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  1. Buongiorno Lamonetiani, scrivo dopo qualche settimana dalla mia ultima discussione, riguardante la mia prima Piastra, 120 grana del 1854, che mi aveva fatto davvero contento, per la leggera patina e anche per la rigatura molto ben impressa, e in generale per il fascino storico che quella moneta ha, soprattutto nella mia terra. Bene, scrivo a distanza di qualche giorno perché a quella prima piastra mi sono sentito di aggiungere qualche sorellina. Ve le presento: ferdinando IV 1798 ferdinando II 1847 - 54 (la prima appunto) - 55 - 57. gli anni sono comuni come ben sapete, però devo ammettere che queste monete, per quanto le conservazioni non siano delle migliori, mi piacciono sempre di più. Ah, alle suddette piastre proprio ieri ho aggiunto un 10 tornesi 1859 davvero gradevole. Mi sono innamorato di questa monetazione 😍 (p.s. La seconda foto è uscita davvero male)
  2. Buongiorno a tutti. Sono nuovo e volevo per cominciare proporvi questa monetina: un bel 6 cavalli del 1804. Ho cercato nel sito vecchie discussioni sulla stessa moneta ma non ho trovato nulla, un motivo in più per proporvela! Vorrei un parere e qualche commento. Grazie a chi partecipa.
  3. Un associazione culturale ha divulgato immagini inedite della città sommersa di Baia riprese con un drone. Sono immagini di notevole impatto, i fenomeni vulcanici hanno nel corso dei secoli abbassato il livello di 8 metri facendo sommergere l'antico centro abitato romano. http://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/bacoli_immagini_nuove_uniche_citta_sommersa_ripresa_un_drone-2325766.html
  4. Ho trovato un annuncio su un sito per questa mezza piastra ma ho dei dubbi sull'anno: mi sembra 1857, variante 7 piccolo ma non ne sono sicuro. Che ne pensate? e che rarità ha la variante "7 piccolo"?
  5. greengo777

    Campania Tesserra mercantile

    Cari amici!Vi prego di dirmi il grado di rarità di questo gettone?
  6. ... da un prelievo Bancomat è uscita fuori questa banconota da 20 € con una vistosa macchia rosa circolare , più evidente sul verso...secondo voi? Cordialità
  7. Antonello(65)

    Campania Stemma di Napoli

    Una curiosità che da tempo cerco di comprendere è su questo gettone di un circolo nautico di Napoli. Si comprende chiaramente che lo scudo è quello della città di Napoli, Il color oro corrisponde ai punti, il rosso a quelle verticali ma la corona non corrisponde a quella abitualmente utilizzata negli stemmi di fine ottocento, inizio novecento e ancora oggi, quella turrita per intenderci. @Corbiniano sai tu quale origine potrebbe avere o a chi potrebbe richiamare?
  8. Salve, nel catalogo online di un'asta ho visto questa frazione di follaro individuata come di Salerno x Guglielmo I. Ho pensato alle Bellizia 187-188-189, ma quelle hanno al verso leggende e non croci ad ancora. Si tratta di una moneta sfuggita all'attenzione del Bellizia o, forse, la zecca non è Salerno? Grazie infinite a chi vorrà illuminarmi.
  9. renato86-7

    Campania Medaglia granatieri

    Salve Volevo chiedervi che valore poteva avere queste medaglia dei granatieri grazie a tutti
  10. save innanzi tutto colgo l'occasione di augurare a tutti un felice natale e anche in questo giorno volevo approfittare del vostro aiuto mi sono imbattuto in questi recipienti volevo chiedervi cosa sono? che punzoni sono? il materiale non e calamitabilegrazie a tutti per il vostro aiuto allego foto
  11. Buongiorno a tutti. Prelievo bancomat... tra le altre, ho trovato questa banconota da 50 € Duisenberg con questo strano simbolo posto in alto a dx. Che cosa è? Grazie e cordialità
  12. Salve a tutti. Quest'oggi volevo parlare di una moneta piuttosto particolare e anche abbastanza rara. Eccone la descrizione che ho ricavato anche grazie ai testi che indico in bibliografia: D/ LAN//PRI a tutto campo, su due righe, sormontate da trattini di abbreviazione. Contorno perlinato. R/ PAL//PRI a tutto campo, su due righe, sormontate da trattini di abbreviazione. Contorno perlinato. Riferimenti bibliografici essenziali: CNI XVIII, p. 241, n° 1; Spinelli, p. 140, n° x – xiii con figure a p. 3, n° 5 – 7; MEC 14, p. 592, n° 8 (tav. 1); Sambon, Recueil, p. 67, n° 152; Sambon, Repertorio, pp. 76 – 77, n° 483 (tav. VII); D’Andrea – Contreras, vol. II, p. 50, n° 5. (Esemplare proveniente da collezione privata. Fotografie a cura di chi scrive). Con un peso di 0,5 g. ed un diametro di 13 mm., stando a quanto ho appena riportato, dovrebbe trattarsi di un mezzo denaro coniato a Capua per il Principe longobardo Landolfo II in unione con suo figlio Pandolfo I detto Capodiferro. La data di emissione dovrebbe coincidere con il 943-958. Landolfo II fu Principe sia di Benevento che di Capua, poiché i due dominii erano stati uniti sotto una sola corona da suo nonno, Atenolfo I il Grande (887-910), Principe di Capua e conquistatore di Benevento. La tradizione dinastica capuana voleva che il figlio designato erede fosse affiancato nel governo dello Stato dal padre regnante già in giovane età. Potevano essere associati al trono anche più figli maschi, come vedremo tra poco. Da Atenolfo I si era stabilito che i due Principati di Capua e Benevento, una volta uniti, non si potessero più separare: naturalmente, la dinastia capuana badava bene a tenere uniti i suoi territori, soprattutto quelli di recente conquista, poiché potevano dimostrare ancora velleitarie spinte indipendentiste - in particolare se pensiamo a Benevento che, fino a poco tempo prima, era il più potente Stato longobardo dell'Italia Meridionale. Landolfo II fu così associato al trono da suo padre, Landolfo I (910-943), nel 933, anno in cui fu elevato allo stesso rango anche il fratello maggiore Atenolfo III. Alla morte del padre, il 10 aprile 943, Landolfo II assunse il potere assoluto sia su Capua che su Benevento: egli infatti spodestò dal trono della prima città il cugino omonimo, figlio di suo zio Atenolfo II, e dalla seconda suo fratello maggiore Atenolfo III. I due Principi si rifugiarono a Salerno da Guaimario II (901-946) che gli diede ospitalità e protezione. Il suo primo atto, in quello stesso anno 943, fu quello di associare al trono suo figlio Pandolfo I. Fu forse per commemorare questo avvenimento che a Capua (tra poco mi soffermerò anche sulla zecca emittente) si batté questo mezzo denaro in argento recante su ogni lato il nome ed il titolo principesco dei due regnanti longobardi. La politica di Landolfo II fu in linea con quella dei suoi predecessori: mentre da un lato promosse un avvicinamento diplomatico verso il Principato di Salerno, su cui iniziò a nutrire delle mire espansionistiche, prese le distanze da Costantinopoli, favorendo azioni di disturbo nelle province bizantine d'Italia. Nel 946, alla morte di Guaimario II, con l'ascesa di Gisulfo I (946-977), giovane ed inesperto, Landolfo II volle avviare l'invasione del salernitano per la sua annessione al Principato. Per questo motivo intrattenne rapporti amichevoli con il Duca di Napoli Giovanni III (928-968), il quale fornì un appoggio concreto per incentivare la spedizione di Landolfo. Il suo piano però fallì miseramente: l'esercito capuano, unito ai contingenti napoletani, fu sconfitto presso l'odierna Cava dei Tirreni dagli Amalfitani di Mastalo II (953-958), alleato dei Salernitani. Dopo la cocente sconfitta, Landolfo II ruppe l'alleanza con Giovanni III per passare con gli Amalfitani ed i Salernitani e mosse guerra al suo vecchio alleato napoletano: l'azione, però, si concluse con un nulla di fatto anche questa volta, dato che l'unico avvenimento eclatante della guerra fu l'assedio e la distruzione di Nola. A partire dal 955, la politica anti-bizantina del Nostro si fece ancora più aggressiva, ma i Greci si dimostrarono più preparati del previsto e Landolfo fu costretto ad ammetterne la superiorità. Alla fine del suo regno, Landolfo II, che intanto, nel 959 aveva affiancato a lui stesso ed al primogenito Pandolfo l'altro figlio omonimo, aveva fallito tutti gli obiettivi politici e militari che si era imposto. Anche per l'associazione al trono del secondo figlio Landolfo fu coniato a Capua un mezzo denaro recante, sul modello di questo oggetto della nostra discussione, i nomi abbreviati dei tre personaggi (cfr. Sambon, Recueil, p. 67, n° 153, con figura nel testo). Morì con questa delusione nel maggio del 961. Gli successe suo figlio Pandolfo I Capodiferro, in assoluto il più illustre esponente della dinastia capuana che riuscì, dopo più di un secolo, a riunire in una sola compagine territoriale l'antica Langobardia Minor beneventana, prima che si dividesse in più Principati indipendenti. Il potere effettivo fu esercitato da Pandolfo, nonostante il fratello Landolfo III fosse ancora co-reggente. La morte prematura di quest'ultimo, nel 968, lasciò Pandolfo unico padrone dell'Italia Meridionale longobarda. Le prime attestazioni di questi mezzi denari le ho riscontrate nel libro del Principe di San Giorgio, Domenico Spinelli, pubblicato a Napoli nel 1844 per cura di Michele Tafuri dal titolo Monete cufiche battute da Principi longobardi, normanni e svevi nel Regno delle Due Sicilie (cfr. tra i suddetti riferimenti bibliografici). In questo contesto vengono segnalati ben tre esemplari appartenenti alla ricchissima Collezione del Principe, illustrati mediante disegno nel trafiletto a pag. 3 del suo volume (fig. 1). Purtroppo, le monete furono male interpretate all'epoca e bisogna attendere gli studi dei più celebri Giulio ed Arturo Sambon agli inizi del secolo scorso per avere una panoramica più chiara intorno a queste particolari monete. Mentre per Giulio Sambon l'attribuzione a Capua è incerta (in quanto l'Autore era indeciso tra Capua e Benevento: cfr. quanto da lui detto in nota nel suo Repertorio sopra citato), per Arturo Sambon, nel Recueil, queste monetine vennero attribuite con certezza a Capua e datate alla metà del secolo X. L'esistenza di un atelier monetario a Capua in epoca longobarda è ben attestato - dice Sambon - grazie alla cronaca lasciataci dal rabbino Achimaaz: costui, narrando la storia della sua famiglia dall'850 al 1054 circa, racconta che un certo Samuele figlio di Chananel una volta sposatosi si trasferì nel 940 da Benevento, dove aveva vissuto fino ad allora, a Capua in qualità di "maitre de la Monnaie". Come datazione, tra l'altro, coincide pure con quella assegnata per questo mezzo denaro (943-958). Samuele, infatti, sembra abbia esercitato il suo incarico nella zecca capuana anche sotto Pandolfo I, successore di Landolfo II. L'attività monetaria di Capua in questo periodo, che non fu molto prolifica come dimostrato anche dalla rarità di questi pezzi, sarebbe servita, sempre secondo la ricostruzione del Sambon, ad alimentare con nuovo numerario il commercio affievolito del Principato di Benevento, ormai in decadenza rispetto agli antichi fasti. Un esemplare di questo mezzo denaro per Landolfo II e Pandolfo I era segnalato anche nella prima Collezione Sambon esitata a Milano nel 1897: nel catalogo di detta vendita se ne ritrova la descrizione a pag. 22, n° 267. Il celeberrimo studioso francese non trascura di osservare che, in molti casi, le lettere componenti le legende di questi nominali sono mal coniate e difficilmente si leggono nella loro interezza. Comunissime, infatti, sono le schiacciature di conio e i difetti di coniazione, come si osserva anche dai disegni pubblicati dallo Spinelli (fig. 1). Inoltre, la dicitura di mezzo denaro, di cui oggi qualcuno dubita, è dovuta essenzialmente al peso ridotto di questi pezzi. Fig. 1: Trafiletto illustrato con i mezzi denari capuani tratto dall'opera numismatica dello Spinelli. Mi scuso per la qualità delle foto, ma ho dovuto apportarvi qualche modifica per adattarle all'interno del presente post. Continua...
  13. Buongiorno, Vi propongo questi 2 Tornesi di Ferdinando II del 1857 con il numero 7 ribattuto su di un altro. Non mi sembra che il numero sottostante sia un 6, come presumibilmente dovrebbe essere. Oppure mi sbaglio ed è solo una "sbavatura" di conio? Cosa ne pensate? Amedeo
  14. Buonasera. Vi propongo questo cavallo di Ferdinando I, zecca di Aquila. La particolarità consiste nelle tre stellette dopo la scritta FERDINANDVS e prima di REX. Sicuramente è una delle innumerevoli varianti della moneta descritta in “MONETE ITALIANE REGIONALI” – ITALIA MERIDIONALE CONTINENTALE – ZECCHE MINORI – Pag. 27 N°88. Cosa ne pensate? Un saluto. Amedeo
  15. Buongiorno, Quella che condivido oggi è a mio avviso una moneta molto interessante, che potrebbe riaprire il dibattito sull'esistenza di una zecca normanna prima della conquista di Salerno (1077). La moneta è in rame, ha un diametro di 26mm e pesa 2.55 grammi. Lato A (dritto?): + W / COMES su due righe Lato B: + [?] OCO / [?] VS / COM [?] su tre righe L'esemplare è complessivamente ben conservato, ma presenta incrostazioni che rendono difficile la lettura completa delle legende. Inoltre il lato B sembra avere tracce di ribattitura che rendono la legenda ancora più confusa. Ciononostante sul lato A è ben leggibile un'iniziale (W) ed un titolo (COMES), che (almeno a me) fanno subito pensare a Guglielmo d'Altavilla, detto Braccio di Ferro, conte di Puglia dal 1043 al 1046. Guglielmo fu nominato conte da Guaimaro principe di Salerno, il quale gli concesse in feudo Melfi ed i territori circostanti. Se quindi questa moneta è attribuibile davvero a quel Guglielmo, dove altro potrebbe essere stata coniata se non a Melfi? Certo potrei aver preso un abbaglio totale, e la moneta potrebbe non essere affatto normanna ma avere chissà quale altra provenienza, però nella loro semplicità le impronte richiamano un altro follaro normanno, di poco successivo alla datazione che ipotizzo per questo pezzo, emesso da Giordano principe di Capua e descritto nel catalogo (http://numismatica-italiana.lamoneta.it/moneta/W-GR1/1). Ecco le foto del pezzo
  16. Buona sera a tutti,volevo avere qualche parere su questo 9 cavalli di Carlo di Borbone. Vi ringrazio dell'interessamento in anticipo.
  17. Condivido con voi lo stemma di Ferdinando I di Borbone re del regno delle Due Sicilie (1816-1825) tratto da Dell'insigne Real Ordine di S. Ferdinando e del Merito, Napoli, Angelo Trani, 1817
  18. Buonasera, sono un estimatore di Gigliati di Napoli e ne posseggo uno di Roberto d'Angiò, di cui posto le foto e che pare, presenti la variante RET in luogo di REX nella legenda del dritto. Ho evidenziato con un cerchietto la lettera che, a prima vista sembrerebbe proprio una T. Nella bibliografia da me consultata, C.N.I. vol. XIX, MEC 14 e MIR Napoli non è censita e purtroppo, non ho la possibilità di consultare il fondamentale Pannuti-Riccio per un'ulteriore verifica. La legenda del dritto è un po' confusa a causa di un probabile salto di conio ed ho quindi subito pensato ad una sovrapposizione della croce di inizio legenda, ma da un'attenta visione con lente 20x21 mm non ho riscontrato la presenza del braccio orizzontale della croce e da un confronto con le altre T, quella in questione sembra piuttosto simile alle altre. Sarei grato se qualcuno mi fornisse informazioni in merito, confidando nella chiarezza delle mie scansioni.
  19. Nell'asta London Ancient Coins auction Q del 24.02.2015 questa moneta e' stata aggiudicata ad Eur 8,20 compresi i diritti. Cosa ne pensate? L'importo mi sembra irrisorio (e' falsa?).
  20. Buongiorno,sono in possesso di due titoli di 1000 e 10000 lire relativi al prestito della ricostruzione rendita 5%(allego foto).Gentilmente,potreste dirmi se è quanto valgono?Grazie mille.
  21. Il 20 agosto 1799, veniva impiccata, a Napoli, a soli 47 anni, Eleonora de Fonseca, marchesa di Pimentel, condannata a morte dopo essere stata processata dalla giunta di Stato: veniva impiccata con il principe Giuliano Colonna, l'avvocato Vincenzo Lupo, il vescovo Michele Natale, il sacerdote Nicola Pacifico, i banchieri Antonio e Domenico Piatti, a Gennaro Serra di Cassano. Nei giorni seguenti furono giustiziati il giurista Francesco Conforti, il colonnello Gabriele Manthoné, il docente universitario e scienziato Domenico Cirillo, gli scrittori Vincenzo Russo e Mario Pagano, Ignazio Ciaia, Ettore Carafa, Giuseppe Logoteta, ed altri militanti e sostenitori della Repubblica napolitana del 1799, che Benedetto Croce definì "il fiore dell'intelligenza meridionale" o ancora “profeti dell’Unità d’Italia”, nel suo poderoso volume dedicato a questa pagina della storia. Eleonora de Fonseca, marchesa di Pimentel, nata a Roma il 13 gennaio 1752 da una famiglia di origine portoghese, già da piccola, con la famiglia si trasferì a Napoli, città in cui, molto incline alle lettere, sin da giovane compone versi arcadici molto apprezzati che la proiettano fra i personaggi più noti degli ambienti culturali della Napoli del '700: fin dall'adolescenza partecipò ai salotti di Gaetano Filangieri, dove conobbe il dottore Domenico Cirillo e il massone Antonio Jerocades. Intrattenne intensi rapporti epistolari con Pietro Metastasio e con Voltaire, ed entrò nell'Accademia dei Filateti ed anche dell'Arcadia. Nel 1778 sposò l'ufficiale e nobile napoletano Pasquale Tria de Solis, che dopo sei anni lasciò. In questi si formò politicamente fino ad aderire attivamente alle idee repubblicane e giacobine, e proprio per il suo attivismo politico fu arrestata nell'ottobre del 1798 ma, e tre mesi dopo fu liberata per l’arrivo dei francesi a Napoli. Durante la Repubblica napolitana si occupò della redazione del periodico ufficiale "Il Monitore della Repubblica napolitana una ed indivisibile", uscito da febbraio a giugno del 1799, scritto quasi interamente da lei. Questo fu il primo giornale che varò l'"editoriale", poi adottato da tutte le altre testate. Il primo numero aprì con il seguente messaggio di esultanza: " siamo liberi in fine, ed è giunto anche per noi il giorno, in cui possiamo pronunciare i sacri nomi di libertà e uguaglianza, ed annunciarci alla repubblica Madre come suoi degni figliuoli; a' popoli liberi d'Italia ed Europa, come loro degni confratelli". L'azione combinata del Cardinale Ruffo e dell'ammiraglio Horatio Nelson, l'uno da terra e l'altro dal mare costrinsero, il 13 giugno, i francesi all'abbandono della città, mentre i repubblicani napoletani tentarono la resistenza ma, data la sproporzione delle forze, dopo qualche giorno si arresero dietro la promessa dell'incolumità per tutti, che Horatio Nelson non rispettò: migliaia di cittadini furono arrestati e molte centinaia giustiziati. Ad Eleonora de Fonseca, marchesa di Pimentel, è dedicato il Liceo Statale in Via Benedetto Croce, 2, a Napoli, liceo scientifico, delle scienze applicate, linguistico e delle scienze umane, appunto denominato Liceo Statale Eleonora Pimentel Fonseca. Nel 1999 la Repubblica italiana le dedicò un francobollo commemorativo. Per saperne di più https://it.wikipedia.org/wiki/Eleonora_Pimentel_Fonseca www.repubblicanapoletana.it/eleonora.htm www.letteraturaalfemminile.it Eleonora De Fonseca Pimentel www.letteraturaalfemminile.it/eleonora_de_fonseca_pimentel.htm www.treccani.it/enciclopedia/fonseca-pimentel-eleonora-de_(Dizionario-Biografico)/ Biografia di Eleonora Pimentel Fonseca biografieonline.it › Politica › Patrioti italiani › P › Biografie www.enciclopediadelledonne.it/.../eleonora-anna-felicia-teresa-de-fonseca-pimentel/ www.defonsecapimentel.it/eleonora/ www.9colonne.it/28207/eleonora-pimentel-br-e-le-donne-della-rivoluzione
  22. I medaglioni presentati sono quelli indossati dai confratelli dell'Arciconfraternita dell'Immacolata Concezione di Avellino durante le celebrazioni ufficiali: il primo è del '600 e ha dimensioni 12 x 14 cm (asse orizzontale e asse verticale); il secondo è del 1892 e ha dimensioni 11,5 x 14 cm (asse orizzontale e asse verticale). Entrambi sono in lamina d'argento a sbalzo. Non si conosce la data di fondazione della Confraternita dell'Immacolata di Avellino, ma nel ‘500 già esisteva, in quanto citata in un atto notarile del 1589. Questa confraternita, come quella di S. Antonio da Padova, aveva il suo Oratorio e una cappella interna alla chiesa, precisamente la prima a sinistra dell’altare maggiore, nel monastero di S. Francesco, che dopo essere stato per sette secoli uno dei simboli della religiosità delle nostre genti, venne abbattuto nel 1939, per ridare una nuova architettura alla ormai Piazza Libertà - già Largo Santissimo, poi, dal XVI secolo, Largo della Santissima Annunziata, poi Largo dei Tribunali fino al 1864. L’Oratorio, ornato splendidamente e provvisto di artistici sgabelli in legno con inginocchiatoi, era situato in un vano terraneo del chiostro, a cui i confratelli potevano accedere o da una porta di servizio del chiostro posta accanto alla chiesa o dalla porta carraia che si apriva su Via Ferriera. L’altare dell'Oratorio era impreziosito da una bella icona marmorea della Vergine, come descrive mons. Pierbenedetti, visitatore apostolico nel 1630. Nella cappella interna della chiesa, si venerava una statua lignea della Vergine, che nel 1597 venne dipinta dall’artista napoletano Giovan Antonio Giordano. Durante le processioni i confratelli indossavano un sacco bianco con una mozzetta di drappo di colore grigio. Oggi i confratelli per le cerimonie indossano un camice bianco con sulle spalle una mozzetta celeste con i bordi dorati e sopra l'abito il medaglione. Dopo la ristrutturazione del convento, i frati regolamentarono con convenzioni scritte i rapporti con le confraternite laiche ospitate. Il documento che regolava i rapporti con la Confraternita dell'Immacolata è datato 27 ottobre 1617 ed è costituito da dodici punti. Nel 1718 venne commissionata a Nicola Fumo (1647 - 1725) di Saragnano di Baronissi, per la somma di 81 ducati, una statua lignea dell’Immacolata, che venne scolpita in un sol pezzo di legno di tiglio cotto nell'olio. Nell'arco di pochi anni questa statua divenne la più venerata dagli Avellinesi, soprattutto per l’impulso del Venerabile Padre Giuseppe Maria Cesa, definito “Apostolo della Immacolata”. Quando agli inizi del ‘700 il complesso di S. Francesco venne nuovamente ristrutturato, anche l’altare della SS.ma Concezione venne rifatto nel 1740 con splendidi marmi. Dopo la morte del Venerabile Cesa, nel 1744, si aprì una controversia con la congrega della SS.ma Concezione, provocata dalle continue interferenze dei frati nella vita della confraternita e dalle pretese di aumentare lo jus funeris, per cui il padre guardiano Giuseppe Maria Cotone e gli Amministratori della confraternita l’8 giugno 1753 stipularono un atto di concordia in tredici punti, in cui si stabilivano meticolosamente i reciproci rapporti, atto che venne impugnato dai confratelli. Il 5 ottobre 1753 la confraternita chiedeva l’approvazione delle “Regole”, che giunse il 21 gennaio del 1754. Il 15 marzo del 1755 il marchese Nicola Fraggianni, Delegato della Regal Giurisdizione, sentenziò l’allontanamento della Confraternita dal monastero. I frati quando si resero conto che la Confraternita stava per portare via dalla chiesa anche la statua dell’Immacolata si opposero, offrendosi di rimborsare loro le spese sostenute. Tale controversia si trascinò sino al settembre 1768, quando il cav. Vargas Macciucca, Delegato della Regal Giurisdizione, sentenziò che “[...] li detti fratelli e sorelle se ne fussero andati via dalla Chiesa e Convento di detti religiosi con trasportarsi tutto quello che era trasportabile, e tutto quello che era loro intrasportabile si fusse pagato da’ Padri a giusto prezzo”. I frati ricorsero al Re Ferdinando IV, invocando che fosse loro concesso di conservare la statua dell'Immacolata, ma invano. Il trasferimento avvenne, la sera del 14 settembre 1768, con grande riservatezza, come riferito da Michele de Nicolais, “officiale della Regal Giurisdizione” incaricato dell’esecuzione della sentenza: “Essendomi conferito nella Chiesa de’ PP. Minori Conventuali di questa Città d’Avellino, con essersi prima avvisate le parti, alle ore tre di notte, ho fatto trasportare la statua della B. Vergine della Concezione, secondo mi viene incaricato con decreto del dì 11 di questo mese dall’Ill.mo Delegato della Regal Giurisdizione, con riserba e senza poma, nella Chiesa Cattedrale di essa Città, luogo designato da’ Fratelli precedente licenza dell’Ill.mo Mons. Vescovo, e perchè non ancora era pronta nella Chiesa Cattedrale l’icona ed altare, si pose nel Seminario, e ciò anche col consenso de’ Capitulari, ed a cautel ”. Il 7 ottobre del 1768, il Vescovo GioacchinoMartinez (Vescovo della Diocesi di Avellino dal 1760 al 1782) ed il Capitolo diedero il loro assenso all’erezione, nella Cattedrale, della cappella della SS.ma Concezione, la terza sulla sinistra entrando nell'edificio, dove è collocata, tranne che per le festività, la statua di Maria SS. Assunta in Cielo, incoronata il 14 agosto 1966 in Via Matteotti dal Vescovo di Avellino, Mons. Gioacchino Pedicini (Vescovo della Diocesi di Avellino dal 1949 al 1967) alla presenza di numerosi vescovi e sacerdoti, ai confratelli dell'Arciconfraternita dell'Immacolata Concezione, di tutte le autorità civili e militari e del popolo esultante, con una nuova e bellissima corona, si venera nella cattedrale di Avellino. Da una nota dell'Amministrazione della Confraternita datata 14 agosto 1984 si apprende che era ancora il Comitato del Largo della Libertà, detenuto dal 1768 al 1882 dalla Confraternita, che organizzava la festa dell'Assunta, ma poi i festeggiamenti passarono sotto l'organizzazione del Governato della Città, ma non sempre, ed allora altri comitati rionali e quelli delle varie corporazioni artigiane nel 1880 si costituì un comitato in Piazza Centrale, oggi Piazza Amendola, il quale si adoperava nella costruzione delle “cappelle” che riproducevano in cartapesta e facciate di celebri cattedrali, che resero noti i fratelli Festa col pseudonimo di “Carlantonio”. Dopo il trasferimento i confratelli dell’Immacolata, ebbero difficoltà nel reperire locali idonei all’erezione dell’Oratorio, così, in via provvisoria, venne stabilita una convenzione con i confratelli della SS.ma Annunziata, per poter usufruire delle loro sepolture. Con una supplica al Re veniva chiesto ed ottenuto, in deroga ad un ordine regio, di poter acquistare un sito dove costruire l’Oratorio e perciò, dopo un’attenta ricerca, Don Elia Quartulli, nel 1764, per conto della Confraternita, comprò dei locali sul lato occidentale del Palazzo Amoretti, per costruirvi, nel 1780, su progetto dell’arch. Oronzo De Conciliis, l’edificio religioso per ospitare la Confraternita dell’Immacolata Concezione, in cui ancora oggi svolge con grande entusiasmo, calore e fervore le proprie attività. In detti locali dal 7 al 12 agosto 2016, per la solennità dell'Assunta, è stata allestita dai Confratelli dell'Immacolata, una bellissima mostra degli ori donati negli anni alla Madonna Assunta, tra cui spiccano la corona dell'incoronazione del 1966, un medaglione donato da S.E. Umberto I, una corona del rosario in corniola e oro, donata dal Monsignor Sergio Melillo, per la nomina di Vescovo di Ariano, e alcuni gioielli donati dal prof. Gino Mazza, compianto e amorevole priore della Confraternita. Un aspetto particolare delle festività dell’Assunta è riservato alla processione in cui la Statua lignea, seguita dai confratelli dell'Arciconfraternita e da moltissimi fedeli, è portata tra canti e preghiere lungo le strade centrali di Avellino seguendo il seguente itinerario: Duomo, Via M. Del Gaizo, Via L. Amabile, Via C. Del Balbo, Via Circumvallazione, Via F. Guarini, Via W. Testa, Piazza A. Moro, Via C. Colombo, Piazza Cavour, Via Derna, Viale Italia, Corso Vittorio Emanuele II, Piazza Libertà, Via G. Nappi, Piazza G. Ammendola e di nuovo in Duomo.
  23. Buongiorno. Volevo chiedervi un consulto circa questa medaglietta sul cui fronte vi è la dicitura Carabinieri Reali Albania 15-18. Ho cercato notizie online, ma non sono riuscito a trovarne. Vorrei anche sapere se ha un valore commerciale visto che io non me ne intendo. Grazie in anticipo per le vostre eventuali risposte e il vostro aiuto. p.s: mi scuso in anticipo per le immagini non ravvicinatissime, ma oltre a non essere un esperto di medaglie e numismatica sono anche poco capace con la macchina fotografica. Chiedo venia.
  24. Il 7 luglio 1647 in seguito all’istituzione di un’altra gabella sulla frutta e verdura, a Napoli il popolo si rivoltò contro il malgoverno spagnolo,che praticava una dissennata economia di prelevamento e che sfruttava sistematicamente le risorse del territorio. In seguito alla Pace di Cateau-Cambresis (1559) - tra Spagna e Francia - erano finiti sotto un Supremo Consiglio d'Italia che risiedeva a Madrid il Regno di Napoli, il Regno di Sicilia, il Regno di Sardegna, il Ducato di Milano e lo Stato dei Presidi. Il capeggiatore armato della rivolta fu Tommaso Aniello d'Amalfi, detto Masaniello (Napoli, 29 giugno 1620 – Napoli, 16 luglio 1647), impetuoso e veemente pescatore e pescivendolo, mentre l’organizzatore e fomentatore fu Don Giulio Genoino, (Cava de' Tirreni, 1561 o 1567 – Mahon, 1648) giurista e presbitero italiano, che dedicò la vita a lottare contro l'oppressione fiscale inferta al popolo. Già il 6 giugno 1647, alcuni popolani con a capo Masaniello e il fratello Giovanni bruciarono i banchi del dazio a Piazza del Mercato e il 30 giugno, durante le celebrazioni per la Madonna del Carmine, Masaniello con un gruppo di popolani vestiti da arabi ed armati di canne durante la sfilata davanti al Palazzo Reale imprecarono contro i notabili spagnoli affacciati al balcone. All'epoca Napoli vantava 250.000 abitanti, per cui era una delle metropoli più popolose dell'Impero spagnolo, anzi di tutta l’Europa e Piazza del Mercato, nel quartiere Pendino, era il centro commerciale della città, ospitando una moltitudine di bancarelle in cui si vendevano le più svariate merci, e dei palchi su cui si esibivano i saltimbanchi. Domenica, 7 luglio, dopo essere stati incoraggiati da don Giulio Genoino, un gruppo di popolani si riunì nei pressi di Sant'Eligio per sostenere il puteolano Maso Carrese, cognato di Masaniello, che capeggiava dei fruttivendoli contrari a pagare la gabella sulla frutta. Per fronteggiare l’accaduto fu chiamato l'eletto del popolo, il ricco mercante, Andrea Naclerio, che, nonostante il suo ruolo, appoggiò i gabellieri e ciò portò a una cruente lite tra Maso Carrese e Andrea Naclerio, che venne ucciso, per cui Masaniello e i suoi compagni, al grido di: “Viva 'o Re 'e Spagna, mora 'o malgoverno”, issarono la popolazione che, sbaragliati i soldati spagnoli ed i mercenari tedeschi di guardia alla reggia, raggiunse la viceregina nelle sue stanze, mentre il viceré, don Rodrigo Ponce de Leon, duca d'Arcos, scampato all'aggressione di un popolano, si rifugiò presso il Convento di San Luigi, da dove fece recapitare al cardinale Ascanio Filomarino, arcivescovo di Napoli, la promessa dell'abolizione delle imposte più gravose. Comunque nella notte tra il 7 e l'8 luglio vennero bruciati la casa di Girolamo Letizia, di Andrea Naclerio, di altri oppressori e di ricchi mercanti e i registri delle imposte e vennero liberati dalle prigioni gli incarcerati per evasione o contrabbando. Il 9 luglio Masaniello prese la Basilica di San Lorenzo e si impossessò dei cannoni ivi presenti. La rivolta si protrasse sino al 10 luglio, giornata in cui, dopo la lettura in pubblico dei capitoli del privilegio, dei sicari si avventarono contro Masaniello, che scampò all’attentato il cui mandante fu il duca di Maddaloni che fece introdurre trecento banditi nella Basilica del Carmine, ritrovo dei rivoltosi. I popolani catturano e uccisero diversi oppositori tra cui Antimo Grasso che prima di morire confessò di essere stati mandati dal duca di Maddaloni e per tanto si vendicarono su don Giuseppe Carafa, fratello del duca, che dopo essere stato ucciso fu decapitato, e la testa fu portata a Masaniello. Nello stesso giorno giunsero nel golfo di Napoli le galee spagnole di stanza a Genova agli ordini dell'ammiraglio Giannettino Doria, ma Masaniello, temendo uno sbarco, ordinò che la flotta rimanesse lontana dalla costa almeno un miglio e invitò l'ammiraglio Doria ad inviargli un ambasciatore che supplicò Masaniello, chiamandolo «Sua Signoria illustrissima», di concedere vettovaglie alla flotta e Masaniello con cesse quattrocento palate (pezzi) di pane. Giovedì 11 luglio il viceré don Rodrigo Ponce de Leon, duca d'Arcos, nominò Masaniello "capitano generale del fedelissimo popolo napoletano". L'arcivescovo Filomarino, scrivendo a Papa Innocenzo X lo descrisse così: «Questo Masaniello è pervenuto a segno tale di autorità, di comando, di rispetto e di ubbidienza, in questi pochi giorni, che ha fatto tremare tutta la città con li suoi ordini, li quali sono stati eseguiti da' suoi seguaci con ogni puntualità e rigore: ha dimostrato prudenza, giudizio e moderazione; insomma era divenuto un re in questa città, e il più glorioso e trionfante che abbia avuto il mondo. Chi non l'ha veduto, non può figurarselo nell'idea; e chi l'ha veduto non può essere sufficiente a rappresentarlo perfettamente ad altri. Non vestiva altro abito che una camicia e calzoni di tela bianca ad uso di pescatore, scalzo e senza alcuna cosa in testa; né ha voluto mutar vestito, se non nella gita dal Viceré.» Ma quando incominciò a frequentare la corte spagnola e fu coperto di onori dal viceré e dai nobili cambiò radicalmente. Così Masaniello, che da un giorno all'altro - dopo aver giurato fedeltà al re di Spagna – si ritrova al governo della città, perse in qualche modo il senso della realtà e assunse comportamenti illiberali, stravaganti ed arroganti e dal 12 luglio iniziò ad ordinare diverse esecuzioni sommarie dei suoi avversari. Lo stesso don Giulio Genuino si accorse di non aver più alcun ascendente su Masaniello, che cominciò a dare anche segni di squilibrio mentale. Già l’11 luglio, alla presenza del viceré, a causa di un improvviso malore, Masaniello perse i sensi, svenne e iniziò a manifestare i primi sintomi d’instabilità mentale, a cui, all’apice del potere, seguirono numerosi segni di squilibrio, il lancio del coltello tra la folla, le lunghissime galoppate, le nuotate nel mare di notte, l'insistere nel progetto di trasformare Piazza del Mercato in un porto, e il volere far costruire un ponte per collegare Napoli alla Spagna. La tradizione vuole che la presunta pazzia di Masaniello fu causata dalla roserpina, un potente allucinogeno somministratogli durante un banchetto nella reggia. Non si sa se è per mano dei sicari del viceré, di quelli di don Giulio Genoino o degli stessi rivoluzionari il 16 luglio 1647, ricorrenza della Madonna del Carmine, Masaniello venne assassinato nella Basilica del Carmine di Napoli, dove si era rifugiato, dopo aver cercato inutilmente, affacciato da una finestra di casa sua, di difendersi dalle accuse di pazzia e tradimento rivoltegli dal popolo, ricordandogli le condizioni di oppressione. Nella Basilica del Carmine, interrompendo la celebrazione della messa, Masaniello supplicò l'arcivescovo Filomarino per poter partecipare alla cavalcata delle autorità in onore della Vergine e poi salito sul pulpito e tenne l’ultimo discorso: «Amici miei, popolo mio, gente: voi credete che io sia pazzo e forse avete ragione voi: io sono pazzo veramente. Ma non è colpa mia, sono stati loro che per forza mi hanno fatto impazzire! Io vi volevo solo bene e forse sarà questa la pazzia che ho nella testa. Voi prima eravate immondizia ed adesso siete liberi. Io vi ho resi liberi. Ma quanto può durare questa vostra libertà? Un giorno?! Due giorni?! Eh già, perché poi vi viene il sonno e vi andate tutti a coricare. E fate bene: non si può vivere tutta la vita con un fucile in mano. Fate come Masaniello: impazzite, ridete e buttatevi a terra, perché siete padri di figli. Ma se invece volete conservare la libertà, non vi addormentate! Non posate le armi! Lo vedete? A me hanno dato il veleno e adesso mi vogliono anche uccidere. Ed hanno ragione loro quando dicono che un pescivendolo non può diventare generalissimo del popolo da un momento all’altro. Ma io non volevo far niente di male e nemmeno niente voglio. Chi mi vuol bene veramente dica per me solo una preghiera: un requiem soltanto quando sarò morto. Per il resto ve lo ripeto: non voglio niente. Nudo sono nato e nudo voglio morire. Guardate!». Poi si spogliò tra le derisioni, quindi fu calmato e accompagnato in una delle celle del convento. Dove fu ucciso con una serie di archibugiate. Masaniello era ridotto pelle ed ossa e con gli occhi spiritati a causa della malattia. Il corpo fu decapitato, trascinato per le strade del Lavinaio, e gettato in un fosso tra Porta del Carmine e Porta Nolana. La testa mozzata di Masaniello fu consegnata dal popolo esultante al viceré. Il giorno seguente il prezzo del pane subì un nuovo aumento e parte del popolo prese coscienza e andò a recuperarne il corpo di Masaniello, lo rivestì con la divisa di capitano e gli diede sepoltura. I capitani coinvolti nella congiura, come si evince da alcuni documenti conservati nell'Archivo General a Simancas, furono ricompensati dalla Corona di Spagna; anche don Giulio Genoino fu premiato; fu nominato Decano della Sommaria e Presidente del Collegio dei Dottori, ma il servigio reso e i titoli ottenuti non lo salvarono quando fu nuovamente in ostilità con la Corona di Spagna, infatti arrestato e avviato alla prigione di Malaga, ma morì a Mahón sull'isola di Minorca, durante il viaggio. Come effetto della rivolta di Masaniello, il 22 ottobre 1647 fu istituita la Repubblica Napoletana, rinfocolata da Gennaro Annese, e che fu soppressa il 5 aprile 1648. La figura di Masaniello, le cui imprese sono raccolte in appena nove giorni, è assurta nei secoli a vessillo della lotta dei deboli contro i potenti. La rivolta di Masaniello nella scena politica barocca https://books.google.it/books?isbn=8871885864 Vendita dei Comuni e vicende della Piazza Mercato a Napoli https://books.google.it/books?id=HCCpXuJdLXIC Bartolommeo Capasso: storia, filologia, erudizione nella Napoli dell ... https://books.google.it/books/about/Bartolommeo_Capasso.html?hl=it&id...
  25. Ciao a tutti. Ho trovato su ebay questa moneta http://m.ebay.it/itm/262393638050?NAV=HOME Volevo sapere...mi fido?è periziare, però viene venduta da un tizio, non da un negozio. Vi chiedo aiuto perché il retro non mi convince tanto, però magari sono io che non sono ta to esperto...Chi mi può aiutare?
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