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Elenco dei contenuti che hanno ricevuto i maggiori apprezzamenti il 12/21/25 in Risposte
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Oggi sono stato al Cordusio con mio figlio, complici le ferie natalizie pochi banchi e pochi visitatori. Ho davvero gustato ritrovare alcuni commercianti e alcuni clienti, scambiare due chiacchiere, curiosare origliando le più divertenti chiacchiere altrui. Abbiamo anche acquistato due monetine! Un bel regalo natalizio!9 punti
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Buongiorno a tutti gli amici del forum. Ormai siamo alle porte del Natale e quest'anno sono riuscito a farmi un bel regalo numismatico. Ho, dunque, il piacere di mostrarvi questo bel soldo del 1808 zecca di Milano, una moneta sulla carta comune ma che in questa conservazione, con questi rilievi, con un rame rosso del genere e senza particolari difetti di conio (debolezze, strappi, ecc.) diventa assai ostica da reperire. Purtroppo presenta qualche lieve segnetto a livello del volto di Napoleone, altrimenti sarebbe stato un esemplare davvero eccezionale. Ad ogni modo, mi auguro che sia di vostro gradimento!8 punti
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Con l’ascesa al trono di Ferdinando II di Borbone – avvenuta nel 1830 alla morte del padre Francesco I – fu necessario promulgare il decreto n. 268 del 27 aprile 1831 (Decreto che stabilisce il tipo delle monete di novella coniazione) che abrogò il decreto n. 100 del 21 marzo 1825 (Decreto sulla coniazione delle nuove monete) e modificò la legge n. 1176 del 20 aprile 1818 (Legge che prescrive il sistema monetario del regno) e il decreto n. 633 del 15 aprile 1826 (Decreto che prescrive la coniazione delle dupla di oro). L’unico studioso che abbia affrontato l’argomento sulla variazione dello stemma nelle monete di Ferdinando II è stato Giovanni Bovi. Egli trascrive un documento rintracciato nell’Archivio di Stato di Napoli nel fondo “Amministrazione generale delle monete”, ma che attualmente risulta fuori consultazione. A differenza del dott. Bovi, sono riuscito a esaminare più carte afferenti il solo rovescio per le nuove monete da dodici e sei carlini del Borbone, nonché a visionare (e qui pubblicare) il disegno del progetto. Francesco I morì l’8 novembre del 1830 e già l’11 dello stesso mese Ferdinando II ordinò che “si formino gli abbozzi del novello conio delle monete […] veduti i quali si riserba di dare le difinitive Sovrane risoluzioni.” Un documento assolutamente identico a quello pubblicato dal Bovi è stato da me rintracciato nel fondo del Ministero delle finanze, busta 6514, fascicolo 649, che qui trascrivo in parte: io sarei di avviso che in questa occasione si formasse il rovescio, dov’è impresso lo Stemma Reale, più semplice ed uniforme al disegno che mi do l’onore di acchiuderle. Con ciò si verrebbero a togliere i reali ordini Cavallereschi che attualmente nello stemma sono pendenti, ed anche le foglie di olivo che circondano lo stemma. L’esperienza ha fatto conoscere che questi ornati formano una confusione nell’incisione, e tale che l’impressione non viene così sicura e precisa, come sono quasi tutte le monete straniere, la maggior parte delle quali sono tutte semplici senza ornamenti e decorazioni. Anche nel nostro Regno così si è sempre praticato fino all’anno 1805, né questa semplicità che io propongo si oppone punto alla legge monetaria de’ 20 Aprile 1818, tuttavia in vigore, mentre in essa si prescrive che la moneta debba contenere nel rovescio la semplici Reali Armi, e non altro. Ad ogni modo V. E. si potrà compiacere di rassegnare il tutto alla Maestà del Re nostro Augusto Padrone, acciò degnandogli di uniformarsi a questa mia idea, ed approvando il modello, possa io, per la mia parte, darvi piena esecuzione. Queste parole provengono dalla penna di Prospero de Rosa (direttore dell’Amministrazione generale delle monete) vergate in data 29 novembre 1830 e indirizzate a Giovanni d’Andrea, Ministro Segretario di Stato delle finanze. Il costo delle matrici e dei punzoni dei dritti e di rovesci dei dodici e sei carlini ammontarono a ducati 675: 450 per la matrice e il punzone del dritto e del rovescio dei dodici carlini, 225 per la matrice e il punzone del dritto e del rovescio dei sei carlini. I conti furono trasmessi dal cav. Filippo Rega al de Rosa che li rese noti al Ministro Segretario di Stato delle finanze. In ogni caso, le monete non furono coniate prima del dicembre del 1830, giacché sarebbero stati necessari quattro mesi per la realizzazione del materiale creatore; inoltre venne stabilito che sino a fine anno si sarebbe proceduto con le impronte di Francesco I. Il 22 dicembre 1830, dopo che il re accolse il progetto del rovescio delle nuove monete in argento, il de Rosa informò il ministro d’Andrea dell’approvazione regia e chiese allo stesso un anticipo di ducati duecento per la costruzione dei coni e per altre spese. Ma nell’aprile del 1831 le nuove monete non furono ancora coniate poiché si attendeva l’autorizzazione da parte delo stesso ministro e l’entrata in vigore del decreto del 27 aprile 1831 prescrivente le nuove monete di oro, argento e rame a nome del nuovo re. Bibliografia Archivio di Stato di Napoli, Ministero delle finanze, busta 6514, fascicolo 649. Bovi, Giovanni, “Notizie sui rovesci delle monete di Ferdinando II e di Francesco II”, in Bollettino del Circolo Numismatico Napoletano, anno LXI, gennaio-dicembre 1976, pp. 53-56. Collezione delle leggi e de’ decreti reali del Regno delle Due Sicilie, anni 1825, 1826 e 1831. De Majo, Silvio, “Francesco I di Borbone, re delle Due Sicilie”, in Dizionario biografico degli italiani, ed. on line. Maucieri, Danilo, Leggi e decreti monetari del Regno delle Due Sicilie (8 dicembre 1816 - 6 settembre 1860) – Con appendice sugli articoli del codice penale borbonico riguardanti falsi e falsari, Associazione Culturale Italia Numismatica, Nummus et historia, XIII, 2007, s.l. Disegno del progetto dello stemma del rovescio senza alcun ornamento Autografo di Prospero de Rosa, ideatore dello stemma semplificato8 punti
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@Alexio85, il Grano 1790 A.P. non è difficile da trovare in conservazione migliore di quello che hai fatto vedere. Concordo in pieno con @didrachm. Molto raro trovarli in alta conservazione, come questo esemplare che faceva parte della mia raccolta.6 punti
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Siete pregati di non prendermi troppo in giro per le mie doti artistiche, voglio vedere voi a disegnare sullo schermo del telefono col dito cosa sapete fare…😂😂😂😂5 punti
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Tre tipi di cioccolata fusi e decorati con accessori in pasta di zucchero, biscottini allo zenzero, smarties, autrice....... mia moglie! Auguri di un Sereno Natale ed un Prospero 2026!!4 punti
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Vi porto a conoscenza di questa realtà: La storia di Stefano 26 anni, amante viscerale dei libri Se è vero che oggi si legge poco, che i giovani sono spesso descritti come distratti, disincantati e poco inclini alla profondità, allora la storia di Stefano rappresenta una felice eccezione alla regola. Vive a Cosenza ed è un amante viscerale dei libri. Ma soprattutto è uno di quei giovani che ha deciso di portare la cultura fuori dai luoghi chiusi, lontano dagli scaffali silenziosi, per rimetterla al centro della vita quotidiana. Stefano racconta che svolge questo lavoro da circa dieci anni, un percorso iniziato molto presto e che nel tempo si è trasformato in una vera scelta di vita. Stefano lo fa aprendo piccoli mercatini del libro nelle piazze, durante le feste di paese, tra i vicoli e le stradine dei borghi della provincia di Cosenza. Un lavoro itinerante, fatto di spostamenti continui, selezione attenta dei testi e, soprattutto, di relazioni umane. I suoi non sono semplici banchi di vendita. Sono piccole oasi culturali, punti d’incontro dove il libro torna a essere oggetto vivo, da toccare, sfogliare, raccontare. È proprio il contatto con le persone l’aspetto che Stefano considera più appagante del suo lavoro: intrattenere conversazioni, confrontarsi, ascoltare storie. Il libro, più di qualsiasi altro articolo, diventa per lui un mezzo privilegiato per dialogare con persone acculturate e curiose. Stefano non si limita a vendere: ascolta, consiglia, dialoga. Chiede a chi ha davanti cosa ama leggere, che periodo sta attraversando, che tipo di storia sta cercando. Ogni libro diventa così un incontro, ogni acquisto una scelta consapevole. Molti dei volumi che propone li possiede personalmente, altri li seleziona con cura. Non segue le mode del momento, ma un’idea precisa: offrire libri che abbiano ancora qualcosa da dire, che sappiano interrogare, emozionare, aprire spazi di riflessione. Stefano spiega di alternare la lettura tradizionale agli audiolibri, ma di prediligere soprattutto testi di filosofia e saggi, libri capaci di stimolare il pensiero e andare oltre la superficie. Ed è proprio questa filosofia che rende la sua esperienza preziosa in un tempo dominato dalla velocità e dal consumo. Il suo percorso sembra incarnare perfettamente il messaggio de “L’utilità dell’inutile”, il celebre saggio del professore dell’Università della Calabria Nuccio Ordine, che ha difeso con forza il valore di ciò che la società consumistica considera improduttivo: i libri, l’arte, la cultura, la bellezza. Tutto ciò che non genera profitto immediato viene spesso marginalizzato, eppure è proprio lì che si nasconde la sostanza più autentica dell’essere umano. Grazie alla sua attività itinerante, Stefano ha attraversato la Calabria da cima a fondo, dai centri più noti ai paesi più interni. Leggi tutto https://www.lacnews24.it/.../la-storia-di-stefano-il... LaC TV LaC News244 punti
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Devo dire che questa esperienza mi sta facendo capire meglio quanto tenessi al Cordusio. Nonostante anch'io negli ultimi anni abbia molto approfittato di Internet, il fatto di avere un mercato fisico dove poter osservare dal vero le cose, anche senza comprare, è un elemento di grande importanza. Conosco il mercato da quand'ero ragazzino, da quando il mio lattaio di fiducia del negozietto di alimentari vicino alla mia rimpiantissima vecchia casa dell'epoca me ne parlò e mi svelò la sua posizione. Con lui spesso discutevo di monete e mi teneva da parte quelle "strane" perchè sapeva che mi piacevano. Ebbene, il pensiero che quel luogo dove ho iniziato seriamente la mia carriera di collezionista potesse finire nei ricordi del passato come il lattaio mi ha messo più a disagio di quanto pensassi.4 punti
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Salve Condivido alcuni francobolli del titolo che mi sono stati donati anni fa. Il primo celebra il V centenario della nascita di Giorgio Vasari. apollonia3 punti
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In tutto questo, non ci siamo certo dimenticati di Theodore Roosevelt. Si era detto che la guerra ispano-americana fu un evento cruciale non solo per la storia degli Stati Uniti, ma anche per la vita stessa di Roosevelt, che vi prese parte in prima persona alla testa dei Rough Riders "Cavalieri Ruvidi", questa la traduzione letterale, era il soprannome dato al 1° United States Volunteer Cavalry , uno dei tre reggimenti di cavalleria volontaria degli Stati Uniti creati nel 1898 appositamente per la guerra, e l'unico a prendere parte ai combattimenti. Il nome fu preso in prestito da Buffalo Bill, che chiamò il suo spettacolo western itinerante "Buffalo Bill's Wild West and Congress of Rough Riders of the World". Roosevelt era stato, fin dal principio, tra i più accesi sostenitori di un intervento americano a Cuba, e quando questo infine fu deciso, non esitò a lasciare l'incarico di sottosegretario alla Marina, e ad arruolarsi. Personaggio già famoso, il suo arrivo nei Rough Riders attirò "strani" volontari da ogni parte d'America: playboy, esponenti del "bel mondo" newyorchese come Willy Tiffany, un piantatore della Louisiana, un giocatore di football, John Greenway, e Bucky O'Neill, un ex-sceriffo dell'Arizona su cui torneremo. A comandarli, all'inizio, non fu Roosevelt ma, in virtù della superiore esperienza militare, Leonard Wood, che assunse il grado di colonnello. Roosevelt era il suo vice, con il grado di tenente-colonnello. Quando, dopo la battaglia di Las Guasimas, Wood fu nominato generale e assegnato al comando della Seconda Brigata, Roosevelt subentrò nel comando,assumendo a sua volta il titolo di colonnello, che gli resterà appiccicato per tutta la vita. Scrisse Roosevelt: "L'uniforme dei Rough Rider era un cappello a tesa larga, una camicia di flanella blu, pantaloni marroni, leggings e stivali, con fazzoletti annodati liberamente intorno al collo. Sembravano esattamente come dovrebbe apparire un corpo di cavalleria da cowboy." Dopo un periodo di addestramento, il 29 maggio 1898, 1.060 Rough Riders e 1.258 tra cavalli e muli si avviarono per raggiungere, via treno, Tampa, in Florida, da dove sarebbero partiti per Cuba. Il gruppo attendeva l'ordine di partenza dal Maggior Generale William Rufus Shafter . Sotto forte sollecitazione da Washington, il Generale Shafter diede l'ordine di inviare le truppe in anticipo, prima che fossero disponibili sufficienti mezzi di trasporto. A causa di questo problema, solo otto delle 12 compagnie dei Rough Riders furono autorizzate a lasciare Tampa per partecipare alla guerra, e molti cavalli e muli furono lasciati indietro Il 23 giugno, sbarcarono a Cuba. petronius2 punti
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Non capisco questa opinione cattiva sulle SRL. E' una forma societaria, non un'associazione a delinquere. Poi, ovviamente, dipende dai soci. Arka (amministratore di una SRL ) # slow numismatics2 punti
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Oggi la presenza dei banchetti ha fatto la differenza. Bellissimo ritrovarsi a guardare le monete sui vassoi. Bella mattinata baciata anche dal sole. Da quanto dicono gli espositori non ci dovrebbero essere ulteriori interruzioni. Sono fiducioso e spero che non ci saranno sgradite sorprese. Un augurio di buone feste a tutti gli appassionati ed arrivederci al 28 dicembre.2 punti
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Buongiorno a tutti Denaro viennese di Savoia II Typo D/ SABAVDIE R/ SABAVDIE CP Zecche : Chambéry C 518 R52 punti
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😂grazie a tutti delle risposte!purtroppo non essendo esperto mi sono basato su quello che offriva il web! comunque mi piace molto questo studio e vorrei approfondire e saper riconoscere veramente una moneta rara, un errore di conio ecc. grazie ancora!2 punti
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Bella notizia! Domenica peraltro sarò a Milano, anticiperò l’arrivo così da riassaporare il mercatino domenicale! spostarlo altrove non sarebbe la stessa cosa, spero rimanga lì o nelle immediate vicinanze2 punti
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Moneta tra le più comuni delle emissioni di Sede Vacante se proveniente da montatura o in bassa conservazione, ma incredibilmente rara se ben conservata e senza ritocchi. Recentemente son riuscito ad aggiungere un esemplare molto gradevole in collezione, dopo svariati anni di attesa. M2 punti
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Buongiorno, seguendo altro post simile nei giorni scorsi - e vedendo quanti approfondimenti si riescono ad innescare - mi sono ricordato di questo biglietto di posta militare, scritto il 9 settembre e che, tra l'altro, trasmette tutta la "difficoltà" di quei giorni. Come potete rilevare, i timbri che potrebbero aiutare a individuare strutture e reparti non sono ben visibili, peraltro già dall'intestazione si nota che l'aviere che scrive si trova a Casarsa. Grazie infinite sin d'ora a chi avrà modo fornire dettagli ed informazioni; sarà un piacere leggerli. Un saluto. Paolo1 punto
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Sposto nella sezione corretta. Arka # slow numismatics1 punto
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Francobollo emesso il giorno 30 luglio 2011 e appartenente alla serie tematica “Il patrimonio artistico e culturale italiano” dedicato a Giorgio Vasari, nel V centenario della nascita, nel valore di € 1,40, raccolto in un foglietto. Il francobollo è stampato a cura del Polo Produttivo Salario, Direzione Officina Carte Valori dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato S.p.A., in rotocalcografia, su carta fluorescente per l’intero foglietto; formato carta e stampa del francobollo: mm 40 x 48; dentellatura: 13 x 13½; formato del foglietto: cm 12 x 14,4; colori. tiratura: un milione di esemplari. La vignetta riproduce un particolare dell’affresco “San Luca dipinge la Vergine” che Giorgio Vasari realizzò intorno al 1565 nella Cappella dei Pittori della Basilica della SS. Annunziata a Firenze.1 punto
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Rende più particolare una moneta già ben gradevole! Complimenti ancora, saluti1 punto
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Salve @sgama1975 premetto che non sono un esperto. La moneta è celtica,ed esattamente dei Galli Cisalpini e dovrebbe imitare la moneta con leone di Massalia,ma gli e usciti fuori ,come ho letto in giro, un lupo-leone. Comunque aspettiamo gli esperti. https://www.acsearch.info/search.html?term=+gaul+cisalpine+lion&category=1-2&lot=&date_from=&date_to=&thesaurus=1&images=1&en=1&de=1&fr=1&it=1&es=1&ot=1¤cy=usd&order=0 Su questo sito ce ne una molto similare alla sua https://archeologiagalliacisalpina.wordpress.com/2025/10/26/bestiario-nelle-monete-celtiche/1 punto
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Sì. Ci sono anche altre differenze con la monetazione definitiva.1 punto
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Foto inserite nella scheda. Grazie. Come hai già scritto nel primo commento, le rarità date dal Bruni sono state formulate in base agli esemplari che l’autore ha rinvenuto nella sua ricerca. E se alcuni gradi di rarità in seguito si sono rivelati un po' eccessivi è dipeso dal fatto che solo dopo la pubblicazione del Bruni, con la sua meticolosa distinzione delle diverse tipologie, si è prestata una maggiore attenzione alle diverse varianti, prima “sommariamente” classificate.1 punto
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Ciao @Ajax Elagabalo per Antiochia in Siria. https://rpc.ashmus.ox.ac.uk/search/browse?q=Elagabalus+radiate+antioch+s+c+circle1 punto
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@gpittini La classificazione della tua moneta credo sia questa Le scritte si traducono in D/ Imperatore Cesare Marco Aurelio Antonino R/ Durante il proconsolato di Novio Rufo, dei Nicopolitani vicino al Danubio apollonia1 punto
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Invece ha scritto proprio quello che ho detto io, nel momento in cui separa e sottolinea questi comportamenti facendo riferimento solo alla situazione specifica del commercio di monete…. se non avesse avuto nulla da eccepire o da rivendicare non avrebbe fatto questo distinguo e non avrebbe neanche avuto senso commentare a quello che era stato scritto .., è una situazione estesa, e non avrebbe sentito il bisogno di ritagliarla attorno a questa branca della merceologia.. il fatto che ne abbia sentito il bisogno testimonia che è un punto sentito …1 punto
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Buongiorno, sicuramente la tosatura va ad inficiare sul valore di una moneta, sinceramente non mi sono mai soffermato su questo particolare ma credo che per quanto il valore storico sia immenso non va di certo di pari passi con il suo valore economico, sicuramente anche il livello della tosatura e la rarità di una moneta sono da prendere in considerazione,nel periodo della coniazione al martello molte monete sono state tosate,alcune con parsimonia e senza che se ne intaccasse le legende,in altri esemplari invece la tosatura si è spinta fino al punto dove era visibile solo la testa del Re,in questo caso è da valutare la rarità dell' esemplare,una moneta estremamente comune difficilmente richiamerà l' attenzione del collezionista, generalmente queste monete vengono vendute in lotti con altre monete,nel caso di esemplari rari,o quantomeno ricercati,il discorso cambia,a titolo di esempio un carlino di Federico III d'Aragona, del tipo con "libro in fiamne" ,con legende totalmente tosate ha realizzato circa 70 euro (se ricordo bene) questo perché è una moneta ricercata e che attira l'attenzione anche di chi non segue propriamente quel periodo,io stesso ci avevo fatto un pensierino ma alla fine ho desistito ,preferisco spendere 10 volte tanto e prendere un esemplare,che se anche in BB,sia di conio completo, quindi per rispondere alla tua domanda si può dire che una moneta rara (non rarissima o unica) ma fortemente tosata può arrivare a perdere anche il 90% circa del suo valore, figuriamoci una moneta comune, ovviamente questo non è matematico ma potrebbe essere un metro di paragone...1 punto
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Erano diversi i dettagli che secondo me non erano a favore dell' autenticità,in primis quelle sfogliature di metallo dietro la testa del Re...1 punto
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Buongiorno a tutti! Espando questo mio vecchio topic aggiungendo l'ulteriore evoluzione delle monete d'argento di grosso modulo del Giappone dopo la serie degli Yen d'argento (durata appunto dal 1870 al 1914). Dopo il 1914, le monete di grosso modulo non furono più coniate, ne avevano forse fatte abbastanza e sempre comunque intese per la circolazione in territori extra nazionali come Taiwan. In Giappone erano di fatto state ritirate dalla circolazione ancora prima del 1900. Successivamente il Giappone entrò nel periodo pre-WW2 e poi WW2 dove l'economia fu decimata dalle spese belliche. Dopo la resa il sistema monetario fu stravolto introducendo i nuovi Yen e l'argento fu usato solo per alcuni anni per le monete da 100 Yen. Dopo la WW2, l'evento forse più importante per il Giappone in cui si volle dimostrare la fine della crisi post-WW2 furono sicuramente le olimpiadi del 64. Per questo fu coniata la moneta commemorativa da 1000 Yen in argento. finalmente il grosso modulo riappariva nelle tasche (o cassetti in questo caso) dei Giapponesi! Il design è famosissimo e molto bello, con un prominente Fuji-san. Tiratura molta alta (15 milioni) e risulta tutt'ora una moneta molto comune ad eccezione delle altissime conservazioni o proof. Dopo questa moneta, ci furono più di 20 anni senza un'altra commemorativa in Argento di grosso modulo, fino al 1986 quando si volle festeggiare il 60esimo anno di regno di Hirohito. Anche in questo caso tiratura molto alta (10 milioni) e per questo risulta una moneta molto comune, che si trova ancora oggi spesso nei blister nella zecca originali. Venne assegnato il valore simbolico (ma comunque onorato) di 10.000 yen; tant'è che ne esistono anche dei falsi anche se ideati per il valore di facciata e non quello numismatico. Passato il 1986 ed avvicinandoci ai nostri giorni, iniziarono le serie colorate delle prefetture o alcune per eventi minori e comunque a mio avviso non fondamentali per la storia del paese. Insomma, dopo la 10000 Yen di Hirohito non ho ancora trovato un degno successore! Trovo particolarmente interessante il confronto tra i vecchi Yen e la moneta del 1964 per mostrare l'inflazione che rimodulò completamente il valore dello Yen, così come il passaggio poi alla 10.000 dove fondamentalmente l'argento venne ufficialmente relegato alla sfera commemorativa dove il valore facciale e del metallo non avevano più alcuna correlazione. Eccole tutte e 4 assieme! A presto!1 punto
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Ciao e tutti, I have found some more references, and catalogued them below. Importantly, there is also one more reference by Caltabiano in 1992, the "Lexicon Iconographicum Mythologiae Classicae". It has an entry for Messana written by Caltabiano herself. Available online https://archive.org/details/limc_20210516/Lexicon Iconographicum Mythologiae Classicae/LIMC VI-1 Kentauroi et Kentaurides-Oıax/page/n381/mode/1up This is the most explicit, Caltabiano writes "(Μεσσάνα, Messana) Personificazione della omonima città in Sicilia, nota dalle monete della polis peloritana soprattutto del V sec. a. C., in cui compare come auriga di una pariglia di mule." and then has a whole paragraph discussion about it. Caltabiano in three of her works never calls Messana nymph. I think the issue in the modern day may lie with SNG ANS 4 though. Unfortunately I don't have a physical copy, but they have a database online (though there are some gaps in that database as well). But on the online database for a few coins they are listed as Nymph and Massana (not Messana) https://numismatics.org/collection/1944.100.8636. The Dewing sale also follows SNG ANS where they cite it explicitly. I think SNG ANS 4 was a recent major general english reference that was right before many of the major modern auction houses. The next one after that was Hoover HGC 2 in 2012. Though as well even some earlier English sales say Nymph like the Lockett sale. It is still unclear though to where the auction houses would be getting this from. Most agree no nymph Messana. Honestly I just think people like nymphs and unless you know the reason that Anaxilas renamed Messana based on Messene, it is very to believe there is an eponymous nymph of Messana as there are other eponymous nymphs in Sicily. That pattern just fits which makes it convenient to guess. Likely multiple catalogers did it independently at various points. The real problem is the internet and AI. Now if you search it up all the incorrect auction houses pop with their listing saying nymph Messana. There is likely almost no way to correct this I think now the auction houses will be forever saying nymph Messana. If possible could one of you provide me with a quote from Caltabiano's 1993 work on one of the coins with the female auriga?1 punto
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DE GREGE EPICURI I tondelli venivano preparati per fusione, niente di strano quindi se residua piccola parte dei codoli.1 punto
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Purtroppo il messaggio che passa sarà recepito da tanti, non so quante visualizzazioni ha il sito donna.it, in ogni caso non credo che chi legge dubiterà della notiziona sin da subito, sicuramente qualcuno/a andrà a fare una figuraccia in qualche sportello di banca Decine e decine di venditori su ebay dichiarano nelle loro inserzioni spudoratamente 'fuori corso legale' le prime due serie di banconote in euro a firma di Duisenberg e Trichet, ed a volte anche la terza serie a firma Draghi, invero non sono nemmeno 'fuori corso' perchè spendibilissimi. esempio: Questa è una giusta descrizione: Non mi sorprende quell'articolo sulle banconote da 10 euro, il web è ammorbato di fake news accattivanti che riguardano monete e banconote: fanno diventare ricchi chi possiede le vecchie monetine in lire e gli errori di conio, c'è chi promette o indica la strada per poter ancora cambiare le £ire... notizie fasulle ma succose per chi ha a casa un certo tot di vecchie monete e banconote pre-euro. In quel link indicato da @ART all'inizio dell'articolo c'è il nome dell'autrice ed è cliccabile, porta ai suoi ultimi scritti oltre quello dedicato alle banconote di 10€. Niente tredicesima a dicembre Niente più bollo auto da pagare Multa anche se sbadigli con l'autovelox del rumore. Casa bollente pur rimanendo con i termosifoni spenti (gli danno fuoco?) ecc. Sappiamo bene che più curioso/strambo/surreale è l'articolo più è cliccato, a loro beneficio naturalmente.1 punto
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Per Napoli ci sono: - il Magliocca, “La moneta napoletana dei Re di Spagna nel periodo 1503-1680” edito da Nomisma. - il MIR, edito da Varesi - i due volume editi da dalla libreria Diana (qui ne trovi uno: http://www.classicadiana.it/libreria/content/dandrea-andreani-c-perfetto-s-le-monete-napoletane-da-filippo-ii-carlo-vi) Per le papali: - Muntoni, cofanetto da 4 volumi https://www.lafeltrinelli.it/monete-dei-papi-degli-stati-libri-vintage-francesca-muntoni/e/2562817528903 - MIR, in quattro volumi. iIl periodo dal ‘500 in poi inizia dal secondo volume. Ti consiglio di cercare sul forum informazioni e opinioni, così da farti un’idea di quale volume faccia al caso tuo I link che ho inserito sono solo a scopo indicativo, e non vogliono rappresentare alcun consiglio per l’acquisto1 punto
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LA PRIMA GUERRA SANNITICA E LA MONETAZIONE ROMANO-CAMPANA La monetazione romano-campana nasce da un fatto straordinario: la deditio di Capua. A metà del IV secolo a.C. Roma era una potenza regionale, che controllava a fatica il Lazio, dopo aver inferto una dura sconfitta ai Galli nella battaglia dell’Aniene (360 a.C.). La più popolosa città italica era invece, probabilmente, la ricchissima Capua, fondata dagli Etruschi quando i loro possedimenti si estendevano a sud fino alla Campania. Nel 343 a.C. gli ambasciatori di Capua si presentarono al Senato, chiedendo la protezione di Roma contro le pressioni di un bellicoso popolo che la minacciava, i Sanniti. Il Senato negò questa protezione, in quanto aveva precedentemente stipulato un patto di non aggressione con i Sanniti, e allora accadde l’incredibile: gli ambasciatori “regalarono” Capua - con tutti i suoi beni, i suoi edifici e i suoi cittadini - a Roma, che ne facesse ciò che voleva. Tanta era l’autorità dell’Urbe, che i cittadini della più grande città italica preferirono rischiare di essere fatti schiavi, pur di entrare sotto la sua egida; questa fu la deditio di Capua. Costretti da questa mossa, i Romani entrarono in guerra contro i Sanniti per proteggere la città campana divenuta loro proprietà, e li sconfissero nel 341 a.C. I Latini, erroneamente convinti che la guerra sannitica avesse prostrato Roma, approfittarono per tradirla e nel 340 a.C., alleatisi con i Volsci, la attaccarono; ripetutamente sconfitti, furono debellati nel 338 a.C. Nell’occasione, i Romani vinsero il primo grande scontro navale della loro storia, la battaglia di Anzio (in realtà avvenuta al largo di Astura, ove oggi si erge l’omonima torre); smontarono allora i rostri delle navi nemiche, li portarono nell’Urbe e - a perenne memoria di quello evento - li collocarono come ornamenti ai lati della tribuna del Foro, da cui i magistrati parlavano alla folla. Tale tribuna, da allora, fu chiamata per sineddoche “rostra”. Con l’annessione di Capua, Roma espanse il suo dominio in Campania; ne furono intimorite le altre due città che aspiravano a dominare quella regione, Nola (controllata dai Sanniti) e Taranto (il più importante centro della Magna Grecia). Nel 328 a.C. tutte e tre le città inviarono proprî ambasciatori nell’altro potente centro campano, la magno-greca Neapolis, chiedendone l’alleanza. Una fazione di Napoletani si schierò con i Sanniti, facendo entrare un loro esercito in città; accorsero allora le legioni e cinsero Neapolis d’assedio. Si ribellò la fazione favorevole a Roma e, con uno stratagemma, convinse i Sanniti ad allontanarsi. Fu così che nel 327 o 326 a.C. Roma e Neapolis strinsero un patto di alleanza, il foedus neapolitanum, che diede avvio a una stabile e duratura amicizia fra le due città. Per celebrare questo evento, quell’anno Neapolis emise una propria piccola moneta in bronzo, sostituendo la legenda NEAΠOΛITΩΝ con ΡΩΜΑΙΩΝ (in genitivo plurale); faceva così la sua comparsa una prima moneta coniata “dei Romani”, RRC 1/1, oggi estremamente rara. Pochi anni dopo i Romani sentirono il bisogno di collegare stabilmente i due più grandi centri urbani dello Stato, Roma stessa e Capua. Fu così che nel 312 a.C. il censore Appio Claudio Cieco avviò i lavori per la costruzione della prima strada al mondo, la via Appia, terminata nel 308; per pagare i lavori fu emessa la prima, vera moneta romana coniata, (tenuto conto che RRC 1/1 aveva forse una funzione meramente commemorativa): la RRC 13/1; portava anch’essa la legenda in genitivo plurale, ma in Latino arcaico, ROMANO. Dopo di allora, i Romani cominciarono a usare monete in argento e bronzo, che si ritiene che siano state coniate, per conto dell’Urbe, in zecche campane (molte, forse, proprio a Capua) e sono quindi definite “monete romano-campane”. La loro datazione è discussa, ma dovrebbe comunque risalire agli inizi del III secolo a.C. Queste emissioni assomigliavano a quelle magno-greche per lo stile dei disegni, per il valore nominale (in particolare, le monete in argento erano didracme, ossia valevano due dracme; il valore di quelle in bronzo è invece dubbio, perché anche in ambiente italiota ce n’era una grande varietà) e per l’adozione di una legenda al genitivo maschile plurale (ROMANO; le monete greche erano infatti monete “dei popoli”, non “delle città”). Per quanto riguarda l’iconografia, talvolta essa di chiara ispirazione magno-greca (un bronzo copia, addirittura, una moneta dell’Egitto), ma non mancano tipi prettamente romani, come la lupa che allatta i gemelli sulla didracma RRC 20/1. Particolarmente curioso è, in questo periodo, il bronzo di cui ci sono pervenute le quantità più grandi, RRC 17/1. Anch’esso reca la legenda ROMANO, ma esiste una grande varietà di errori ortografici (ROMAO, ROMAAO, ROMAAC, ROMAAOC, ROMNAO, ROMANC, ROMAAN, etc.); in alcuni casi le lettere latine sono frammiste a quelle greche (ROMΛΛC, ROΛNWO). Questo testimonia che gli incisori non conoscevano bene l’alfabeto latino essendo, probabilmente, di cultura greca; ma forse testimonia anche che, in un’epoca così antica, la scrittura era talmente poco diffusa che il Governo romano non aveva problemi a immettere in circolazione anche le monete “sbagliate”. ILLUSTRAZIONI La moneta di bronzo RRC 1/1, con legenda in Greco. La didracma RRC 13/1. Di questa moneta sono noti 15 conî al dritto e 20 al rovescio; fu quindi, probabilmente, un'emissione abbondante. Babelon e Grueber la datano al 335 a.C., Coarelli al 326-312, Breglia al 320, Pedroni al 275, Crawford inizialmente (nel RRC) al 280 ma poi (in Coinage & Money under the Roman Republic, 1985) al 310, collegandola appunto ai lavori per l’Appia. Sembra quindi realistico datarla a fine IV secolo. È discusso il significato dell’iconografia; potrebbe essere una copia di tipi magno-greci, ma alcuni autori credono che si tratti di una precisa scelta legata alla tradizione di Roma: secondo Coarelli, infatti, la moneta richiama, al dritto, l’immagine dell’ara Martis e rinvia, quindi, al lustrum che concludeva la censura, mentre al rovescio allude la cavalleria e la Campania; complessivamente sarebbe quindi un’allusione a una recognitio equitum (censimento di cavalieri) campani che potrebbe essere avvenuta a seguito della concessione della cittadinanza optimo iure ai Capuani (avvenuta dopo il 338-334). Pedroni ritiene invece che la moneta alluda alla cerimonia, tipicamente romana, dell’October equus. Il bronzo RRC 16/1 La didracma RRC 20/1 Esemplari di RRC 17/1 con differenti legende (corretta la prima, errate le altre)1 punto
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IL SIMBOLO DELLA POTENZA DI ROMA: L’AES GRAVE A Roma l'emissione di moneta arrivò seguendo due strade: la cosiddetta “monetazione romano-campana”, di cui si dirà oltre, e l’aes grave. Si definisce aes grave un sistema di monete di bronzo, fuse, a valore intrinseco (cioè, valevano tanto quanto il metallo che contenevano). In sostanza, la nascita della moneta a Roma è simile a quella avvenuta in Asia Minore, con la differenza che là i governanti decisero di garantire il peso dell'elettro, qui quello del bronzo; là fu adottata la punzonatura (che si può ritenere una forma arcaica di coniazione), qui la fusione. Le monete di aes grave sono quasi lingotti circolari: hanno infatti un peso ragguagliato all’unità di misura in uso a Roma, la libra, suddivisa in 12 once. Le monete principali, del peso e del valore di una libra, erano gli asses (“assi librali” in Italiano) nome probabilmente derivante da asser, “palo”, essendo il palo la rappresentazione visiva dell’unità (come per noi, oggi, l’indice alzato); il simbolo del valore impresso su di essi era infatti “I”. Furono inoltre emesse le frazioni dell’asse, ossia semisse (mezzo asse, simbolo “S”), triente (la terza parte dell’asse, ossia 4 once, simbolo “····”), quadrante (“···”), sestante ( “··”) e oncia (“·”). Più raramente fu emessa la semioncia (simbolo “S”) e, ancor più raramente, i multipli dell’asse, ossia dupondium (due assi, “II”), tressis (“III”) e quincussis (“V”); in un solo caso (la moneta RRC 41/1) fu emesso il decussis (“X”). Ma quanto pesava una libra (e, quindi, un asse)? Le monete, proprio per la loro fattura grezza, presentano una grande variabilità (ad esempio, gli esemplari dell’asse RRC 14/1 oggi noti vanno da 240 a 400 g). Tuttavia si ritiene che Roma abbia utilizzato, nel tempo, tre differenti valori di riferimento: la libra propriamente romana da 327 g, la libra italica da 341 g e quella osco-latina da 273 g[1]. Le monete di aes grave sono quindi massicci pezzi di metallo, di fattura grezza, con iconografie assolutamente essenziali: molta sostanza e poca forma. Il loro fascino è proprio quello di simboleggiare la più antica cultura romana, improntata a rusticità, praticità, sobrietà, ben lontana dalla raffinatezza e dal gusto del bello che connotavano, invece, la cultura magno-greca (e che traspaiono anche nell’iconografia della monetazione romano-campana). Scrisse Romolo Calciati nel 1978: “Raramente una moneta riesce a dare una tale impressione di potenza, di realismo, di aderenza storica del soggetto monetario alla realtà sociale e politica della nazione che intende rappresentare. Immaginiamo questo asse poderoso e ponderoso gettato sul piatto della bilancia dello scambio come una spada di Brenno: esso dava la sensazione precisa della potenza di Roma repubblicana. Diremmo, col linguaggio contemporaneo, che questo asse librale era un efficacissimo mezzo di comunicazione, il corrispettivo della stampa, della televisione, delle parate militari”. _____________________________ L’aes grave è sicuramente molto antico ma è difficile oggi, per noi, capire a quando risalga. Vista la fattura grezza e la natura di monete a valore intrinseco (quindi, concettualmente molto vicine al bronzo scambiato a peso), si potrebbe pensare che sia estremamente antico: in effetti, in passato gli studiosi ipotizzavano i Romani avessero iniziato a produrlo tra il VII e il V secolo a.C.[2]; del resto le leggi delle XII tavole, promulgate nel 451-450 a.C., parlano frequentemente di asses, per cui sembra logico che questa moneta dovesse esistere. Tuttavia i rinvenimenti archeologici fanno pensare che le monete di aes grave siano più recenti; fra i numismatici moderni solo Corradi[3] crede ancora in una datazione al V secolo a.C., mentre gli altri autori sono convinti che sia comparso nella seconda metà del III secolo a.C. (più precisamente tra il 338 e il 311 a.C.)[4] oppure addirittura agli inizî del III secolo a.C.[5]. La difficoltà di datare l’aes grave comporta tre problemi interpretativi. Primo problema: capire in che rapporti si pongano aes grave e monetazione romano-campana. Come si vedrà in seguito, le monete romano-campane sono diversissime e (almeno apparentemente) incompatibili l’aes grave: comprendono infatti, oltre al bronzo, anche argento e oro; sono coniate anziché fuse; presentano iconografie estremamente raffinate, anziché grezze; soprattutto, presentano anche quelle di bronzo pesi molto ridotti (fra 2 e 15 g, in un solo caso 19 g) e, quindi, non potevano avere un valore intrinseco. Eppure, sembra che i due sistemi monetarî siano stati in uso in contemporanea, tra la fine dei IV secolo e la metà del III. Per spiegare questa anomalia si è pensato che i Romani usassero l’aes grave per i commerci interni e per quelli con i popoli italici, le monete romano-campane invece per i commerci con i popoli magno-greci (culturalmente più evoluti e, quindi, abituati a monete meno grezze). Secondo problema: capire se l’aes grave sia un’invenzione romana, o meno. Infatti, monete di aes grave (oggi molto rare) furono emesse, oltre che dai Romani, anche da Etruschi e da numerosi altri popoli italici (Umbri, Osci, Apuli e popoli della costa adriatica), ma non si riesce a determinare quali di esse siano le più antiche. Inoltre, molte delle città che emisero aes grave furono assoggettate da Roma proprio tra la fine dei IV secolo e la metà del III, per cui non si riesce a capire se la loro monetazione sia iniziata prima della conquista romana o dopo. Per queste ragioni, alcuni storici pensano che l’aes grave sia stato inventato dai Romani ed essi abbiano esportato tale idea nelle altre città italiche; altri invece ritengono che sia nato in Etruria e poi copiato dai Romani; altri ancora che sia comparso in modo spontaneo e indipendente fra popolazioni differenti, a causa di circostanze economiche comuni. Terzo problema: capire quali siano le emissioni di aes grave più antiche, fra quelle stesse romane. Qui serve un’ulteriore precisazione: nei secoli, il peso medio delle monete romane (soprattutto quelle di bronzo, più limitatamente quelle d’argento) calò progressivamente. Questo successe perché lo Stato, quando non aveva abbastanza metallo prezioso da monetare ma doveva comunque pagare i debiti, cominciava a emettere monete un po’ meno pesanti. È evidente che queste iniziative spingevano i venditori ad alzare i prezzi delle loro merci (per ricevere una stessa quantità di metallo prezioso) e, per questo, tale meccanismo è oggi definito come “svalutazione” (di monete a valore intrinseco), un fenomeno ben conosciuto e che si è manifestato anche in altre culture antiche. Tanto premesso, si è visto che Roma emise assi librali di pesi medi differenti, 341 g, 327 g e 273 g; tuttavia, siccome Varrone afferma che “habet iugerum scripula CCLXXXVIII, quantum as antiquus noster ante bellum Punicum pendebat” (“lo iugero comprende 288 scrupoli[6], tanto quanto pesava il nostro asse prima della Guerra Punica”) molti studiosi[7] ritengono che l’emissione più antica non sia la più pesante, ma quella da 327 g. Le serie di aes grave più antica sarebbe allora la RRC 14 e sarebbe, secondo la testimonianza di Varrone, precedente alla prima della Prima Guerra Punica (“ante bellum Punicum”). Successivamente, l’Urbe sarebbe passata a emettere assi più pesanti, da 341 g, probabilmente perché, ampliando la sua sfera di influenza, avvertiva il bisogno di commerciare non solo con i Romani stessi, ma anche con altre popolazioni italiche (la libra da 341,1 g è infatti ritenuta lo standard italico). Appartengono a questa categoria di peso le serie RRC 18 e RRC 19. Dopo queste due serie, Roma sarebbe passata a emettere aes grave basato su un asse di 273 g. Al riguardo, ci sono due opinioni fra gli studiosi: o fu adottato (sempre per ragioni commerciali) lo standard della libra osco-latina, oppure si era tornati alla libra romana ma ne era stata effettuata la prima svalutazione (è significativo, infatti, che 273 sia i 10/12 di 327: lo Stato, forse, aveva cominciato a produrre assi contenenti solo 10 “once-peso” di metallo, sebbene continuassero essere suddivisi in 12 “once-moneta”). Fra le serie di questo periodo la più interessante è RRC 24, che presenta in tutti i nominali, al rovescio, una ruota a sei raggi: alcuni studiosi ritengono che, per tale ragione, anche queste monete fuse (come la didracma RRC 14/3, di cui si dirà in seguito) siano state emesse in occasione della costruzione della via Appia (312-308 a.C.; Crawford invece data questa serie al periodo tra il 265 e il 242 a.C.). ___________________________________________ Come detto, esistono monete di aes grave anche presso altre popolazioni italiche, oggi abbastanza rare (a testimonianza del fatto che ne furono emesse relativamente poche). Esiste però un gruppo di monete fuse che presenta interessanti peculiarità: la cosiddetta serie ovale, i cui nominali presentano tutti su una faccia una clava (attributo di Ercole), sull’altra il simbolo del valore (“I” per l’asse, “C” - ossia sigma uncinato - per il semisse e i pallini per gli altri nominali, sino all’oncia). Lo standard ponderale di riferimento dell’asse sembrerebbe di circa 151 g (ma non è certo). Le caratteristiche di questa serie sono: - la forma, che non è tonda (unico caso nella penisola) ma ovale e, peraltro, con una grande variabilità (ovali perfetti, rettangoli arrotondati, tronchi di cono, etc.); - la grande distribuzione del sestante, di cui sono stati rinvenuti molti esemplari da Trento a Termoli; - l’estrema variabilità del peso; in particolare, sebbene in teoria i sestanti dovessero pesare 25,17 g, in realtà gli esemplari rimasti vanno da 9 a 51 g. Gli studiosi ritengono, sulla base dei ritrovamenti, che queste monete possano essere state emesse da Tuder (odierna Todi, città umbra), Tarquinia o Velzna (città etrusche; la seconda, ridenominata “Volsinii” in epoca romana, oggi non esiste più). Per la data, tenuto conto del peso, si propone la fine del IV secolo (circa 320 a.C., epoca in cui gli etruschi usavano una libra di circa 150 g, detta appunto “etrusco leggera”) oppure la metà del III (epoca in cui i romani, a seguito di una forte svalutazione, cominciarono a emettere aes grave - cosiddetto “semilibrale” - con un asse di metà libra romana, quindi circa 163 g). Sussiste però, nella mia opinione, un’altra possibilità di interpretazione. Esiste infatti un rarissimo lingotto di aes signatum, coevo o poco più recente del “ramo secco”, che presenta il disegno della clava; è stato quindi ipotizzato un collegamento tra questo lingotto e l’aes grave ovale[8]. Allargando il discorso, potrebbe darsi che le monete ovali siano proprio un elemento di passaggio tra l’aes signatum più antico, con disegni di “ramo secco”, “lisca di pesce” e clava, e le monete tonde; in altri termini potrebbero essere una specie di “lingottini” e ciò spiegherebbe sia la forma (a metà tra il parallelogramma dei lingotti e il disco delle monete) sia la grande variabilità della forma stessa (derivante dal fatto che si trattava, appunto, di un primo tentativo di trasformare i lingotti in monete) e del peso (come appunto i lingotti con “ramo secco” e “lisca di pesce” che, appunto, avevano un peso abbastanza variabile). Infine, credo che dovrebbe essere presa in considerazione la possibilità che queste monete siano riconducibili a Roma, quanto meno sotto forma di monete “coloniali”: infatti, questa è l’unica serie di aes grave (a parte, ovviamente, quelle romane) ad aver avuto una diffusione così ampia, che si spiegherebbe solo se fosse la moneta di una città capace di intrattenere commercî dal Trentino al Molise, come alla fine del IV secolo poteva essere Roma. Inoltre queste monete sono state rinvenute, nei ripostigli, insieme all’aes grave romano (ma questo accade anche per altri aera grava italici). Del resto, delle tre città proposte come sede della zecca, sappiamo che Velzna fu resa tributaria da Roma dal 294 a.C. e soggiogata nel 280, Tarquinia fu conquistata nel 295 e anche Tuder fu in qualche modo assorbita da Roma nel III secolo. Se la serie ovale fosse attribuita alla Roma arcaica, tuttavia, andrebbe chiarito il problema del peso, troppo leggero per gli standard romani arcaici[9]. NOTE [1] La più piccola unità di misura del peso usata a Roma era lo scrupolo, corrispondente (secondo l’opinione prevalente - non è sicuro) a 1,137 g. Sappiamo, da Varrone, che la libra romana pesava 288 scrupoli (cioè, 12 once da 24 scrupoli ciascuna), quindi appunto 327,45 g. La libra italica doveva pesare 300 scrupoli (341,10 g), quella osco-latina 240 (272,87 g). [2] Nel 630 a.C., secondo Marchi e Tessieri (1839); nel 539, secondo Eckhel (1792); nel 450, secondo Mommsen (1860). [3] Dissertazione sull'aes grave fuso e coniato di Roma e relative riduzioni, in “Nummus et Historia” VII, Formia 2003. [4] Secondo Hill, Cesano, Breglia, Alteri, Panvini Rosati, Babelon, Soutzo, Grueber, Haeberlin, Millingen, Sear. [5] Crawford, in particolare, propone il 280 a.C. [6] I Romani suddividevano in 288 scrupoli sia la libra (12 once da 24 scrupoli), sia il giorno e la notte (12 ore da 24 scrupoli), sia lo iugero; si chiamava quindi allo stesso modo (scrupulum, letteralmente “sassolino”) la più piccola unità di misura sia del peso, sia del tempo, sia della superficie. [7] Sono di questa opinione Thomsen, Crawford e Coarelli. [8] Ambrosini, Le monete della cosiddetta serie ‘ovale’ con il tipo della clava, in “Studi Etruschi”, 1987. [9] Roma, a seguito delle svalutazioni, arrivò a emettere aera grava con assi del peso di mezza libra (detti, perciò, “assi semilibrali”) ma solo alla fine del III secolo. Se le monete ovali fossero così recenti, non potrebbero rappresentare una forma di passaggio fra lingotti e monete tonde. In alternativa si potrebbe pensare che siano monete coloniali, commisurate alla libra etrusca leggera. ILLUSTRAZIONI Asse RRC 14/1 Asse RRC 24/3 Sestanti della serie ovale Pezzi di aes grave esposti nei musei italiani1 punto
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L’INSTAURAZIONE DELLA REPUBBLICA Nei primi due secoli della sua storia la Repubblica lottò per la propria stessa sopravvivenza, sopraffatta dai molti che la ritenevano, a torto, troppo debole per sopravvivere. I Romani affrontarono allora prove che avrebbero potuto essere fatali; il ricordo di quegli eventi, seppur enfatizzati, rimase impresso nella loro memoria. Nel 509 a.C. Tarquinio il Superbo fu cacciato da Roma da due suoi parenti, Lucio Giunio Bruto e Lucio Tarquinio Collatino, che furono poi eletti primi consoli della Repubblica. Il re, tuttavia, non si rassegnò e, pur di riconquistare il trono, cercò l’alleanza dei nemici di Roma. Dapprima chiese l’aiuto di Lars Porsenna, lucumone[1] di Clusium (odierna Chiusi), che nel 508-507 assediò Roma, ma si ritirò accontentandosi di imporre all’Urbe il pagamento di pesanti tributi, senza restaurare la monarchia. Tarquinio si rivolse allora a Ottavio Mamilio, dittatore di Tuscolo, che aggregò un’alleanza di popoli latini decisi a liberarsi del giogo di Roma, la Lega Latina. Nel 496 a.C. scoppiò la guerra; la battaglia decisiva fu combattuta al lago Regillo (oggi prosciugato) e in quell’occasione i Latini furono sul punto di vincere e schiacciare il nemico. Giunsero, allora, due giovani e sconosciuti guerrieri su cavalli bianchi, che con il loro valore trascinarono l’esercito romano alla vittoria; compiuta l’impresa, galopparono verso Roma dove annunciarono al popolo la sconfitta di Tarquinio e fecero abbeverare i cavalli nella vasca del Foro. Essi erano i Dioscuri, mitici principi Spartani figli di Giove (chiamati per questo “ragazzi di Zeus”, Διός Kύροι). Nel 439 a.C. un ricco demagogo plebeo, Spurio Melio, tentò di farsi nominare re dal popolo; fu ucciso da Gaio Servilio Strutto Ahala, magister equitum (cioè, sostanzialmente, il vice del dittatore, che nell’occasione era il celeberrimo Lucio Quinzio Cincinnato), che così salvò la Repubblica. Nel 396 a.C., all’esito di un assedio durato addirittura 10 anni, Roma conquistò la città etrusca di Veio. Attorno al 400 a.C. una tribù di Celti[2], i Galli Senoni, al comando del re Brenno valicò le Alpi intenzionata a stabilirsi in Italia[3] e nel 391 a.C. pose l’assedio a Clusium, che chiese l’aiuto di Roma. L’Urbe inviò propri ambasciatori, che tuttavia si comportarono con arroganza; Brenno decise allora di condurre il suo esercito contro Roma e nel 390 si scontrò con due legioni, presso il fiume Allia (affluente del Tevere). I soldati romani si diedero alla fuga non appena sentirono le grida dei nemici: fu una disfatta e i Galli, stupiti anch’essi da un così facile successo, saccheggiarono la città, mentre i Romani si asserragliavano sul Campidoglio. Solo i senatori mantennero la calma glaciale che si confaceva loro: si fecero trovare seduti sui loro scranni, talmente immobili e impassibili da sembrare statue. Un Gallo provò a tirare la barba a uno di loro, e quegli lo colpì col suo bastone; allora i nemici capirono che erano uomini e li uccisero. Brenno si ritirò solo dopo aver inferto innumerevoli sofferenze e ricevuto un ricchissimo riscatto dai Romani. Dopo un così brutale saccheggio, molti cittadini proposero di abbandonare i colli sul Tevere, rivelatisi difficili da difendere, e rifondare l’Urbe sul sito di Veio; mentre la discussione ferveva un centurione in transito, forse spazientitosi, fece piantare la sua insegna militare al centro del Foro e sentenziò: “hic manemibus optime” (“resteremo benissimo qui”). Nessuno ebbe il coraggio di contraddirlo, e Roma fu ricostruita là dove era nata. I Romani riuscirono a infiggere una dura sconfitta ai Senoni solo nel 360 a.C., quando Tito Manlio Imperioso li vinse presso il ponte sull'Aniene e si guadagnò il cognomen Torquatus per aver sottratto la torque (una sorta di girocollo indossato dai guerrieri celti) a un nemico, in duello. I Galli si ritirarono allora verso il territorio delle attuali Marche e da lì si diffusero progressivamente in tutta la Pianura Padana. _____________________________ L’umiliazione e le sofferenze subite per la codardia delle legioni, fuggite davanti al nemico nella battaglia dell’Allia, segnarono per sempre la coscienza collettiva romana. Fu quello il momento, secondo gli storici moderni, in cui nacque l’incredibile capacità di resilienza di Roma: da allora in poi, infatti, Roma non si arrese più e, anche quando i suoi eserciti furono sconfitti e letteralmente distrutti da forze maggiori (come a Canne, Arausio, Carre e Teutoburgo), si ripresentò sempre con nuove truppe, caparbiamente determinata a cercare a ogni costo la vittoria finale. Questo loro spirito indomito è pertanto definito, oggi, il “complesso dell’Allia”. ____________________________ Si venne così a definire la geografia dei popoli che, nei secoli successivi, Roma dovette combattere per espandere il proprio dominio. La Pianura Padana, dominata da popolazioni celtiche, fu denominata Gallia Cisalpina. La popolazione dell’Italia[4] era invece divisa tra tre stirpi: i popoli che vi abitavano prima dell’arrivo degli Indoeuropei, soprattutto Etruschi (chiamati anche Tirreni o Tusci, che in passato avevano esteso il loro dominio dalla pianura veneta a quella campana, dove pertanto si trovavano città, come Capua, da loro fondate) e Liguri; gli Italici, una congerie di nazioni indoeuropee (Latini, Sabini, Equi, Piceni, Volsci, Umbri, Sanniti, Apuli, Osci, etc.) diffusasi sul territorio, a macchia di leopardo, a partire dal X secolo a.C.; e gli Italioti, abitanti delle colonie fondate da Greci a partire dall’VIII secolo a.C., cumulativamente chiamate “Magna Grecia”[5]. Anche la Sicilia presentava una tripartizione analoga, tra Elimi (popolazione preesistente), Siculi (Indoeuropei, arrivati dall'Italia) e Sicelioti (abitanti delle colonie greche). La Sardegna era invece abitata da un’antica popolazione di origine ignota, i Sardi. Su entrambe le isole maggiori, inoltre, si andava estendendo il dominio di Cartagine, potente colonia fenicia, che arrivò nel III secolo a.C. ad assoggettare tutta la porzione meridionale della Sardegna e quella occidentale della Sicilia (nella parte orientale dominava, invece, la colonia greca di Siracusa). NOTE [1] Massima carica del governo nelle città etrusche. [2] I Celti erano una stirpe indoeuropea che, grazie a un grande valore guerresco, aveva dilagato per l’Europa. Erano Celti, fra gli altri, i Galli, i Celtiberi (stanziati nella penisola Iberica) e i Gàlati (stanziati in Anatolia). [3] È bene precisare che il termine “Italia”, per i Romani dell’epoca repubblicana, non comprendeva la Pianura Padana né le isole; pertanto, nel presente scritto, viene sempre usato in tale accezione. [4] Si veda la nota precedente. [5] Si noti che la locuzione “Magna Grecia” comprendeva le sole colonie greche dell’Italia, non quelle della Sicilia o della Provenza. ILLUSTRAZIONI La vasca-abbeveratoio del Foro, ritrovata nel 1587 e collocata nel 1818 sul Quirinale, a formare una fontana insieme a due statue dei Dioscuri provenienti dalle terme di Costantino. Ovviamente, all'epoca della battaglia del lago Regillo doveva esisterne una versione antecedente1 punto
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PREMESSA Un amico, del tutto profano in materia numismatica, mi ha chiesto perché la monetazione romana repubblicana mi affascini tanto. Ho deciso allora di scrivere queste poche righe pensando a lui, a come spiegargli la mia passione. Questo non è quindi un trattato di numismatica, e men che meno di storia. Contiene sicuramente approssimazioni, probabilmente imprecisioni, forse errori. La scelta degli eventi narrati e delle monete che li illustrano è del tutto arbitraria e priva di una vera logica. Questo è un racconto, un tentativo di comunicare emozioni: le emozioni che promanano dalle monete repubblicane, per chi ama il ricordo di quei sette secoli in cui la città di Roma creò, dal buio della preistoria italica, la storia stessa dell'Occidente. INTRODUZIONE La storiografia romana antica è carente e contraddittoria in materia di monetazione. L’unico riferimento alle origini è un passo di Plinio[1], in cui si afferma che “Servius rex primus signavit aes. Antea rudi usos Romae Timaeus tradit. Signatum est nota pecudum unde et pecunia appellata” (“Il re Servio [Tullio] per primo segnò il[2] bronzo. Timeo[3] riferisce che a Roma, in precedenza, era in uso il[4] [bronzo] rude[5]. [Il bronzo] fu segnato con un’immagine di pecore e perciò [le monete] furono chiamate «pecunia»”). Questo passo è tuttavia ritenuto attendibile solo in ordine al fatto che venisse usato bronzo rude e poi segnato, mentre il riferimento a Servio Tullio è oggi ritenuto leggendario. La moneta più importante della storia di Roma, che continuò a essere emessa per molti secoli e si diffuse in tutto il mondo antico, fu il denario, moneta in argento. La data di introduzione del denario è molto dibattuta, come si vedrà; anche riguardo a essa abbiamo due testimonianze di Plinio[6], che però non aiutano perché sono molto oscure e parzialmente contraddittorie. La prima testimonianza afferma “Populus Romanus ne argento quidem signato ante Pyrrhum regem devictum usus est” (“Il popolo romano neppure usò argento segnato prima della sconfitta del re Pirro”, avvenuta nel 275 a.C.). La seconda invece riferisce che “Argentum signatum anno urbis CCCCLXXXV Q. Ogulnio C. Fabio coss. quinque annis ante primum Punicum bellum. Et placuit denarium pro X libris aeris valere” (“L’argento [fu] segnato quando erano consoli Quinto Ogulnio e Gaio Fabio, nell’anno 485 della città, cinque anni prima della prima guerra punica. E si decise che il denario avesse valore di 10 libre di bronzo”; l’anno indicato è il 269 a.C.): si noti che le due frasi, quella sull’ “argentum signatum” e quella sul “denarium”, sono giustapposte; considerato che l’opera di Plinio è estremamente sintetica, non è detto che egli parli in entrambre della stessa moneta. A partire da un certo anno in poi si verificò a Roma un fenomeno unico nella storia antica (e forse anche moderna): l’iconografia[7] dei denarî cambiava ogni anno; la città che dominava ormai il mondo poteva infatti permettersi il lusso di emettere migliaia di monete differenti e nessuno, nel suo vasto impero, dubitava che quei dischetti d’argento provenissero dall’Urbe. Questa mutevolezza si spiega con la volontà dei nobili che prestavano la loro opera come monetieri (ossia la magistratura preposta all’emissione delle monete, in Latino “tresviri aere argento auro flando feriundo”, “tre uomini responsabili di fondere e battere bronzo, argento e oro”), di utilizzare le immagini impresse sulle monete per fare pubblicità alla propria gens (e quindi, indirettamente, a sé stessi). Questa situazione ha portato gli studiosi moderni a cercare di indovinare l’anno esatto di emissione di ogni moneta (tenendo conto che in uno stesso anno potevano esserne emesse anche più di una); non c’è alcuna sicurezza su queste datazioni, però sono state ottenute incrociano una serie indizi[8] e pertanto si possono ritenere abbastanza indicative, per il periodo più antico (fine del IV e III secolo a.C.), e sostanzialmente attendibili, per quello più recente (II e I secolo a.C.). Questi sforzi sono stati raccolti e compendiati da Michael Crawford in un’opera fondamentale, Roman Republican Coinage, edito nel 1974, in cui egli elenca tutte le monete note al suo tempo (alcune, rarissime, sono state scoperte dopo[9]), le raccoglie in “serie”, assegna loro un numero di elenco e ne propone la datazione. Quindi, quando si trova scritto nei testi di numismatica “RRC 100/1” oppure “Cr. 100/1” significa “la moneta che Crawford, nel libro «Roman Republican Coinage», elenca come la n. 1 della serie n. 100”. ________________________________________ Esistevano nell’antichità due tecniche per produrre le monete, fusione e coniazione. Nella fusione, l’immagine della moneta viene riprodotta in negativo all’interno di uno stampo (di terracotta o, in epoca moderna, di materiali sintetici), dopo di che viene fatto colare il metallo fuso all’interno dello stampo; quando il metallo si raffredda viene aperto lo stampo e se ne estrae la moneta. I disegni che nell’antichità si potevano ottenere con questa tecnica erano, tuttavia, molto molto grezzi. Nella coniazione, invece, l’immagine della moneta viene riprodotta in negativo sulla faccia di un’incudine e su quella di un martello, detto “martello di conio” o anche solo “conio”. A questo punto si appoggia sull’incudine un dischetto di metallo riscaldato, detto “tondello” (preparato prima, per fusione) e lo si batte con forza con il martello, imprimendovi così il disegno. La coniazione, a differenza della fusione, permette di realizzare monete con disegni piccolissimi e precisissimi. Osservando le differenze nei disegni delle singole monete (dovute al fatto che i conî venivano incisi a mano), si può oggi distinguere quali di esse provengono dallo stesso conio e, quindi, calcolare quanti conî sono stati usati per produrre i pezzi giunti fino a noi. Supponendo che ciascun conio di rovescio venisse sostituito, a causa dell’usura, dopo che erano state battute (secondo le diverse opinioni degli esperti moderni) da 10.000 a 30.000 monete (un po’ meno per quelli di dritto, maggiormente esposti all’usura), si può oggi stimare il volume di emissione di una moneta; talvolta, ammonta a milioni di pezzi. Quando si illustrano le due facce di una moneta, ci si riferisce a esse come “dritto” e “rovescio”. Nelle monete coniate, il rovescio è la faccia risultante dal colpo di martello, il dritto quella appoggiata sull’incudine. Siccome inoltre i Romani avevano l’abitudine di raffigurare spesso, al dritto, la testa di un dio (e in seguito quella dell'imperatore), si parla di “dritto” anche per le monete fuse, con riferimento alla faccia su cui è presente tale testa. ________________________________________ Viene naturale chiedersi, a questo punto, quanto valevano le monete romane? Possiamo farcene un’idea con riferimento alla metà del II secolo a.C. Polibio infatti narra (II, 14, 35) che in Gallia Cisalpina, ove egli si recò fra il 151 e il 150, “un medimno siciliano di frumento costa per lo più 4 oboli, uno d’orzo 1 obolo e un metrete di vino costa quanto un medimno di orzo”; egli stesso riferisce che l’obolo, moneta di tradizione greca, era cambiato per 2 assi romani. Considerato che un medimno (misura di capacità corrispondente a 51,8 l) poteva contenere circa 40 kg di grano mentre il metrete era paro a 39 l, si ricava che con una asse si potevano comprare 5 kg di grano o 20 l di vino. Si capisce tuttavia, dal resoconto di Polibio, che egli riteneva questi prezzi estremamente bassi; supponendo che a Roma essi fossero circa 5 volte più elevati[10], ne consegue che con un asse si potesse comprare 1 kg di grano oppure 4 litri di vino (non pregiato). Si può quindi affermare che a metà del II secolo a.C. un asse valeva circa 4 €[11]; per quanto riguarda il denario, non sappiamo se all’epoca fosse cambiato a 10 o 16 assi (ci fu una riforma, proprio in quegli anni), per cui poteva valere da 40 a 65 €. Ovviamente, prima di tale data l’asse valeva di più, in seguito invece di meno (perché ci fu un costante fenomeno di svalutazione, nei secoli). Sappiamo che un secolo dopo, ossia alla metà del I secolo a.C., i braccianti di Pompeo ricevevano da 5 a 16 assi al giorno. NOTE [1] Naturalis Historia, XXXIII, 3, 13. [2] Nel senso di “fece apporre un segno al”. [3] Storico di cui non ci è pervenuta l’opera. [4] Letteralmente: “riferisce gli utilizzi in precedenza, a Roma, del”. [5] Nel senso di “grezzo”. [6] Naturalis Historia, XXXIII, 42 e XXXIII, 44 [7] In numismatica, per “iconografia” o “tipologia” si intende la scelta dei “tipi”, ossia dei disegni riportati sulle due facce delle monete. [8] Fra cui: i risultati archeologici (se una moneta è rinvenuta nelle rovine di un tempio distrutto nell’anno X a.C., deve essere precedente; se due monete sono rinvenute assieme e una è nuovissima, l’altra molto usurata, è probabile che la seconda sia stata emessa prima); il peso (nei secoli, il peso delle monete è diminuito sempre più); l’identificazione del monetiere (se una moneta è firmata “Pinco Pallo” e sappiamo che un certo Pinco Pallo è stato console nell’anno X, supponendo che sia la medesima persona se ne ricava che possa essere stato monetiere alcuni anni prima di X); il significato delle immagini (una moneta che inneggia alle vittorie di Silla non può essere stata emessa quando a Roma governavano i seguaci di Mario). [9] Tutte le monete repubblicane oggi note possono essere visionate nell’archivio al link https://numismatica-classica.lamoneta.it/. [10] A conferma di questa supposizione rileva la notizia per cui, poco dopo il 124 a.C., la lex frumentaria di Gaio Gracco impose di riabbassare i prezzi del grano (che, nel frattempo, erano aumentati) a 6 assi al modio; considerato che un modio (circa 8,75 litri) poteva contenere circa 7 kg di grano, si ricava che Gracco fece riabbassare i prezzi a 1 asse per 1,15 kg. [11] Solo per dare un’idea, dato che un conto esatto imporrebbe di conoscere il prezzo di un ampio paniere di prodotti.1 punto
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Conosco poi anche alcune persone che pur non continuando la collezione di famiglia, non la venderebbero per nulla al mondo!!1 punto
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Quello di @fabry61 è lo spirito del cacciatore di monete. Vecchi documenti, vecchie descrizioni di una moneta .... il desiderio di cercarla e trovarla ... Spirito di ricercatore, spirito di studioso .... Ben lontano dal collezionismo di chi fa uno spunto su un catalogo quando acquista una moneta già ben descritta e catalogata.1 punto
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