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La scoperta. Trovano un principe mercenario 17enne sepolto con cavallo, scudiero e forse il padre. Aveva un mucchio di monete italiane, corredo ricchissimo. Chi era? Cosa accadde? Cos’hanno stabilito le ricerche?

Un lembo di pianura, dove l’erba oggi cresce uniforme e il vento scorre senza ostacoli, ha restituito il racconto di una giovinezza armata e di un potere esercitato in sella. Le ossa, disposte secondo rituali rigorosi, parlano di velocità, di guerra e di prestigio. Oggetti che un tempo brillarono alla luce del sole sono riemersi intatti, come se il tempo avesse scelto di fermarsi. Qui la morte non fu spogliazione, ma ostentazione. Qui il rango sopravvisse alla carne.

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Ad Akasztó, nell’Ungheria meridionale, nel cuore del bacino dei Carpazi e lungo uno dei grandi corridoi naturali che collegano l’Europa centrale ai Balcani e al Danubio, gli archeologi hanno portato alla luce tre tombe di eccezionale ricchezza appartenenti a guerrieri d’élite del periodo della Conquista ungherese, databili tra il 920 e il 930 d.C.. La scoperta si inserisce in una fase decisiva della storia europea, quando i Magiari stavano completando la loro trasformazione da confederazione nomade di cavalieri a potere territoriale stabile, destinato a diventare il regno d’Ungheria.

Le ricerche storiche, linguistiche e archeogenetiche collocano l’origine dei Magiari nelle regioni a est degli Urali, tra la steppa forestale e le aree nord-caspiche. Comunità di lingua ugrofinnica, dedite alla pastorizia mobile e alla guerra a cavallo, che nel corso dei secoli entrarono in stretto contatto con popolazioni turcofone delle steppe eurasiatiche. Questa lunga storia di mobilità e di alleanze lasciò tracce evidenti anche sul piano biologico. Le analisi antropologiche mostrano infatti una popolazione marcatamente eterogenea: accanto a individui con tratti europei – statura medio-alta, crani dolicocefali o mesocefali – compaiono soggetti con caratteristiche eurasiatiche orientali, come zigomi pronunciati, orbite ampie e basse, profili facciali più piatti. Proprio nell’élite guerriera tali elementi sembrano essere più frequenti, a conferma del ruolo di questi gruppi come custodi di un’identità militare e simbolica radicata nella cultura delle steppe.

La prima sepoltura di Akasztó colpisce per l’età del defunto: un giovane di 17 o 18 anni, già investito di un rango altissimo. La tomba non è mai stata saccheggiata e il suo corredo la colloca tra le più ricche mai rinvenute in Ungheria per questo periodo. Il corpo era ornato con un anello d’oro con castone in vetro blu, cerchi d’oro intrecciati tra i capelli e anelli d’argento decorati indossati su braccia e gambe. Oggetti che non erano semplici ornamenti, ma segni visibili di appartenenza a un gruppo ristretto, destinato al comando.


Il fulcro simbolico del corredo è una cintura monumentale, composta da applicazioni in argento dorato conservate in condizioni straordinarie. Gli archeologi hanno rimosso l’area della vita in un unico blocco di terra, recuperando non solo i metalli, ma anche fibre di seta, resti tessili e frammenti di cuoio. Una struttura così complessa, giunta fino a noi con i suoi materiali organici, rappresenta un caso senza precedenti nella documentazione dell’Europa centrale e orientale e offre una rara finestra sulle tecniche artigianali e sul linguaggio visivo del potere guerriero.

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Il rango del giovane è ulteriormente attestato dalla presenza di una piastra d’argento a forma di sabretache, l’ornamento applicato alla borsa di cuoio che conteneva gli strumenti per accendere il fuoco. La sabretache era un oggetto al tempo stesso pratico e identitario: il metallo della piastra – bronzo, argento o oro – indicava il livello gerarchico del guerriero o il legame con una famiglia principesca.

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Di questi oggetti se ne conoscono appena una trentina; qui, in modo eccezionale, si è conservata anche la borsa in cuoio, completa di borchie.

Secondo un rituale riservato all’élite militare della Conquista, il giovane fu sepolto insieme al cavallo, di cui furono deposti testa, zampe e pelle. Anche la bardatura è riccamente ornata da finiture in argento dorato, a conferma del ruolo centrale della cavalleria nella costruzione dell’identità e del prestigio magiaro.

La seconda tomba apparteneva a un guerriero di 15 o 16 anni, probabilmente uno scudiero o un giovane membro dell’entourage. Accanto a lui sono stati trovati una faretra con sette frecce e un arco rinforzato da piastre di corno, tecnologia tipica delle culture delle steppe, progettata per garantire potenza, elasticità e durata. La terza sepoltura, quella di un uomo adulto di 30-35 anni, comprendeva un braccialetto d’argento, una lunga sciabola, arco e frecce, oltre a una bardatura equina decorata con monete d’oro. Le analisi genetiche indicano che quest’uomo era probabilmente il padre o il fratello maggiore del più giovane, e che tutti e tre erano imparentati per linea paterna.

Il dato più sorprendente riguarda il tesoro monetale. In totale, dalle tre tombe provengono 81 monete d’argento italiane, tre archi, trenta punte di freccia in ferro e circa 400 altre monete. Il numero di emissioni italiane è tale da raddoppiare quelle finora note nel bacino dei Carpazi. Si tratta di monete risalenti al regno di Berengario I (888-924), sovrano di ampie porzioni dell’Italia settentrionale e pronipote di Carlo Magno. Le fonti ricordano come guerrieri magiari fossero spesso arruolati come mercenari nelle guerre che devastarono l’Italia di quegli anni. È plausibile che questi uomini abbiano combattuto nella penisola e siano stati pagati direttamente in argento, accumulando una ricchezza che li distingueva nettamente dal resto della popolazione.

Le cause della morte restano ignote. Nessuna ferita evidente consente, per ora, di parlare di caduta in battaglia. L’analisi degli isotopi nei resti ossei rivela una dieta ricca di proteine animali, coerente con uno stile di vita guerriero e con l’accesso privilegiato alle risorse. La disposizione delle sepolture e la qualità dei corredi suggeriscono che il giovane principe, nonostante l’età, fosse una figura di vertice, affiancata da membri fidati della propria guardia personale. Un comando militare in miniatura, cristallizzato nel terreno, in un momento in cui l’eredità delle steppe eurasiatiche stava fondendosi con la nascente società dell’Europa medievale.


 

 

https://www.stilearte.it/principe-mercenario-magiaro-akaszto-tombe-guerrieri/

Precisazione: l'articolo accenna ad un mucchio di monete, ma nella conferenza stampa e poi successivamente sono state mostrate solo tre

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Inviato

Una menzione speciale va al Tarsoly, parola ungherese che si riferisce ad una borsa o sacca, spesso decorata anche con lamine a sbalzo in argento, portata alla cintura, tipica dell'abbigliamento tradizionale ungherese maschile usata per contenere monete ed oggetti personali.

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Inviato

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Ubicazione del ritrovamento

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Inviato

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Di questi Tarsoly ne hanno ritrovati molti con bellissime decorazioni (allego qualche immagine)

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