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uzifox

Quando le monete dividevano l'Europa

Risposte migliori

uzifox

Non so se è giusto mettere questa discussione in questa sezione, magari stava bene pure nella piazzetta del numismatico...nel caso spostatela ;)

Comunque stasera navigando alla ricerca di informazioni varie sull'euro mi sono imbattuto in questo articolo scritto alle soglie dell'entrata in vigore dell'euro che mi è piaciuto molto per il suo dipingere un tempo veramente antico (oggi noi discutiamo se è meglio Paypal o carta credito... :D ) e che qui vi ripropongo.

Racconti per una lira. Quando le monete dividevano l'Europa

di SANDRO VIOLA

LA VIGILIA dell'euro, il pensiero che fra pochi giorni si viaggerà da un paese all'altro dell'Unione senza più dover cambiare la lira in franchi, marchi, pesetas e via dicendo, riportano alla mente d'un europeo d'età avanzata una quantità di ricordi. I primi assai lontani, di mezzo secolo fa. Nell'Europa del dopoguerra, ancora imbrigliata da severe restrizioni valutarie e da lunghi, puntigliosi controlli doganali, poche cose erano infatti tanto complicate come assicurarsi il cambio della lira per i nostri primi viaggi nel continente.

Uscire dal paese con una valuta straniera era proibito e, quanto alle lire, era consentito portarne fuori confine soltanto una cifra modestissima. Così, le famiglie del giovane che s'accingeva a partire discutevano per giorni il da fare, cercavano il consiglio di parenti e amici, chiedevano favori. E finiva che un'eccitante sensazione d'incertezza e d'avventura, di leggi violate, di possibili arresti alla frontiera, avvolgesse il viaggio ancor prima d'iniziarlo. Nel 1951, a Parigi, il mensile che m'avevano assegnato i miei dovevo andarlo a ritirare in uno studio severo di rue de la Boetie. Lì me lo consegnava in franchi un nostro conoscente, un italiano che lavorava per un'organizzazione internazionale, sul cui conto bancario a Roma mio padre aveva intanto versato l'equivalente in lire. A volte il funzionario era occupato, e restavo ad aspettarlo un'ora e anche due. A volte non aveva ancora ricevuto dalla sua banca italiana l'avviso del versamento effettuato dai miei: e allora s'azzardava diffidente ad un magro anticipo (rivedo le sue dita che pescavano caute, esitanti, un biglietto o due nel portafoglio), seguito da un sermoncino su quelle che considerava le mie «spese eccessive». Il tutto a porte ben chiuse e voce bassa. Io ingollavo le attese, e non mi facevo turbare dal sermone. Era tale la felicità di sentirsi in tasca dei soldi da spendere, che ancor oggi, quando passo da rue de la Boetie, mi sembra di risentirmi euforico e leggero come allora. E, certo, i soldi duravano poco. Se ne andavano rapidi la notte al Petit Dome, il bar americano che stava di fianco al Dome in boulevard Montparnasse, o al bar del Montana in rue Saint Benoit; oppure al Club Saint Germain — di faccia al Montana — dove suonavano sino all'alba Stephane Grappelli e Sidney Bechet col suo quartetto; oppure ancora alla Rose Rouge, a sentire i Frères Jacques mentre Anouk Aimèe si muoveva incantevole, giovanissima ma già enigmatica, lunare, da un tavolo all'altro. E' vero, l'euro non potrà ancora essere speso in Inghilterra. Ma lo si potrà cambiare come di consueto in banca, o far spuntare le sterline da una macchinetta con la carta di credito: e il tutto a volontà. Mentre nell'Europa dei Cinquanta anche in Inghilterra si doveva ricorrere, per le operazioni di cambio, a varii e contorti passaggi. Col solo vantaggio che a Londra la procedura si svolgeva in modo più spedito e professionale. Contra legem come a Parigi, ma espletata da gente con un senso pratico, un'elasticità ancora sconosciuti nel continente. Nel 1952, affidati ad un cambiavalute di Milano, i miei soldi approdavano infatti in un ufficio finanziario della City. Vecchie scrivanie di mogano, ancora qualche colletto duro, i vetri delle finestre ingrigiti dallo smog. All'ingresso un usciere claudicante, dappertutto portaceneri dove le Player's, le Piccadilly e le Senior Service degli impiegati si consumavano lentamente, riempiendo le stanze d'un forte aroma di tabacchi Virginia. Un impiegato, sempre lo stesso, mi riceveva con modi compassati ma cortesi. Piegava in quattro un foglio di carta bianca facendo scorrere l'unghia sulle pieghe, lo sezionava, e metteva da parte tre dei ritagli. Sul quarto residuo del foglio mi faceva poi scrivere e firmare una ricevuta a titolo personale (ricevo dal signor X Y...), infine contava le sterline da versarmi. E al momento dei saluti — avendo combattuto in Italia, sulla linea Gotica — compitava un passabile «Arrivederci, signor Viola». In quell'ufficio di Londra scoprii, come ho accennato, il pragmatismo britannico. A volte succedeva infatti che mi presentassi all'appuntamento — ormai senza un penny in tasca — con sei o sette giorni d'anticipo sulla fine del mese. A differenza di quel tale a Parigi, l'impiegato della City subito domandava: «Di quanto ha bisogno?» Io dicevo una cifra (la prima volta esigua, e le volte successive man mano sempre più alta), e lui stava già aprendo il cassetto dove teneva le banconote. Diversa era soltanto la ricevuta, che in questi casi — trattandosi d'un prestito e non di un'operazione di cambio più o meno illegale — recava l'intestazione della finanziaria e la formula consueta: «Ricevo dalla società Z & W ...» Perché la Z & W mi desse tanta fiducia, senza minimamente temere che dall'Italia non sarebbe giunta alcuna rimessa e che io non avrei restituito il danaro, fu all'inizio un mistero. Poi capii che la pratica finanziaria inglese, collaudata ormai da secoli e in mezzo mondo, prevedeva qualche margine di rischio pur di funzionare sveltamente, senza tanti intoppi e lungaggini. E in ogni caso, che fortuna essermi imbattuto in un sistema così flessibile. Infatti le mie visite alla City, e le firme sulle ricevute, si moltiplicarono. Così che quando lasciai Londra, il mio debito verso la Z & W era ormai considerevole. Anche lì, sui marciapiedi di Lombard street, a due o tre porte dalla Lloyds Bank dove T. S. Eliot aveva lavorato per molti anni, quanta esultanza nel tastare la tasca sinistra del pantalone e sentirvi dentro il rotolo delle sterline. Mezz'ora prima ero senza un soldo, e il fiume m'era sembrato plumbeo, sporco, malinconico; ma con in tasca il prestito della Z & W, persino la vista del Tamigi dava allegria. Subito veniva alle labbra il capolavoro dei fratelli Gershwin, «A foggy day in London time». Il loden aperto e svolazzante, scendevo Lombard street canticchiando la canzone, ogni qualche metro accennando un passo alla Fred Astaire. Non che Londra fosse alla moda e divertente come Parigi. Incombevano ancora le ristrettezze dell'»austerity», alcuni generi di consumo restavano tesserati, non c'erano ragazze vestite di nero alla Juliette Greco e caffè dove si poteva sedere a fianco di Sartre o di MerleauPonty. Ma Harrod's già traboccava di pullover delle migliori fabbriche scozzesi, i cravattai di Old Bond e Jermyn stavano recuperando le vecchie forniture di seta italiana e francese, Soho cominciava a rianimarsi, e da Prunier la sogliola di Dover preparata «Wellington» era magnifica. In breve: a volerlo, anche a Londra si poteva spendere un bel pò di danaro. Tra l'altro, l'Inghilterra d'allora costituiva per un giovane venuto dal continente un'esperienza di viaggio non tanto diversa da come può essere oggi approdare nello Xinijang cinese, mettiamo, o in Patagonia. Com'era infatti diverso, esotico, il paese che nei nostri temi in classe di pochi anni prima avevamo chiamato la «perfida Albione». Com'erano diversi il cibo, il modo in cui erano vestiti gli uomini (manovali, bottegai o elegantoni), gli odori delle case. Gli orari, le misure di peso e lunghezza. I poliziotti e le farmacie, i bar — o meglio il loro equivalente, i «pubs» — i treni e i taxi. Inoltre la sterlina non veniva suddivisa col sistema decimale, la spina dei nostri rasoi elettrici non s'adattava alle prese locali, le automobili procedevano sulla sinistra. Oggi tutto è cambiato, resta soltanto la differenza della guida a destra, ma allora sembrava di metter piede agli antipodi. I commessi di Asprey e Fortnum & Mason in tight, i tabaccai del centro con gli scaffali di rovere e i vasi di porcellana per le diverse misture di tabacco da pipa, il montone con la salsa di menta al primo piano dell'Old Cheeshire's, i teatri famosi con le poltrone spelacchiate e il pavimento cosparso di cicche, le amazzoni ad Hyde Park, i cori dell'Esercito della Salvezza a Chancery Lane. Come pareva lontano, il Continente. Una decina d'anni dopo quel soggiorno a Londra, i problemi dell'esportazione di valuta restavano più o meno identici. Passare la frontiera con una cifra consistente in lire non si poteva, né erano ancora possibili — se non per ragioni commerciali — le rimesse bancarie. Nel '60, a Parigi, i soldi mi giungevano infatti dalla Svizzera. Lì le lire erano arrivate dall'Italia nelle gerle dei cosiddetti «spalloni», i contrabbandieri di valuta: e dalla Svizzera, ormai cambiate in franchi, avevano proseguito per la Francia. Ad ogni primo del mese, la mattina presto, mi chiamavano per telefono dalla portineria dell'albergo. Scendevo, e trovavo ad aspettarmi un francese col viso malaticcio, l'impermeabile liso e le scarpe perennemente infangate. Dopo un saluto rapido e impacciato salivamo nella mia camera, e lì l'uomo cavava dalla tasca interna della giacca, uno ad uno, piccoli fasci di franchi trattenuti da uno spillo. Curioso, la consegna non comportava alcun rilascio di ricevuta. Del resto stavamo compiendo, io e l'uomo con l'impermeabile, un reato, e la cosa importante era sbrigarsi il più rapidamente possibile. Così lui sgusciava svelto dalla stanza, e sul letto dove li aveva deposti restavano i franchi. Biglietti fiammanti, fruscianti, la cui sola vista era una commovente promessa di felicità. Nonostante stesse infuriando la questione algerina, col suo strascico di bombe Oas e micidiali cariche di polizia al metro Charonne, in quell'inizio dei Sessanta Parigi era ancora Parigi. Erano cambiati i punti di riferimento, ma non l'atmosfera. Il Petit Dome e la Rose Rouge non esistevano più, il Club Saint Germain era infestato di provinciali, e dal Montana erano spariti i personaggi più interessanti, Marcello Pagliero, Claude Roy, Raymond Queneau, Alexandre Astruc. I bar erano adesso il «Village», che s'avviava però verso la decadenza, e il «Nuages». Di giorno si mangiava qualcosa da Lipp o al Flore, la sera ci si vedeva a pranzo alla Coupole, a notte s'imparava a ballare il «twist» da Règine e in un posto alla fine di rue Princesse di cui ho scordato il nome. I franchi venuti dalla Svizzera se ne andavano in un baleno. Le difficoltà nel cambio delle valute s'attenuarono — ma neppure tanto — alcuni anni dopo, quando presi a viaggiare per i giornali. A quel punto si poteva già cambiare in Italia le lire in una valuta estera, ma provvedendosi d'un permesso dell'Ufficio Cambi che doveva essere esibito alla frontiera. In più la cifra della valuta da esportare veniva annotata, con i relativi timbri, sul passaporto. I controlli restavano comunque severi. Ogni tanto accadeva infatti che una coppia di finanzieri fermasse il viaggiatore in partenza, e in uno sgabuzzino lì accanto lo sottoponesse ad una meticolosa perquisizione. Si viaggiava portandosi dietro dollari e non lire, perché c'era il rischio che non solo in Ghana o nello Yemen, in Pakistan o in Paraguay, ma persino in piena Europa, la lira venisse rifiutata dai cambiavalute o dagli albergatori. Una sera dell'autunno '62 rientravo in automobile dall'Inghilterra, via Ostenda, e trovai le Fiandre affogate in un mare di nebbia mai vista, tanto fitta e impenetrabile da sconsigliare la continuazione del viaggio. Mi fermai così in un paese tra Ostenda e Bruges dov'ero riuscito a distinguere l'insegna d'una locanda, e dopo aver mangiato un memorabile coniglio alla mostarda, vi trascorsi la notte. Avevo con me soltanto delle lire, e con queste l'indomani provai a pagare il conto. Ma l'albergatore scosse la testa, le respinse con un gesto deciso della mano: lire no, non ne voleva. Nè le volle poco dopo l'impiegato della piccola agenzia bancaria nella piazza del paese, dove m'ero recato con l'albergatore alle costole. Seguì un lungo e colorito litigio a tre, io e i due testardi fiamminghi, sinchè alla fine dovetti pagare una telefonata a Bruxelles con la quale l'impiegato chiese alla sede centrale prima l'autorizzazione ad accettare le lire italiane, e poi il tasso di cambio. Tutto questo è ormai finito. In una gran parte dell'Europa il passaporto non serve più, i doganieri (nonostante le maggiori cautele del dopo 11 settembre) non fanno più aprire le valigie, e tra qualche giorno non ci saranno più neppure le residue, piccole noie che erano ancora rimaste: la fila agli sportelli delle banche negli aeroporti, le moltiplicazioni e divisioni per stabilire esattamente quante lire avevamo pagato la dracma, l'escudo o il franco belga, l'attenzione che bisognava mettere,maneggiando i primi giorni una moneta straniera, per non confondere un biglietto di banca con quello di maggior valore. Così, se già oggi oltrepassiamo le Alpi come andando da un quartiere all'altro delle nostre città, l'uso dell'euro è destinato ad accentuare la sensazione d'essere sempre, più o meno, nello stesso luogo. Senza passaporto nè controlli doganali, con in tasca una stessa moneta per tante destinazioni (e in più sapendo che all'arrivo a Parigi o a Londra, a Lisbona o a Dublino o a Madrid, troveremo gli identici negozi, le identiche insegne, l'identico cibo, l'identica musica, lo stesso di tutto), si potrà ancora parlare di «viaggio»? Nell'Europa d'un tempo, dove i paesi erano profondamente diversi l'uno dall'altro, il cambio delle valute, il maneggio di banconote e monete inusuali, erano già una «differenza», una novità, la prima percezione dell'esserci allontanati da casa. Poi venivano, piacevoli o spiacevoli, le conferme. Il caffè non era come in Italia, a Lisbona c'erano le granseole e i lustrascarpe migliori, in Francia si fumavano le «Gauloises», in Germania si mangiava troppo maiale e in Spagna si faceva tardi, molto tardi la sera. Ma adesso queste asimmetrie sono scomparse, tutto è irrimediabilmente livellato. Un'epoca s'è chiusa. La parola «viaggio» diverrà sempre più impropria, e per poterla pronunciare ancora bisognerà essere in partenza per l'isola di Pasqua o essere tornati dal deserto del Gobi.

Da "La Repubblica" del 24 dicembre 2001

E voi che esperienza avete?

Personalmente ricordo che ancora quando andai in Olanda nel 1998 in gita ai tempi del Liceo (in pulman passando per mezza Europa)avevo il portafoglio con dentro un misto di Franchi francesi, Marchi tedeschi, Fiorini olandesi, Franchi Svizzeri e Lire Italiane... e quando per errore tiravo fuori una banconota italiana per pagare qualcosa lo "straniero" di turno declinava gentilmente... (Sempre bistrattate le nostre Lirette! :( ) .

Però in effetti era divertente fare conti e approcciarsi a nuove realtà monetarie...confrontare i prezzi...

Nei viaggi recenti che ho fatto tutto questo non c'è più e tutto è MOOOLTO più comodo, però quel fascino antico è andato perso... peccato. :rolleyes:

A voi la parola.

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yafet_rasnal

Io credo che parecchi di noi, se non ci fosse stata quella babele monetaria, non si sarebbero mai avvicinati alla numismatica

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roth37

Grazie per aver rispolverato questo bell'articolo.... una valanga di ricordi, anche per me che ho una ..valanga di anni e tutti quei personaggi e molti di quei posti li conoscevo piuttosto bene...

roth37

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