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1430 tombe romane scoperte nella Gallia Narbonese
ARES III ha aggiunto un nuovo link in Rassegna Stampa
1430 tombe romane scoperte nella Gallia Narbonese. 100 di bambini. Le altre di liberti e schiavi italici. Segni di banchetti. Tubi di libagione per i defunti Un insieme di reperti nell’area funeraria da @ Foto Glicksman, Inrap Nel cuore della pittoresca città di Narbonne, nel sud della Francia, gli archeologi hanno recentemente hanno scoperto la necropoli delle Robine, così chiamata per la sua vicinanza al canale omonimo, che si è rivelata un vero e proprio tesoro di storia, con oltre 1.430 tombe risalenti a un periodo che va dal I secolo a.C. al III secolo d.C. Numerosi gli importanti corredi scoperti e la presenza di tracce di feste funerarie, che offre uno sguardo unico nelle credenze e nelle pratiche della Roma antica. Particolarmente interessante il ritrovamento di numerosi condotti per le libagioni dei defunti, tubi di ceramica messi sulla tomba a mo’ di comignoli, attraverso i quali si serviva il vino al defunto, mentre i suoi familiari, all’esterno condividevano lo spazio e il tempo di un’anima vicina. Gli scavi della necropoli delle Robine sono iniziati nel 2017, durante i preparativi per i lavori di costruzione nella città di Narbonne. Ciò che gli archeologi hanno trovato è stato stupefacente: un vasto complesso funerario straordinariamente ben conservato, sepolto sotto uno spesso strato di limo alto tre metri, depositato durante l’inondazione del vicino fiume Aude. La necropoli rivela un’origine popolare. Molti defunti sono schiavi o liberti, soprattutto di origine italica. Dopo la conquista romana nel 125 a.C., Narbo Martius divenne la prima colonia romana in Gallia. Cento anni più tardi, sotto il dominio di Augusto, la città fu designata come capitale della provincia della Narbonnaise, un vasto territorio che si estendeva da Fréjus a Tolosa, dai Pirenei al Mediterraneo, e da Vienna a Ginevra. Narbonne fiorì come centro economico nell’antichità, grazie alla sua posizione strategica: uno dei principali porti del Mediterraneo occidentale e un crocevia di rotte terrestri, fluviali e marittime. A circa 600 metri a est della città antica, si trovava questo spazio funerario che, tra il I e il II secolo d.C., occupava una superficie di circa 5000 metri quadrati, situato all’incrocio di due strade. Le tombe della necropoli delle Robine raccontano storie toccanti di come i Romani onorassero i loro defunti. Fatto piuttosto raro, nella necropoli romana, sono state trovate circa 100 tombe di bambini che venivano sepolti con il corpo intatto, mentre la maggior parte degli adulti veniva cremata. Tuttavia, ci sono anche stati casi di sepoltura ad inumazione, con gli adulti deposti in bare di legno e i bambini in fosse più rudimentali chiuse con un coperchio. Lastre tombali con epigrafi ci consegnano un antico, perenne dolore. Come quella dei cari Festus, di 10 anni, e Aquila, 8 anni, evidentemente fratellini, qui sepolti insieme da Iulia Protogenia, probabilmente la madre, che affida i propri bimbi alla tomba, utilizzando, per loro, il termine delicatis, che potremmo intendere non tanto nella connotazione legata alla fragilità, quanto nell’accezione di graziosi, squisiti, deliziosi, teneri e dolci. Ciò che ha catturato l’attenzione degli archeologi sono stati anche i resti di pasti funerari, consumati presso alcune tombe. Questi banchetti, celebrati con cibo e vino, probabilmente facevano parte delle festività annuali romane come il “Parentalia”, una commemorazione dei defunti che si teneva per nove giorni a febbraio. Le feste potrebbero essere state parte integrante di questa celebrazione, con famiglie che si riunivano per onorare i loro cari defunti, offrendo cibo e bevande come parte integrante del rito commemorativo. Ma la necropoli delle Robine non è solo un cimitero antico. È anche un tesoro di manufatti e strutture che offrono preziose informazioni sulla vita e sulla società dell’epoca. Gli archeologi hanno scoperto strutture in pietra che potrebbero essere servite come letti per banchetti. Inoltre, molti corredi funerari, tra cui vasi, monete e gioielli, sono stati rinvenuti nelle tombe, insieme a una serie di amuleti e pendenti considerati apotropaici. La necropoli delle Robine ha anche offerto uno sguardo nella sua evoluzione nel corso del tempo. Cambiamenti nella disposizione delle tombe e dei confini, insieme a ampliamenti del cimitero e costruzioni di ulteriori recinti, indicano una crescente importanza del luogo nel panorama funerario della regione. Lapidi funerarie in marmo decorate con nomi e titoli delle persone sepolte rivelano che la maggior parte dei defunti era costituita da liberti italici. Ma la storia non finisce qui. Gli archeologi stanno lavorando instancabilmente per documentare e conservare questa preziosa testimonianza del passato. I numerosi manufatti, insieme a una serie speciale di amuleti e pendenti, saranno esposti al museo Narbo Via di Narbonne a partire dal 2026, consentendo al pubblico di immergersi ancora di più nell’affascinante mondo dell’antica Roma e di apprezzare appieno la ricchezza della cultura e delle tradizioni di questo popolo antico. https://stilearte.it/1430-tombe-romane-scoperte-nella-gallia-narbonese-100-di-bambini-le-altre-di-liberti-e-schiavi-italici-segni-di-banchetti-tubi-di-libagione-per-i-defunti/-
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Nimes: nella necropoli romana appare scheletro di un bambino con lume in mano
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Straordinaria scoperta. Necropoli romana. Appare scheletro di un bambino con lume in mano. E vasi e bottiglie di vetro. E coeredi Lo scheletro di un bambino con lume e brocca. Tante tombe con ricchi corredi, caratterizzati soprattutto da splendide lavorazioni vitree. Durante la realizzazione di una residenza di edilizia sociale in rue de Beaucaire, a Nimes (Francia) l’Inrap, oltre agli sviluppi di confine della via Domiziana e una seconda strada, ha scoperto strutture funerarie (tombe e pire) che vanno dal II-I secolo a.C. fino all’attuale II secolo d.C.. Gli archeologi apriranno il cantiere alla visita, in occasione di un open house il 13 aprile. Lo scheletro del bambino con lume e brocca @ J. Grimaud, Inrap “La Via Domiziana era una delle principali vie di accesso a Nîmes in epoca romana. A est della città, il suo asse est/ovest è perpetuato dall’attuale rue de Beaucaire ed entra in città attraverso la Porte d’Auguste. – dicono gli archeologi dell’Inrap – Pur rimanendo nascosto dalla viabilità coeva, lo scavo attuale ha portato alla luce alcuni sviluppi di confine su questa strada, come un ampio fossato sostituito nel tempo da un muro. Una seconda e importante strada è stata scoperta. Con asse nord-est/sud-ovest, segue un orientamento diverso dalla via Domizia . Larga 15 metri, è costituita da successivi pavimenti in pietra. Sulla loro superficie, il traffico intenso ha offuscato le pietre. Usura e manutenzione sono rappresentate da solchi e ricariche occasionali. Il suo status rimane incerto, ma la sua origine risale all’epoca tardo-repubblicana come la Via Domiziana. I lavori stradali più antichi risalgono infatti al II – I secolo aC come testimoniano numerosi frammenti di ceramiche e anfore schiacciate. I tracciati stradali più recenti potrebbero essere stati realizzati nel I secolo dC o al più tardi nei primi decenni del II secolo “. E’ attorno a queste due strade, appena fuori dalla città, che sono stati trovati diversi spazi sepolcrali e recinti in muratura. All’interno di essi sono stati portati alla luce anche consistenti depositi, costituiti da quindici pezzi. Contenitori in vetro trovati in una tomba © C. Coeuret, Inrap Una delle tombe a incinerazione portate alla luce dagli archeologi francesi @ V. Bel, Inrap “La pratica della cremazione è maggioritaria. Viene effettuata su pire, di cui sono stati riportati alla luce diversi esemplari”. – dicono gli archeologi dell’Inrap -Tre sono costruiti con macerie di calcare o pali di terracotta. Gli altri sono interrati nel terreno. Dopo la cremazione, le ossa bruciate vengono raccolte e poste in una tomba. Questo può essere allestito direttamente nella pira o in un piccolo scavo annesso. Le ossa vengono poste in un vaso o sparse sul fondo dello scavo. Spesso sono accompagnati da oggetti personali che potrebbero essere appartenuti al defunto. In una delle strutture funerarie scavate sono state rinvenute due coppie di strigili. Nelle tombe vengono deposti anche vasi in vetro e ceramica nonché lampade, a testimonianza dell’importanza dei riti e del banchetto funebre. Sono rappresentate anche alcune tombe ad inumazione”. Insieme di vasi e di lampade depositate in una delle tombe © C. Coeuret, Inrap https://stilearte.it/straordinaria-scoperta-necropoli-romana-appare-scheletro-di-un-bambino-con-lume-in-mano-e-vasi-e-bottiglie-di-vetro-e-corredi/ -
Vienne: Scavi nel Parco di Cibele. Portata ora alla luce monumentale fontana romana del I-II secolo. Scoperte 6 lastre con iscrizioni
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Scavi nel Parco di Cibele. Portata ora alla luce monumentale fontana romana del I-II secolo. Scoperte 6 lastre con iscrizioni Nel corso dei lavori intrapresi dalla Città di Vienne per la riqualificazione del giardino archeologico di Cibele, un team di Archeodunum ha scoperto la base di una fontana monumentale. Ne dà notizia ora la stessa realtà di ricerca archeologica. Questa costruzione è addossata al muro del portico della residenza urbana detta “domus aux oscilla” all’incrocio di più strade della città antica, nel cuore dello spazio pubblico, a poche decine di metri dal foro. La fontana fu eretta alla fine del I secolo o del II secolo. Alla base della fontana sono state trovate importanti iscrizioni dedicatorie su lastre più antiche, reimpiegate per la costruzione stessa. Resti della monumentale fontana romana, portata alla luce a Vienne @ Fotografie K. Cerniera / K. Bianca / Archeodunum Vienne, il luogo in cui è avvenuta la scoperta, in questi giorni, è un Comune francese di oltre 30mila abitanti situato nel dipartimento dell’Isère nella regione dell’Alvernia-Rodano-Alpi. Vienne fu la principale città degli Allobrogi. Cesare decise di fondarvi una colonia con status di diritto latino, che chiamò Colonia Julia Viennensis. Ancora oggi, nella città e nei suoi dintorni immediati, sono presenti importanti monumenti e edifici risalenti all’epoca romana, come il Tempio di Augusto e Livia, conosciuto anche come il “Giardino di Cibele” – è qui che è stata portata alla luce la fontana monumentale – il circo e il teatro romano. Molti manufatti sono esposti nel Museo Gallo-Romano, situato nel sito archeologico del comune limitrofo di Saint-Romain-en-Gal. Questo parco archeologico, completato nel 1967, si estende su circa sette ettari lungo la sponda del Rodano. La lastra con iscrizioni utilizzata come materiale di rimpiego per la costruzione della fontana. Le lastre sovrapposte sono state poi temporaneamente rimosse per la lettura delle epigrafi e riposizionate @ Fotografie K. Cerniera / K. Bianca / Archeodunum Ma torniamo alla sorprendete fontana appena portata alla luce. Il luogo dell’importante ritrovamento in un’immagine aerea @ Fotografie K. Cerniera / K. Bianca / Archeodunum “Per la sua costruzione sono stati riutilizzati blocchi di pietra calcarea di costruzioni precedenti, sei dei quali recano iscrizioni precedentemente sconosciute. – affermano gli archeologi di Archeodunum – Queste iscrizioni onorarie menzionano personaggi pubblici della prima metà del I secolo d.C., tra cui un ex quartetto, uno dei quattro magistrati responsabili della città quando era ancora colonia latina prima di Caligola”. Una delle lastre di riuso, che recano iscrizioni dedicatorie o onorarie @ Fotografie K. Cerniera / K. Bianca / Archeodunum “La scoperta di un simile corpus epigrafico rimane un evento raro e, sebbene la fontana non fosse destinata allo smantellamento, alcuni dei suoi blocchi sono stati temporaneamente sollevati per consentire la registrazione completa delle iscrizioni che nascondevano. – dicono i ricercatori di Archeodunum – Nonostante l’aspetto di uno spazio già ampiamente esplorato dall’archeologia nel secolo scorso, le indagini aperte da Elio Polo e dalla sua équipe mostrano che il giardino di Cibele nasconde ancora una ricchezza archeologica e stratigrafica più che significativa. Precedenti fasi di lavoro avevano già visto la scoperta di resti di domus, in particolare mosaici e sistemi di approvvigionamento idrico. Lo studio archeologico continuerà a supportare la riqualificazione del sito nei prossimi mesi”. https://stilearte.it/scavi-nel-parco-di-cibele-portata-ora-alla-luce-monumentale-fontana-romana-del-i-ii-secolo-scoperte-6-lastre-con-iscrizioni/ -
Dijon: Scoperti un imponente sarcofago romano e una necropoli medievale
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Scavi in centro. Scoperti un imponente sarcofago romano e una necropoli medievale. Tre scheletri nella tomba più antica. Perché? Operazione di sollevamento e di apertura del coperchio del sarcofago © Christophe Fouquin, Inrap Un sarcofago romano, contenente tre scheletri, è stato trovato a Digione durante uno scavo archeologico condotto dall’Inrap, che ha portato alla luce una successiva necropoli merovingia e centinaia di tombe medievali. Il lavoro di ricerca, iniziato in febbraio, si protrarrà fino al mese di giugno 2024, su indicazione dello Stato. Lo scavo viene realizzato in previsione di interventi di abbellimento del centro storico. I primi ambienti scavati, di cui due ai piedi della chiesa di Saint-Jean, rivelano i resti dell’abside e delle sepolture della necropoli altomedievale di Digione. “Nell’area degli scavi a est della chiesa di Saint-Jean sono stati rinvenuti diversi sarcofagi di arenaria. – spiega l’Inrap – Di forma trapezoidale caratteristica del periodo merovingio (VI – VIII secolo), sono spesso danneggiati dalla sovrapposizione delle sepolture. Nella piccola area di scavo situata a sud della chiesa di rue Danton, un sarcofago in pietra calcarea si distingue per la vasca rettangolare e il pesante coperchio semicircolare. Questo è di tipo più antico (IV-V secolo). Lo scavo di questo sarcofago ha portato alla luce tre scheletri, probabilmente a testimonianza di un fenomeno di riutilizzo successivo. Verranno effettuate ulteriori analisi per cercare di datare questi scheletri”. Ora si cercherà anche di capire l’origine di questo sarcofago d’epoca romana che potrebbe essere collegato all’avvio della cristianizzazione della città. “Menzionata già nel VI secolo come basilica funeraria dall’autore merovingio Gregorio di Tours, Saint-Jean fu ricostruita nel XV secolo in stile gotico. – affermano gli archeologi dell’Inrap – Subì varie modifiche fino al XVIII secolo. Durante la Rivoluzione francese, l’edificio fu venduto come bene nazionale e venne destinato a molteplici usi fino al 1974, quando divenne l’attuale teatro Parvis Saint-Jean. Nel 1809, la chiesa fu amputata nella sua parte orientale per creare quella che oggi è Place Bossuet. Nei numerosi strati di scavo situati ad est della chiesa, gli archeologi hanno rinvenuto l’imponente muratura dell’abside dell’edificio, rivelando diversi stati anteriori al XV secolo e finora sconosciuti”. Tra le centinaia di sepolture in gran parte intrecciate di tutti i periodi, gli archeologi hanno scavato la maggior parte delle tombe costituite da lastre di pietra disposte orizzontalmente e verticalmente. In particolare, un gran numero di tombe infantili circondavano l’abside del primo stato della chiesa Saint-Jean. “Questi tipi di tombe sono caratteristici di un periodo compreso tra l’XI e il XIII secolo circa, cioè per le più antiche prima del secondo stato dell’abside della chiesa di Saint-Jean. – affermano gli archeologi dell’Inrap – Dopo il XV secolo, la necropoli fu ridotta alla sola rue Danton, a sud della chiesa, dove le sepolture potrebbero risalire al XVIII secolo”. https://stilearte.it/scavi-in-centro-scoperti-un-imponente-sarcofago-romano-e-una-necropoli-medievale-tre-scheletri-nella-tomba-piu-antica-perche/ Ces opérations archéologiques interviennent en amont des travaux d’embellissement engagés par la Ville sur l’axe reliant la Cité de la gastronomie et du vin à la rue de la Liberté. Vue d’ensemble de la fouille à l’est de l’église Saint-Jean. Chevet rectangulaire du XIIIe siècle. © Christophe Fouquin, Inrap Évolution de l’église Saint-Jean Mentionnée dès le VIe siècle comme basilique funéraire par l’auteur mérovingien Grégoire de Tours, Saint-Jean est rebâtie au XVe siècle dans le style gothique. Elle connaît différentes modifications jusqu’au XVIIIe siècle. À la révolution française, l’édifice est vendu comme bien national et se voit attribuer de multiples affectations jusqu’en 1974, date à laquelle il devient l’actuel théâtre du Parvis Saint-Jean. En 1809, l’église est amputée de sa partie orientale pour aménager l’actuelle place Bossuet. Dans les nombreuses strates de la fouille située à l’est de l’église, les archéologues ont mis au jour les imposantes maçonneries du chevet de l’édifice, révélant plusieurs états antérieurs au XVe siècle et jusque-là inconnus. Le premier état remonte au haut Moyen Âge, entre le VIe siècle et l’an Mil environ. Le second état devrait dater du XIIIe siècle, et s’illustre par un chevet rectangulaire doté de deux contreforts d’angle à 45 degrés. Enfin, le dernier état greffe deux absides au nord et au sud sur les contreforts de l’église précédente. Fonctionnant avec les élévations actuelles de l’église, il correspond à la reconstruction du XVe siècle. C’est ce dernier chevet qui a été arasé en 1809. Une nécropole… Dans le haut Moyen Âge, Dijon est encore constituée principalement du castrum, agglomération fortifiée qui s’étendait autour de l’Hôtel de ville et du Palais de justice. Dans la tradition romaine, les nécropoles étaient implantées à l’extérieur. Vers le VIe siècle, la principale nécropole s’étendait autour de l’église Saint-Jean. C’est sur une tombe de ce cimetière, qu’a été fondée à la fin du VIe siècle une nouvelle basilique vouée au martyr saint Bénigne, et à l’origine de l’abbaye du même nom et de l’actuelle cathédrale. Les fouilles de la place Bossuet et de la rue Danton ont permis de mettre au jour des sépultures de cette nécropole, dont on ne connaissait pas l’extension du côté. Parmi les centaines d’inhumations largement enchevêtrées de toutes époques, les archéologues ont fouillé une majorité de tombes faites de dalles de pierres posées à l’horizontal et à la verticale. En particulier, une grande quantité de tombes d’enfants entouraient l’abside du premier état de l’église Saint-Jean. Ces types de tombes sont caractéristiques d’une période située entre le XIe et le XIIIe siècle environ, soit pour les plus anciennes avant le deuxième état du chevet de l’église Saint-Jean. Après le XVe siècle, la nécropole se réduit à la seule rue Danton, au sud de l’église, où les sépultures peuvent dater du XVIIIe siècle. … et des sarcophages Dans la zone de fouille à l’est de l’église Saint-Jean, plusieurs sarcophages en grès ont été mis au jour. De forme trapézoïdale caractéristique de la période mérovingienne (VIe –VIIIe siècle), ils sont souvent endommagés par le recoupement des sépultures. Dans la petite zone de fouille située au sud de l’église rue Danton, un sarcophage en calcaire se distingue par sa cuve rectangulaire et par son lourd couvercle de forme semi-circulaire. Celui-ci est d’un type plus ancien (IVe – Ve siècle). La fouille de ce sarcophage a permis de révéler trois squelettes témoignant probablement d’un phénomène de réutilisation postérieure. Des analyses complémentaires seront faites pour essayer de dater ces squelettes. Aménagement : Ville de Dijon Contrôle scientifique : Service régional de l’archéologie (Direction régionale des affaires culturelles de Bourgogne-Franche-Comté) Recherche archéologique : Inrap Responsable scientifique : Benjamin Saint-Jean Vitus, Inrap https://www.inrap.fr/redecouverte-de-la-necropole-du-haut-moyen-age-de-dijon-cote-d-or-17877 -
Interessanti scoperte nelle tombe romane di Hochfelden
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Un antico orologio solare, un anello con incisione e misteri sepolti: la straordinaria scoperta nelle tombe romane di Hochfelden Nel corso degli scavi condotti nei mausolei romani della Francia nord-orientale, una scoperta senza precedenti ha catturato l’attenzione degli archeologi. All’interno di una tomba romana è stata rinvenuta una cassa di pietra, la cui apertura ha svelato una serie di reperti unici, tra cui un imponente quadrante di un orologio solare romano, un’urna di vetro contenente ceneri, e un pregiato anello d’oro con incisione del nome. Il sollevamento del sarcofago di calcare del peso di circa 200 chili. Foto T. Hutin © Archéologie Alsace La monumentale meridiana, costituita da un parallelepipedo di base, nella prima fase dello scavo. Al centro, inizia ad apparire l’urna di vetro verde-azzurro, contenente le ceneri del defunto. Foto D. Souan © Archéologie Alsace Rimossa la terra che riempiva il quadrante emisferico, l’archeologa compie un microscavo nell’urna dove sono state deposte le ceneri del defunto. Foto D. Souan © Archéologie Alsace “Se durante lo scavo condotto a Hochfelden nel 2022, non ci aspettavamo di scoprire antichi mausolei, nessuno sapeva cosa ci avrebbero rivelato gli scavi successivi, con sorprese ancor maggiori”, affermano gli archeologi di Archéologie Alsace. – La scoperta in questione è stata una cassa calcarea quadrata, posizionata all’interno di un mausoleo circolare, che è stata aperta solo il mese scorso in laboratorio. La semisfera cava contenuta all’interno si è rivelata essere un sostituto di uno scafé, un tipo di quadrante solare originariamente inventato dai greci e successivamente adottato dai romani”. Secondo gli archeologi, questo strumento sorprendente presenta 12 divisioni corrispondenti alle ore solari, con una variazione temporale che spazia da 80 minuti durante il solstizio d’estate, 40 minuti durante il solstizio d’inverno e 60 minuti durante gli equinozi. “Questo ritrovamento è di estrema importanza poiché getta nuova luce sulle capacità di misurazione del tempo delle antiche civiltà,” affermano gli esperti. Ciò che rende questa scoperta ancora più affascinante è il suo contesto. Lo strumento è stato deliberatamente utilizzato per contenere, al suo centro, un’urna di vetro a sezione quadrata, che all’interno reca i resti di un defunto cremato. All’interno della tomba è stato rinvenuto un anello d’oro decorato con un intarsio viola (si presume sia ametista), recante l’iscrizione greca “SANKTOS”. Questo suggerisce che l’oggetto potrebbe avere avuto un significato particolare o un legame speciale con il defunto. Anello d’oro ornato con una pietra di colore violetto – forse ametista – sulla quale quale è inciso il nome SANKTOS Foto I. Déchanez-Clerc © Archéologie Alsace Frammenti dell’urna di vetro il cui fondo è decorato da motivi geometrici. Foto D. Souan © Archéologie Alsace Ulteriori dettagli intriganti sono emersi quando gli archeologi hanno esaminato il fondo dell’urna vitrea, decorato con tondi e quadrati. Sotto di esso, hanno trovato un sesterzio e un asso, indicando che questi oggetti potrebbero avere avuto un significato simbolico o religioso nel contesto funerario romano. Questa scoperta solleva molte domande sulla pratica sepolcrale e sulla ritualità romana. Due monete – un sesterzio e un asse – trovate nell’urna. C. Oberlin © Archéologie Alsace Infine, la scoperta della barra metallica nota come gnomone, utilizzata per regolare il quadrante solare, fornisce una preziosa comprensione di come gli antichi romani interagivano con questo sofisticato strumento di misurazione del tempo. https://stilearte.it/mistero-in-una-tomba-romana-trovano-una-cassa-calcarea-la-aprono-allinterno-scoprono-grande-quadrante-di-un-orologio-unurna-di-vetro-con-ceneri-un-anello-doro-con-nome/ -
Solleva il coperchio del sarcofago. E cosa trova. Il vetro meraviglioso dei romani. Cos’è, a cosa serviva. La scritta, il profumo Trovata recentemente in un sarcofago romano, ai piedi di un defunto, la coppa è stata studiata e restaurata. Il prezioso, raffinatissimo contenitore di vetro che reca la scritta VIVAS FELICITER (Vivi felicemente) conteneva tracce di ambra grigia, il “vomito di balena”, una sostanza preziosa, usata in profumeria, ricavata dai resti digestivi dei grandi cetacei. L’opera rarissima è stata portata alla luce dall’Inrap, in collaborazione con il Servizio Archeologico della Città di Autun (Saône-et-Loire) che ha scavato parte della necropoli situata nei pressi dell’antico insediamento paleocristiano chiesa di Saint-Pierre-l’Estrier. “Un sarcofago in pietra ha restituito un notevole vaso “diatreta”, risalente al IV secolo d.C. – dicono gli archeologi dell’Inrap – Completo, ma molto frammentato, è stato affidato al Römisch-Germanisches Zentralmuseum di Magonza (Germania). Dopo il restauro e lo studio, questo pezzo eccezionale è tornato ad Autun”. Il sarcofago in calcare in cui è stata trovata la coppa. Christophe Fouquin, Inrap Il vaso di vetro scolpito e – al centro – e lettere che furono applicate per realizzare la scritta Vivas feliciter. Hamid Azmoun/Inrap La scritta è un’esortazione romana, che si presenta generalmente correlata all’atto del bere vino: “Bibe, vivas feliciter” appare su una coppa romana che fu trovata ad Aquileia. il cui significato è analogo rispetto all’oggetto trovato recentemente nella necropoli francese, qui nella foto. Hamid Azmoun/Inrap La coppa diatreta è una tipologia di contenitore in vetro romano di lusso, diffusosi intorno al IV secolo circa, e considerato il vertice delle potenzialità dei romani nella lavorazione del vetro. Le diatreta consistono di un contenitore interno e di una gabbia o un guscio decorativo esterno che si distacca dal corpo della coppa, al quale resta attaccato tramite corti supporti. “Dei pochi vasi diatreta individuati, rari sono quelli rinvenuti in ambito archeologico. – proseguono gli archeologi dell’Inrap – Questi capolavori dell’arte vetraria romana, scolpiti da un blocco di vetro, richiesero diversi mesi di lavoro da parte di un esperto vetraio. Molto prestigioso, questo vaso fu offerto come dono ad una persona importante, probabilmente vicina al potere imperiale. Questa ciotola di 15 cm di diametro per 12,6 cm di altezza è leggermente inclinata di lato e il suo bordo non è perfettamente circolare. Sulla fascia centrale si sviluppa, appunto, un’iscrizione latina VIVAS FELICITER (“Vivi felicemente”), sormontata da un collare decorato con ovali (motivo a uovo). Una rete in filigrana di otto ovali cuoriformi con rosetta circolare costituisce la base del vaso”. “Per conoscere la composizione del suo contenuto sono state effettuate analisi di impregnazione. – dicono gli archeologi dell’Inrap – Le indagini hanno rivelato la presenza di una miscela di oli, piante e fiori oltre all’ambra grigia. Concrezione intestinale di un capodoglio, l’ambra grigia viene solitamente raccolta dalle spiagge. La sua origine è stata a lungo dibattuta, prima di essere compresa nel XVIII secolo. Questo prodotto estremamente raro e prezioso, a volte indicato come “tartufo di mare” o “vomito di balena”, viene utilizzato per le sue proprietà aromatiche e medicinali. Ezio d’Amida, medico greco vissuto a cavallo tra il V-VI secolo dC, lo cita come componente di una ricetta del “nardo”, un profumo destinato alla chiesa. Le analisi effettuate sul vaso diatreta ne fanno attualmente la più antica testimonianza archeologica dell’uso di questa rarissima sostanza”. Ma cos’è, esattamente, l’ambra grigia? Il capodoglio produce una secrezione a base di una molecola chiamata ambreina. Di fatto è un lubrificante che protegge le mucose dello stomaco e dell’intestino da frammenti indigesti – ad esempio frammenti di conchiglie -. Il capodoglio rilascia ambra grigia quando vomita – e in quel caso l’emissione è in grossa quantità – o diluita nelle feci. Il prodotto è profumatissimo ed è utilizzato dall’uomo per fissare e rendere più durature le fragranze volatili delle essenze di fiori o piante. https://stilearte.it/solleva-il-coperchio-del-sarcofago-e-cosa-trova-il-vetro-meraviglioso-dei-romani-cose-a-cosa-serviva-la-scritta-il-profumo/ Precisazione: La sostanza viene prodotta naturalmente come secrezione biliare per difendere le mucose intestinali del capodoglio dai resti indigesti dei molluschi cefalopodi, di cui i capodogli si nutrono, indurendosi intorno ai residui della digestione ed inglobandoli. Il principale costituente chimico dell'ambra grigia è l'ambreina e l'attrazione che il suo odore esercita è dovuta al grande contenuto di feromone analogamente ad altre sostanze aromatiche di origine animale, come il castoreum. L'ambra grigia viene espulsa naturalmente dal capodoglio attraverso le feci, oppure, in caso di accumuli eccessivamente grandi per essere espulsi attraverso il tratto fecale, viene occasionalmente rigurgitata. https://it.m.wikipedia.org/wiki/Ambra_grigia
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Scoperti 4 tesoretti medievali con 2000 monete
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Scavi per un intervento immobiliare. Scoperti 4 tesoretti medievali con 2000 monete. Perché 4? E perché suddivisi in buste? Gli archeologi dell’Inrap hanno iniziato, dopo un’avanzatissimo rilievo tecnologico degli strati di deposito e con tecniche 3d con imaging e radiografie, il microscavo di quattro tesoretti monetari medievali trovati tra novembre 2021 e febbraio 2022, durante uno scavo preventivo su un’area di 3.146 metri quadrati nel cuore di Guérande, più precisamente al 17-21 Faubourg Saint-Michel. Guérande è un comune francese di 16 214 abitanti situato nel dipartimento della Loira Atlantica . L’obiettivo principale dello scavo archeologico preventivo era quello di preparare il terreno per un progetto immobiliare imminente. Quello che iniziò come un semplice scavo si è trasformato in un’affascinante scoperta di reperti medievali che gettano nuova luce sulla storia di questa affascinante città francese. I tesoretti contenevano complessivamente 2000 monete. Figure_4-OK.ai Ma facciamo un passo indietro, rientrando nel cantiere. Con una ruspa sono stati inizialmente rimossi gli strati superficiali di sedimentazione, privi di interesse archeologico. A quel punto sono iniziate le verifiche ed è stato dato avvio alla scavo archeologico. Gli archeologi francesi hanno trovato resti di muri d’abitazioni medievali del sobborgo della cittadina, che si affacciavano sulla strada che portava al centro. I tesoretti, come abbiamo detto sono 4 e presumibilmente erano nascosti al piano terra di una casa del Trecento, costruita sui resti di un edificio precedente. Nella parte vecchia sono stati trovati i resti di un contenitore di legno di quercia e monete battute tra il tra 1180 e il 1204. E’ un tesoretto che qualcuno non riuscì a recuperare. Forse fu colto dalla morte prima di rivelarne la presenza ai familiari. Non distante da quel punto gli archeologi hanno rinvenuto un tesoro multiplo che fu deposto circa 140 anni dopo, a dimostrazione del fatto che l’uso di nascondere i risparmi in ambienti casalinghi del piano terra non era cambiata. Il tesoro composito del Trecento è composto da tre contenitori ceramici abbastanza ravvicinati, risalenti al 1341-1342. I tre vasi erano interrati, non lontano dal muro e pieni di monete. Pare evidente che questi tre contenitori fossero il deposito di una singola persona – forse un artigiano o un commerciante del borgo – che suddivise, guadagni e risparmi, seguendo un criterio preciso, che poi vedremo. Le avanzate tecnologie, che consentono di conoscere contenuto e disposizione di oggetti entro un determinato contenitore, senza sconvolgere la disposizione stessa degli oggetti, sta consentendo agli archeologi di recuperare informazioni molto interessanti, che permettono di guidare, come in una selettiva operazione chirurgica, anche il recupero di ogni singolo oggetto, visto nel contesto. L’avvio dello scavo nell’area che ha rivelato edifici medievali e tesoretti © Aurélie Raffin, Inrap “La fotogrammetria (nell’immagine, qui sopra, il tesoro 4, con i diversi sotto-contenitori – si è rivelata particolarmente utile per documentare il deposito più completo (deposito n. 4 ) – spiegano gli archeologi dell’Inrap – il cui stato di conservazione della sostanza organica era notevole. Quadrati di tessuto di lino, in gran parte mineralizzati a contatto con le monete, venivano utilizzati come buste per smistare le monete in quattro lotti all’interno del deposito, tutte raccolte in una busta di cuoio più grande. Il suo stato di decomposizione era piuttosto avanzato, ma la sua presenza ha potuto essere confermata mediante analisi strutturali (spettroscopia infrarossa). Prima di rimuovere il tessuto conservato attorno alle monete da ciascuno dei lotti, è stato scansionato in 3D mediante fotogrammetria per preservare il posizionamento originale del tessuto attorno alle monete”. Chi nascose questi soldi li suddivise nel contenitore. Era una forma arcaica di contabilità? Le buste diverse servivano per suddividere i guadagni di diverse attività? Erano uniti per cifre omogenee? La risposta potrà essere data nel corso dello studio numismatico delle monete stesse. https://stilearte.it/scavi-per-un-intervento-immobiliare-scoperti-4-tesoretti-medievali-con-2000-monete-perche-4-e-perche-suddivisi-in-buste/ -
Ritrovati dei resti dell’antico acquedotto romano denominato Brévenne
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Scavi per il polo scolastico rivelano capolavori dell’edilizia romana. La riconoscenza dell’imperatore Claudio A Dardilly una squadra di archeologi guidata da David Baldassari ha portato a termine una significativa fase di scavi che ha svelato dettagli sull’antico acquedotto romano denominato Brévenne. Quest’ultimo è uno dei quattro che un tempo rifornivano d’acqua la maestosa città di Lugdunum, l’odierna Lione, tracciando il suo percorso dalla sorgente nel comune di Aveize, situato a nord dei Monts du Lyonnais. Il manufatto romano @ Foto Archeodunum Dardilly è un comune francese di 8.500 abitanti della regione Alvernia-Rodano-Alpi. Si trova a una dozzina di chilometri da Lione. L’acquedotto, lungo ben 9,4 chilometri nel territorio di Dardilly, si snoda sia in superficie, aeree e panoramiche, che sottoterra, attraverso complessi canali e gallerie. È proprio in questa forma sotterranea che è emerso durante lo scavo di un’area destinata ad accogliere il nuovo polo scolastico del comune. Il canale dell’acquedotto, ben conservato per oltre 60 metri, ha rivelato testimonianze affascinanti della sua originaria struttura a volta, un dettaglio che ha entusiasmato gli archeologi impegnati nel progetto. Illustrazione dello scavo da parte dell’archeologo @ Foto Archeodunum La sezione dell’acquedotto mostra la solidità dell’opera romana @ Foto Archeodunum Il sito non si limita alla scoperta dell’acquedotto; al contrario, offre una finestra aperta sul passato, presentando anche tracce dell’occupazione medievale della zona. Tra le scoperte più suggestive figurano silos e resti di antiche abitazioni, che gettano luce sulle modalità di vita e le attività quotidiane della comunità che un tempo popolava questa regione. David Baldassari, il capo della missione archeologica, ha commentato entusiasticamente le scoperte: “Questo scavo offre una rara opportunità di esplorare il passato della nostra regione. L’acquedotto Brévenne non solo ci permette di riscrivere la storia dell’approvvigionamento idrico di Lugdunum, ma anche di comprendere meglio le dinamiche sociali e economiche delle civiltà antiche che hanno abitato questa terra.” Lugdunum (o Lugudunum) – la città in cui giungeva questo acquedotto – è il nome della colonia che diventerà la capitale della Gallia nel 27 a.C., corrispondente all’odierna città di Lione. Il luogo, occupato sin dal VI secolo a.C. da popolazioni locali, fu scelto dai Romani per la fondazione della colonia sulla collina di Fourvière nel 43 a.C., ad opera di Lucio Munazio Planco, governatore della Gallia Comata. Questo periodo di fondazione fu segnato da turbolenze politiche a seguito dell’assassinio di Cesare e della successiva guerra civile tra Marco Antonio e il Senato. Lugdunum diventa un punto strategico per la presenza romana in Gallia, posizionandosi al centro del corridoio commerciale tra il Mediterraneo e le regioni del Reno, dell’Aquitania e delle coste sulla Manica, attraverso la valle del Rodano e della Saona. L’Impero romano investe notevoli risorse per sostenere lo sviluppo della città, includendo la costruzione di strade, acquedotti, dighe e moli sul fiume. Questi investimenti portano prosperità durante l’apice dell’Impero, ma contribuiscono anche alla rapida decadenza di Lugdunum nel III secolo a causa dell’elevato costo di manutenzione delle infrastrutture. L’imperatore Claudio, nato a Lugdunum nel 10 a.C., visita frequentemente la città, contribuendo anche alla costruzione dell’acquedotto della Brévenne. Nel passato sono stati trovati una trentina di tubi di piombo che recano le sue iniziali. Perché Claudio è nato qui? Suo padre, il generale Druso, fratello del futuro imperatore Tiberio, risiedette in questa città fra il 13 a.C. e il 9 a.C.; nella stessa città la moglie Antonia, che attendeva il rientro di Druso dalla campagna in Germania, diede alla luce Claudio, che mantenne un forte legame affettivo con questi luoghi e i suoi abitanti. Egli concesse ai galli l’accesso ala magistratura romana. Durante la dinastia dei Flavi (69-96) e successivamente sotto gli Antonini (96-192), Lugdunum conosce il suo periodo di massima prosperità, in sintonia con la pax romana. La sua popolazione, stimata tra 50.000 e 80.000 abitanti, la colloca tra le più grandi città della Gallia, insieme a Narbo Martius. https://stilearte.it/scavi-per-il-polo-scolastico-rivelano-capolavori-delledilizia-romana-la-riconoscenza-dellimperatore-claudio-per-la-citta-natale/ -
Deneuvre: dagli scavi per una emergono molti reperti
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Scavi per una villetta. Trovate 260 monete romane, depositi votivi, stanze sotterranee e area sepolcrale vicino alle sorgenti Deneuvre, – La realizzazione di una casa unifamiliare e del relativo garage in rue des Trois Fontaines a Deneuvre ha richiesto la conduzione di uno scavo archeologico su un’area di 3.300 m² da parte della SRA Grand Est. Questo scavo, condotto da Éveha nelle scorse settimane (fino all’autunno 2023) e supervisionato da Gaël Cartron, ha svelato interessanti scoperte: edifici, un grande spiazzo, cantine, una necropoli forse associata ad un edificio di culto. Originariamente questo luogo era una valletta, che fu poi coperta e livellata. L’area era forse cruciale come nodo stradale e punto di attraversamento lungo il corso del fiume Meurthe, in relazione con la vicina presenza di un villaggio esteso su oltre 30 ettari. Deneuvre è oggi un Comune francese di 572 abitanti situato nel dipartimento della Meurthe e Mosella, nella regione del Grand Est. Il villaggio di Deneuvre ha più di 2000 anni e le tracce del suo passato vengono ora rivelate progressivamente. Il villaggio di origine celtica fiorì in epoca romana grazie alla costituzione di un prospero vicus che univa i luoghi sacri con un mercato. Il vicus fu scoperto nel 1974 quando un contadino trovò una colonna romana mentre scavava un pozzo. Seguirono dodici anni di lavori di scavo che portarono alla scoperta del più importante sito sacrale dedicato ad Ercole. Qui il culto delle acque confluiva in quello per il dio. Torniamo alla valletta scavata in questi mesi. Anche qui siamo in presenza di un luogo originariamente molto particolare. Le indagini archeologiche appena concluse hanno rivelato reperti risalenti al periodo compreso tra il I e il IV secolo d.C., offrendo testimonianza della diversità e prosperità delle comunità che si sono succedute nel corso del tempo. Gli scavi hanno permesso di portare alla luce strutture sotterranee, un’area sepolcrale gallo romana, un consistente numero di monete di romane e depositi di materiali che potrebbero rivelare una natura offertoriale. Nell’area sono state scoperte anche strutture funerarie, con elementi lapidei scolpiti ed elementi architettonici con iscrizioni. Possiamo immaginare allora il luogo – che è ancora in fase di studio – come uno snodo stradale, ricco di sorgenti. Qui – attorno alle fonti – sorsero edifici forse connessi con il culto o con lo sfruttamento delle sorgenti. Un quartierino con qualche attività artigianale, le fonti, forse un un edificio di culto e un’area sepolcrale. Il ritrovamento di cospicuo materiale ligneo, lascia ipotizzare la presenza di ponticelli. Le sorprese sono iniziate quando gli archeologi hanno rimosso la terra con la quale l’area era stata coperta, durante lavori di bonifica idraulica avvenuti durante l’Alto Impero. “Lo scavo ha permesso in particolare di studiare un’antica valle. – spiegano gli archeologi dell’Éveha – Questa valletta attraversava il terreno lungo 70 metri largo circa 20 m. Riceveva l’acqua dalle molteplici sorgenti presenti in questa zona e probabilmente finiva nel torrente oggi denominato La Pexure e situato a circa 30 metri al di sotto dello sperone roccioso su cui si sviluppò gran parte dell’antico insediamento. Per meglio determinarne le fasi di esercizio e di riempimento, sono stati scavati con una pala meccanica due trincee sul fondo di questa depressione naturale. A livello del primo rilievo, lo scavo di questa valle, interrata volontariamente durante l’Alto Impero, ha permesso di mettere in luce numerosi elementi lignei non lavorati ma anche massicci pali rinforzati rinvenuti in opera, all’interno dei livelli del terrapieno. Nei livelli superiori sono stati rinvenuti anche diversi elementi lapidei in posizione secondaria: frammenti di gambe di una piccola statua a tutto tondo, vasca quadrata, frammento di una possibile nicchia, altare scolpito, ecc.”. Parte di una stele. Uno degli elementi lapidei scolpiti, trovati nell’area @ Crédit : Éveha 2023 Nelle immediate vicinanze dello scavo, si è rinvenuta una zona sepolcrale presumibilmente situata lungo un antico percorso di transito ora sotterrato sotto l’attuale rue des Trois Fontaines. La presenza di due reperti lapidei posizionati in modo secondario in cima allo scavo della valle attesta l’esistenza di questa area sepolcrale. La presenza delle lettere D.M., acronimo di “Dis Manibus” (“Agli Dei Mani”), su ciascun elemento lapideo, consente di identificarli con certezza come parte dell’ambito funerario. Uno di questi reperti, trovato sopra il muro del canale monumentale, è una stele quadrangolare scolpita su tre lati. Sul fronte sono presenti quattro figure a figura intera, di cui due sulla parte principale (presumibilmente un uomo – forse Ercole – e una donna), e una su ciascuno dei lati corti (rispettivamente una figura femminile, di cui una tiene in mano un recipiente, e un’altra un grande specchio che reca, inciso, un volto). L’epitaffio sulla facciata principale, che copre interamente l’architrave di un frontone triangolare, menziona il nome di un pellegrino chiamato Bellicus, figlio di Surburo. Il secondo elemento lapidario è un frammento di colonna con un diametro leggermente inferiore a 0,50 m, dotato di una mortasa su un lato. Sono state incise tre linee per riportare il nome del defunto e dei suoi genitori. L’area sepolcrale sorge nei pressi di una piattaforma della quale non è stata ancora compresa la funzione. “Sul sito sono state raccolte quasi 260 monete, di cui un numero molto elevato vicino all’angolo settentrionale del campo, che copriva circa 5 m² – spiegano gli archeologi dell’Eveha – Questo ritrovamento, unito a quello – in questo stesso settore – di una ruota, alcune piccole fibule e campanelli, tutti in lega di rame, potrebbero suggerire la presenza di un edificio religioso nelle vicinanze. Nonostante tutto, nessuno sviluppo identificato durante questa operazione potrebbe essere inequivocabilmente associato a questo tipo di occupazione”. “Infine, una delle particolarità del terreno studiato è l’ ottima conservazione dei materiali organici di epoca romana – afferma l’Eveha – Oltre ad alcuni frammenti di cuoio – tra cui diverse suole – nonché rari oggetti quasi integri (utensile in ferro con relativo manico o spilla anch’esso in legno, ad esempio), da questo ambiente sono stati prelevati non meno di 300 pezzi di legno lavorati . umido, la maggior parte nel riempimento della valle. Che si tratti di tubi, pavimenti, assi, palafitte, tronchi o tavole , questi forniranno preziose informazioni sulle loro forme, sulle loro dimensioni, sulle loro tracce di modellatura e di utilizzo ma anche sui sistemi di assemblaggio consentendo l’analisi tecnologica”. https://stilearte.it/scavi-per-una-villetta-trovate-260-monete-romane-depositi-votivi-stanze-sotterranee-e-area-sepolcrale/ Aller au contenu principal Études et valorisations archéologiques DENEUVRE (54) – Rue des trois Fontaines Le projet de constructions d’une maison individuelle et de son garage rue des Trois Fontaines à Deneuvre (54) a entrainé une prescription de fouille archéologique par le SRA Grand Est sur une surface de 3 300 m² menée par Éveha entre juin et octobre 2023 sous la direction de Gaël Cartron. À l’époque antique, le territoire de Deneuvre abritait une agglomération étendue sur plus de 30 hectares et associée à la cité des Leuques. Il s’agissait d’un carrefour routier manifestement important et d’un point de passage sur la Meurthe. Les investigations archéologiques ont permis de révéler des vestiges datés du 1er au IVe siècle de notre ère et qui témoignent de la richesse des occupations qui s’y sont succédées. Étude d’un ancien vallon La fouille a notamment permis d’étudier un ancien vallon. Ce dernier traversait le terrain sur 70 m de long et approximativement 20 m de large. Il recevait les eaux des multiples sources présentes dans cette zone et aboutissait vraisemblablement dans le ruisseau aujourd’hui appelé La Pexure et situé à environ 30 m en contrebas de l’éperon rocheux sur lequel se développe la plus grande partie de l’agglo antique. Afin de déterminer au mieux ses phases de fonctionnement et de remplissage, deux tranchées ont été réalisées à la pelle mécanique jusqu’au fond de cette dépression naturelle. Au niveau du premier sondage, la fouille de ce vallon, comblé volontairement dès le Haut-Empire, a permis de mettre au jour plusieurs éléments en bois non travaillés mais aussi des pieux appointés massifs retrouvés en place, au sein de niveaux de remblais. Divers éléments lapidaires en position secondaire ont également été mis au jour dans les niveaux supérieurs : fragments de jambes d’une petite statue en ronde-bosse, cuve de plan carré, fragment d’une possible niche, autel taillé, etc. Le second sondage a permis quant à lui, de mettre en évidence un enrochement au niveau des berges. Chacun de ces aménagements était maintenu en place par une traverse en bois, disposée parallèlement à la rive. L’intégralité du remplissage est d’origine anthropique. La partie supérieure du comblement a livré quelques tessons de céramique datés du Haut-Empire ainsi que des éléments de faune et des restes organiques imbibées, dont certains éléments en bois ayant pu appartenir à un modeste ouvrage de franchissement. Un secteur artisanal doté de structures de combustion ? Bien qu’une origine du second âge du Fer (La Tène) soit actuellement envisagée pour l’agglomération, aucun vestige antérieur à l’Antiquité n’a été mis au jour sur le site. Plusieurs occupations se succèdent sur l’emprise de fouille entre le Ier et le IVe siècle de notre ère, mais les états les plus anciens paraissent à l’heure actuelle, difficiles à caractériser. Une vocation artisanale est toutefois envisagée dans la partie sud-est de la parcelle, à travers la découverte de quelques structures de combustion. La plupart, de plan quadrangulaire, présentait un lit de galets tapissant le fond de leur creusement. Un second exemplaire oblong parfois nommé « fosse en cigare » ou encore « tranchée-foyer » a également été dégagé. Ce type de structure peut être interprété comme un foyer de forge semi-excavé, accueillant possiblement une activité de cémentation de bandages de roues, ou comme une structure permettant la transformation de denrées alimentaires par le processus du séchage, du maltage ou encore du fumage. Plusieurs bâtiments sur poteaux ont également été perçus au sein des horizons les plus anciens, mais les plans restent pour l’heure difficiles à distinguer. Un ouvrage hydraulique majeur, témoin de la monumentalisation du secteur Au cours des IIIe et IVe siècles de notre ère, le site connaît une phase de monumentalisation. En effet, suite à l’insalubrité produite par une circulation d’eau manifestement chaotique, un vaste canal a été aménagé en direction du cours d’eau présent à proximité. Appréhendé sur toute la longueur de l’emprise, ce canal de construction mixte était aménagé « en dur » aux abords des constructions, tandis que les autres sections, considérées comme secondaires, étaient élaborées avec des pièces de bois. Au centre de la parcelle, sur une longueur de 14 m environ, le canal prenait la forme de longs madriers maintenus en place par des pieux, ménageant un passage pour l’eau, large de 0,75 m en moyenne. Sur les portions qui nécessitaient la mise en œuvre de techniques hydrauliques plus complexes, les parois étaient formées de grandes dalles placées de chant, séparées par un espace oscillant généralement entre 0,90 m et 1 m (fig.1). Au nord de l’emprise, l’eau circulait sur de lourdes dalles jointives, placées en position horizontale. Près de la berme nord-ouest, cette installation hydraulique traversait un bâtiment en pierres, dont le plan nous échappe en partie. À cet endroit, les bords du canal ne sont plus constitués de grandes dalles mais de piles tripartites, réparties à intervalles irréguliers et dotées chacune d’une encoche verticale à ses extrémités, de manière à pouvoir y encastrer de longues planches de bois. D’après les nombreuses monnaies trouvées dans son comblement supérieur, la conduite semble avoir été définitivement abandonnée durant le IVe siècle. http://www.eveha.fr/wp-content/uploads/2023/12/Notice_Deneuvre_Fig1.resized.jpeg Fig. 1 : Vue en plan du canal traversant le vallon ancien. Crédit : Éveha 2023 Un vaste édifice maçonné Un bâtiment contemporain du canal a été découvert dans l’angle sud de l’emprise. Se développant sur une superficie de 480m², il était composé d’au moins deux espaces et était fermé au nord-ouest par deux ensembles de maçonneries parallèles. Chaque paire de mur ménageait un couloir large d’environ 1 m se développant vers le nord-est, en direction du vallon. Un drain en pierres était aménagé sous chaque couloir, de manière à évacuer les eaux de ruissèlement vers le canal. L’épaisseur des fondations des deux murs augmentait à l’approche du vallon, pour atteindre près de 1,50 m de haut. Ces fondations présentaient un appareil en épi et reposaient sur de lourdes semelles. L’espace interne de ce bâtiment abritait une petite construction quadrangulaire mettant en œuvre plusieurs blocs sculptés en réemploi, dont un chapiteau de colonne. Une cuve rectangulaire monolithique (1,50 m X 0,80m), percée à sa base et dont la nature demeure incertaine, était accolée à sa face sud-est. Une série de caves Une première cave maçonnée a été mise au jour : de plan bipartite, elle présentait un premier module rectangulaire de 3,60 m par 1,40 m et un second, carré de 3,90 m de côté. La première pièce était composée d’un plancher en bois et la seconde, d’un sol confectionné à l’aide de petites pierres placées de chant. La salle la plus grande était dotée en son centre d’une pile avec mortaise, sur laquelle se dressait autrefois un montant destiné à soutenir le plancher d’un niveau supérieur. Si la salubrité de cette cave n’était garantie par aucun dispositif hydraulique, force est de constater qu’une canalisation en bois monoxyle de section rectangulaire avait été installée dans le remplissage de cette cave. Protégée par un coffrage en pierres, celle-ci acheminait de nouveau l’eau vers le canal monumental. Une autre salle souterraine, mise au jour dans le second espace du bâtiment, possédait la particularité d’être aménagée sur un vide sanitaire. Le plancher, dont quelques éléments nous sont parvenus, reposait sur six billes de bois. La pièce mesurait environ 2,5 m de long sur 2 m de large et était accessible grâce à un escalier créé sur le côté sud-ouest. Cet ouvrage en bois, de 1,75 m de long et 1,10 m de large, comportait encore huit marches monoxyles calées par des pieux. Plusieurs éléments en remploi avaient été placés sous ces marches afin d’en assurer la stabilité, dont un fragment de meule ainsi qu’une roue pleine en bois. Un vaste espace probablement à ciel ouvert, était installé à proximité. Les quatre côtés étaient matérialisés par des séries de dés en pierre irrégulièrement répartis. Cet espace, qui n’a fourni que peu de structures, possédait un plan régulier de 22 m de long pour 10 m de large. Une autre cave maçonnée, accessible par une rampe a été mise au jour immédiatement au sud-ouest de ce secteur. Les murs, conservés sur près de 2 m de haut, étaient agrémentés de deux niches et d’un soupirail. La cave offrait une surface utile de 11 m² environ. Le comblement a notamment fourni des fragments de bases de piliers en pierre ainsi qu’une probable enclume en fer. Un drain double avait par ailleurs été aménagé à la base de cette cave. En forme de Y, il permettait d’évacuer l’excédant d’eau vers l’extérieur qui circulait ensuite sur le banc rocheux, au sein d’un drain de conception assez frustre. Un second espace du même type était présent à 3,50 m en direction du nord-ouest. Trois de ses côtés apparaissaient sous la forme d’une série de dés en pierre, tandis que sa limite sud-ouest était composée d’un solin en pierre. Cet espace, long de 20 m et large de 11,50 m, a révélé six foyers de conception assez simple et faiblement ancrés au sol. Certains d’entre eux possédaient une sole en tegulae remployée. L’angle nord de cet espace était occupé par une cave composée d’un escalier de sept marches qui débouchait sur un palier, lequel ouvrait sur une salle carrée avoisinant les 16 m². À l’instar de la première cave, une pile dotée d’une mortaise témoigne de la présence d’un montant soutenant jadis le plafond de cet espace. Trois états ont été identifiés au sein de cette unité architecturale. Le premier concerne le niveau de circulation d’origine, formé de petits cailloux pris dans une matrice sombre et qui était associé à un drain en pierre se développant le long de deux murs. Le deuxième était reconnaissable à la teinte gris clair de son niveau de préparation, sur lequel avait été appliqué un plancher en bois. Enfin, le dernier état (après rehaussement du niveau général) concernait un nouveau plancher qui fût confectionné, avec l’ajout d’un nouveau drain. La particularité de cette cave réside dans la présence de piles massives en grès sur deux côtés, prises dans la maçonnerie. Une structure énigmatique : une plate-forme au sommet du vallon Parmi les structures dont la destination reste à déterminer, on mentionnera la plate-forme en pierres appréhendée entre le canal et la berme nord-est de l’emprise, dont l’architecture et le plan paraissent singuliers. Celle-ci est en effet composée d’une quinzaine de dalles de grand module posées à plat, directement sur le remplissage sommital du vallon. Le plan dessine un U ouvert vers le canal, les branches latérales ayant conservé un espace vide de 2,75 m par 1,25 m. Cette plate-forme était contemporaine de la conduite monumentale . En effet, cette dernière était composée à proximité de quatre dalles de chant, au sommet desquelles plusieurs rainures étaient réservées dans la pierre. Ces logements devaient réceptionner les pièces de bois qui servaient autrefois à franchir cet obstacle permettant ainsi d’atteindre la plate-forme. Aucun vestige significatif n’a été appréhendé sous cette dernière. On remarquera néanmoins la présence d’un nombre relativement important de monnaies du Bas-Empire en périphérie immédiate de ce probable soubassement. Une zone funéraire le long d’un possible axe antique La présence d’une aire sépulcrale en périphérie immédiate de la fouille, qui s’étendait probablement le long d’un ancien axe de circulation recouvert aujourd’hui par l’actuelle rue des Trois Fontaines, est attestée par la découverte en position secondaire de deux éléments lapidaires au sommet du vallon. La présence sur chacun d’eux des lettres D.M., abréviation pour Dis Manibus (« Aux dieux Mânes »), permet en effet de les relier avec certitude à la sphère funéraire. L’un d’eux, mis au jour au-dessus de la paroi du canal monumental, est une stèle quadrangulaire sculptée sur trois faces. Quatre personnages en pied apparaissent de face : deux sur la partie principale (un individu masculin – Hercule ? – et un autre féminin), et un sur chacun des petits côtés (un personnage féminin dans chaque cas, dont l’un tient dans la main droite un récipient et dans l’autre un miroir sur lequel est gravé un visage) (fig. 2). L’épitaphe conservée sur la face principale, recouvrant entièrement le linteau d’un fronton triangulaire, mentionne le nom d’un pérégrin, Bellicus, fils de Surburo. Le second élément de lapidaire est un tronçon de colonne dont le diamètre est légèrement inférieur à 0,50 m, muni d’une mortaise sur une de ses faces. Trois lignes avaient été tracées pour recevoir le nom du défunt ainsi que sa filiation. http://www.eveha.fr/wp-content/uploads/2023/12/Notice_Deneuvre_Fig2.resized.jpeg Fig. 2 : Vue de la stèle découverte sur le comblement sommital du canal. Crédit : Éveha 2023 Un mobilier archéologique abondant Près de 260 monnaies ont été collectées sur le site, dont un très grand nombre près de l’angle nord du terrain, sur environ 5 m². Cette découverte, conjuguée à celle – dans ce même secteur – d’une rouelle, de quelques fibules et clochettes de petite taille, le tout en alliage cuivreux, pourraient suggérer la présence d’un édifice cultuel à proximité. Malgré tout, aucun aménagement dégagé au cours de cette opération n’a pu être associé de manière indubitable à ce type d’occupation. On remarquera par ailleurs la très forte proportion d’artéfacts en plomb recueillis par notre équipe, certains pouvant être interprétés comme des produits finis (poids, pesons et lests de filet principalement), quand d’autres seraient plutôt à considérer comme des déchets (bien souvent de fines tôles découpées et/ou repliées). Enfin, une des particularités du terrain étudié est la très bonne conservation des matériaux organiques de l’époque romaine. Outre quelques fragments de cuir – dont plusieurs semelles – ainsi que de rares objets quasi-complets (outil en fer muni de son manche ou épingle également en bois par exemple), ce sont pas moins de 300 bois travaillés qui ont été prélevés dans ce milieu humide, la plupart dans le comblement du vallon. Qu’il s’agisse de canalisations, de planchers, de planche, de pieux, de rondins ou de madriers, ceux-ci fourniront de précieuses informations concernant leurs formes, leurs dimensions, leurs traces de façonnage et d’usage mais aussi sur les systèmes d’assemblage permettant une analyse technologique. Concernant les conduites d’eau, outre la canalisation de section rectangulaire déjà mentionnée, une seconde de section circulaire d’une douzaine de centimètres de diamètre, forée dans des pièces en bois a été découverte. La mise à niveau se faisait via l’application sous ces longues pièces, à leur intersection, de petites cales également en bois. L’eau aboutissait dans un bassin de plan rectangulaire (1,30 m x 1 m) cuvelé. À cela vient s’ajouter la présence d’une palée sur la rive sud-ouest du vallon. Cette digue observée sur une longueur de 5,50 m était constituée de planches superposées, maintenues en place par des pieux (fig. 3). http://www.eveha.fr/wp-content/uploads/2023/12/Notice_Deneuvre_Fig3.resized.jpeg Fig. 3 : Vue de la palée aménagée près du canal. Crédit : Éveha 2023 Les études se poursuivent donc désormais en laboratoire où l’analyse des données de terrain comme des prélèvements et mobiliers permettront d’affiner notre compréhension de ce secteur de l’agglomération antique. https://www.eveha.fr/index.php/2023/12/19/deneuvre-54-rue-des-trois-fontaines/ -
C’è un porto romano sotto il prato. Gli archeologi scavano. Casseri e immortale malta zombie. Perché questi muri sono eterni Frejus, 22 dicembre 2023 – Il nome Città Eterna potrebbe essere collegato anche all’incrollabilità dei manufatti che compongono Roma antica? Nuove importanti scoperte sulla durevolezza delle strutture realizzate dagli antichi romani sono state compiute quest’estate a Fréjus, durante gli scavi effettuati sul sito della Bastide Mège, che di fatto conserva, sotto il terreno, le banchine orientali del porto romano. Sotto il prato c’è un porto, insomma. Consistenti depositi alluvionali lo hanno interrato, ma i muri dell’infrastruttura romana sono intatti, quanto i legni dei pali d’attracco. Gli archeologi hanno così scavato non solo per riportare alla luce e consegnare alla città importanti vestigia, ma per verificare in modo ravvicinato le modalità costruttive dei nostri antenati e i segni del cantiere di realizzazione del porto. Fréjus è un comune francese dalle profonde radici romane. E’ situato al Sud, sul mare nostrum, nel dipartimento del Var, che fa parte della Regione della Provenza-Alpi-Costa Azzurra. Era una città-porto, per la flotta militare romana. Originariamente abitato da popolazioni celto-liguri dislocate nell’area circostante la baia di Aegytna, il territorio vide in seguito la fondazione di un avamposto da parte dei focesi di Massalia. Ed ecco la svolta, che porta con sé le aquile delle legioni e la malta romana. Nel 49 a.C., Giulio Cesare istituì l’insediamento di Forum Iulii tra gli Oxubii con l’obiettivo di creare un porto alternativo a Massalia (Marsiglia). Ottaviano Augusto successivamente ampliò il porto, includendo qui, a livello di flotta, le navi di Marco Antonio catturate nella battaglia di Azio. Tra il 29 a.C. e il 27 a.C., il luogo fu scelto come insediamento per i veterani della Legio VIII, guadagnando così il titolo di colonia Octavanorum. Nel 22 a.C., Augusto lo designò come la capitale provinciale della Gallia Narbonense. La sua rilevanza era dovuta al fatto che non solo era la principale base della flotta militare romana in Gallia, ma era anche attraversata da importanti vie della regione, tra cui la via Iulia Augusta. Durante il regno di Tiberio, furono realizzati la maggior parte dei monumenti romani ancora presenti nella zona. Questi ultimi scavi, organizzati dalla Città di Fréjus (Dipartimento di Archeologia e Patrimonio) e dal Centro Camille Jullian (AMU/CNRS), con il sostegno finanziario di Ministero della Cultura (DRAC/SRA), riguardano l’intera topografia del bacino portuale romano. Pierre Excoffon (Direttore dell’Archeologia e del Patrimonio della città di Fréjus), Emmanuel Botte (CCJ/CNRS/AMU) e Nicolas Carayon (IpsoFacto), hanno guidato la squadra di scavo, composta da agenti della Direzione dell’Archeologia e del Patrimonio della città e studenti in formazione nell’ambito di stage. “Abbiamo scoperto la parte superiore dei cassoni, o casseri in legno, che venivano calati in mare e che venivano riempiti di calcestruzzo pozzolanico (calce, sabbia e frammenti di tufo vulcanico, che assicurano la tenuta al mare e l’indurimento continuo), necessario per costruire le parti sommerse delle banchine. – dice l’archeologo Pierre Excoffon – Sapevamo che questo sistema di casseforme esisteva a Fréjus. Ai tempi dei romani, in questo punto dello scavo, saremmo stati in mare aperto”. Quindi per realizzare il porto furono utilizzate casseforme per fare le colate sulle quali, poi, murare. “Abbiamo trovato i segni delle casseforme, in negativo, nella muratura. Finalmente abbiamo le prove materiali della tecnica utilizzata dai romani. Siamo orgogliosi di questa scoperta importante per l’archeologia di Fréjus, per il bacino del Mediterraneo e per la storia delle costruzioni romane in Francia”. Altri elementi lignei potrebbero corrispondere a moli o punti di approdo dell’antico porto romano di Forum Julii. Il loro stato di conservazione è davvero notevole ed eccezionale. “Il tutto si trova in una parte di cui non conoscevamo lo stato di conservazione, dall’altra parte del bacino portuale. Questi elementi lignei potrebbero datare alla fine del I secolo d.C. La datazione in corso mediante dendrocronologia (analisi degli anelli di crescita annuali al fine di ottenere informazioni sugli eventi passati) e C14 (carbonio 14) permetterà di affinare questa ipotesi ” spiega ulteriormente Pierre Excoffon. Ma da dove deriva la potenza e l’eternità incorrotta dei muri romani? Se ne sono occupati recentemente anche gli americani, che hanno cercato di capire e spiegare sotto il profilo chimico l'”incorruttibilità” dei muri del Mausoleo di Cecilia Metella, a Roma. Il Journal of the American Ceramic Society ha pubblicato uno studio condotto dai ricercatori del Massachusetts institute of technology (Mit) di Boston, guidati da Admir Masic e Marie Jackson. Il segreto per costruzioni eterne e sicure sta nel materiale vulcanico, inserito in un miscuglio che, peraltro, era stato indicato da Vitruvio e forse non compreso, dopo i tempi dell’antica Roma. Il Mausoleo di Cecilia Metella – che risale alla seconda metà del primo secolo a.C. – avrebbe resistito al tempo in maniera sorprendente grazie al materiale vulcanico scelto dai costruttori, che produce un’interazione chimica positiva con la pioggia e con le acque di falda che rafforzerebbero i leganti – trasformandoli – anziché destrutturarli ed eroderli. E’ evidente che questo “segreto” riguarda molti monumenti e infrastrutture romane, come i porti. Com’è palese che l’azzeramento di tanti edifici romani fu provocato, in buona parte, dal recupero di materiali edilizi, nel tempo, da parte dei discendenti dei romani stessi e delle popolazioni barbariche. Ma torniamo al “calcestruzzo eterno”, quello che “risorge”. A giudizio dei tecnici americani la formula sta – sottovalutata – in Vitruvio, testimone delle raffinatissime tecnologie costruttive della tarda Repubblica romana. Vitruvio avrebbe indicato la stessa tecnica utilizzata, ai massimi livelli, nel Mausoleo di Cecilia Metella. “Costruire muri spessi di mattoni grezzi o con aggregati di roccia vulcanica, uniti alla malta fatta con calce e tefra vulcanica (frammenti porosi di vetro e cristalli delle eruzioni), potrebbe portare a strutture che non vanno in rovina nel tempo” scriveva Vitruvio. Elemento portante dell’immortalità del muro è pertanto il legante con materiale vulcanico, forse più resistente dell’acciaio stesso. Lo studio americano ha sottolineato come i cristalli di leucite, minerale ricco di potassio, nell’aggregato vulcanico possono dissolversi nel tempo, e rimodellare e riorganizzare l’interfaccia tra gli aggregati vulcanici e la matrice di cemento, migliorandone la coesione. La tefra usata per la malta della tomba di Cecilia Metella aveva molta leucite ricca di potassio. Secoli di pioggia e acqua di falda filtrata nelle mura hanno dissolto la leucite e rilasciato il potassio nella malta. La malta, a sua volta, si è configurata come mattoni di Cash (calcio-alluminio, silicato e idrato) insieme a cristalli di un minerale chiamato stratlingite. Risultato finale di un consolidamento di autogenerazione della struttura. https://stilearte.it/ce-un-porto-romano-sotto-il-prato-gli-archeologi-scavano-casseri-e-immortale-malta-zombie-perche-questi-muri-sono-eterni/
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Cosa capita se scavi presso un castello medievale. Scoperti draghi e cavalieri, beccacce e Bafometti. Pentacoli e cerchi Caen, Francia, 20 dicembre 2023 – Le sorprese sono infinite, scavando in modo sistematico attorno a un castello. Il terreno rivela spesso fortificazioni più antiche, strade arcaiche, edifici scomparsi ed elementi artistici di rilievo, specie nel caso in cui il luogo sia stato una residenza. Gli scavi archeologici 2023 – che hanno comportato otto mesi di lavoro in cantiere – presso il Castello di Caen, nell’ambito di un vasto progetto di conservazione e sviluppo condotto dal Comune, hanno portato alla luce nuovi e affascinanti dettagli sulla storia del monumento. I risultati sono stati presentati nelle ore scorse. Scavo dell’ingresso fortificato del palazzo ducale del XII secolo, con in primo piano la base inclinata di una torre quadrangolare. © Bénédicte Guillot, Inrap Caen è un comune francese con una popolazione di 112.218 abitanti, ma la sua influenza si estende ben oltre, raggiungendo i 200.000 abitanti nell’agglomerato e formando una zona urbana con una popolazione di 420.000 persone. Situata nel dipartimento del Calvados, nella regione della Normandia, Caen svolge un ruolo cruciale come capoluogo del suddetto dipartimento e come sede del Consiglio regionale normanno. Le ricerche svolte presso il castello di Caen hanno dato riscontri abbondanti: resti mobili – ceramiche, elementi architettonici, resti di animali – e soprattutto murature medievali che rinnovano la storia del castello. L’indagine sistematica è stata svolta dagli archeologi dell’Inrap (Institut national de recherches archéologiques préventives). Ma in questa riemersione appare notevole lo spazio e la forza che i nostri antenati medievali conferivano al mondo fantastico, tra offesa e difesa. Nel corso dei lavori è stato riportato alla luce un modiglione con volto maschile aggettante, una mensola scolpita utilizzata per sostenere la parte sporgente della cornice negli ordini architettonici. Realizzato in pietra e finemente decorato con un volto, questo raro esemplare risalente probabilmente al XII secolo, secondo i primi studi stilistici, offre un’importante testimonianza dell’architettura dell’epoca. Modillon del XII secolo riutilizzato in un muro di epoca moderna e raffigurante un uomo baffuto che soffia. © Sandrine Lalain, Inrap Sotto il profilo iconografico, l’uomo con grossi baffi, potrebbe rinviare al Bafometto, misterioso personaggio molto utilizzato, sotto il profilo figurativo, dai templari. Secondo alcune fonti questa figura sarebbe ispirata a un demone mediorientale, ma in realtà l’immagine potrebbe raccordarsi a un’iconografia protettiva di Cristo desunta dalla stoffa di Veronica. Quale che sia l’origine, il Bafometto, nelle costruzioni medievali, aveva la funzione di protezione del sito. In Toscana troviamo diversi esempi di queste rappresentazioni – volti di uomini con grossi baffi – scolpite. Notevoli quelle all’eremo di Montesiepi di San Galgano, edificio che conserva una spada nella roccia. Sempre a Caen, in un muro distrutto nel XIII secolo, gli archeologi hanno rinvenuto un affascinante graffito raffigurante la battaglia di due cavalieri con un drago sputafuoco, una scena eccezionale che offre uno sguardo intrigante sulle narrazioni visive dell’epoca. Come ben sappiamo la vicenda di San Giorgio e il Drago era particolarmente diffusa, all’epoca, nel mondo cortese. La bestia immonda era la rappresentazione del Male, con connotazioni demoniache. Il graffito sulla pietra calcarea che rapprseenta un cavaliere che insegue un drago volante. L’opera risale probabilmente al XIII secolo. © Bénédicte Guillot, Inrap Le figure evidenziate da Stile arte lungo le linee esterne dell’incisione Un altro graffito, raffigurante una beccaccia, è stato scoperto in un muro moderno, coesistendo con graffiti antichi come un pentacolo e un cerchio, sottolineando la stratificazione di storie e simboli nel corso dei secoli. Graffiti raffiguranti una beccaccia (o vittecoq in antico normanno) rinvenuti in un muro di epoca moderna. © Bénédicte Guillot, Inrap Gli archeologi hanno inoltre esplorato numerose cave presenti nel castello, alcune delle quali convertite in cantine e altre utilizzate come contenitori della spazzatura. Queste strutture hanno fornito un tesoro di reperti medievali, tra cui ceramica e ossa di animali, che aiutano a comprendere gli usi e le attività svolte all’interno del castello. https://stilearte.it/cosa-capita-se-scavi-presso-un-castello-medievale-scoperti-draghi-e-cavalieri-beccacce-e-bafometti-pentacoli-e-cerchi/ Un modillon, deux graffitis, des sépultures… Les archéologues assurent une surveillance archéologique de l’ensemble des travaux prévus sur le site, qu’il s’agisse des creusements pour les réseaux, des terrassements ou des plantations d’arbres. Ils accumulent ainsi de précieuses données et découvertes. Parmi les éléments architecturaux mis au jour se trouve un rarissime modillon en pierre — élément servant à soutenir le toit ou l’avant-toit d’un édifice — décoré d’un visage et datant probablement du XIIe siècle (d’après les premières datations stylistiques). Tout aussi remarquable, un graffiti représentant une scène exceptionnelle d'un chevalier poursuivant un dragon cracheur de feu a été retrouvé dans un mur détruit au XIIIe siècle. Un autre graffiti représentant une bécasse des bois a également été mis au jour en réemploi dans un mur d'époque moderne. On observe derrière lui des graffitis plus anciens, tels qu’un pentacle et un cercle. Les travaux ont aussi permis d'étudier les nombreuses carrières qui parsèment le château, certaines réaménagées en caves et d'autres ayant servi de poubelles. La fouille de ces structures a permis de recueillir un abondant mobilier de la fin du Moyen Âge, composé pour l’essentiel de restes céramiques et d’ossements animaux. Par ailleurs, les premiers terrassements le long de l'église Saint-Georges ont livré, immédiatement au sud du chevet, des sépultures orientées est-ouest, provenant du cimetière paroissial qui existait autour de l'édifice jusqu'à la fin du XVIIIe siècle. Relevé en cours des sondages au sud du chevet de l'église Saint-Georges après la découverte des premières sépultures. © Bénédicte Guillot, Inrap Aux abords de la porte Saint-Pierre, les traces d’un quartier médiéval Devant la porte Saint-Pierre, les archéologues ont mis au jour les vestiges d'un mur soigneusement construit qui correspondait sans doute à un tronçon de la fortification médiévale fonctionnant avec une ancienne porte, située plus à l'intérieur du château que l’actuelle. Ils ont aussi mis en évidence une ancienne voie médiévale, qui allait en direction de l'église Saint-Georges et du palais ducal. Cette rue, composée de petits blocs calcaires comblant les creux de la roche naturelle, mesurait au moins 4,80 mètres de large. Dans sa partie est, les chercheurs ont mis en évidence plusieurs ornières, probablement creusées par le passage des chariots et/ou des charrettes. À l’inverse, l’absence d’ornière dans la partie ouest pourrait suggérer que cet espace était dédié aux piétons. Les fouilles ont aussi permis de dégager les fondations de plusieurs bâtiments le long de cet axe de circulation, dont certains, assez anciens, n’apparaissent sur aucun plan. C'est donc tout un pan du quartier médiéval aux abords de la porte Saint-Pierre qui est redécouvert par les archéologues, au gré des travaux dans le secteur. Une entrée fortifiée pour accéder au palais ducal au XIIe siècle La fouille d’un autre secteur, au sud du donjon et du Vieux Palais, a occasionné des découvertes qui renouvellent complètement la vision du château sous les Plantagenêt au XIIe siècle. Un grand bâtiment, mesurant au moins 30 mètres de long par 20 mètres de large, pourrait être identifié comme un vaste entrepôt utilisé pour stocker les denrées nécessaires au bon fonctionnement du palais. Cet édifice possède plusieurs entrées, de dimensions variables. Les plus étroites (1,10 mètre de largeur) étaient probablement réservées aux piétons, tandis qu’au moins l’une d’entre elles, large de 2,40 mètres, devait permettre le passage des charrettes. Les recherches ont aussi permis de dégager la base d’une tour jusque-là inconnue et de nouveaux murs, interprétés comme les éléments d’une entrée fortifiée du palais ducal au XIIe siècle, permettant d’accéder à la tour maîtresse du château, alors entourée d’un fossé. Fouille de l'entrée fortifiée du palais ducal au XIIe siècle, avec au premier-plan la base talutée d'une tour quadrangulaire. © Bénédicte Guillot, Inrap Après le rattachement de la Normandie au royaume de France sous Philippe Auguste au tout début du XIIIe siècle, cette partie du château est totalement transformée. La chemise et les quatre tours rondes du donjon sont édifiées, tandis qu’un nouveau fossé est creusé. L'entrée fortifiée et le grand entrepôt sont détruits, afin de donner toute sa visibilité au nouveau donjon, qui apparaît dans le paysage tel qu’on le voit encore aujourd'hui. L’archéologie au Château de Caen Les recherches en cours s’inscrivent dans la continuité de nombreuses opérations archéologiques menées au Château de Caen et conduites pour l’essentiel par l’Inrap. Elles ont permis d’étudier tour à tour : des bâtiments liés au travail du fer au Moyen Âge, dont le plus grand fut utilisé comme écurie prestigieuse au début de la Renaissance (fouille préventive de 2005 sous les salles du rempart) ; les fortifications nord-ouest (2005) et nord-est (2014-2015) ; le donjon (2016), le Vieux-Palais (2018), ainsi qu’une grande salle d’apparat, probablement construite par Henri II Plantagenêt, et qui constitue une sorte de « jumelle » de la salle de l’Échiquier (fouille programmée de 2011-2014, reprise en 2021 et 2022). L’ensemble de ces recherches nourrissent considérablement les connaissances sur l’histoire du château des ducs de Normandie. Un projet collectif de recherche, lancé par le CRAHAM en 2019, reprend toutes les données archéologiques, archivistiques et iconographiques issues des campagnes menées sur le site qui sont également la matière d'une thèse actuellement conduite au musée de Normandie. Le Château en chantier Afin de replacer ce site historique majeur au cœur de la politique patrimoniale et touristique de la Ville, un Schéma Directeur de conservation et d’aménagement a été adopté en avril 2017 sur trois axes principaux : La conservation et la pérennisation du patrimoine La réappropriation du site par les Caennaises et les Caennais L'attractivité touristique et culturelle du Château Après le réaménagement de ses espaces extérieurs (nouveaux aménagements paysagers, mise en lumière des remparts) en 2019, le Château a entamé une véritable transformation, depuis le mois de mars 2023 et à l’issue de laquelle, d'ici deux ans, un parc urbain de près de 4 hectares sera créé dans son enceinte. Inscrite au Contrat de plan Etat-Région, l’opération est estimée à 21 millions d’euros, financés par la Ville (7,4 millions d’euros) avec le soutien de l’État (130 000 euros), de la Région Normandie (5 millions d’euros) et du Département du Calvados (5 millions d’euros). Le projet bénéficiera également du financement des fonds européens au titre du FEDER. Le projet de l’architecte Philippe Prost, lauréat du grand prix de l’architecture 2022, et du paysagiste Thierry Laverne a été retenu à l’issue du concours d’architecture lancé en 2021 pour le réaménagement de l’espace intérieur du Château : le cœur de ville ainsi remanié en parc urbain sera composé de plusieurs pelouses et de prairies sèches dont une « grande pelouse » centrale. 143 arbres seront plantés au total sur l’ensemble de l’enceinte intérieure dont 29 arbres de verger. Trois aires de jeux seront aménagées à la porte des Champs, sur la pelouse des remparts et dans le jardin du gouverneur. Différents types de cheminements, un promenoir, des allées et différents « passages », seront déployés pour permettre use circulation aisée sur le nouveau site et la distribution de l’ensemble des lieux et musées via un nouveau parcours d’interprétation. https://www.inrap.fr/les-archeologues-devoilent-un-nouveau-pan-de-l-histoire-du-chateau-de-caen-17701
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Atlante archeologico di Francia: vino mediterraneo e controparti galliche
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Atlas archéologique de la France : Vin méditerranéen et contreparties gauloises (Ve - Ier siècle avant J.-C.) ATLAS ARCHÉOLOGIQUE DE LA FRANCE : VIN MÉDITERRANÉEN ET CONTREPARTIES GAULOISES (VE - IER SIÈCLE AVANT J.-C.) Coédité par l’Inrap et les éditions Tallandier, l’Atlas archéologique de la France raconte un million d'années d'occupation humaine de l'Hexagone et des Outre-mer en 100 cartes inédites et 200 illustrations, issues de dizaines de milliers de fouilles et d’enquêtes archéologiques menées depuis plusieurs décennies. Patrick Maguer, archéologue Inrap, présente la carte du Vin méditerranéen et des contreparties gauloises (Ve-Ier siècle avant J.-C. Marchands grecs, étrusques et romains en Gaule : vin méditerranéen et contre-parties gauloises du Ve au Ier siècle avant J.-C. © Aurélie Boissière/Tallandier/Inrap Que montre cette carte ? La Gaule de l’âge du Fer était-elle une intense zone de commerce ? Situé sur la route de l’étain et de l’ambre, le territoire gaulois a très tôt attiré les convoitises des marchands méditerranéens, grecs, étrusques, phéniciens puis romains qui ont installés des comptoirs et des colonies dès la fin du VIIe siècle av. J.-C. le long des côtes de Gaule méridionale. Dès la fin du premier âge du Fer, de nombreux produits manufacturés de grande valeur (céramiques attiques, cratères, parures, amphores à vin massaliotes et grecques) témoignent de l’intensification des échanges entre les populations autochtones et les commerçants méditerranéens. Qui commerçait ? Qu’échangeait-on à l’âge du Fer ? Ce commerce longue distance bénéficie uniquement à la frange la plus aisée de la population. Les objets retrouvés notamment dans les tombes et les habitats de l’aristocratie hallstattienne comme Vix et Lavau en témoignent. Certains de ces objets issus du troc pourraient également correspondre à des cadeaux diplomatiques ou à des droits de passage. Cruche à vin grecque décorée retrouvée dans un chaudron en Bronze provenant d'une tombe princière datée du début du Ve siècle avant notre ère. Elle a été découverte dans un complexe funéraire monumental exceptionnel, mis au jour à Lavau (Aube). © Denis Gliksman, Inrap A la fin du second âge du Fer, après leur victoire sur Carthage, les Romains développent leur réseau commercial en Méditerranée occidentale et plus au nord. Ils trouvent en Gaule des matières premières (métaux et sel), des esclaves, des produits agricoles bruts ou transformés qu’ils échangent, dès la fin du IIIe s. av. J.-C. contre du vin italique provenant principalement de la côte Tyrrhénienne (Étrurie, Latium, Campanie) et dans une moindre mesure contre de la vaisselle de table (céramique campanienne, vaisselle métallique). Les amphores vinaires, débarqués dans les ports de Gaule méditerranéenne, sont acheminées dans les territoires septentrionaux via l’axe Aude-Garonne et l’axe rhodanien et la Saône. Des commerçants romains sont ainsi présents sur tout le territoire et notamment dans les oppida gaulois où ils installent des comptoirs. Amas d’amphores du IVe s. av. J.-C., mis au jour en 2021 dans un comblement au 19 rue Barbusse /rue Jean-Baptiste Pétré à Marseille. © Elsa Sagetat-Basseuil, Inrap Qu’est-ce qui change au IIIe siècle av. J.-C. ? Pourquoi le vin a-t-il été particulièrement promu ? La seconde moitié du IIIe s. av. J.-C. correspond au début d’une période climatique plus chaude et plus sèche, appelée « optimum climatique romain », permettant une nette augmentation des productions agricoles en Gaule non méditerranéenne. Les grands domaines ruraux, propriétés de l’élite gauloise, dégagent ainsi des surplus qui peuvent être échangés contre des produits importés, notamment le vin. Ce breuvage, uniquement cultivé en Gaule dans le territoire de Marseille avant la Conquête romaine, est particulièrement prisé par l’aristocratie gauloise lors des banquets, des grands rassemblements communautaires et dans le cadre de certaines cérémonies religieuses. Question carte : quelles données sont utilisées pour établir cette carte ? Quelle place pour les fouilles de l’Inrap ? Quels contextes de fouilles ? La carte a été réalisée à partir des inventaires réalisés et publiés par M. Poux et M. Loughton dans le cadre de leur thèse respective, complétés par les données issues des fouilles préventives menées par l’Inrap (Dolia) dans les agglomérations gauloises, les établissements ruraux, les tombes et les sanctuaires. L’inventaire des épaves est issu de la publication de E. Nantet. Loughton 2014 LOUGHTON (M.) — The Arverni and Roman Wine, Roman Amphorae from Late Iron Age sites in the Auvergne (Central France) : Chronology, Fabrics and Stamps. Oxford : Archaeopress, 2014. 626 p. (Roman Archaeology ; 2). Nantet 2016 NANTET (E.) — Phortia. Le tonnage des navires de commerce en Méditerranée. Rennes, France : PUR, 2016. 656 p. (Archéologie & Culture). Poux 2004 POUX (M.) — L’âge du vin : rite de boisson, festins et libations en Gaule indépendante. Montagnac : Editions Monique Mergoil, 2004. 637 p. (Protohistoire Européenne ; 8). https://www.inrap.fr/atlas-archeologique-de-la-france-vin-mediterraneen-et-contreparties-gauloises-ve-17681 -
UN ÉTABLISSEMENT VINICOLE ANTIQUE AU BORD DU RHÔNE, À LAVEYRON (DRÔME) À Laveyron, les archéologues de l'Inrap mettent au jour un établissement dédié à la vinification, construit au Ier siècle ap. J.- C., sur des grands bâtiments datés du Ier siècle av. J.-C. Probablement situé à hauteur d’un ancien gué et à vocation commerciale, le site est caractérisé par des murs de très belle construction offrant un plan géométrique monumental, centré sur une cour et orienté vers le Rhône Le site archéologique a été découvert dans le cadre d’opérations d’archéologie préventive prescrites et sous le contrôle de l’État (Drac Auvergne - Rhône-Alpes, Service régional de l’archéologie), à l'occasion d'études que le Groupe Saica, l’un des leaders européens dans la production de papier recyclé pour carton ondulé, était en train de réaliser dans le cadre d'un important projet de modernisation industrielle et écologique de son site Saica Paper. Menée sur une emprise de 16 400 m2 en amont de la construction d’un parking poids lourds au nord de l’extension de l’usine, la fouille commencée en mai 2023 se terminera à mi-janvier 2024. Vue aérienne de la fouille sur la rive gauche du Rhône et du monument funéraire antique de La Sarrasinière, en élévation, sur la rive droite. © Nordine Saadi, Inrap Les prémices de l’établissement vinicole Des trous de poteau et négatifs de constructions attestent une occupation de la Tène (50-30 av. J.-C.). En l’état de la fouille, aucun plan ne peut être proposé. À la fin du Ier s. av. J.-C., des solins de bâtiments, dont la dimension varie de 56 à 150 m2, sont antérieurs au vaste établissement vinicole. Sans sols d’occupation, ni objets associés, il est délicat de leur attribuer une fonction définitive. Cependant, des dépotoirs situés en périphérie de ces bâtiments, évoquent un habitat (nombreux fragments de dolia, amphores et céramiques). L’ensemble était probablement entouré d’un fossé, peut-être à palissade. Au cours de la période augustéenne (27 av. J.-C.-14 ap. J.-C.) est construite une petite villa constituée d’une série de trois pièces qui s’alignent d’est en ouest et s’ouvrent au sud sur une cour. Sa façade est bordée de trottoirs et galeries. Ce bâtiment s’inscrit en « poupée gigogne » à l’intérieur de la cour du grand établissement vinicole qui lui succédera. Un des bassins du futur établissement vinicole empiète sur sa pièce la plus à l’est. L’établissement vinicole Le grand établissement, d’une superficie de plus 3000 m2 qui succède au premier bâti au cours du Ier siècle ap. J.-C, est installé sur la rupture de pente qui domine le Rhône. Celle-ci est mise à profit pour l’organisation de sa fonction vinicole. Les pressoirs sont installés en hauteur. La terrasse alluviale est contrefortée de gros murs formant une plateforme, bornée au sud et au nord de bassins construits en contrebas dans lesquels se déversaient les jus du raisin. Ceux-ci étaient intégrés à des pièces de 430 m2, excavées par rapport au talus, pouvant servir de cellier. Au sud, trois pièces sont probablement dédiées à l’élaboration des vins, qui durant l’Antiquité, font appel à de multiples additifs. L’ensemble est bordé de galeries entourant une cour de 962 m2. L’établissement, situé dans le territoire des Allobroges (peuple gaulois dont le territoire état situé entre l’Isère, le Rhône et les Alpes du nord), produisait probablement un vin très prisé des romains et mentionné par des textes anciens (le vinum picatum). Aménagement : SAICA PAPER Contrôle scientifique : Service régional de l’archéologie (Drac Auvergne – Rhône-Alpes) Recherche archéologique : Inrap Responsable scientifique : Pascale Conjard-Réthoré, Inrap https://www.inrap.fr/un-etablissement-vinicole-antique-au-bord-du-rhone-laveyron-drome-17650
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Une sédimentation alluviale Le contexte géologique a nécessité la réalisation de deux transects perpendiculaires au méandre pour comprendre la conservation des occupations et de caractériser leur environnement. Ils ont permis de renseigner les séquences géologiques sur des longueurs respectives de 38 et 60 m allant pour le premier à une profondeur de plus de 4 m sur une vingtaine de mètres. Ces séquences témoignent d’une succession de chenaux emboîtés. Un travail spécifique a été mené en collaboration avec des géomorphologues, afin d'appréhender ces dynamiques alluviales et mettre en perspective les indices de fréquentations des berges de l’Oise. Des vestiges néolithiques fugaces Au sud de l’emprise, un petit secteur a livré du mobilier principalement en céramique et quelques structures de type fosse et trou de poteau, organisées en arc de cercle. Le niveau dans lequel s’inscrit les vestiges est recoupé par un chenal. Ces vestiges sont assez fugaces. Leur attribution chronologique s’oriente vers le Néolithique moyen et plus particulièrement vers le Cerny (4600-4200 av. notre ère). Une concentration mésolithique Au nord-ouest du site, une nappe de vestiges lithiques d’environ 400 m² a été mise au jour. S’étendant sur 50 m de long et 8 m de large, elle est principalement constituée de silex taillés et de nombreux fragments de calcaire, de grès et de galets de silex brûlés. S’y ajoutent également quelques vestiges osseux épars et de rares outils en os. La quasi-absence de céramique et la nature des pièces en silex semblent orienter leur attribution chronologique vers le Mésolithique. Cet ensemble est constitué de peu d’éléments caractéristiques comme les armatures de flèche. Leur type varie très vite au cours de cette période. Elles permettent bien souvent une datation plus fine, comme le précisera peut-être l'étude de cette série. Cette nappe de mobilier se caractérise néanmoins par une assez forte dispersion verticale des vestiges, de l’ordre de 70 cm en moyenne. Il s’agit d’un phénomène récurent pour les sites préhistoriques du début de l’Holocène qui connaissent généralement une faible sédimentation associée à une forte activité biologique végétale (racines) et animale (terriers) qui remonte certains objets anciens et en enfouit des plus récents. Ainsi, cette nappe pourrait être également constituée de vestiges d’autres périodes, comme cela pourrait être le cas des nombreux fragments de roches brûlés. Ceux-ci se retrouvent en effet parfois accumulés dans des cuvettes au comblement noir, souvent très irrégulières et de taille variables évoquant des chablis brûlés. Un défrichage pourrait donc avoir eu lieu à une période postérieure au Mésolithique, pratique fréquemment observée chez les populations d’agro-pasteurs. L’étude des restes osseux découverts résoudra peut-être cette question grâce à la caractérisation des espèces animales présentes. En effet, la mise en évidence de faunes domestiques comme le bœuf, le mouton ou le cochon, introduites au Néolithique, tranche avec le contexte de faune sauvage du Mésolithique. Affiner l’attribution chronologique des occupations de ce site sera un des enjeux des études à venir, et les mettre en perspective dans leur contexte plus général géologique et environnemental. Investigation profonde. © A.-L. Sadou, Inrap Aménageurs : Société du canal Seine-Nord-Europe Contrôle scientifique : Service Régional de l’Archéologie (Drac Hauts-de-France) Recherche archéologique : Inrap Responsable scientifique : Anne-Lise Sadou, Inrap https://www.inrap.fr/des-vestiges-de-frequentation-mesolithique-thourotte-oise-17636
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Scavi per il teleriscaldamento. A 1 metro e 40 rilucono tessere colorate. Trovato un mosaico antico. Risale alla caduta dell’Impero romano? Nel cuore storico della città di Nevers, in Borgogna-Franca Contea, un affascinante viaggio nel tempo è stato possibile grazie a scavi archeologici prescritti dal servizio archeologico regionale e condotti in queste settimane dall’Inrap – Istituto nazionale francese ricerche archeologiche preventive – , prima dell’installazione di una rete di teleriscaldamento da parte del gruppo Dalkia. Questi scavi hanno svelato segreti nascosti nella topografia urbana di Nevers, dall’antichità fino ai giorni nostri. E uno splendido mosaico pavimentale, che risale ai secoli immediatamente a ridosso del crollo dell’Impero romano. Il terreno, in quel punto, presenta segni di un incendio. La raccolta di materiale organico connesso con la fondazione del tappeto pavimentale consentirà una datazione precisa del reperto. Scavi per la posa in opera di condutture per il teleriscaldamento e monitoraggio archeologico della trincea © Didier Lamotte, Inrap Al centro di questo viaggio nel passato si erge maestosa la cattedrale di Nevers, con le sue due absidi contrapposte di epoche gotiche e romaniche. La presenza del coro gotico orientato rivela una storia di ricostruzione che ha avuto inizio nel XIII secolo, dopo il crollo della parte orientale della cattedrale romanica. Gli scavi archeologici del dopoguerra sono stati fondamentali per comprendere l’impianto del coro romanico occidentale, portando alla luce il battistero e il portale dell’XI secolo. Un’emozionante scoperta è stata fatta a 2,50 metri a sud-ovest del battistero: un antico mosaico, situato in un’ansa del fossato della rete termica. Il mosaico, a una profondità di 1,40 metri, presenta un pannello centrale con rosoni in tessere blu e rosse su fondo bianco. Un motivo a treccia a due fili, associato a un enigmatico simbolo (forse un’ascia), incanta gli osservatori. La datazione del mosaico è ancora avvolta nel mistero, potendo essere antica o contemporanea alla costruzione del battistero nel V o all’inizio del VI secolo. La possibilità di una datazione più recente, fino al medioevo centrale, viene contemplata, considerando il mosaico come parte di una fase di restauro del battistero. Intervento sul mosaico dopo la scoperta © Didier Lamotte, Inrap Ora si cercherà di capire a quale edificio questo arcaico ed elegante pavimento fosse connesso © Didier Lamotte, Inrap Il percorso archeologico continua con il monitoraggio dei lavori in rue du Cloître-Saint-Cyr, testimoniando l’impegno costante nel preservare e comprendere il passato della città. Nel contesto dell’Alta Corte di Nevers, gli antichi edifici del palazzo episcopale rivelano una storia di ricostruzione nel XVIII secolo. Il parco della corte, circondato da un muro, ospita una piscina ricreativa risalente a quel periodo. Il laghetto circolare, con un diametro interno di 5,20 metri, e le tubazioni in ferro per l’approvvigionamento idrico sono tracce tangibili di un passato che, seppur sommerso, continua a raccontare la sua storia. https://stilearte.it/scavi-per-il-teleriscaldamento-a-1-metro-e-40-rilucono-tessere-colorate-trovato-un-mosaico-antico-risale-alla-caduta-dellimpero-romano/ Prescrite par le service régional de l’archéologie de Bourgogne-Franche-Comté préalablement à l’installation du réseau de chauffage urbain par le groupe Dalkia, la fouille intervient dans un quartier situé dans le cœur historique de la ville. Les tranchées d’aménagement, larges de 0,80 m à 1,40 m et pouvant atteindre ponctuellement 3 m, apportent de nouvelles informations sur la topographie urbaine depuis l’Antiquité tardive ou le bas Moyen Âge jusqu’à l’époque actuelle. Sur le sommet de la butte, ce nouveau réseau de chauffage longe le côté nord de la cathédrale puis contourne son chevet roman, traverse le parc du tribunal de grande instance, le parc de l’évêché avant de se raccorder au réseau actuel près du pont de Loire en passant dans l’ancienne église Saint-Laurent. Du baptistère paléochrétien… La cathédrale de Nevers a la particularité de posséder deux chevets opposés, l’un à l’est d’époque gothique, l’autre à l’ouest d’époque romane. La présence du chœur gothique orienté est due à la reconstruction à partir du XIIIe siècle de la partie est de la cathédrale romane effondrée, au niveau de son portail, du baptistère et d’une petite église contiguë. Plusieurs phases de reconstruction auront lieu jusqu’au XVIe siècle. Ce n’est que grâce aux fouilles archéologiques d’après-guerre (la cathédrale a souffert du bombardement de 1944 et nécessitait d’être restaurée) que la disposition du chœur roman occidenté (tourné vers l'ouest) a pu être expliquée, avec la découverte à l’est du baptistère et du portail du XIe siècle. Plusieurs campagnes de fouilles réalisées entre 1947 et 1962, puis plus récemment entre 1989 et 1991, ont ainsi renouvelé les connaissances sur l’histoire et l’évolution de la cathédrale et plus globalement du groupe épiscopal. Actuellement, les vestiges du baptistère et du portail roman de la cathédrale, conservés sous le sol actuel de l’église, sont accessibles à la visite. À 2,50 m au sud-ouest du baptistère, dans un coude de la tranchée du réseau de chaleur, une mosaïque a été mise au jour. Située à une profondeur de 1,40 m, ce sol se trouve sensiblement à la même altitude que les seuils de pierre permettant l’accès à la cuve baptismale. La mosaïque se compose d’un panneau central constitué de rosaces en tesselles bleues et rouges sur fond blanc. Au sud, le bandeau qui borde le panneau central est conservé dans sa largeur. Il montre un motif de tresse à deux brins associé à un symbole (hache ?) au centre des entrelacs. Au-delà du bandeau latéral sud, la mosaïque laisse place à un sol de tuileau rose. Côté ouest, quelques pierres liées par un mortier sont les rares témoins du mur qui bordait la mosaïque. Ce mur est arasé à quelques centimètres au-dessus de l’altitude du sol de tesselles. Les rares tessons de céramique et les charbons de bois (matière pour les datations au carbone 14) découverts dans l’environnement stratigraphique de la mosaïque permettront peut-être de préciser sa date de construction et d’utilisation. Bien qu’une datation antique de la mosaïque soit possible, sa contemporanéité avec le baptistère construit durant le Ve ou au début du VIe siècle est également envisageable. Une datation plus récente, jusque dans le Moyen Âge central, n’est pas à exclure si l’on considère la mosaïque contemporaine d’une des phases de réfection plus récente du baptistère. Suivi des travaux dans la rue du Cloître-Saint-Cyr. © Didier Lamotte, Inrap …au bassin d’agrément du parc du tribunal Le tribunal de grande instance de Nevers occupe les anciens bâtiments du palais épiscopal. Une partie de ces bâtiments furent reconstruits en lieu et place des anciens bâtiments dans la deuxième moitié du XVIIIe siècle. C’est probablement à cette époque que le terrain est rehaussé, remblayé de plus d’un mètre et qu'a été créé le bassin découvert au milieu du parc du tribunal. À l’origine accolés au flanc sud de la cathédrale, le palais épiscopal possède un parc ou jardin ceint d’un mur. L’enclos est représenté sur tous les plans ou cartes de la ville, y compris sur le premier plan cavalier de la cité réalisé par Belleforest en 1575. Les « terres de jardins » noires découvertes sous les remblais témoignent de cet espace. Le bassin se situe au centre du parc actuel. De plan circulaire, il mesurait 5,20 m de diamètre intérieur et est conservé sur une profondeur de 1,10 m. La tuyauterie en fer permettant l’alimentation en eau du bassin est également conservée. Le bassin est encore visible sur les photographies aériennes de l’IGN jusque dans les années 1950. Il est comblé peu après.
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Monete, resti di armamenti, ex voto degli antichi romani, Giano bifronte. Tempio e teatro. Cosa sta rivelando il santuario del mulino bruciato? A Estrées-Saint-Denis, nell’Oise, in Francia un complesso santuario gallo romano è al centro di studi e di scavi. L’area del sito archeologico è denominata “Moulin Brûlé”. Posizionato sulla cima di un’altura naturale, 87 metri sopra il livello del mare, questo luogo ha rivelato tre monumenti principali, ciascuno testimone di diverse fasi storiche che vanno dalla Seconda Età del Ferro al Tardo Impero romano. Le indagini condotte dall’Inrap hanno illuminato la complessa storia di questo antico centro, svelando dettagli su un recinto consacrato, un tempio e un edificio per spettacoli. L’Inrap stesso ne ha dato notizia in queste ore, dopo un accurato studio dei materiali e dei resti. Siamo davvero al cospetto di uno spazio protetto, collocato su un rilievo del terreno, in cui avvenivano liturgie religiose e che offriva ai fedeli spazi per la preghiera. Un santuario attivo e ricco di iniziative come dimostra la presenza di un teatro. Parti di depositi rituali di origine militare dimostrano che il luogo era frequentato anche da soldati. “Una buca di posta lungo il muro sud del tempio iniziale ha rivelato un lotto di 13 monete galliche. – spiegano gli archeologi dell’Inrap – Appartengono tutte ad una facies regionale, in un range cronologico -60 / +50 (100), ad eccezione di due monete forse più antiche, la cui prima data di emissione risale al 150 a.C. Un piccolo oggetto indeterminato completa questo lotto monetario. Realizzato in lega di rame, assume la forma di un nocciolo di oliva. Un secondo oggetto della stessa costruzione è stato rinvenuto in una buca di posta adiacente, mentre un terzo, proveniente dal bottino del tempio, proviene sicuramente dall’una o dall’altra di queste strutture. Si tratta di tre pezzi di forma e dimensioni quasi simili (31×9 mm; circa 8,80 g). può essere paragonato ad un oggetto identico proveniente dal santuario di Fesques (Seine-Maritime)”. Un singolare oggetto con l’effigie di Giano bifronte, scoperto durante gli scavi © Clichés/DAO : S. Lancelot, Inrap E veniamo alla seconda fase del tempio. Anche in questo caso i gallo-romani portarono offerte. “Qualunque sia il periodo considerato, i reperti archeologici rinvenuti, soprattutto metallici, sono piuttosto caratteristici dei contesti santuariali. – spiegano gli archeologi dell’Inrap – Comprendono monete, ornamenti (fibule, perle potin), due ruote, anelli, pezzi di armamento (tre rivetti umbone, un grande rivetto a scudo) ed elementi di finimenti e finimenti (morsi, chiodo smaltato, anello guida). All’altezza della torre del portico, all’ingresso del recinto, è stato rinvenuto un singolare oggetto recante l’effigie di Giano, il dio bifronte ma anche degli inizi, dei passaggi e delle porte. Trovato anche un cursore dell’equilibrio, un oggetto militare, deviato dalla sua funzione primaria e bruciato. Infine, molti di questi manufatti furono oggetto di mutilazione intenzionale”. Uno dei reperti: una rotella metallica. Aveva la funzione di ex voto? © Samuel Guérin, Inrap I misteriosi oggetti a forma di nocciolo d’oliva © Inrap E ci sono poi questi oggetti metallici simili a noccioli d’oliva o ai piombi che biconici che si usano – oggi – per la pesca sportiva. Cos’erano quegli oggetti? Si può supporre che simulassero i micidiali proiettili lanciati dai frombolieri? Il recinto consacrato: uno spazio evolutivo La parte meridionale del sito rivela i resti di un recinto quadrangolare molto antico, il cui angolo sud-est è stato accuratamente esplorato. Questo recinto, risalente alla Seconda Età del Ferro (circa 360-210 a.C.), suggerisce uno spazio circondato da buche e fosse, con tracce di una palizzata ad est. La presenza di un ampio ingresso, delimitato da quattro buche per pali, indica una funzione significativa. Successive trasformazioni vedono il recinto evolversi in una struttura piena di fossati, con un portico d’ingresso più elaborato e spazi semi-interrati. Questa fase, datata tra il 50 a.C. e il 30 d.C., rivela un edificio circolare, forse di culto, con una pianta di circa 12,50 metri quadrati. Il complesso del santuario diviene più forte e imponente. La seconda metà del I secolo segna, infatti, un cambiamento monumentale, con il recinto che viene trasformato, con opere in muratura. Gallerie porticate emergono, seguendo in parte il percorso del recinto originale, e una “torre porticato” sostituisce il portico in legno. Questo complesso, esteso su circa 2116 metri quadrati, potrebbe essere stato occupato per tutto il II secolo, abbandonato alla fine dello stesso secolo o nella prima metà del III secolo. Reperti archeologici, in particolare manufatti metallici e un oggetto raffigurante Giano, il dio bifronte, forniscono un affascinante affaccio sulla vita e sulle pratiche religiose del luogo. Il tempio: un luogo sacro di trasformazione La porzione settentrionale del sito rivela i resti di un tempio, caratterizzato da due fasi costruttive successive. Il primo tempio, in legno, occupa un’area sacra racchiusa da una palizzata. Con una pianta absidata, questo edificio del 50-30 a.C. potrebbe aver ospitato un focolare o un altare. Una buca di posta lungo il muro sud ha rivelato un tesoro di monete galliche, offrendo un’interessante finestra sulle attività economiche della zona. La trasformazione successiva vede il tempio evolvere in una struttura in muratura, con una cella di circa 17 metri quadrati. Un pozzo, forse sormontato da un’edicola circolare, e la presenza di elementi mobili suggeriscono un abbandono alla fine del II secolo o all’inizio del III secolo. Il palazzo degli spettacoli: un teatro antico di rara eleganza Lo scavo dell'”orchestra” del teatro contenuto nel recinto sacro © S. Guérin, Inrap L’edificio degli spettacoli, uno dei soli otto teatri antichi nell’Oise, sorge sul punto più alto del sito. Due fasi costruttive si delineano: un’originaria costruzione in legno, datata tra il 50 a.C. e il 27 a.C., seguita da una versione più monumentale in muratura. La facciata diametrale del teatro, lunga 68 metri, comprende un muro scenico decorato con cornici modanate e elementi statuari. Il palco rettangolare, noto come pulpitum, occupa una superficie di circa 60 metri quadrati. L’emiciclo della cavea, sebbene non ancora completamente compreso nelle sue dimensioni, suggerisce una capacità di 3000-4000 posti. Il teatro sembra essere stato occupato fino alla fine del II secolo, abbandonato nella prima metà del III secolo. https://stilearte.it/monete-resti-di-armamenti-ex-voto-degli-antichi-romani-giano-bifronte-tempio-e-teatro-cosa-sta-rivelando-il-santuario-del-mulino-bruciato/ L’ENCLOS CONSACRÉ Dans la moitié sud du site sont apparus les vestiges d’un enclos quadrangulaire dont seul l’angle sud-est a pu être fouillé. Trois états de constructions ont été reconnus. Un enclos palissadé ? La première construction semble correspondre à un espace ceinturé par des structures de type trous de poteaux et fosses, dont une partie, à l'est, coïncide probablement avec l’élévation d’une palissade, ainsi qu'une large entrée matérialisée par quatre trous de poteaux. Dans l'un de ces derniers, de forme ovalaire, a été mis au jour un contenant en matière périssable (boîte en bois ? en cuir ?) en position quasi-centrale. Outre quelques gros charbons de bois, y ont été découverts sept tessons, la moitié d’une grosse perle en calcaire coquillier et plusieurs gouttelettes et/ou micro-scories de bronze, ainsi que des semences de caméline, des grains d’orge, de blé amidonnier et de céréales indéterminées, des fragments d’une matière organique évoquant de la mie de pain ou de galette, ainsi qu'un nombre important de semences de gesse cultivée/gesse chiche. Les analyses ont démontré que cette première occupation se met en place au second âge du Fer, autour de 360-210 av. J.-C., et perdure au moins jusqu’à 160 av. J.-C. Or, la gesse est quasiment absente en Picardie et en Île-de-France à cette période. Aussi, sa présence en quantité élevée tend à évoquer un dépôt primaire ou un dépôt de fondation. Un enclos fossoyé et un bâtiment circulaire Le deuxième état de construction paraît indiquer une transformation de l’espace palissadé en un enclos fossoyé. Celui-ci reprend pratiquement le même tracé que la palissade. Le porche d’entrée devient plus important et des espaces semi-enterrés sont aménagés de part et d’autre. La voie qui mène à l’entrée est elle-même bordée de poteaux, de nouvelles palissades étant peut-être dressées. Selon le mobilier retrouvé, cet enclos aurait été occupé de 50 - 30 av. J.-C. jusqu’à la fin du règne de Néron (54 apr. J.-C.), avant dernier empereur de la dynastie julio-claudienne. Évolution de l’enclos consacré et focus sur le bâtiment de plan circulaire. © Topographie : Sébastien Hébert ; DAO : S. Guérin, Inrap À l’intérieur de l’enclos, dans l’angle sud-est, 9 trous de poteaux déterminent le plan d’un bâtiment circulaire d’environ 4 m de diamètre (soit près de 12,50 m²), précédé à l’est d’une possible entrée signalée par deux autres trous de poteaux. Les édifices de plan circulaire et ovale ne sont pas inédits aux époques laténienne et pré-augustéenne. Pour preuve, le sanctuaire du « Moulin des Hayes » (Estrées-Saint-Denis) a lui aussi livré plusieurs bâtiments similaires, interprétés comme des espaces sacrés et/ou réservés à des entités sacrées. Un enclos maçonné C'est au cours de la seconde moitié du Ier s. apr. J.-C. que l’enclos est monumentalisé et pérennisé dans la pierre. Bien que cet ensemble nous soit parvenu uniquement à l’état de fondations, on constate qu’une fois les fossés comblés, des galeries à portiques sont élevées, reprenant en partie le tracé de l’enclos fossoyé. Cependant, pour ne pas réduire l’espace intérieur de la cour, l’emprise des galeries est reportée à l’extérieur des fossés (sur les côtés notamment). Enfin, une entrée monumentale de plan carré – la « tour-porche » – vient se substituer au porche en bois. La superficie minimum de cet ensemble est d’environ 2116 m², si l’on se base sur la façade orientale longue d’environ 46 m. Ce monument pourrait avoir été occupé durant tout le IIe s., avant d’être définitivement abandonné soit à la fin de ce même siècle ou au cours de la première moitié du IIIe s. Secteur 1 : photographie aérienne de l’enclos romain présentant les fondations d’une galerie de circulation et d’une tour-porche. Arc de Dierrey – « Le Moulin Brûlé », Estrées-Saint-Denis (Oise), 2014. © Pascal Raymond, Inrap/Mehdi Belarbi, Inrap. Quelle que soit la période considérée, le mobilier archéologique mis au jour, notamment métallique, est assez caractéristique des contextes de sanctuaires. Il comprend des monnaies, des parures (fibules, perle en potin), deux rouelles, des anneaux, des pièces d’armement (trois rivets d’umbo, un grand rivet de bouclier) et des éléments d'attelage et de harnachement (mors, clou émaillé, anneau passe-guides). Un objet singulier à l’effigie de Janus, le dieu aux deux visages mais aussi dieu des commencements, des passages et des portes, a quant à lui été mis au jour au niveau de la tour-porche, à l’entrée de l’enclos. Il s'agit d'un curseur de balance, détourné de sa fonction première et brûlé. Enfin, plusieurs de ces artefacts ont fait l’objet de mutilations intentionnelles. Après un hiatus, le secteur sera partiellement réinvesti à compter de l’an 325 jusqu’à la fin du IVe s., voire le début du siècle suivant. On constate en effet qu’un long fossé de drainage et un puits recoupent en totalité la galerie à portique sud. LE TEMPLE Dans la moitié nord de l’emprise, les vestiges d’un temple ont été mis en évidence. Deux états de construction successifs ont été reconnus. Un temple sur poteaux plantés et un dépôt de fondation Le temple dans son premier état a été découvert à la faveur d’un décapage consistant à démanteler les fondations du temple romain qui lui a succédé. Ce premier édifice en bois s’inscrit dans une aire sacrée (temenos) d’au moins 437 m² (23x19 m) clôturée par une palissade (le péribole). De plan absidal et ouvert a priori vers l’ouest, ce temple primitif, s’élevant sur dix poteaux, occupait une surface de 39 m². Il est possible qu’il ait abrité un foyer ou un autel, mais il n’en subsiste aucune trace. Enfin, le mobilier archéologique indique que ce temple fonctionna au cours de 50 - 30 av. J.-C. à la période julio-claudienne (entre 27 av. J. -C. et 68 apr. J.-C.). Secteur 2, emprise du temple gaulois (Ier s. av. notre ère). Arc de Dierrey – « Le Moulin Brûlé », Estrées-Saint-Denis (Oise), 2014. © Samuel Guérin, Inrap Un trou de poteau bornant la paroi sud du temple initial a livré un lot de 13 monnaies gauloises. Toutes appartiennent à un faciès régional, dans une fourchette chronologique -60 / +50 (100), à l’exception de deux monnaies qui sont peut-être plus anciennes, leur première date d’émission remontant à 150 av. J.-C. Un petit objet indéterminé vient compléter ce lot monétaire. Réalisé à partir d’un alliage cuivreux, il prend la forme d’un noyau d’olive. Un deuxième objet de même facture a été découvert dans un trou de poteau adjacent, tandis qu’un troisième, issu des déblais du temple, provient certainement de l’une ou l’autre de ces structures. Ces trois pièces de forme et de dimensions quasi similaires (31x9 mm ; environ 8,80 g). peuvent être assimilés à un objet identique issu du sanctuaire de Fesques (Seine-Maritime). Objet indéterminé en forme de noyau d’olive rréalisé à partir d’un alliage cuivreux. © Inrap Un temple maçonné Les fondations maçonnées du temple à plan centré, appelé fanum, ont succédé au temple primitif en bois ; il en est de même pour l’emprise du péribole. Les limites de l’aire sacrée ne sont pas connues, mais on constate que le fanum n’était pas centré dans le temenos. De plan presque carré, la cella mesure environ cinq mètres sur six de côté, pour un espace interne d’environ 17 m². L’édifice est fondé sur un radier de silex assez dense, de même que la galerie de circulation, de 10,50 m de côté et de 1,50 à 2 m de large, les déambulatoires mesurant environ 9 m de long. Seule une partie des fondations des murs nord, est et sud du péribole ont été mises au jour. Par ailleurs, un puits est localisé à l’extérieur de l’espace sacré, mais proche du mur nord du péribole. Ce puits était probablement coiffé d’un édicule circulaire. Sondé jusqu’à 5 m de profondeur, il a livré quelques éléments mobiliers qui suggèrent un abandon à la fin du IIe s. ou au début du IIIe s. Bâti à la fin de la première moitié du Ier s. apr. J.-C. ou dans le courant de la seconde moitié du Ier s., le temple a été désaffecté lui aussi durant la première moitié du IIIe s. Évolution du temple en bois vers le fanum maçonné. En haut, à droite : fragment d’orle de bouclier découvert dans St.126 et talon à douille conique d’arme d’hast mis au jour dans le niveau 1033 (temenos) ; en bas, à droite : petits objets indéterminés en forme de noyau d’olive découverts dans St.437 et 445. © Topographie : Sébastien Hébert ; clichés : S. Lancelot ; DAO : S. Guérin, Inrap L’ÉDIFICE DE SPECTACLE L’édifice de spectacle compte parmi les huit théâtres antiques recensés dans l’Oise. Il a été construit sur le point le plus haut de l’éminence naturelle, alors que le temple qui lui fait face, s’élève sur un léger versant exposé au nord. Entre les deux, une longue esplanade (porticus post scaenam) de plan quadrangulaire permet la circulation entre les deux monuments. Deux états de construction ont été identifiés pour le théâtre (fig. 4). En effet, une série de structures en creux suggère qu’une construction en bois précéda le monument en partie maçonné (état 2). Secteur 2 (plan) : esplanade localisée à l’arrière du théâtre romain (Ier-IIe s. apr. notre ère). Arc de Dierrey – « Le Moulin Brûlé », Estrées-Saint-Denis (Oise), 2014. © Samuel Guérin, Inrap Un premier théâtre construit en bois Le plan de l’édifice de spectacle dans son deuxième état reprend celui d’un édifice primitif, de plus petite dimension, dont ont été identifiés l’axe de la façade diamétrale, l’emplacement supposé de la scène et une partie de l’emprise de la cavea. Lors du décapage des fondations de la façade diamétrale maçonnée, les fonds de trous de poteaux alignés, distants les uns des autres d’environ 1 m, sont apparus. Une structure construite sur ossature bois semble donc avoir constitué cette première façade, sa longueur restituée étant d’environ 50 m. Le dispositif scénique était intégré au centre de celle-ci, à cheval entre l’esplanade qui la borde à l’extérieur et une aire trapézoïdale localisée devant la scène (vestige d’une orchestra ?). Les dimensions de cette scène sont évaluées à 10 m de long contre environ 4,50 m de large, soit une surface d’environ 45 m². Structures rectangulaires interprétées comme les fosses d’implantation de pieux verticaux qui bordaient la cavea primitive. © Cliché : S. Guérin, Inrap À environ 8 m au sud de la façade diamétrale maçonnée, une aire en forme de demi-cercle prolongé par deux lignes parallèles est circonscrite par une succession de vingt fosses interprétées comme les fosses d’implantation de pieux verticaux qui bordaient la cavea. Du côté nord, une tranchée était probablement destinée à recevoir une poutre de sablière basse, limitant l’emprise de la cavea de ce côté-ci. Finalement, l’ensemble de ces structures a vraisemblablement été aménagé dans le but de contenir une partie des remblais qui constituaient la pente de la cavea. Il pourrait aussi concerner un dispositif supportant une cavea construite intégralement en bois, comme sur le site de Boult-sur-Suippe, à 15 km de Reims, où des fosses rectangulaires semblent avoir servi à l’implantation de pieux verticaux permettant de contenir une partie du remblai interne de la cavea d’un édifice de spectacle en bois d’époque romaine. Dans le cas présent, il manque des données sur la nature des gradins : ces derniers étaient soit en bois, ou bien de simples talus concentriques ont été aménagés, tenant lieu de gradins gazonnés. Le théâtre primitif d’Estrées-Saint-Denis paraît avoir été édifié durant la période Pré-augustéenne (50-27 av. J.-C.), voire Augustéenne (27 av. J.-C./14 apr. J.-C.), ce qu’une datation C14 tend à confirmer. De fait, ce théâtre peut être considéré comme le plus ancien édifice de spectacle de l’Oise et, au-delà, comme l’un des plus anciens théâtres de Gaule Belgique. Secteur 2 : photographie aérienne du fanum et du théâtre. Arc de Dierrey – « Le Moulin Brûlé », Estrées-Saint-Denis (Oise), 2014. © Pascal Raymond, Inrap/Mehdi Belarbi, Inrap Le théâtre maçonné Dans son état maçonné, les vestiges de l’édifice de spectacle se résument pour l’essentiel aux éléments de fondation et aux tranchées de récupération. Sont ainsi conservés les murs périmétraux rectilignes et le mur de scène, les substructions de la scène, l’emprise de l’orchestra, deux tronçons de murs dans la cavea. Des observations réalisées à partir des bermes est et ouest de la fouille ont également permis de constater des apports de sables pour constituer le monticule artificiel sur lequel les gradins s’élevaient. À l’exception de l’hémicycle monumental encaissé, l’ensemble est très arasé. La façade diamétrale du théâtre maçonné est composée des murs rectilignes ouest et est qui encadrent un mur de scène plus large ; sa longueur est estimée à 68 m. Concernant le mur de scène (11 m de long), il possédait certainement une élévation plus importante, propre à recevoir des décors. C’est d’ailleurs précisément dans ce secteur qu’ont été mis au jour la plupart des éléments décoratifs. Si aucun placage n’a été découvert, en revanche trois morceaux d’une corniche moulurée, un fragment de colonne d’environ 60 cm de diamètre (pour 4 m de haut à l’origine) et trois éléments statuaires, dont un fragment de drapé, sont recensés. Ces derniers apportent un témoignage précieux quant à la présence d’une ou plusieurs statues (ou reliefs) au niveau du mur de scène, sans que l’on ne puisse en préciser davantage la position d’origine ni même identifier le ou les sujets qui étaient représentés (élite locale, figure impériale ou représentation divine ?). Adossée au mur de scène, l’estrade ou pulpitum est de plan rectangulaire pour une surface occupée d’environ 60 m². Son plancher était supporté par trois murs dont il subsiste principalement les tranchées d’épierrement. La scène occupe en grande partie la surface de l’orchestra, là où le chœur et les musiciens prenaient place. Cet élément architectural est le plus remarquable et le mieux conservé de l’édifice de spectacle. Excavée sur 0,50 m de profondeur, l’orchestra est délimitée au nord-ouest par le mur de scène et les murs périmétraux rectilignes, tandis qu’à l’opposé et latéralement, elle est cernée par un alignement de grandes pierres de taille disposées sur deux rangées. L’aménagement en grand appareil de l’orchestra forme un dispositif original ; 82 dalles en calcaire ont été nécessaires pour le concevoir. Il est interprété comme un couloir de circulation, ce qui est aussi le cas d’un dispositif similaire au théâtre antique de Châteaubleau (Seine-et-Marne). Enfin, à l’arrière de l’orchestra s’ouvre l’hémicycle de la cavea formé par un monticule de remblais sableux, vraisemblablement maintenus dans la partie inférieure par l’aménagement en grand appareil. À ce stade des recherches, on ignore presque tout de l’emprise initiale de la cavea. En extrapolant sa forme en fonction de la longueur de la façade diamétrale, on obtient un plan semi-circulaire outrepassé. Cette hypothèse permet de restituer un théâtre de 68 m de long sur 60 m de profondeur, ce qui le rapprocherait de celui de Ribemont-sur-Ancre (Somme) construit peu après le milieu du Ier s. (capacité de 3000 à 4000 places). Bien que les accès à la cavea soient méconnus, on peut néanmoins se demander si des entrées latérales n’ont pas été aménagées le long des murs périmétraux rectilignes. Secteur 2, théâtre romain. Emprise supposée de la cavea (Ier-IIe s. apr. notre ère). Arc de Dierrey – « Le Moulin Brûlé », Estrées-Saint-Denis (Oise), 2014. © Samuel Guérin, Inrap Ainsi, le développement et la « pétrification » du monument semble être intervenue au cours du Ier s. apr. J.-C., sans plus de précision. Puis, le théâtre paraît avoir été occupé au moins jusqu’à la fin du IIe s., son abandon intervenant au cours de la première moitié du IIIe s. Enfin, si l’édifice de spectacle est le lieu indispensable pour accueillir la foule et concentrer son attention, celui-ci répond à plusieurs fonctions : il a certainement été le lieu de ludi scaenici (pantomimes et autres manifestations), mais aussi l’espace où se déroulèrent mystères et autres cérémonies religieuses en rapport avec la vie du sanctuaire.
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Scavano per realizzare appartamenti comunali. Scoprono un cimitero merovingio nel paese in cui mori Berta, la madre di Carlo Magno Tombe dell’età merovingia sono state trovate nelle ore scorse in un cantiere a Choisy-au-Bac un comune francese di 3.588 abitanti situato nel dipartimento dell’Oise della regione dell’Alta Francia. In questo paese mori Berta dai Grandi piedi, la madre di Carlo Magno. Erano in corso gli scavi per la costruzione di 17 abitazioni comunali e 4 abitazioni private, quando gli operai si sono imbattuti in resti umani. I lavori sono stati sospesi dopo la scoperta dei resti merovingi. Gli archeologi di Éveha sono stati chiamati sul posto dalla società costruttrice. Gli archeologi hanno scoperto diverse tombe a inumazione risalenti al periodo compreso tra il V e l’VIII secolo, su un terreno nel centro della città di Choisy-au-Bac. La conclusione dei lavori di indagine archeologica è prevista per dicembre. Poi potrà iniziare la costruzione degli alloggi. Choisy-au-Bac venne fondata alla confluenza dell’Oise e dell’Aisne, su una pianura alluvionale che ha conservato vestigia di abitazioni preistoriche, addossate al colline boscose della foresta dove i suoi abitanti così spesso trovavano rifugio dall’avvicinarsi degli invasori. Infatti, nel corso dei secoli, situata in uno storico luogo di passaggio, Choisy ha subito numerose invasioni e distruzioni: combattimento delle legioni romane di Giulio Cesare contro i Bellovaci di Corréus, passaggio dei Vandali e degli Svevi di Gondéric, visita di Clodoveo in arrivo di Soissons, saccheggio da parte dei Normanni il giorno di Natale dell’895, poi da parte degli inglesi nella Guerra dei Cento Anni. Ma fu durante i periodi merovingio e carolingio che Choisy-au-Bac raggiunse il suo apice. Non lontano dalla riva destra dell’Aisne fu costruito un palazzo reale, luogo di caccia frequentato da re, dignitari franchi, regine e dame di corte. L’abbazia di Saint-Etienne, fondata da Dagoberto I , ha ospitato numerosi sinodi. Vi furono sepolti Childeberto IV, Dagoberto IV e Clotario IV in particolare. La regina Berta, moglie di Pipino e madre di Carlo Magno, morì a Choisy-au-Bac il 12 luglio 783. Suo figlio Carlo venne più volte a consultare il famoso monaco studioso irlandese Alcuino. https://stilearte.it/scavano-per-realizzare-appartamenti-comunali-scoprono-un-cimitero-merovingio-nel-paese-in-cui-mori-berta-la-madre-di-carlo-magno/
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Controrivoluzione: se avanzo seguitemi...
ARES III ha aggiunto un nuovo link in Storia ed archeologia
Henri du Vergier, conte de La Rochejaquelein (Châtillon-sur-Sèvre, 30 agosto 1772 – Nuaillé, 28 gennaio 1794) fu un militare controrivoluzionario francese proveniente dalla Vandea. Più giovane sostenitore della monarchia assoluta dei Borbone-Francia, combatté le guerre di Vandea con il grado di generale dell'esercito cattolico e reale. Trovò la morte in battaglia a 21 anni nei dintorni di Nuaillé, in Maine e Loira. Nacque a Château de la Durbellière, vicino a Châtillon-sur-Sèvre, e frequentò la scuola militare di Sorèze. Ufficiale della guardia costituzionale del re Luigi XVI, la rivoluzione francese scoppiò quando lui aveva sedici anni: scelse di non seguire la famiglia, che stava emigrando dalla Francia, perché credeva di poter difendere il palazzo delle Tuileries, quando questo venne attaccato il 10 agosto 1792. Tornato nella sua regione dopo la sconfitta, ricevette la chiamata alle armi dovuta all'introduzione della leva obbligatoria che la neonata repubblica adottò per far fronte alle cosiddette guerre rivoluzionarie francesi, ma disertò e si unì all'amico e cugino Louis Marie de Lescure che nel Poitou, la sua regione, stava radunando degli insorti realisti. Prese parte alle guerre di Vandea scoppiate il 13 marzo 1793: alla testa di qualche migliaio di contadini vandeani ottenne la sua prima vittoria sull'esercito repubblicano il 13 aprile successivo a Les Aubiers, e prima della battaglia incitò i suoi uomini con una frase divenuta poi famosa: «Se mio padre fosse fra noi, vi ispirerebbe più fiducia, poiché mi conoscete appena. Io del resto ho contro di me la mia giovinezza e la mia inesperienza; ma ardo già di rendermi degno di comandarvi. Andiamo a cercare il nemico: se avanzo, seguitemi; se indietreggio, uccidetemi; se mi uccidono, vendicatemi!» (Henri de La Rochejaquelein) Il 20 ottobre fu scelto come "Generalissimo" dell'esercito cattolico e reale sostituendo Maurice d'Elbée, rimasto gravemente ferito nella seconda battaglia di Cholet a cui lo stesso La Rochejaquelein aveva preso parte. Tuttavia il suo coraggio non compensò la sua mancanza di esperienza e di abilità strategica: marciò su Granville, prese Avranches il 12 novembre, ma non riuscì a tenere Granville e si ritirò ad Angers per attraversare la Loira. Le truppe di Marceau, Kléber e Westermann lo inseguirono, sconfiggendolo una prima volta a Le Mans il 12 dicembre e definitivamente il 23 successivo a Savenay. Riuscì a portare il resto del suo esercito oltre la Loira e provò a continuare una guerriglia contro i repubblicani. Il 4 gennaio si mise in marcia per Nuaillé, vicino a Cholet (Maine e Loira), per comandare quella che risultò essere la sua ultima spedizione. Verso la fine del mese, la guarnigione repubblicana di Cholet era uscita dalla città per incendiarla e La Rochejaquelein decise allora di attaccarla prima che questa appiccasse il fuoco. L'attacco avvenne il 28 gennaio 1794: circondati dai vandeani molti repubblicani morirono, anche a causa dell'incendio che questi erano riusciti ad appiccare, mentre altri andarono incontro al generalissimo per arrendersi. Il generale vide poi due granatieri in fuga, così salì a cavallo e, insieme ad altri suoi ufficiali, li inseguì con lo scopo di catturarli per poi interrogarli. Uno dei due granatieri si fermò nascondendosi dietro un cespuglio, mentre l'altro continuava a scappare in modo da fare da esca: il soldato nascosto puntò quindi l'arma su uno dei cavalieri che inseguivano il suo compagno, ma La Rochejaquelein lo vide e si lanciò su di lui per bloccarlo; a questo punto il soldato repubblicano, accortosi del generale avversario, gli sparò in fronte, uccidendolo sul colpo. Gli altri ufficiali di La Rochejaquelein, che avevano ucciso il granatiere fuggiasco, accortisi che l'altro repubblicano aveva ucciso il loro generale si lanciarono su di lui, massacrandolo. Il corpo di La Rochejaquelein fu seppellito nello stesso posto in cui venne raggiunto da un colpo mortale. Affinché il suo cadavere non venisse identificato e non venisse profanato dai repubblicani, come accadde a Bonchamps, il suo amico Jean Nicolas Stofflet gli cambiò gli abiti e gli tagliò il viso a colpi di sciabola e singhiozzando disse: «ho perso ciò che avevo più di caro al mondo». Fu riesumato più tardi dopo che un mezzadro indicò il luogo di sepoltura provvisoria, e fu deposto nella chiesa di Saint Aubin di Baubigné nella regione delle Deux-Sèvres, insieme ai suoi due fratelli Louis e Auguste du Vergier de La Rochejaquelein. https://it.m.wikipedia.org/wiki/Henri_de_La_Rochejaquelein La Rochejaquelein viene seppellito. Statua realizzata nel 1895 da Alexandre Falguière -
Amici lamonetiani buondi'! Vorrei presentarvi questo gettone(premetto che non ho nemmeno cercato sul web)(mi ricordo i nostri di gettoni) .... (ma non erano degli anni 30)boh! :mellow: .......e volevo chiedervi pareri in confronto! Se rari,se si conoscono,gli anni che hanno passato per le cabine(telefonando);conservazione;tipologia;usura;falsi; Sono sicuro che delle risposte arriveranno::::io mi affido alla vostra presentazione di cultura! :) ...sono appena arrivate da mercatini comprando delle mondiali ci trovai anche questo :D Ringrazio anticipatamente::: ;) Foto: Saluti :)
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Nell'album Le mie monete
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Salve a tutti vorrei sapere qualche dato in più riguardo questa moneta.. della quale posto qualche foto:
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