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  1. ilnumismatico

    ilnumismatico

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Elenco dei contenuti che hanno ricevuto i maggiori apprezzamenti il 11/30/25 in tutte le aree

  1. Scusami se mi permetto, da completo ignorante di questa tipologia, ma te lo hanno scritto in tutte le salse e vedo che non hai capito il messaggio. La Numismatica non è un “rischio”, ma al contrario è STUDIO! Non è “acquistare a poco” ma acquistare CONSAPEVOLMENTE previo, appunto, lo studio di cui sopra. Nella mia ignoranza, tra tutte quelle che hai postato, quelle “buone” si conteranno sulle dita di una mano; ha ancora senso quindi, scrivere ancora “… per poi avere pezzi così nella collezione pagati meno di £20”? Questo denario, per me (nella mia ignoranza, risottolineo!) mi piace, ma mi domando, possibile che dopo due anni che segui queste tipologie, ancora non percepisci la differenza tra un denario come questo, e quest’altro di Caracalla giovanile? queste monete ora le hai comprate… e vabbè! Perchè invece di parlare di prezzi di monete (che in questo caso sarebbero anche da ritoccare verso l’alto visti tutti i falsi presenti, ma vabbè, questo poco importa), non ti compri dei bei libri e un bel microscopio? Potresti scaricarti tutto il RIC, imparare a consultarlo e provare a catalogare queste monete… Sarebbe un’opportunità costruttiva per trasformare questo acquisto azzardato fatto allo sbaraglio in un’opportunità per imparare CONSAPEVOLMENTE da un errore che non si dovrebbe mai fare, specie con monete antiche che non si conoscono. Sempre con stima e rispetto, Fabrizio
    4 punti
  2. Buongiorno Questa lettera è uno dei miei ultimi acquisti, spedita dalle isole dell'Egeo, ma ho una perplessità in quanto l'annullo riporta la data 10.9.40, mentre la lettera e datata 2.7.1939. mi sembra che non sia tanto normale, in un primo momento ho pensato che la lettera fosse stata messa per sbaglio nella busta, ma leggendola sembra che la destinataria della missiva sia la stessa persona.
    1 punto
  3. Qui ormai facciamo concorrenza al Dr. Ilya Prokopov's Fake Ancient Coin Reports !
    1 punto
  4. 1 punto
  5. Ciao É falsa. Soliti punti deboli come bordo e perlinatura non conformi.
    1 punto
  6. Buongiorno @Prurro, non era necessario fare due discussioni per il fronte/retro. Sono comunque riproduzioni. Saluti @CdC per cortesia puoi unire le due discussioni?
    1 punto
  7. Ciao @Ajax bronzo greco di Apameia in Frigia. https://www.acsearch.info/search.html?id=12904661
    1 punto
  8. Buona sera. La foto migliore è quella della moneta con la bilancia ma anche da questa si vede poco. Se anche il dritto è nelle stesse condizioni direi nell'ambito dello spl . Cordiali saluti e buona serata. Gabriella
    1 punto
  9. Nel 40 a.C. i Parti, approfittando della debolezza di Roma, dissanguata dalle guerre civili e lacerata dalle divisioni conseguenti alla morte di Cesare, invasero le province orientali e dilagarono attraverso la penisola anatolica sino al mare Egeo. Li guidava un traditore, Quinto Labieno, figlio di quel Tito Labieno che, sebbene descritto da Plutarco come “amico tra i più intimi e luogotenente di Cesare, che aveva lottato al suo fianco con grande coraggio durante tutte le guerre in Gallia”, aveva abbandonato il suo comandante per schierarsi prima con Pompeo Magno, poi coi suoi figli. Quinto Labieno aveva peraltro guadagnato alla causa partica le truppe lasciate a presidio della Siria, consentendo così anche l’occupazione di quella provincia. I Parti gli avevano affidato il comando del proprio esercito, ossia quella stessa cavalleria che solo tre anni prima aveva annientato le legioni di Crasso nella devastante battaglia di Carre; per questo, quando emise un proprio denario fece apporre al dritto il suo ritratto, al rovescio un cavallo partico con arco e faretra appesi alla sella. Ciò che colpisce di questa moneta è la legenda, ove egli si definiva PARTHICVS: questi cognomina infatti venivano assegnati a chi debellava un nemico (come nei casi di “Africano”, “Emiliano”, “Asiageno”, “Turino”), non certo a chi si vendeva a lui. Non solo Labieno era un traditore, non solo si vantava di essere un traditore, ma derideva la tradizione guerriera dell’Urbe. Nel 39 a.C. sbarcò nella provincia d’Asia Publio Ventidio Basso, generale incaricato da Marco Antonio di ricacciare i Parti fuori dai confini dei territori romani, con 11 legioni di veterani. Per finanziare la sua campagna militare egli emise allora l’altro dei denari illustrati, che reca al dritto il ritratto di Antonio stesso, al rovescio l’immagine di Giove stante con lo scettro in mano e la propria firma, P.VENTIDI PONT.IMP. Ventidio venne a contato con l’esercito nemico in Cilicia, presso il Monte Tauro (una delle cime della catena che porta lo stesso nome), e lo sconfisse duramente, uccidendo il traditore Quinto Labieno. La sua cavalleria, mandata poi in avanscoperta, si imbatté in un altro contingente partico ai confini della Siria, presso il Monte Amano (attuali Monti Nur, ai confini tra Turchia e Siria); stava per essere sopraffatta, quando sopraggiunse Ventidio stesso con le legioni infliggendo ai Parti una nuova, cocente sconfitta. I Parti si ritirarono allora dalla Siria, ove Ventidio fece acquartierare le sue truppe per trascorrere l’ormai incipiente inverno. Nella primavera del 38 a.C. Pacoro, re dei Parti, decise di reagire duramente contro Ventidio. Predispose un contingente molto numeroso dei temutissimi arcieri a cavallo, gli stessi che nel 53 a.C. avevano fatto strage delle legioni di Crasso, e degli altrettanto feroci catafratti, reparti di cavalleria corazzata capaci di travolgere e scompaginare le fila della fanteria, e ne assunse personalmente il comando. Partì dal suo regno in primavera; Ventidio, informato dalle sue spie degli spostamenti di truppe nemiche e necessitato a riunire le sue legioni (sparse nei diversi accampamenti invernali) prima di poterle affrontare, riuscì, con un’efficace attività di controinformazione, a far pervenire a Pacoro false indicazioni di un’incipiente imboscata romana, convincendolo a intraprendere un percorso più lungo del necessario. I Parti raggiunsero così i Romani solo il 9 giugno, anniversario della battaglia di Carre, e li trovarono trincerati dietro le proprie fortificazioni sulle pendici del Monte Gindaro (nell’attuale Siria settentrionale), paralizzati dalla paura. Decisero quindi di attaccarli e gli arcieri a cavallo si gettarono contro di loro, seppure in salita; avrebbero rinovellato le epiche gesta compiute 15 anni prima. Era una trappola. Al momento opportuno le porte degli accampamenti romani si aprirono e i legionari eruppero correndo - in discesa - contro la cavalleria nemica, armi in pugno. La manovra riuscì alla perfezione; presi alla sprovvista, i cavalieri non ebbero il tempo di colpirli, né di manovrare in ritirata; presi da panico si sbandarono, ostacolandosi a vicenda, galoppando gli uni contro gli altri. Molti non sopravvissero ai gladi dei Romani e agli zoccoli dei commilitoni, gli altri tornarono verso la posizione del loro re. Nella loro travolgente marcia, le legioni raggiunsero così il nerbo dell’esercito partico dove i catafratti, che erano rimasti in attesa alla base del pendio (non potevano caricare in salita, con il peso delle loro corazze), si strinsero in una formidabile formazione difensiva con al centro il re e la guardia reale: un muro di metallo, contro cui i legionari si sarebbero sicuramente schiantati. Ma i legionari non li raggiunsero. Si fermarono e li circondarono, fuori dalla portata degli archi dei pochi arcieri rimasti, A questo punto, dagli accampamenti romani sovrastanti cominciarono a volare le pietre e le glandae plumbae (“ghiande di piombo”) scagliate dai frombolieri greci e cretesi che Ventidio aveva arruolato e portato seco proprio attendendo quell’occasione. Velocissimi, i proiettili cominciarono a tempestare cavalli e cavalieri, ancor più efficaci in quanto arrivavano da postazioni sopraelevate, ferendo gli animali e disarcionando gli uomini; circondati dalle legioni, i Parti non sapevano come reagire. Quando fu il momento, la pioggia di pietra e metallo si interruppe all’improvviso e le legioni, levato un alto grido, si gettarono da tutti i lati contro le fila dei Parti, ormai miseramente scompaginate e composte per lo più da cavalieri appiedati, impacciati nei movimenti. L’attacco romano mirò direttamente contro la guardia reale; malgrado la sua accanita resistenza alla fine essa dovette soccombere e, quando un centurione levò alta la testa del re morto, le poche sacche di resistenza partica si sbandarono definitivamente. Chi aveva ancora un cavallo fuggì nella direzione del ponte sull’Eufrate, deciso a tornare in patria; ma le soprese di Ventidio non erano ancora finite: la cavalleria romana era stata tenuta in attesa proprio in previsione di una fuga in quella direzione e sbarrò la strada ai Parti, impedendo loro di guadagnare la salvezza. Nello stesso giorno in cui i Parti avevano sconfitto le legioni di Crasso uccidendo il triumviro, i Romani avevano debellato i cavalieri di Pacoro uccidendo il re. Ventidio, tornato a Roma, il 27 novembre del 38 a.C. celebrò il trionfo. Come disse Plutarco, “Ventidio è l'unico generale romano che ad oggi abbia celebrato un trionfo sui Parti”. Lui, se lo avesse voluto, avrebbe potuto fregiarsi del cognomen Parthicus, che Labieno aveva infangato.
    1 punto
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