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angel

Carlo Gesualdo da Venosa, principe ...

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angel

Oggi 8 settembre vorrei ricordare un personaggio contro cui la vita ha avuto un accanimento ostile, ma nonostante ciò ci ha lasciato eccelse opere: Carlo Gesualdo da Venosa, principe di Venosa, conte di Conza e signore di Gesualdo.

Carlo Gesualdo, noto come Gesualdo da Venosa, principe di Venosa, conte di Conza e signore di Gesualdo, nacque, come testimoniato da due lettere custodite presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano, a Venosa l'8 marzo 1566 da Fabrizio II della nobile famiglia napoletana dei Gesualdo e Geronima Borromeo, sorella di Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, poi cardinale, canonizzato il 1° novembre 1610 da Papa Paolo V.

Ma poi non abbiamo altre testimonianze dell’infanzia del principe, possiamo solo ricostruire l’ambiente nel quale crebbe: la famiglia Gesualdo viveva a Napoli in piazza S. Domenico Maggiore, nel palazzo di Torre Maggiore di proprietà del duca Francesco del Sangro. Il principe Fabrizio II Gesualdo, amante delle lettere e della musica e noto mecenate, molto legato ai Gesuiti, aveva istituito un cenacolo intellettuale e manteneva un gruppo di musici di casa, per cui il piccolo Carlo ebbe preziose occasioni di incontri con musici e compositori. Ma la forte religiosità della famiglia Gesualdo (in famiglia si ricorda che erano viventi due cardinali) si traduceva oltre che in opere di carità, in inflessibilità di costumi e in continue e severe pratiche devozionali: il giovane Carlo fu sicuramente educato secondo i codici spagnoli del blasone, dell'etichetta e dell'onore e una rigorosa formazione religiosa, essendo, in quanto secondogenito, destinato alla carriera ecclesiastica.

Era molto attratto e portato per la musica e non mancava di genio compositivo, tant’è vero che all'età di diciannove anni pubblicò il primo mottetto "Ne reminiscaris Domine delicta nostra" ("Perdona, Signore, i nostri peccati").

Amava anche la caccia ed era amorevole verso i suoi sudditi.

Ma i progetti vennero stravolti dagli eventi luttuosi del 1584 che colpì la famiglia Gesualdo: morirono il nonno Luigi, lo zio Carlo Borromeo, il primogenito Luigi, fratello maggiore di Carlo, al quale, pertanto bisognava trovargli a breve una moglie per assicurare la discendenza del casato. La scelta cadde sulla cugina Maria d'Avalos, figlia della zia Sveva Gesualdo e di Carlo d'Avalos, conte di Montesarchio

Maria d'Avalos era più grande di Carlo di sei anni ed era stata già sposa di Federico Carafa, che morì dopo tre anni di matrimonio, per cui appena diciottenne, si ritrovò vedova, pertanto nel 1580 venne data in sposa ad Alfonso Gioieni, marchese di Giulianova, il quale morì nel 1586. La scelta cadde su Maria d'Avalos, descritta come una donna molto avvenente, perché, essendo vedova e madre era certamente fertile. Si ricorda che i Gesualdo e i d'Avalos erano tra i casati più potenti del vicereame.

Il matrimonio avvenne a Napoli il 28 maggio del 1586 con dispensa del Papa Sisto V, nella chiesa di S. Domenico Maggiore a Napoli, che era situata vicino al palazzo dove abitava la famiglia Gesualdo.

I novelli sposi (Carlo aveva vent'anni e Maria ventiquattro) disposero il loro alloggio nel palazzo napoletano di Torre Maggiore, mentre il padre Fabrizio e la madre Geronima si ritiravano nel loro feudo di Calitri.

Dal matrimonio nacque Emanuele, ma l'unione tra i due sposi fu tormentata. Mentre Carlo si dedicava alla musica, alla caccia, ma anche a giovinetti e donne ambigue, Maria s'innamorò e intrecciò una relazione col duca di Andria e conte di Ruvo, Fabrizio Carafa, sposato con Maria Carafa e padre di 4 figli. Maria d’Avalos e Fabrizio Carafa si incontravano, perfino nel palazzo Gesualdo e lo scandalo arrivò sulla bocca di tutti.

Il principe Carlo Gesualdo era quasi indifferente alla voce, ma era incalzato dalle pressione esterne e soprattutto dallo zio Giulio e infine decise di vendicare il tradimento: Il 16 ottobre 1590 il principe avvertì la consorte infedele che, insieme ad alcuni suoi servi, sarebbe andato a caccia nel bosco degli Astroni per due giorni, ma nella notte fra martedì 16 e mercoledì 17 ottobre 1590 tornato di nascosto col seguito di servitori sorprese i due amanti in flagrante adulterio nella camera da letto di Maria e li fece barbaramente uccidere dai servitori. I corpi nudi e straziati vennero mostrati alla città per salvare l'onore del Principe.

La mattina del 17 il palazzo fu sottoposto a sequestro. Confessato il crimine al conte di Mirando, rappresentante del re di Spagna a Napoli, i giudici della Gran Corte della Vicaria istruirono il processo, ma il caso fu presto risolto ed archiviato come delitto d'onore sebbene quell'evento, che vedeva coinvolte persone di così alto lignaggio, avesse prodotto un gran rumore.

Il conte di Mirando suggerì al Principe di rifugiarsi a Gesualdo per sfuggire all'ira delle famiglie d'Avalos e Carafa, che considerarono grave offesa il delitto compiuto per mano dei servitori.

Furono probabilmente le delazioni che imponevano l'obbligo di "vendicare" col sangue l'offesa subita che spinsero il principe Carlo a far compiere la vendetta. Non è da escludere l'eventualità che quel delitto potesse essere anche la conseguenza di oscure trame ordite contro il casato Gesualdo, in quegli anni assai potente, ma mal visto dal corrotto mondo della nobiltà napoletana. Le circostanze lo giustificavano dal punto di vista della legge e del costume del tempo, tanto che il viceré Miranda, dal quale Carlo si recò immediatamente a dare notizia personalmente dell'accaduto, lo esortò ad allontanarsi da Napoli non per sfuggire alla legge, ma per non esasperare il risentimento delle famiglie degli uccisi.

Carlo si allontanò da Napoli e si ritirò nel castello-fortezza di Gesualdo.

Nel feudo irpino di Gesualdo, dati i propositi espiatori fece costruire, nel 1592, come si legge sulla lapide apposta sulla facciata dello stesso, un convento per i Cappuccini con la chiesa di S. Maria delle Grazie, a una sola navata, la cui facciata molto semplice e austera presenta sopra l'arco d’ingresso lo stemma del principe Carlo Gesualdo. In questo convento dei Cappuccini dal novembre al dicembre del 1909 soggiornò S. Pio da Pietrelcina, allora Padre Pio.

Per il principe iniziò una nuova vita che si intrecciò con la famiglia d'Este. Gli estensi erano vassalli del papato, il che costituiva una minaccia costante per il ducato, e così il duca Cesare d’Este, per salvare il ducato dall’annessione allo Stato Pontificio diede in moglie, sua sorella Eleonora, al principe Carlo Gesualdo, nipote del cardinale Alfonso Gesualdo, Decano del Sacro Collegio. Dopo tre anni e quattro mesi dal duplice assassinio si recò, accompagnato da suo cognato Ferdinando Sanseverino, conte di Saponara, dal conte Cesare Caracciolo e dal musico Scipione Stella, a Ferrara per unirsi di nuovo in matrimonio, il 21 febbraio 1594, con Eleonora d'Este, cugina del duca di Ferrara Alfonso. Eleonora donò al Principe un'armatura cavalleresca mirabilmente cesellata dal più grande maestro armaiolo dell'epoca, Pompeo della Casa, la quale oggi è esposta al museo di Konopiste, vicino a Praga.

Da Ferrara gli sposi andarono a Venezia e da qui per mare raggiunsero a metà agosto Barletta, per rientrare a Gesualdo. Durante la sua dimora a Gesualdo il principe si occupava molto di caccia e di musica: nel 1594 compose libro primo (a 4 voci) e libro secundo dei Madrigali (a 5 voci).

Nel dicembre dello stesso anno, poiché Eleonora era incinta, ritornarono a Ferrara dove rimasero per circa due anni. Nel 1595 Carlo Gesualdo compose il libro terzo (a 5 voci), tuttavia a Ferrara non riuscì a legare con l'Accademia musicale che non gli permise di recitare il ruolo di "primo attore" e così, dopo la morte del duca Alfonso II d'Este, decise di ritornare a Napoli, lasciando a Ferrara la moglie e il figlio Alfonsino, avuto dalle seconde nozze, ma che morirà in tenera età.

Temendo, ancora la vendetta delle famiglie d'Avalos e Carafa, si ritirò definitivamente, nel mese di giugno del 1596, nel castello di Gesualdo, fatto ristrutturare tempo addietro e che perciò non aveva più il rude aspetto di fortezza, ma era divenuto un’accogliente dimora per ospitare, nel vago e inutile tentativo di emulare quella di Ferrara, una fastosa corte canora, costituita dai musicisti più famosi dell'epoca come Scipione Stella, Pomponio Nenna, Filippo Carafa, e uomini di cultura come Torquato Tasso, che scrisse nella "Gerusalemme conquistata" versi bellissimi per la famiglia Gesualdo. In quast’anno compose libro quarto (a 5 voci) dei Madrigali.

Nel castello di Gesualdo, di origine longobarda e suo feudo il principe Carlo Gesualdo visse per diciassette anni, ma non trovò mai la serenità che aveva perso a causa del senso di colpa che lo attanagliava.

Durante questo lungo periodo, il territorio di Gesualdo godette della magnificenza del principe che, alla ricerca della pace dell'anima e del perdono di Dio, curò il paese con zelo e amore: nel progetto urbanistico rinascimentale intrapreso da Carlo Gesualdo e poi abilmente completato dal suo successore, Niccolò Ludovisi, ogni rione fu dotato di fontane per l’approvvigionamento di acqua potabile. La più suggestiva è la fontana dei Putti del 1605 sita nella scalinata di via municipio con lo stemma di Gesualdo retto da due piccoli angeli, i Putti.

Nel 1603 compose Sacrarum cantionum liber primus (21 Motetti a 5 voci) e Sacrarum cantionum liber secundus (20 Motetti a 6-7 voci).

A tale periodo risale anche " il perdono di Carlo Gesualdo", olio su tela (cm 481 x cm 310), fatto eseguire nel 1609 da Giovanni Balducci da Firenze, detto il Cosci (dal nome dello zio paterno Raffaele Cosci, presso cui era stato allevato) e che si trova oggi nella Chiesa di S. Maria delle Grazie, gestita dai Padri Cappuccini. Nella tela si osserva l'immagine del principe che, sostenuto dallo zio Carlo Borromeo, chiede perdono per il duplice assassinio a Cristo giudicante con l'intercessione della Vergine, di S. Michele, di S. Francesco, di S. Domenico, di S. Caterina e della Maddalena. Di fronte al principe vi è la moglie Eleonora d'Este in atto di preghiera. Al centro è raffigurato, con le ali di un angioletto, il piccolo Alfonsino, morto nel 1600. È ritenuto dalla tradizione gotico-tenebrista l'icona del pentimento nella quale il principe avrebbe fatto trasportare per immagini la sua macerazione interiore per il duplice assassinio, ma più in generale è da ritenere che il dipinto votivo raffiguri la richiesta di perdono per tutta l'umanità peccatrice. Il dipinto solo dopo il restauro successivo al sisma del 1980 ha ripreso il vero aspetto: Eleonora d'Este era stata coperta con abito da monaca e la Maddalena era vestita con abito accollato; ora Eleonora è vestita "alla spagnola" e la Maddalena ha un vestito scollato (la “vestizione” delle due donne fu conseguenza del Concilio di Trento e della Controriforma che non consentiva di tenere nelle chiese figure poco riverenti al luogo sacro).

Dal perdono fra il Principe Carlo Gesualdo ed il figlio Emanuele avvenuto il 2 Marzo 1609 trae origine il “Palio dell’alabarda” che rievoca, con la partecipazione di oltre 200 figuranti, lo storico perdono ricostruito sul sagrato del Cappellone: la tradizione narra che il principe Carlo per esprimere la sua gioia istituì il “Palio dell'Alabarda” che tutt'oggi è disputato

Nel castello il principe si dedicò completamente alla musica, scrisse madrigali e mottetti e fece realizzare un teatro per la rappresentazione delle sue opere ed una stamperia, gestita dal tipografo Gian Giacomo Carlino, per la pubblicazione dei testi musicali, molti dei quali furono stampati nella tipografia installata nel castello.

Nel 1611 compose libro quinto (a 5 voci), libro sesto (a 5 voci) dei Madrigali e Responsoria et alia ad Officium Hebdomadae Sanctae spectantia (a 6 voci)

Nonostante il sereno ambiente in cui Carlo si dedicò alla musica e alla caccia le sue condizioni fisiche e psicologiche continuarono a deteriorarsi e preda di ossessioni religiose giunse a violente pratiche autopunitive.

Il 20 giugno 1613 morì, cadendo da cavallo, anche il primogenito Emanuele, unico suo erede, e il principe Carlo si ritirò in una stanza del castello, dove morì l'8 settembre 1613, all'età di 47 anni.

Fu sepolto nell’allora cappella di famiglia, oggi cappella di S. Ignazio della chiesa del Gesù Nuovo.

Con lui si estinse il grande casato dei Gesualdo.

Nel 1626 fu pubblicato postumo il libro settimo Madrigali (a 6 voci).

La vita per Carlo Gesualdo fu certamente molto dura: intorno a lui, colpito da sofferenze fisiche e psichiche e da lutti molto dolorosi, come la morte dei due figli Alfonsino ed Emanuele, si creò una fama sinistra, tant è che oggi è ancora considerato come uno dei più inquietanti personaggi della storia della musica; così scriveva Igor Stravinsky "Don Carlo Gesualdo, principe di Venosa, Conte di Conza: un compositore tanto grande quanto inquietante". Mentre dovrebbe essere ricordato per la sua opera musicale, di cui la più nota è composta da sei libri di Madrigali, due di Sacrae Cantionis ed una di Responsori e quale autore di alcune musiche strumentali, e genio della polifonia (Giovanni Battista Doni, erudito e teorico musicale del Seicento, nel 1635 fu il primo a definirlo "un genio della musica").

Fu infatti il primo ad alterare di un semitono gli intervalli melodici, creando nelle armonie originali squilibri delle tonalità. Questa sorta di cacofonia musicale, unita ad un'intrinseca passionalità, lo portò a comporre le celebri polifonie dei madrigali a cinque voci, che hanno ispirato nei secoli musicisti come Stravinsky, ma anche la moderna dodecafonia e cantautori come Franco Battiato. A lui si è ispirato anche Wagner.

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