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L. Licinio Lucullo

Denario di Planco con Medusa e Vittoria frontali

Risposte migliori

L. Licinio Lucullo

Il denario fu coniato dalla zecca al seguito di Cesare a distanza di circa quattro anni dalla resa di Alesia (52) e dalla cattura dell'averno Vercingetorige. Negli anni contemporanei all'emissione, tra il 48-47, Cesare si era impegnato in una politica di pacificazione con gli altri principes galli, provvedendo a larghe concessioni della cittadinanza romana ai provinciali della Transalpina e permettendo addirittura ad alcuni Galli della Narbonese di entrare in Senato. Questa generosità nei confronti dei "bracati" galli non era affatto ben vista a Roma, ed era anzi motivo di motteggio per Cesare. Svetonio cita a proposito un libellus letto in senato, nel quale era scritto che: "Gallos Caesar in triumphum ducit, idem in curiam; Galli bracas deposuerunt, latum clavum sumpserunt" (Suet. Caes., 80). Anche l'ingente intromissione di soldati provinciali nell'esercito, come testimonia la formazione della legione V Alaudae composta da galli della Transalpina, aveva contribuito a impensierire non poco l'opinione pubblica. Era quindi necessario rassicurare il nazionalismo romano e allo stesso tempo fomentare l'orgoglio autoctono dei cittadini. In questo senso la composizione figurativa scelta per il rovescio del denario si presta bene allo scopo: in alto spicca il trofeo di armi, colla corazza affiancata allo scudo e al carnyx, la caratteristica tromba gallica, segno della conquista sul campo, e in basso il prigioniero seminudo seduto, con le mani legate, incapace di opporsi alla sconfitta subita. Il prigioniero è stato a lungo identificato come Vercingetorige (Babelon); sebbene sia Crawford che Sear ritengano questa identificazione improbabile, le caratteristiche fisiche chiaramente individuate, compresa la testa di insolite dimensioni, fanno ritenere che l'autore dell'intaglio stesse cercando di riprodurre il ritratto riconoscibile di una persona reale

Il monetario Munazio Planco, filocesariano, fu pretore fino al 43. Dopo la morte di Cesare fu proscritto e ucciso a Salerno, dov'era fuggito.

Il R/ conosce due diverse interpretazioni.

Una si rifà ad una citazione di Plinio (NH 35, 108) che descrive un famoso dipinto opera del greco Nicomaco, costato milioni di sesterzi. Le fonti, tuttavia, ci riferiscono che il quadro fu dedicato in un tempio del Campidoglio a cura di un certo Plancus imperator (Plinio), identificato con L. Munaizo Planco, fratello del monetario. La dedica, tuttavia, avvenne solamente nel corso del trionfo del 43, quattro anni dopo l’emissione della moneta; che negli anni precedenti il quadro fosse stato già in possesso della gens è un’ipotesi del Crawford

L'altra si rifà ad un gustoso episodio riferito da Ovidio e Livio, occorso ad un antenato del monetario, C Plauzio Venox, censore assieme a Appio Claudio Cieco. Nel 312 o 311 questo magistrato proibì ai flautisti del collegium tibicinum di consumare il loro pasto nel tempio di Giove Capitolino. I flautisti, sdegnati, fuggirono a Tivoli per protesta. L'antenato di Planco escogitò una messinscena per riportarli a Roma: furono ubriacati e trasportati su un carro con facce coperte da maschere (la Gorgone sul diritto sarebbe quindi la maschera di una Gorgone). Il carro dell'Aurora un riferimento al loro arrivo furtivo a Roma sul far del giorno. A conforto di tale complessa interpretazione le feste dei tibicini, celebrate il 13 giugno, nel corso della quale i suonatori giravano per Roma con maschere (gorgoniche?) e lunghi abiti femminei (Casolari sposa la seconda interpretazione). Il magistrato monetario era un fratello di L. Munatius Plancus, adottato dalla gens Plautia. I tipi, di grande bellezza, alludono sapientemente ad un evento antico, ma ancora vivo nella memoria popolare, che aveva avuto tra i protagonisti un antenato della sua famiglia adottiva. Scrive Livio (IX, 30) che nel 312 i censori Caius Plautius ed Appius Claudius Caecus avevano vietato al collegio dei suonatori di flauto, i Tibicines, di celebrare il loro tradizionale banchetto nel tempio di Giove Capitolino. Essi indignati si ritirarono in massa a Tivoli, con il risultato che a Roma non rimase nessuno in grado di accompagnare colla musica i riti sacrificali. Poiché la componente musicale era essenziale nelle cerimonie religiose, il senato inviò ambasciatori a Tivoli per sollecitare la collaborazione dei Tiburtini. Essi, dopo avere tentato invano di convincere i Tibicines a tornare a Roma, ebbero ragione di loro grazie ad uno stratagemma, suggerito forse dallo stesso Plautio: li invitarono nelle proprie case perché allietassero colla musica i loro conviti ma, dopo averli ubriacati, li caricarono su carri - addormentati e con i volti nascosti da maschere - e prima dell'alba li ricondussero a Roma, dove li abbandonarono nel Foro. Risvegliati dalla prima luce del giorno, furono convinti dal popolo a rimanere. Per commemorare questo avvenimento, ogni anno si celebrarono a Roma, dal 13 al 15 giugno, le Quinquatrus Minores, feste in onore di Minerva, durante le quali i Tibicines consumavano un banchetto sacro nel tempio di Giove e si esibivano ebbri, con maschere e vesti femminili. Alle loro maschere allude quella di Medusa, sorridente o ghignante, mentre Aurora che conduce i quattro cavalli del Sole è la stessa che li sorprese addormentati sui carri nel Foro. L'11 giugno, due giorni prima delle Quinquatrus Minores, si celebravano a Roma i Matralia in onore di Mater Matuta, colei che scaccia le tenebre. Sotto il suo nome si cela Aurora, sorella della Notte, che conduce il Sole, figlio della Notte, a prendere possesso del giorno.

Certamente, il ramo di palma è un attributo di Victoria, non di Aurora

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L. Licinio Lucullo

Perdonatemi un commento personale: il retro di questa moneta è veramente un bassorilievo di straordinaria plasticità ed efficacia comunicativa, un piccolo miracolo dell'arte incisoria

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L. Licinio Lucullo
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