epoca, sintomo di galoppate sfrenate) fu in Gallia Narbonense, ove fronteggiò gli Elvezi con la sola X legione; sopraggiunte infine le altre tre legioni a sua disposizione, li sconfisse in battaglia e li costrinse a tornare nelle loro terre d’origine. Stupiti da questa inaspettata vittoria, gli stessi Galli gli chiesero di ricacciare un altro invasore, i Germani del re Ariovisto, che aveva occupato il nord della Gallia. Cesare capì che era la sua tanto attesa occasione di combattere un bellum iustum; inviò due ambascerie al re, ma quegli rispose che i Romani non dovevano intromettersi e che le minacce di Cesare non lo spaventavano, perché “nessuno aveva combattuto contro Ariovisto senza subire una disfatta. Attaccasse pure quando voleva: si sarebbe reso conto del valore degli invitti Germani”; inoltre, “se era Cesare a volere qualcosa, toccava a lui andare da Ariovisto”. I legionarî avvertirono Cesare che non avrebbero accettato di combattere contro i Germani, descritti come guerrieri possenti, di statura imponente e ferocia impareggiabile; Cesare non si scompose: ribattè che se così era, avrebbe marciato contro di loro con la sola X legione, che era la più valorosa. Questa dichiarazione colse di sorpresa tutti i soldati: inorgogliti, i legionarî della X non osarono contraddirlo; umiliati, quelli delle altre legioni si dissero altrettanto pronti a combattere. Il proconsole accettò l’invito di Ariovisto e si recò a parlargli scortato solo da un manipolo di legionari della X che, per l’occasione, furono fatti montare a cavallo; da allora, la legione fu soprannominata Equestris e passò alla storia come la preferita di Cesare. I colloqui tuttavia fallirono e si giunse a battaglia: fu una vittoria schiacciante dei Romani, grazie anche a un tempestivo intervento della cavalleria comandata dal giovane Publio Licinio Crasso, figlio del triumviro. Il vittorioso intervento contro i Germani rese Cesare, di fatto, il protettore della Gallia: era il primo passo per diventarne il conquistatore. Lasciò le legioni[9] sparse sul territorio e sconfisse, una per volta, le popolazioni che, avendo capito il pericolo di perdere la propria libertà, gli si ribellarono contro, soprattutto, i Belgi (nel 57 a.C.) e i Veneti, tribù dell’attuale Bretagna (nel 56). Questi ultimi in particolare, popolo di marinai, furono sconfitti grazie a una serie di battaglie navali brillantemente condotte da un altro validissimo generale di Cesare, Decimo Giunio Bruto Albino (non imparentato, malgrado il nome, con Bruto figlio di Servilia). Memore delle accuse rivolte a Lucullo di portare avanti la guerra senza motivo, Cesare inviò periodicamente al Senato sintetici e obiettivi “resoconti sull’andamento della guerra in Gallia”, commentarii de bello Gallico: scritti con stile asciutto e lineare, venivano letti in pubblico e finirono per essere apprezzati e attesi dal popolo, appassionatosi al racconto di quegli avvenimenti in terre lontane e selvagge. I commentarii saranno poi raccolti in un unico libro che diverrà uno dei testi più famosi della letteratura occidentale, il De Bello Gallico. __________________ Durante l’anno in cui fu tribuno, Clodio promosse molte leggi tese a limitare il potere del Senato, a vantaggio delle assemblee popolari. Nel 57 a.C., terminata la carica, per evitare che l'aristocrazia senatoria facesse invalidare le sue riforme raccolse attorno a sé una banda di violenti facinorosi, con cui scatenò numerosi disordini facendo insorgere, nell'Urbe, un clima di terrore e violenza. Gli si oppose allora un tribuno della plebe di quell’anno, Tito Annio Milone, suo acerrimo nemico e vicino alle posizioni degli optimates, che organizzò un’altra banda armata per contrastare, con altrettanta violenza e spregiudicatezza, quella di Clodio. Nel frattempo Pompeo si crucciava del rischio di essere messo in ombra dalle grandi imprese belliche di Cesare; non essendo capace di costruirsi un base politica propria si riavvicinò agli optimates e al Senato. Grazie al suo appoggio passò una legge che consentiva il ritorno di Cicerone dall'esilio; l'oratore sbarcò a Brindisi il 5 agosto del 57 e trovò ad accoglierlo, oltre ad amici e familiari, la sua adorata figlia Tullia (da lui affettuosamente chiamata Tulliola) che, quel giorno, festeggiava il compleanno. Alla fine del 57 una grave emergenza colpì Roma: dalle importazioni non giungeva più grano sufficiente a sfamare il popolo. Gli optimates diedero la colpa a Clodio: infatti una sua lex frumentaria aveva reso del tutto gratuite le distribuzioni di grano ai poveri[10] (che sino allora, e dal tempo dei Gracchi, erano state fatte a prezzo calmierato) e si affermò che ne era conseguita una crescita incontrollata della domanda; per converso, i populares sostennero che la penuria fosse stata creata ad arte dai loro avversari, per sabotare proprio la legge in questione. Sull’orlo di nuovi scontri di piazza, il Senato incaricò Pompeo di risolvere il problema, affidandogli per 5 anni la cura annonae (ossia la gestione degli approvvigionamenti). Il triumviro si dedicò all’incarico con la passione e la competenza che gli erano proprie: girò personalmente i mercati di frumento del Mediterraneo facendo affluire a Roma grandi quantità di grano; divenne famosa l’occasione in cui, salito a bordo di una nave mercantile e pretendendo che salpasse malgrado una bufera in arrivo, spiegò al capitano che “navigare necesse est, vivere non est necesse”. __________________ In quegli anni, probabilmente nel 56 a.C., fu triumviro monetale Fausto Silla, figlio del defunto dittatore. Egli emise un denario, RRC 426/1, che celebra l’azione con cui il padre era riuscito a farsi consegnare l’infido Giugurta: al rovescio è infatti raffigurato Bocco, in ginocchio, che offre un ramo d’ulivo a Silla (identificato dalla didascalia FELIX), mentre lo stesso Giugurta giace, in ginocchio anch’egli, con le mani legate dietro la schiena, in segno di impotenza dinanzi al potere di Roma. Sappiamo che la medesima scena fu scolpita su un bassorilievo d’oro che Bocco inviò a Roma (e Silla offrì al popolo, con una cerimonia al Campidoglio che fece infuriare Mario) ed era impressa sul sigillo personale dello stesso Silla. Al dritto della moneta è invece raffigurata Venere, dea prediletta dal dittatore. __________________ Nel 56 a.C., conclusa la campagna contro i Veneti, Cesare tornò in Italia e incontrò gli altri triumviri a Lucca, con l’intento di confermare e rinsaldare l’alleanza stipulata quattro anni priva. Fu allora deciso che Crasso e Pompeo si sarebbero ricandidati al consolato per il 55 e Cesare li avrebbe aiutati, mandando a votare un gran numero dei suoi soldati; terminato il consolato Pompeo avrebbe assunto il governatorato delle colonie iberiche, Crasso invece della Siria, da cui voleva lanciare una campagna militare contro i Parti. A Cesare, invece, sarebbe stato rinnovato per altri 5 anni il mandato nelle Gallie. L’accordo funzionò e Pompeo e Crasso furono eletti consoli. Pompeo ne approfittò per inaugurare un’opera pubblica assolutamente grandiosa, da lui stesso voluta, finanziata e avviata 6 anni prima. Occorre premettere, al riguardo, che a Roma gli spettacoli teatrali erano molto amati ma il Senato aveva vietato di realizzare teatri in muratura, temendo che diventassero un covo di sediziosi; ogni anno, pertanto, venivano costruite e poi smontate strutture provvisorie in legno. Pompeo ideò uno stratagemma: fece costruire un tempio dedicato a Venere Vincitrice, sopra a un’immensa scalinata di pianta semicircolare; scalinata talmente ampia che, sui suoi gradini, potevano sedersi 40.000 cittadini, rivolti verso la base. La scalinata andò così a costituire, di fatto, il primo teatro in muratura dell’Urbe, il Teatro di Pompeo, di cui l’odierna Via di Grotta Pinta ripete il tracciato semicircolare. Ma non era finito: davanti alla scalinata-teatro si estendeva un grande giardino rettangolare, ornato di statue e circondato da un porticato che arrivava sino all’attuale Largo Argentina; qui si ergeva un sontuoso edificio destinato a ospitare le riunioni del Senato, la Curia di Pompeo, al cui interno campeggiava una grande statua di Pompeo stesso che reggeva il globo (gesto che simboleggiava il dominio sul mondo). __________________ Nel 55 a.C. fu emessa un’ingente quantità di denarî, stimata in 19 milioni di pezzi, molti dei quali peraltro riportavano la legenda S.C., indicatrice di emissioni straordinarie, ordinate dal Senato. Si ritiene che questa grande emissione sia stata fatta per pagare gli approvvigionamenti eccezionali di grano, che Pompeo, sempre attento nell’espletamento della cura annonae, stava facendo affluire a Roma. Una di esse, RRC 427/2, è firmata da Gaio Memmio (probabilmente, il figlio della sorella di Pompeo Magno) e reca, al dritto, il ritratto di un anziano barbuto con lo sguardo solenne, che la didascalia identifica in QVIRINVS. Si tratta quindi di Quirino, antichissimo dio sabino; secondo Bernoulli (ma Crawford non concorda) sarebbe qui rappresentata la statua di Romolo (al quale fu, in epoca tarda, associato il dio Quirino: “Romulum quem quidam eundem esse Quirinum putant” riferisce Cicerone) che, secondo le fonti, esisteva al Campidoglio. Al rovescio è invece rappresentata Cerere e la legenda ricorda che i primi giochi dedicati alla dea furono indetti da un Memmio, edile curule, antenato del monetale: MEMMIVS AED. CERIALIA PREIMVS FECIT. Altro denario interessante del 55 a.C. è RRC 428/3, firmato da tale Quinto Cassio, che raffigura al dritto il ritratto di un giovane con lo scettro sulla spalla e al rovescio l’aquila ad ali spiegate, con il fulmine negli artigli, affiancata da un lituo e un vaso sacrificale. Come ha osservato Amisano, sono questi gli elementi potenza militare di Roma: l’esercito (l’aquila, simbolo delle legioni e del favore a esse accordato da Giove), la potenza delle armi (il fulmine, strumento di Giove), l’attività augurale con cui il comandante accertava il favore degli dei (il lituo), la religiosità delle truppe (il vaso), la disciplina (lo scettro) e la scelta del caso favorevole (il Bonus Eventus, in cui egli identifica il ritratto al dritto; Crawford ritiene invece che sia il Genius Populi Romani). Terza moneta di interesse, è il denario RRC 430/1, che raffigura Venere al dritto e un cavaliere in armatura al rovescio. Reca la legenda S.C ed è firmata, al retro, da P. CRASSVS. M. F, ossia il giovane e valoroso comandante di cavalleria, figlio del triumviro, artefice della storica vittoria su Ariovisto. _____________________ Nel frattempo in Gallia continuavano i combattimenti. Nel 55 a.C. altri popoli germanici vi penetrarono, ma Cesare fu rapido nel fronteggiarli e, quando essi si rifiutarono di ritirarsi, ne fece grande strage attaccandoli a tradimento; ordinò poi alle legioni di costruire un ponte di legno sul Reno, vera meraviglia di ingegneria campale (il fiume è largo più di 500 metri), e condusse una spedizione punitiva in Germania, al termine della quale il ponte fu smontato. Decise allora di spingersi ove nessun Romano aveva mai messo piede, nella misteriosa isola di Britannia, con il pretesto che i suoi abitanti avevano aiutato le ribellioni dei Galli; fece costruire ottanta navi e, con esse, portò due legioni nell’attuale penisola del Kent. L’esercito dei Britanni tuttavia li aspettava sulla costa e i legionari avevano timore a sbarcare; li convinse l’aquilifero della X che si buttò in acqua gridando “Desilite, commilitones, nisi vultis aquilam hostibus prodere”[11] ( “Sbarcate, commilitoni, se non volete abbandonare l’aquila ai nemici”). I Britanni furono ripetutamente sconfitti e siglarono un trattato di pace; pago del risultato ottenuto, Cesare tornò in Gallia. A Roma la narrazione delle spedizioni e delle vittorie conseguite in Germania e, soprattutto, nella lontana e misteriosa Britannia suscitarono grande scalpore; fu infatti, per l’epoca, uno sforzo organizzativo, militare e tecnologico impressionante. Catone invece (che era tornato a Roma) rimase sconcertato dalla notizia della strage dei Germani e propose per Cesare una punizione severissima, ma il Senato, al contrario, decretò a suo favore un ringraziamento pubblico. Nel 54 a.C. giunse in Gallia anche il figlio di una cugina di secondo grado di Cesare, Marco Antonio. Orfano di padre aveva trascorso la gioventù in povertà e dissolutezza, ma nel 57 in Siria aveva dimostrando non comuni capacità militari; Cesare lo aveva allora chiamato alle sue dipendenze e il giovane dimostrò subito grandi doti di coraggio, abilità tattica e aggressività in battaglia. Quello stesso anno Cesare decise di tornare in Britannia, dato che gli abitanti dell’isola avevano tradito il trattato di pace. Questa volta si mosse con ben 800 navi e 5 legioni; fu attaccato dai Britanni del re Cassivellauno, li sconfisse in due diverse battaglie e decise di portare la guerra nell’entroterra nemico, con un attacco fulmineo al di là del Tamigi. Cassivellauno si arrese, accettando di inviare periodicamente a Roma un tributo e degli ostaggi; Cesare di nuovo tornò in Gallia ma lasciò sull’isola una rete di alleanze che sarà sfruttata un secolo dopo dagli eserciti dell’impero, quando torneranno per conquistarla definitivamente. __________________ Nel 54 a.C. Bruto, tornato da Cipro, fu triumviro monetale ed emise il denario RRC 433/2, che raffigura i due grandi tirannicidi del passato suoi antenati: al dritto Lucio Bruto, al rovescio Servilio Ahala, entrambi identificati da una didascalia. Egli voleva così proporsi come il paladino della legittimità repubblicana contro la tirannide e il suo messaggio era rivolto contro Pompeo, che stava assumendo atteggiamenti autoritarî. Sappiamo da Plutarco che nel 44 a.C., per incitare Bruto ad aderire alla congiura contro Cesare, gli furono recapitati biglietti anonimi con scritto “Tu non sei un vero Bruto”, “Oh se Bruto fosse vivo!” e “Bruto tu dormi”: chi gli scriveva, chiaramente, lo esortava a onorare la promessa implicitamente fatta con questa moneta. Vale la pena, qui, fare una considerazione sulla differente statura storica di Cesare e di due dei suoi principali oppositori, Pompeo e Bruto. Il primo risultò sempre coerente nel suo disegno politico, nel perseguimento dei suoi obiettivi e nel tentativo di mantener salde le sue alleanze; gli altri, invece, si schierarono ora con lui, ora contro di lui e arrivarono anche (come attesta questa moneta) a detestarsi reciprocamente. Appaiono quindi come due opportunisti, privi di una propria strategia politica, disposti a cambiare schieramenti e alleati mossi solo dalla ricerca della gloria Pompeo, da un animo inquieto e instabile Bruto. Bruto, peraltro, si proponeva come paladino della legittimità, ma (a differenza di suo zio Catone) dimostrò di essere tutt’altro che una persona onesta e integerrima. Nel 53 a.C. infatti si recò con l’incarico di questore in Cilicia; Cicerone, quando due anni dopo giunse in quella stessa provincia come governatore, rimase sconcertato nello scoprire che Bruto vi aveva praticato l’usura arrivando a pretendere un tasso d'interesse del 48%, in aperta violazione alle leggi romane. Tale era stata la disperazione dei suoi debitori che, addirittura, cinque senatori del luogo erano morti per fame, per ripagarlo. Alla permanenza di Cicerone in Cilicia risale l’unica emissione che reca il suo nome: un cistoforo (oggi rarissimo) che reca al rovescio tre legende, M. CICERO PRO COS., AΠA. (abbreviazione di Apamea, città non più esistente, nell’odierna Siria settentrionale) e ΘΕOΠΡOΠOΣ AΠOΛΛΩΝΙΟΥ (Theopropo di Apollonio, il magistrato emittente). __________________ In Gallia alla fine del 54 Ambiorige, re della tribù degli Eburoni, sperimentò una nuova tecnica di guerra: colpire le legioni mentre erano isolate, negli accampamenti invernali. Cinse d'assedio l’accampamento di Atuatuca (odierna Tongeren), convinse con l’inganno i soldati a uscirne, li aggredì e distrusse così un’intera legione; l’aquilifero, Lucio Petrosidio, per non far cadere l’insegna nelle mani nemiche la lanciò lontano, prima di cadere ucciso[12]. Spinto dal successo Ambiorige riprovò la stessa tattica contro un altro accampamento ma il comandante di questo, Quinto Tullio Cicerone (fratello dell’oratore) riuscì a far avvisare Cesare e resistette eroicamente sino al suo arrivo; il proconsole non poté tuttavia evitare che i suoi nemici fuggissero. Contemporaneamente un’altra tribù, i Treviri, attaccarono una terza legione ma il suo comandante, il valentissimo Tito Labieno, li sconfisse duramente malgrado lo svantaggio numerico. Il furore di Cesare per la perdita della legione fu grande: in segno di lutto, promise che non si sarebbe più rasato finché non l’avesse vendicata. Suddivise il suo esercito in tre tronconi e li fece convergere sull’esercito degli Eburoni, chiudendoli in trappola e sconfiggendoli, ma Ambiorige e il suo seguito fuggirono in Germania. Allora, nel 53, fece costruire un nuovo ponte sul Reno e lanciò una seconda spedizione punitiva nel territorio germanico; ritirandosi ordinò di lasciare in piedi il ponte, a perenne monito della potenza romana (a eccezione della parte terminale, abbattuta per impedirne l’uso da parte dei nemici). __________________ Due eventi luttuosi portarono alla rottura del delicato equilibrio politico che manteneva uniti i triumviri. Nel 54 a.C. morì di malattia Giulia, moglie di Pompeo; svaniva così il legame familiare fra lui e Cesare. Nel 53 a.C. morì invece Crasso. Egli infatti, dopo aver preso possesso della provincia di Siria, mosse guerra ai Parti, formalmente per sostenere un pretendente al trono spodestato dal fratello. Poteva valersi di un esercito di 7 legioni, per complessivi 40.000 uomini, e di validi subalterni, fra cui suo figlio Publio, appositamente rientrato dalla Gallia, e Gaio Cassio Longino, un capacissimo generale; poteva inoltre contare sull’alleanza con il re d’Armenia. Crasso ideò allora una manovra strategica a tenaglia: l’esercito armeno sarebbe calato dal nord, mentre quello romano avrebbe tagliato il deserto siriano a sud, entrambi diretti alla capitale nemica. Fu un gravissimo errore: il re dei Parti aveva previsto e prevenuto il suo piano, attaccando direttamente l’Armenia per impedirle di portare aiuto ai Romani; le legioni invece furono fatte penetrare indisturbate in profondità nel deserto e poi, quando furono nei pressi di Carre (odierna Harran), lontano dalla via di fuga dell’Eufrate, attaccate a sorpresa da un nutrito contingente di agili arcieri a cavallo, al comando dell’abilissimo generale Surena. La cavalleria romana tentò un contrattacco, ma cadde in trappola e fu annientata: il suo stesso comandante, Publio figlio del triumviro, fu ucciso. Di fronte a questa tragedia, Crasso apostrofò le truppe con grande contegno, dicendo loro “Questo è un mio lutto personale, o Romani, ma la grande gloria e il grande destino di Roma risiedono in voi … Roma è arrivata a un potere tanto grande non grazie alla fortuna, ma perché i Romani hanno affrontato i pericoli con coraggio e ostinazione”. Malgrado le esortazioni di Crasso, si verificò un fatto unico nella storia della Repubblica: spesso infatti è avvenuto che le legioni siano state sconfitte, sopraffatte e distrutte, oppure si siano arrese al nemico o ribellate al comandante, ma solo a Carre è accaduto che abbiano perso la volontà di combattere. Probabilmente fu una combinazione di cause a determinare questo effetto: la stanchezza della marcia, la sete nel deserto, la superstizione (si erano verificati molti presagi infausti), la sfiducia nel condottiero (Crasso poteva vantare come suo unico successo, seppur rilevante, la vittoria di Porta Collina), la paura di un nemico sfuggente, l’inesperienza (molti soldati erano reclute); fatto sta che l’esercito di Roma, improvvisamente, si rivelò incapace di reagire. Crasso ordinò la ritirata dentro le mura della città fortificata di Carre. A Carre si verificò lo scontro fra il triumviro e Longino: il primo voleva ritirarsi verso nord, per raggiungere le montagne dell’Armenia, il secondo a sud, per tornare in Siria, strada più difficile ma meno prevedibile. Aveva ragione Longino: lo seguirono 10.000 legionarî e riuscirono ad arrivare in Siria, unici sopravvissuti della cruenta battaglia di Carre. Il resto dell’esercito si mosse invece verso nord e fu raggiunto da Surena in persona, che offrì di discutere un armistizio. Crasso subdorò un’altra trappola, ma l’esercito lo obbligò ad accettare; egli allora disse loro: “se vi salverete, riferite a tutti che Crasso cadde perché ingannato dal nemico, non perché tradito dai propri concittadini”. E così fu: l’iniziativa di Surena era un tranello; Crasso fu ucciso e i legionarî sopravvissuti fatti prigionieri. Ormai convinto di aver debellato l’esercito romano Surena attaccò la Siria, deciso a conquistarla, ma Longino, con i suoi pochi e demoralizzati legionarî, lo sconfisse duramente, obbligandolo a tornare in Mesopotamia. Morti Giulia e Crasso, la rivalità tra Cesare e Pompeo degenerò in gelosie e reciproci sospetti; ne approfittò Catone, che architettò una coalizione di optimates, in funzione anticesariana, e convinse Pompeo (che non aveva mai raggiunto l’Hispania, governando scandalosamente le province assegnategli senza allontanarsi da Roma) a svolgere, di nuovo, la funzione di difensore del Senato. __________________ Mentre Romani e Parti combattevano in oriente, a Roma Clodio presentò la sua candidatura per la pretura, Milone quella per il consolato. Il confronto politico fra i due divenne rapidamente uno scontro violento fra le rispettive bande armate, tanto che il Senato dovette sospendere le elezioni e rinviarle ai primi mesi del 52. Il 18 gennaio, tuttavia, i due avversarî si incontrarono casualmente sulla via Appia, presso Bovillae (probabilmente, nell’odierno comune di Marino), entrambi scortati da schiavi armati; ne nacque uno scontro e Clodio rimase ucciso. Quando il suo cadavere fu portato a Roma la folla, inferocita, lo volle cremare nella vecchia sede del Senato, la Curia Hostilia, causando un incendio che la distrusse. Impauriti dall’ondata di violenza incontrollata che ne seguì, il Senato adottò un senatus consultum ultimum (il primo, dall'epoca della congiura di Catilina) e nominò Pompeo consul sine collega incaricandolo di riportare l’ordine in città, cosa che egli fece. Milone, processato, fu condannato all’esilio. __________________ Alla fine del 53 a.C. presso Cenabum (odierna Orleans) i Galli uccisero alcuni commercianti e funzionarî romani. Ne approfittò un nobile della tribù degli Arverni, che si pose a capo di una fazione contraria al dominio di Roma e si fece proclamare re; di lui conosciamo solo più il soprannome, “Potente Re Guerriero”, in lingua celtica “Vercingetorige”[13]. In breve tempo Vercingetorige convinse molte altre tribù a unirsi a un’alleanza anti-romana. Cesare, che si trovava in Gallia Cisalpina, capì immediatamente il pericolo: raggiunse velocemente Narbo e da là, fra i mesi di gennaio e febbraio del 52, con una mossa audace e imprevedibile attraversò i valichi innevati delle montagne Cevenne, in pieno territorio nemico, ricongiungendosi con le legioni stanziate più a nord prima che restassero isolate. Riunite le truppe, il proconsole mosse contro gli insorti ma Vercingetorige, capito che il tallone d’Achille delle legioni era la possibilità di approvvigionarsi di cibo presso i grandi agglomerati urbani, distrusse tutte le città galliche che si trovavano sul loro cammino. Una sola città fu risparmiata, Avarico (odierna Bourges), e quando Cesare vi giunse la cinse d’assedio; probabilmente questa mossa fu prevista dallo stesso Vercingetorige[14], che sperava così di inchiodare le legioni nel lungo e logorante assedio di una città ritenuta inespugnabile, ma aveva sottovalutato i Romani. Le legioni riuscirono a costruire un terrapieno alto quanto le possenti mura di Avarico e, così, la conquistarono; le scorte di cibo che vi trovarono permisero ai soldati di sopravvivere alla guerra di logoramento. Malgrado questo insuccesso, il prestigio di Vercingetorige cresceva di giorno in giorno e riuscì a portare dalla propria parte anche gli Edui, una delle più potenti tribù galliche che era, da circa un secolo, fedele alleata di Roma; ormai, quasi tutti i popoli della Gallia erano uniti contro l’invasore. Lo scontro fra esercito romano e gallico si ebbe presso Gergovia, capitale degli Averni (città non più esistente), e fu una sconfitta per Cesare. Un secondo gruppo di legioni si trovava a Lutetia (attuale Parigi), ai comandi di Labieno; Cesare, rimasto senza alleati, capì che era necessario riunire tutte le sue truppe e gli ordinò di avvicinarsi. Labieno si trovò circondato da nemici, a causa dell’improvvisa sollevazione di tribù sino allora rimaste pacifiche, ma seppe rompere l’accerchiamento e si ricongiunse a Cesare presso Agendicum (attuale Sens); l’esercito romano comprendeva ora 11 o 12 legioni, prive però di truppe ausiliarie, e quindi ammontava a soli 50.000 soldati. Impossibilitato a difendersi in un territorio divenuto interamente ostile, Cesare cercò di ritirarsi presso la provincia della Gallia Narbonense e allora Vercingentorige commise un errore fatale: credette che le legioni fossero ormai stremate, dalla fame e dai combattimenti, e potessero essere definitivamente debellate; le affrontò così con un esercito quasi doppio, 80.000 soldati, ma fu sconfitto e si rinchiuse nella piazzaforte di Alesia (cittadina non più esistente), in attesa che arrivasse l’esercito di rinforzo, forte di 250.000 combattenti. Cesare capì che lì si giocava il tutto per tutto: cinse la collina di Alesia con una linea fortificata, per impedire la fuga di Vercingetorige, e poi fece costruire una seconda linea fortificata più ampia e più esterna, per difendersi dai rinforzi che sarebbero giunti; dopo di che, attese. Lo aiutavano molti validissimi generali: fra gli altri, Tito Labieno, Marco Antonio, Decimo Giunio Bruto Albino e un homo novus, Gaio Trebonio. L’esercito di rinforzo arrivò forse a inizî ottobre e coordinò i suoi attacchi con quello chiuso ad Alesia. Per giorni interi le fortificazioni dei Romani, al tempo stesso assedianti e assediati, furono assalite contemporaneamente dall’interno e dall’esterno; in questa situazione, “I Romani erano terrorizzati dal grido che si alzava alle loro spalle mentre combattevano, poiché capivano che il pericolo dipendeva dal valore di coloro che proteggevano le loro spalle”[15]. Il momento più critico si ebbe quando 60.000 soldati galli, scelti fra i più valorosi, assaltarono il campo romano posto a settentrione, che rappresentava il punto più debole della cinta fortificata; intervenne Cesare personalmente e, per essere riconosciuto dalle sue truppe, cinse il mantello rosso (simbolo del suo imperium proconsolare), incurante del fatto che lo rendeva visibile anche al nemico. Malgrado l’enorme sproporzione di forze (50.000 legionarî contro 330.000 Celti), le difese romane ressero. L’esercito di rinforzo si ritirò e si disperse, i Galli sopravvissuti tornarono alle loro tribù. Vercingetorige uscì da Alesia, solo, gettò le proprie armi ai piedi di Cesare e si inginocchiò, in segno di resa incondizionata. La Gallia era stata definitivamente conquistata; nel 50 a.C. fu dichiarata provincia romana e divenne una delle regioni più profondamente romanizzate d’Europa. __________________ Nel 51 a.C. morì la sorella di Cesare, Giulia. L'orazione funebre fu pronunciata da suo nipote (figlio della figlia Azia), un giovane di soli 12 anni con lineamenti delicati e grande cultura, Gaio Ottavio Turino. __________________ Cesare sapeva che, quando avesse perso l’imperium proconsolare (che gli garantiva l’immunità processuale), i suoi avversari politici lo avrebbero processato per le molte stragi compiute in Gallia. Pensò allora di candidarsi a console per il 49 a.C. (per assicurarsi nuovamente l’imperium), ma per presentare la sua candidatura avrebbe dovuto entrare a Roma e quindi varcare il pomerium, gesto che avrebbe fatto decadere l’imperium proconsolare. Chiese allora di potersi candidare in absentia, ma il Senato gli negò questa possibilità (sebbene concessa in passato ad altri comandanti militari, come Gaio Mario). Tentò un’altra strada per tutelarsi dalla vendetta dei suoi avversarî: propose che sia lui sia Pompeo sciogliessero tutte le proprie legioni, ma il Senato non acconsentì e, anzi, ingiunse a entrambi di cedere una propria legione a favore di una futura campagna contro i Parti; obbedirono, ma Pompeo cedette proprio quella che aveva precedentemente “prestato” a Cesare, talché questi si vide privato di due legioni. Chiese nuovamente di potersi candidare in absentia, ma la risposta del Senato - sobillato da Catone - fu tranciante: se alla fine del 50 a.C. non avesse sciolto tutte le legioni rimastegli e non si fosse presentato nell’Urbe da privato cittadino sarebbe stato dichiarato hostis publicus. Alcuni tribuni della plebe tentarono di difendere le sue posizioni, ma furono cacciati da Roma. Cesare non aveva più altre strade. Il 10 gennaio del 49 a.C. ordinò a cinque coorti di attraversare in armi il fiume Rubicone, che segnava il confine della sua provincia, e si affidò all’incertezza di una nuova guerra civile: come egli stesso disse, “alea iacta est” ( “il dado è stato lanciato”). NOTE [1] Che effettivamente veniva compiuta (come nei casi, citati, di Brenno, Taranto, Filippo V, Lega Achea, Cimbri e Tigrane II). [2] Come aveva fatto, invece, Alessandro Magno, determinato a raggiungere la fine delle terre emerse. [3] Così dice Plutarco; Svetonio invece colloca il fatto nel 69 a.C., quando Cesare si era già recato nella penisola iberica da questore. [4] In antichità le legioni di Roma erano 4, per console, numerate da I a IV. Quando le esigenze militari crebbero, e con esse il numero delle legioni, l’assegnazione dei numeri fu un po’ caotica; non è quindi sempre semplice determinare se una determinata legione, citata dalle fonti con riferimento a un episodio, sia la stessa citata, con la uguale numerazione, in un altro caso. [5] È probabile che fosse stato privato dei diritti civili per la ribellione del padre (vd. pag. 66) e sia ricorso all’espediente di farsi adottare per ridiventare civis Romanus. [6] Che ne aveva sposato la sorella (subito morta di parto) nell’82 a.C. [7] Alcune lettere possono mancare, nelle molte varianti di questa moneta. [8] Popolazione celtica che abitava l’odierna Confederazione Elvetica; ne facevano parte i Tigurini, già alleati dei Cimbri (vd. pag. 51). [9] Negli anni Cesare aumentò progressivamente il numero delle legioni a sua disposizione (arruolandone di nuove e ricevendone una là distaccata da Pompeo), che arrivarono sino a un massimo di 10. [10] Sappiamo che per finanziarle Clodio destinò un quinto delle tasse, pari a 64 milioni di sesterzî: possiamo così stimare in 80 milioni di denarî (320 milioni di sesterzî) le entrate annue del fisco repubblicano. [11] De Bello Gallico, IV, 22. [12] Alcuni autori moderni ritengono che Petrosidio fosse lo stesso aquilifero autore dello sbarco in Britannia, ma è improbabile: infatti, quello apparteneva alla X legione, che non fu sicuramente distrutta ad Atuatuca (probabilmente, la legione distrutta fu la XIV). [13] Il suffisso -rix, -rigis, comune ad altri nomi tramandatici dal De Bello Gallico (come il predetto Ambiorige), equivale al latino rex, regis e dimostra che questi non sono veri nomi di persona, ma titoli nobiliari o soprannomi. [14] Secondo il De Bello Gallico, invece, Avarico non fu distrutta per ragioni sentimentali, essendo l’antica capitale della tribù dei Biturigi, ma sembra una motivazione inconsistente. [15] De Bello Gallico, VII, 84. ILLUSTRAZIONI 58 a.C, denario RRC 422/1 56 a.C, denario RRC 426/1 Ricostruzione grafica del Teatro di Pompeo e via di Grotta Pinta a Roma, che ne ripete la forma Tre denari del 55 a.C.: nell'ordine, RRC 427/2, RRC 428/3 e RRC 430/1 54 a.C., denario RRC 433/2 51-50 a.C., cistoforo di Cicerone
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  45. LA TERZA GUERRA MITRIDATICA [1] In Asia Minore, a oriente del Ponto, si estendeva l’Armenia il cui sovrano, Tigrane II, ne aveva grandemente espanso i confini, che ormai si estendevano dalla Fenicia al Mar Caspio. Egli aveva anche fondato una nuova e splendida capitale, Tigranocerta, piena di monumenti, giardini e parchi e protetta da alte mura, con un palazzo reale circondato da un immenso parco e, per ogni eventuale esigenza di sicurezza, un imprendibile forte. Avendo inglobato molti regni indipendenti, aveva assunto il titolo di “re dei re” e obbligava i re vassalli a permanere alla sua corte, come se fossero suoi giullari. Mitridate preparò con cura l’ulteriore scontro con Roma, capendo che sarebbe stato decisivo: strinse un’alleanza matrimoniale con Tigrane II, dandogli in moglie sua figlia, assicurandosi così il necessario retroterra strategico; raccolse un’armata ingente e ben preparata e rafforzò i confini con una rete di fortificazioni; si alleò con Sertorio ricevendone alcuni consulenti militari (ex Senatori romani che avevano tradito la patria). Nel 74 a.C. l’irriducibile re del Ponto invase la Bitinia, che l’ultimo re aveva da poco lasciato in eredità al popolo romano, assediandone la capitale, Cizico, mentre i suoi eserciti dilagavano nella penisola anatolica. Quell’anno era console Lucio Licinio Lucullo che, immediatamente, partì da Roma con una legione; siccome, malgrado la sua lunga militanza, non aveva mai diretto una campagna, si imbarcò con tutti i trattati militari che riuscì a reperire e studiò lungo il tragitto. Sbarcato in Asia raccolse altre quattro legioni (comprese le due Fimbriane), arrivando così a una forza di circa 30.000 fanti[2] e 1600 cavalieri. Giunto nei pressi di Cizico, Lucullo seppe dai disertori pontici che le schiere nemiche contavano ben 300.000 uomini, dieci volte i suoi. Studiò allora il terreno, e occupò un’altura che gli consentiva non solo di difendersi con facilità, ma soprattutto anche di colpire le vie di approvvigionamento dell’immenso esercito di Mitridate; dopo di che si limitò ad attendere che fosse la fame a indebolire il nemico. Trascorse così l’inverno, mentre le difficoltà di approvvigionamento rendevano sempre più precaria la posizione dell’esercito pontico, che cominciò a sfaldarsi; una notte del 73 a.C. Mitridate stesso, ormai disperato, si diede alla fuga via mare; il suo esercito tolse l’assedio e cercò di raggiungerlo via terra, ma fu attaccato e distrutto dalle truppe di Lucullo. Le forze romane trascorsero il resto dell’anno a liberare altre località dell’Anatolia dopo di che, nel 72 a.C., Lucullo si mosse per catturare Mitridate direttamente nel suo territorio e varcò quindi i confini del Ponto. Il re nemico aveva organizzato una nuova armata e cercò di fermarne l’avanzata ma, preso dallo sconforto per un’ulteriore vittoria romana, fuggì, mentre le sue truppe si sfaldavano, e si andò a rifugiare in Armenia, presso il genero Tigrane. Questi gli concesse un palazzo ove vivere, ma credendosi superiore a lui rifiutò di riceverlo di persona. Nel 70 a.C. giunse presso Tigrane un legato di Lucullo (nonché suo cognato[3]), Appio Claudio Pulcro. Il “re dei re” lo ricevette nel suo magnificente palazzo, per impressionarlo e intimidirlo con tanto lusso; tuttavia (narra Plutarco[4]) “Appio non era spaventato o stupito di tutto questo sfarzo e spettacolo, ma non appena ebbe udienza, disse chiaramente al re che egli era venuto a riprendere Mitridate […], in alternativa era costretto a dichiarare guerra contro Tigrane”. Dal canto suo Tigrane (già “indispettito da Lucullo il quale nella sua lettera lo aveva nominato con il titolo di ‘re’ soltanto, e non di ‘re dei re’”) “anche se fece ogni sforzo per ascoltare questo discorso con viso apparentemente sereno ed un sorriso forzato, non poté nascondere ai presenti la sua sconfitta alle audaci parole del giovane”; allora “inviò splendidi doni ad Appio”, per comprarne la benevolenza, ma “Appio accettò solo una ciotola, non volendo che il suo rifiuto fosse interpretato come una forma di inimicizia personale verso il re, restituì il resto e marciò con grande velocità per raggiungere il suo comandante”. Nel 69 a.C. si presentò da Tigrane un messaggero, annunciando che le legioni si stavano avvicinando a Tigranocerta; il “re dei re” lo giudicò un bugiardo disfattista, ritenendo impossibile che i Romani penetrassero così tanto, e così velocemente, nel grande regno armeno, e lo fece uccidere. Pochi giorni dopo invece Lucullo, al comando dei suoi soldati, giunse in vista della splendida capitale armena. Si ripeté quanto avvenuto tre anni prima con Mitridate: Tigrane mandò un esercito a fermare Lucullo, ma fu sconfitto; allora il “re dei re” scappò per avere modo di riorganizzare le proprie forze e lasciò la capitale all’assedio romano. Tigrane organizzò con cura il contrattacco; dopo essersi fatto inviare truppe da tutti i regni suoi vassalli tornò a Tigranocerta con una forza immane: 150.000 fanti con armamento pesante, 55.000 cavalieri di cui 17.000 catafratti (muniti, cioè, di corazza), 20.000 arcieri e frombolieri, 35.000 ausiliari[5]. A Lucullo, che aveva disperso le sue forze lungo la penisola anatolica, restavano solo 16.000 legionarî e poche migliaia di cavalieri. Avendo visto avanzare l’esercito armeno, divise ulteriormente le truppe: lasciò 6.000 fanti a proseguire l’assedio di Tigranocerta e mosse contro l’armata nemica con soli 10.000 legionarî e 1.000 cavalieri. Il 6 ottobre del 69 a.C. i due eserciti si fronteggiarono; a dividerli, solo un corso d’acqua. Nel campo armeno Mitridate, finalmente ammesso alla presenza del genero, gli consigliò di stare lontano dall’accampamento di Lucullo, ma Tigrane si prese gioco della sua pavidità e, vedendo che le forze romane erano tanto esigue, fece a favore degli astanti una battuta di spirito, passata alla storia: “Se sono qui come ambasciatori sono troppi, se invece sono qui come nemici sono troppo pochi”[6]. Nel campo romano, i luogotenenti di Lucullo tentarono di dissuaderlo dal combattere, osservando che il 6 ottobre era un giorno infausto, ma egli si limitò a ribattere che, con la sua vittoria, lo avrebbe trasformato in fausto. Lucullo aveva individuato una collina, posta alle spalle di Tigrane, che gli avrebbe procurato un ottimo vantaggio tattico e quindi spinse il suo cavallo in avanti, per attirare l’attenzione su di sé. Narra Plutarco[7]: “Tigrane chiamò a sé [il generale] Tassile e gli disse ridendo: ‘Non vedi che l’invincibile armata romana sta scappando?’ ma Tassile gli rispose: ‘Oh Re, mi piacerebbe [...] ma quando questi uomini sono in marcia, essi non indossano abbigliamenti splendenti, né usano scudi o elmi lucenti; invece, ora essi mostrano le armi, avendone rimosso le coperture in pelle’. E quando ancora Tassile stava parlando, giunse alla loro vista un’aquila romana, mentre Lucullo si dirigeva al fiume con le coorti che si disponevano in manipoli, pronte alla traversata. Poi, all’ultimo, come se fosse stato inebetito dallo stupore, Tigrane gridò due o tre volte ‘Sono i Romani ad attaccare noi???’ [... ... Lucullo] attraversò il fiume, e si aprì la strada contro il nemico di persona. Indossava una corazza d’acciaio a scaglie scintillanti, e un mantello con nappe, e allo stesso tempo sguainò la spada dal fodero [...] mentre i suoi soldati lo seguivano con tutte le loro forze, perché avevano visto che il loro comandante era davanti a loro con l’armatura, sopportando come tutti la fatica di un normale fante [...] condusse i suoi uomini contro i cavalieri catafratti [...] il nemico non si aspettava l’arrivo dei Romani, ma al contrario, con alte grida e nella maggior parte con una fuga vergognosa, si lanciarono insieme ai loro cavalli al galoppo con tutto il loro peso, oltre le file della propria fanteria, prima ancora di aver cercato anche solamente di resistere”. Con la sua manovra di aggiramento, condotta personalmente, Lucullo spinse i catafratti contro il loro stesso esercito e la massa di quegli uomini coperti di metallo si abbatté sulle fila della fanteria armena, seminando il caos più totale e causando una rotta completa dell’esercito. Lo stesso Tigrane si diede subito alla fuga: per non essere riconosciuto lasciò persino la corona al figlio, che a sua volta la diede a uno schiavo. In una delle più incredibili vittorie della storia militare di tutti i tempi, i Romani persero 5 soldati, gli Armeni 100.000. Mitridate raggiunse Tigrane in fuga ed entrambi i grandi re che avevano osato sfidare Roma si abbracciarono, e piansero della loro sventura. Tigrane e Mitridate si rifugiarono nella vecchia capitale dell’Armenia, Artaxata. Lì Lucullo giunse nell’estate del 68 a.C. e di nuovo si scontrarono: 70.000 Armeni contro due sole legioni. Fu un’altra, schiacciante vittoria romana e i due re dovettero di nuovo fuggire sulle montagne del Caucaso. _______________ Delle epiche gesta di Lucullo in Asia non resta memoria sulle monete, salvo forse una piccola eco. Nel 69 a.C. infatti, mentre lui combatteva a Tigranocerta, un monetario, Marco Pletorio Cestiano, emise una serie di denarî di cui uno, RRC 409/1, presenta al dritto una figura femminile ignota, sicuramente non una dea romana, e al rovescio l’aquila sul fulmine. Crawford ipotizza che la figura sia Iside e che l’aquila rappresenti la dinastia tolemaica (di cui era simbolo); forse però, visti i grandi avvenimenti che stavano accadendo in Asia Minore, c’è da chiedersi se la figura al dritto non possa essere un’allegoria dell'Anatolia e, quindi, l’aquila rappresenti (come spesso accade, nell’iconografia romana), il potere militare di Roma, arrivato a mettere ordine in quelle terre lontane. _______________ Mentre la guerra imperversava nell’Oriente, a Roma si verificavano grandi e repentini stravolgimenti politici. Per il 70 a.C. furono eletti consoli Pompeo, generale ormai amato dalle folle, e Crasso, che godette dell'appoggio di Cesare, sempre più benvoluto dai popolari[8]. Appena entrati in carica essi avviarono una campagna di riforme legislative mirate a depotenziare quelle precedentemente adottate a Silla, limitando il potere del Senato e restaurando quello dei tribuni della plebe. Nello stesso anno il giovane avvocato homo novus che aveva osato contrastare un liberto di Silla, Cicerone, assunse l’accusa contro l’ex governatore della Sicilia, Verre, non solo facendolo condannare, ma mettendo a nudo la corruzione che dilagava fra i nobili. Poco per volta, così, il potere della vecchia aristocrazia (cui anche Lucullo apparteneva) andava erodendosi. Nel 67 a.C. fu deciso di debellare la piaga della pirateria, che era ormai divenuta insostenibile; a tal fine furono concessi amplissimi poteri a Pompeo che, in pochi mesi, riuscì con rara competenza organizzativa[9] a predisporre ed eseguire una manovra navale, in tutto il Mediterraneo, individuando e distruggendo i covi dei pirati. _______________ Mentre inseguiva i re nemici Lucullo fu abbandonato da Roma stessa, a causa della sua inflessibile serietà. I primi a voltargli le spalle furono i suoi soldati. In un mondo ove i territori nemici erano visti come fonte di razzie e arricchimento, il proconsole era forse l’unico Romano che vietava tassativamente ai proprî soldati di saccheggiare le città conquistate; inizialmente i legionari accettarono e pazientarono, convinti che sarebbe arrivato il loro momento, ma Lucullo rimase inflessibile, impedendo loro di fare razzia. Pertanto nel 68 a.C., quando sulle montagne dell’Armenia arrivò il gelo e cominciò a nevicare, i soldati si rifiutarono di proseguire la marcia; Lucullo dovette tornare indietro e attendere la primavera in pianura e Mitridate e Tigrane ne approfittarono, per riprendere possesso di porzioni dei rispettivi regni. In seguito scoppiarono altre ribellioni fra i legionarî, aizzate addirittura da un altro cognato di Lucullo (fratello di Appio Claudio Pulcro) che si faceva chiamare Publio Clodio (anziché Claudio) per ostentare vicinanza al popolo[10]. Clodio era un pessimo elemento, che trovava appagamento nel seminare e fomentare il caos; peraltro di una delle sue tre sorelle[11], bellissima e dissoluta, si innamorò il poeta che andava allora in voga a Roma, Catullo, che ne rese immortale il ricordo con lo pseudonimo di Lesbia. Ma il tradimento più grave arrivò direttamente dal Senato. Occorre premettere che Lucullo era noto, fra le popolazioni delle province, per essere un magistrato giusto e magnanimo. Nel 70 a.C. si era recato a riorganizzare la provincia d’Asia, trovandola devastata dai debiti, causati sia dalla guerra, sia soprattutto dalla rapacità dei publicani[12]; aveva quindi limitato il tasso di interesse superiore all’1% mensile e adottato una serie di altre misure di equità grazie alle quali, in circa quattro anni, tutti i debiti furono saldati. Tale fu la fama della sua imparzialità che le province limitrofe chiesero a Roma di averlo, anch’esse, come governatore. Queste misure, giuste ma severe, gli causarono tuttavia molte inimicizie fra publicani e usurai, che godevano, a Roma, del sostegno politico dei populares e corruppero alcuni tribuni della plebe affinché lo accusassero di protrarre inutilmente la guerra, solo per potersi arricchire. Tanto fecero, che furono creduti; nel 66 a.C. un una legge, appoggiata pubblicamente da Cesare e Cicerone, tolse il comando della guerra a Lucullo e lo attribuì a Pompeo, reduce dalla vittoria contro i pirati. _______________ Pompeo proseguì la campagna militare sino al 63 a.C.; ottenne la resa di Tigrane, che tornò a governare sulla sola Armenia, ma non quella di Mitridate. Il re del Ponto infatti, disposto a giocare il tutto per tutto, si alleò con un re dei Galli e decise di invadere l’Italia marciando lungo il Danubio; fu infine ucciso da un soldato del suo stesso figlio, stufo che i deliranti disegni paterni continuassero ad alimentare l’ira di Roma. All’esito della guerra gran parte dell’Asia Minore cadde sotto il dominio romano: Bitinia, Ponto e Siria furono costituiti in provinciae nel 64 a.C., Giudea e Armenia furono ridotte a regni vassalli. In Bitinia fu emesso un bronzo di Nicea, che bene attesta la diffusione del potere di Roma Al rovescio infatti è raffigurata une figura femminile seduta su una pila di scudi, che regge in una mano Vittoria, nell’altra la lancia; la didascalia in esergo, ΡΟΜΗ, consente di identificarla nella personificazione della Città Eterna. La legenda inoltre, ΕΠΙ ΓΑΙΟΥ ΠΑΠΙΡΙΟΥ ΚΑΡΒΟΝΟΣ, informa che l’emissione è avvenuta “sotto Gaio Papirio Carbone”, governatore della neonata provincia. Al dritto è invece ritratto Dioniso e sono presenti la legenda ΝΙΚΑΙΕΩΝ e la data (in lettere greche[13]), che consente di collocarlo con sicurezza nei primi anni di dominio romano. Lucullo tornò a Roma, celebrò il trionfo nel 63 e abbandonò la politica. Disprezzato dalla patria che aveva così brillantemente servito, per ironia della sorte fu ricordato dai posteri per i suoi pasti abbondanti, lui che era stato uno dei più abili generali di Roma. Fu uno degli ultimi esempi della grandezza della vecchia aristocrazia Romana: come Silla (e Cesare dopo di loro), rivelò incredibili capacità tattiche e strategiche senza avere precedenti esperienze; come Scipione, seppe condurre attacchi fulminei e devastanti contro il punto debole del nemico; come il Cunctator[14], capì il momento in cui una strategia attendista era più efficace dello scontro diretto; come Cincinnato, si ritirò a vita privata quando la repubblica non ebbe più bisogno di lui. In più, fu forse l’unico dei suoi contemporanei a trattare le popolazioni soggette con umanità e a trattenere risolutamente gli istinti rapaci dei suoi soldati; pagò proprio questo. Pompeo, dal canto suo, era la terza volta che si presentava a “sconfiggere” un nemico (dopo Sertorio e Spartaco) già fiaccato da un altro generale ... _______________ Nel 63 a.C. assunse il consolato Cicerone. Era un uomo particolare, di cui - grazie al suo epistolario - conosciamo non solo le capacità, ma anche le umane debolezze: gli fu offerto di cambiare cognomen, visto che il suo era offensivo, e risposte che avrebbe invece reso celebre quello che aveva (cosa che, in effetti, è successa); fu eletto grazie a una particolare congiuntura politica, sostanzialmente perché era ritenuto così debole da non dare fastidio ad alcuna delle fazioni in campo, ma credette che fossero state riconosciute le sue grandi doti di statista; proveniva da una famiglia assolutamente estranea alla vita politica romana, ma fece di tutto per essere accettato come esponente degli optimates, proprio lui che (nel processo a Verre) aveva messo a nudo la decadenza dalla vecchia casta aristocratica. Durante il suo consolato Cicerone scoprì un complotto ordito da un nobile decaduto, Lucio Sergio Catilina, e lo trattò come se fosse stato l’inizio di una nuova guerra civile, ovviamente scongiurata grazie alle sue grandi doti politiche. Cinque cospiratori, appartenenti a facoltose famiglie romane, furono incarcerati e si discuteva se giustiziarli o esiliarli; Cicerone, di fronte a una folla mossa da sentimenti contrastanti (molti volevano la salvezza dei cinque detenuti), diede infine una prova sublime della sua abilità oratoria limitandosi ad annunciare: “Vixerunt” (“vissero”; l’uso del tempo perfetto, tuttavia, indica un’azione conclusa: Cicerone ne annunciava quindi la morte, usando la delicatezza di non dirlo esplicitamente). Gli altri congiurati fuggirono in Etruria, ove costituirono un esercito di disperati che fu definitivamente sconfitto nel gennaio del 62 a.C., a Pistoia. Quell’anno un monetiere non ben identificato, Lucius Scribonius Libo (forse, il padre dell’omonimo che sarà console nel 34 a.C.), emise un denario particolare, RRC 416/1. Esso al dritto raffigura il Bonus Eventus (identificato dalla didascalia), divinità legata al mondo agricolo. Al rovescio, invece, è rappresentato il Puteal Scribonianum, monumento con una storia curiosa. Le fonti infatti narrano come nel Foro fosse originariamente presente un piccolo altare del dio Vulcano, presso cui Romolo teneva le prime adunanze di popolo. L’altare fu poi colpito da un fulmine e la cavità così formatasi fu lasciata aperta in segno di rispetto verso gli dei che avevano voluto scagliare il fulmine. Infine, agli inizî del II secolo a.C., un appartenente alla gens Scribonia l’aveva monumentalizzata in forma di pozzo, il Puteal Scribonianum appunto. Presso tale pozzo, peraltro, il pretore teneva i processi per usura. Questa moneta è interessante per due motivi: dal punto di vista storico, è interessante l’opinione di Crawford, secondo cui la scelta del Puteal - costruito dove s’era abbattuto un fulmine - probabilmente celebrava la vittoria contro i seguaci di Catilina; dal punto di vista iconografico, invece, rileva lo stile poco elaborato, che attesta un’evoluzione (in atto nell’arte romana) dagli influssi ellenistici, per i quali in precedenza si era prediletta la ricerca del bello, a canoni estetici più vicini al realismo, che invece miravano a trasmettere il messaggio con maggior immediatezza, prediligendone il significato alla forma. _______________ Sempre nel 62 a.C. Cesare assunse la carica di pretore e dimostrò grande equilibrio, nei contrasti fra popolo e Senato. Accadde inoltre che una notte Clodio si introdusse in casa sua mentre erano presenti solo donne (per espletare una funzione religiosa); quando la cosa si scoprì, suscitando grande scandalo, egli ripudiò la moglie (Pompea, nipote di Silla, che aveva sposato dopo la morte di Cornelia Cinna) pur ritenendola innocente, perché “mulier Caesaris etiam suspicione vacare debet” (“la moglie di Cesare deve essere esente anche da sospetto”). L’anno dopo Pompeo entrò in contrasto con il Senato (di cui, sino allora, era stato il paladino) che non volle riconoscere adeguate ricompense ai suoi soldati, e cercò l’appoggio politico di Cesare e di Crasso. Si gettavano così le basi del primo triumvirato. NOTE [1] Questa viene denominata “terza guerra mitridatica” perché una “seconda”, inconcludente, si ebbe fra l’83 a.C. e l’81, quando Lucio Licinio Murena, lasciato da Silla a capo delle legioni Fimbriane, si scontrò con Mitridate, che ne uscì vittorioso. [2] È difficile determinare quanti uomini corrispondano a “una legione”, per due ragioni: primo, benché le legioni avessero una forza teorica di 3.840 fanti, la loro consistenza pratica dipendeva da molti fattori contingenti (perdite, congedamenti, rinforzi, etc.); secondo, le fonti spesso non citano le forze alleate (che, in teoria, dovevano essere di entità uguale a quelle di Roma). Ne consegue che “una legione” può significare un numero che varia da 8.000 fanti (una legione a ranghi completi più una pari unità alleata) a soli 2.000 (la sola legione, a ranghi ridotti). In questo caso, sono le fonti a dirci che erano 5 legioni pari a 30.000 fanti. [3] Lucullo aveva sposato una delle sue tre sorelle. [4] Vita di Lucullo, 21. [5] Queste stime, riportate dalle fonti antiche, sono verosimilmente esagerate, per far apparire ancora più eroica l’impresa dei Romani. È comunque sicuro che gli Armeni fossero in grandissima superiorità numerica. [6] Appiano, Guerre mitridatiche, 85; Plutarco, Vita di Lucullo, 27. [7] Vita di Lucullo, 27-28. [8] Fra l’altro, nel 69 o 68 a.C. morì di parto la sua giovane sposa, Cornelia Cinna, ed egli volle commemorarla pronunciando una laudatio funebris dai rostra. Fu un’attestazione d’amore che colpì il popolo perché un simile onore era riservato, all’epoca, ai soli personaggi importanti (anche donne, ma solo anziane matronae). [9] Ebbe anche la lungimiranza di destinare i prigionieri e le loro famiglie a una vita da agricoltori nelle coloniae, affinché si convertissero a uno stile di vita onesto. [10] È questa la testimonianza che già all’epoca la pronuncia popolare del dittongo -au- era mutata in -o-, come poi ereditato dall’Italiano. [11] Non si sa esattamente quale delle tre, verosimilmente non la moglie di Lucullo. [12] In quella provincia, a causa della sua lontananza, Roma sperimentò per la prima volta un sistema di esazione delle tasse che consisteva nel farsi anticipare il dovuto da alcuni appaltatori, detti publicani, che poi riscuotevano le tasse dai cittadini. Si rivelò un sistema fallimentare e vessatorio: i publicani pretendevano dai cittadini il doppio di quel che versavano a Roma e, a chi non aveva disponibilità, applicavano interessi usurarî. [13] ΔΚΣ, ossia 224. Il conteggio di questi anni decorreva dalla morte del diadoco Lisimaco, considerato come anno 1 (= 282-281 a.C.), talché la moneta è stata emessa nel 59-58 a.C. [14] Soprannome di Quinto Fabio massimo, che aveva sfiancato Annibale proprio con una strategia cauta e attendista. ILLUSTRAZIONI 69 a.C, denario RRC 409/1 59 a.C., bronzo di Nicea 62 a.C., denario RRC 416/1
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  46. LA MONETE CON SIMBOLI E LETTERE Studiando le monete della fine della Repubblica, è chiaramente evidente che i Romani ne consideravano ufficiali e legittime due tipologie differenti: quelle emesse sotto la supervisione dei tresviri, probabilmente previa autorizzazione del Senato, e quella emesse invece in forza dell’imperium. Poiché infatti l’imperium era concepito come un potere quasi assoluto (soprattutto fuori Roma), si consideravano valide le monete che i magistrati cum imperio avevano ordinato di coniare; cosa che, normalmente, essi facevano quando si trovavano fuori dall’Urbe, per finanziare campagne militari, servendosi di zecche ausiliarie (o addirittura dei tecnici delle legioni[1]), talvolta delegandone la supervisione a questori o proquestori[2]. Le monete emesse in forza dell’imperium sono dette oggi “imperatoriali”, con riferimento all’ultimo cinquantennio della Repubblica (quando il fenomeno crebbe di importanza), o “itineranti” (perché prodotte da zecche che si spostavano sul territorio, al seguito delle truppe), con riferimento alle epoche precedenti. Da un punto di vista teorico, tuttavia, non c’è differenza fra imperatoriali e itineranti. Precisato quanto sopra, ci si chiede quando il fenomeno della monetazione itinerante sia nato; infatti, se la moneta non reca il nome del magistrato che ne ha ordinato l’emissione (come avverrà spesso - ma non sempre - per le imperatoriali), è difficile distinguerla da un’emissione ordinaria. Viene qui però in evidenza un altro fenomeno: alcuni quadrigati e alcuni bronzi precedenti alla riforma sestantale presentano un simbolo al rovescio, una spiga di grano[3]; con l’introduzione del denario e del vittoriato la varietà di simboli cresce enormemente (oltre alla spiga, ancora, apex, pentagramma, crescente, bastone, etc.) e, inoltre, compaiono molte monete con una lettera o un piccolo gruppo di lettere (M, C, VB, MA, AVR, etc.). È opinione comune (corroborata dai rinvenimenti nei ripostigli) che questi simboli e lettere siano stati introdotti proprio per distinguere le monete emesse fuori Roma[4] da quelle invece prodotte nella zecca dell’Urbe; poiché inoltre - come si è visto - tutte queste monete sono normalmente datate all’epoca della Seconda Guerra Punica[5], se ne deduce che il fenomeno della monetazione itinerante sia nato in quel periodo, per evitare spostamenti di denaro tra l’Urbe e i suoi eserciti, attraverso territorî resi insicuri dalla presenza di truppe cartaginesi. In altri termini, le prime emissioni con simboli o lettere costituiscono l’esempio più antico di monete prodotte e usate direttamente dai legionarî. Secondo Crawford, le emissioni con simboli o lettere che si devono considerare come itineranti, per le esigenze della Seconda Guerra Punica, sono quelle che egli ha raggruppato nelle serie da RRC 59 a RRC 111 e da RRC 125 a RRC 131. In seguito tuttavia, seppur terminata la guerra, si continuò a produrre monete con simboli, anche presso la zecca di Roma. Probabilmente, distinguere le proprie monete mediante apposizione di simboli era diventato una specie di “moda”, che piacque e fu seguita anche dai tresviri, come si vedrà in seguito[6]. NOTE [1] Un esempio di conio utilizzato dalle legioni è quello illustrato a pag. 5. [2] Per questo, alcune monete imperatoriali recano la legenda “Q” o “PRO Q”, eventualmente col nome del questore. [3] Come nel caso del sestante raffigurato a pag. 30. [4] In particolare, simboli e monete potrebbero indicare la zecca (ad esempio, la spiga di grano potrebbe fare riferimento alla Sicilia, l’ancora alla zecca di una flotta) oppure il magistrato che ha ordinato l’emissione (ad esempio, AVR potrebbe stare per Aurunculeius). [5] Compresi i quadrigati con spiga di grano, RRC 42/1, che costituirebbero una delle ultime emissioni di questa moneta (Crawford li data al 214-212 a.C.). [6] È possibile che non solo levlettere, ma anche alcuni simboli servissero a identificare il monetiere: ad esempio, l’asino presente sui bronzi della serie RRC 195 (datata 169-158 a.C.) potrebbe alludere, secondo Grueber, al cognomen Silanus (perché, nella mitologia greca, Sileno viaggiava spesso in sella a un asino). ILLUSTRAZIONI Vittoriato RRC 95/1. Al retro, monogramma "VB". Secondo Crawford questa moneta fu emessa nel 211-208 per finanziare la guerra annibalica; secondo Thomsen, invece, nel 215-214 per preparare la spedizione contro Filippo V di Macedonia. Il monogramma al rovescio (VB) potrebbe indicare la zecca di Vibo Valentia oppure (secondo Thomsen) di Vibinum (città apula, oggi scomparsa). Denario RRC 172/1. Le monete di questa serie sono di verosimile provenienza sarda, come dimostra il fatto che sono state prevalentemente rinvenute sull’isola e che i bronzi di questa serie sono spesso ribattuti su monete sardo-puniche. Crawford le data al 199-170 a.C. e le attribuisce a Publio Manlio Vulsone, pretore in Sardegna nel 210; è difficile, però, ammettere che le emissioni portassero ancora la sigla MA in un periodo che va da 10 ad addirittura 40 anni dopo la sua pretura (anche ammettendo che Vulsone sia rimasto alcuni anni sull’isola dopo la fine del suo mandato, come propretore). Breglia, invece, attribuisce queste monete ad Aulo Cornelio Mammula, che fu propretore in Sardegna proprio nel 217-216 a.C., e ritiene che siano state emesse in seguito alla disfatta di Canne, che comportò una riduzione dei finanziamenti provenienti da Roma. Datare questo denario al 216 a.C., tuttavia, imporrebbe di riconsiderare la cronologia stessa del denario: infatti, poiché il peso medio degli assi di questa serie è di 1 oncia, non di 2, la riforma sestantale (e quindi l’introduzione del denario, sicuramente coeva) anderebbe datata al 230 a.C., se non addirittura al 250 (come appunto Breglia credeva). Asse RRC 173/1, con al retro legenda "C SAX", sciolto in Gaius Clovius Saxula, come il pretore del 173 a.C. (di cui, forse, questo monetiere era figlio).
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  47. Sono convinto che il 90% dei miei colleghi archeologi (quelli che conosco io, ovvio), se facessi finta di trovare una moneta su uno scavo, la prenderebbero per buona a prescindere, e dopo, pubblicherebbero sia foto che ritrovamento. Sinceramente non vedo cosa ci sia di male se la moneta è coerente col contesto di ritrovamento. Ovviamente la moneta andrebbe studiata come il resto di tutti i materiali di scavo. Se invece che una moneta buttassi una patera in sigillata in una tomba romana non vedo perchè la dovrei ritenere falsa, se non vi fossero prove lampanti della sua falsità. In uno scavo con centinaia, migliaia di reperti bisognerebbe partire coll'idea che ciascuno di essi potrebbe essere un falso? Mi sembra un'idea un pò assurda e che anche in questo caso causerebbe la paralisi degli studi. Certo se trovassi una moneta di Cesare nella tomba di Tutankhamon qualche dubbio me lo porrei... Non tutti gli archeologi sono numismatici e non tutti i numismatici accademici sono a conoscenza delle tematiche di falsificazione e si limitano a: "trovata in scavo=buona". Anche non tutti i numismatici, anzi molto pochi, al contrario sono archeologi. Trovata in scavo=buona. In linea di massima direi proprio di sì. Non è che c'è un Black Sea Hoard al giono... Quando faccio uno studio, è mia premura prima vedere se ciò di cui sto parlando è autentico o meno... ottima cosa teoricamente,altrettanto se stai studiando 20 monete e tutte sotto mano... ma se devi fare uno studio complessivo su un'intera monetazione con migliaia di monete sparse in tutto il mondo, di alcune delle quali magari disponi solo di una pessima fotografia, non puoi fare altro che fidarti degli studiosi che se ne sono occupati e le hanno potute vedere di persona. Altrimenti è meglio che studi qualcosa d'altro... ho il terrore di fare figuracce stratosferiche. :-) questa invece è una pessima cosa: Every year new discoveries are constantly helping us to fill in this and the other feature, to sharpen the perspective and even to remove the accretions of a faulty tradition. Historical science, no less than history itself, represents a continual process of integration; and the validity of any formulation is directly related to the contemporary state of knowledge. (F.W.Walbank) La paura di sbagliare è come un bastone infilato tra le gambe di un corridore... l'importante è fare le cose al meglio delle nostre possibilità attuali, migliorarsi sempre più e non avere paura, nè vergogna di riconoscere propri eventuali errori... Tu dici: Bella discussione...però ho notato una cosa abbastanza strana........si prende per appurato che gli esemplari museali siano autentici...perché, appunto, museali. Io ti rispondo: si prende per appurato che gli esemplari museali siano autentici ( e comunque come ho detto con riserva)...non perché, appunto, museali, ma perchè essendo museali sono stati studiati e visionati direttamente dagli esperti che in quei musei li hanno accettati. Si dice sempre che non si può giudicare da una sola foto, ma bisogna avere la moneta in mano... dunque in linea di massima tu invece dai più peso alla tua lettura di una moneta attraverso una foto, piuttosto che al parere di un numismatico che quella moneta l'ha potuta maneggiare? E che mi dici delle monete che invece non sono neppure corredate da foto? Devo presumere che nei tuoi studi monete del genere non potrebbero nemmeno entrare, dato che non hai possibilità di giudicarle tu stesso e che invece, mi pare di capire lavorando tu come archeologo (buon per te, io ho purtroppo preso altre strade...), tu ti occupi solamente di studiare monete che ti vengono affidate direttamente per studiarle. E per i confronti come fai? Occupandoti tu soprattutto di romane, come fai a definire una moneta in base al RIC? Come fai a verificare ogni singola moneta, laddove tra l'altro di molte non c'è la foto? Tu hai detto: È un po' come fare una tesi, citare le fonti o bibliografie varie, senza controllarne la veridicità. Ma tu catalogando una moneta in base al RIC stai facendo proprio ciò che neghi di fare... ossia ti stai affidando a uno studio condotto da chi ti ha preceduto senza poterne controllare la veridicità. Ciò è giusto al 100%? No, ma è l'unico modo possibile se si vuole fare ricerca e non semplicemente stabilire l'autenticità o meno di una moneta che si ha in mano... Come vedi ognuno ha i suoi modi di lavorare ma come ti ho scritto, preferisco prevenire che curare...e dover smentire uno studio di mesi solo perché ho dato per appurato che gli esemplari citati fossero autentici senza poter dare un mio giudizio critico e anzi, senza interessarmi minimamente di voler dare un giudizio critico, lo troverei alquanto brutto e per quanto mi riguarda sarebbe e rimarrebbe una bella figuraccia.
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  48. Stasera leggo le greche... :-D che volete che vi dica, non so che fare. Bella discussione...però ho notato una cosa abbastanza strana........si prende per appurato che gli esemplari museali siano autentici...perché, appunto, museali. Non sarebbe nuovo uno studio basato su falsi museali... I falsi ce li hanmo eccome...e anche loro, come noi, non sono infallibili e qualcuno gli scappa. Un paio del British glieli ho sgamati... :-P
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