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Il terremoto dell’Irpinia del 1980: ...

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angel

Il terremoto dell’Irpinia del 1980: la ricostruzione, l’istituzione della Protezione Civile e le modifiche legislative per la classificazione delle zone sismiche; per non dimenticare

 

Domenica 23 novembre 1980 alle 19:34, per circa 90 secondi, un'area di 17.000 km² tra la Campania (comuni colpiti 542), la Basilicata (comuni colpiti 131) e la Puglia (comuni colpiti 14) tremò: con magnitudo pari a 6,9, epicentro tra i comuni di Teora, Castelnuovo di Conza, e Conza della Campania e ipocentro a circa 30 km di profondità, il terremoto provocò oltre 4400 morti, 50000 feriti, 150000 senzatetto e danni al patrimonio edilizio per oltre 21000 miliardi di lire (11 miliardi di €). I comuni più duramente colpiti (decimo grado della scala Mercalli) furono quelli di Castelnuovo di Conza, Conza della Campania, Laviano, Lioni, Sant'Angelo dei Lombardi, Senerchia, Calabritto e Santomenna, ma gli effetti, tuttavia, si estesero ad una zona molto più vasta interessando praticamente tutta l'area centro meridionale della penisola.

Di quella giornata del 23 novembre vi sono ricordi che sono rimasti nella memoria di tutti i residenti: l’insolito caldo, la luce e il calore del sole molto intensi per il clima novembrino, l’aria di festa (era domenica). Qualcuno, nelle campagne avvertì il silenzio degli uccelli, l’abbaiare insistente dei cani, e l’agitazione degli animali ma non vi prestò attenzione. Non poté non essere notata, invece, la grande, straordinaria luna colore del sangue che occupò quasi per intero il cielo serale e fece nascere in molti una immotivata inquietudine. La sorte volle che la gran parte della gente fosse in istrada, sia per la coincidenza con il giorno festivo e con il caldo eccessivo per il periodo, sia perché da non molto era terminata la partita calcistica giuocata in casa tra l’Avellino (allora in serie A) e l’Ascoli in cui uscì vittoriosa l’Avellino. Ma poi ci fu il tremore della terra, i copiosi crolli, le grida, i lamenti e i gemiti, le macerie, …

Nei tre giorni dopo il terremoto, il quotidiano “Il Mattino” di Napoli accentuò la catastrofe: il 24 novembre titolò «Un minuto di terrore - I morti sono centinaia», in quanto non si avevano notizie precise dalla zona colpita, ma si era a conoscenza del crollo di via Stadera a Napoli; il 25 novembre, ormai nota l’ampiezza dei danni del terremoto titolò «I morti sono migliaia - 100.000 i senzatetto», e il 26 novembre «Cresce in maniera catastrofica il numero dei morti (sono 10.000?) e dei rimasti senza tetto (250.000?) - FATE PRESTO per salvare chi è ancora vivo, per aiutare chi non ha più nulla». La cifra dei morti, approssimata per eccesso soprattutto a causa della difficoltà di comunicazione e ricognizione, fu in seguito ridimensionata fino a quella ufficiale, mentre la cifra dei senzatetto non è mai stata valutata con precisione.

L’emergenza, soprattutto nei primi giorni, fu gestita in maniera del tutto inadeguata, senza nessun coordinamento. I volontari, le Autonomie Locali, le organizzazioni civili della Solidarietà di ogni genere e forma, si mobilitarono, spontaneamente, intervenendo senza avere avuto precisi obiettivi operativi. Dopo i primi tre giorni di disorganizzazione, il Governo intervenne nominando Giuseppe Zamberletti commissario straordinario, al quale vennero conferiti poteri straordinari.

Nel dopo-terremoto fortunatamente è stata avviata la ricostruzione, ma fu contrassegnato dalle speculazioni. L’Irpinia fu inondata di danaro e con esso di tanti famelici avvoltoi che ne fecero un uso maldestro o furfantesco. Fu molto abbattuto e molto costruito, talvolta bene, qualche volta male.

Nel 1992, quando fu nominata una commissione d’inchiesta parlamentare per fare luce sulle truffe e sugli sperperi nel “cratere” (così è stata chiamata la zona sulla quale si sono riversati gli aiuti pubblici contestati), risultò paradossalmente che le case distrutte erano 100.000, mentre quelle ricostruite 146.000; ma nonostante il fatto che si siano “ricostruite” più case di quelle distrutte, 14.000 famiglie erano ancora senzatetto.

Anche l’evoluzione del nostro sistema di Protezione Civile nacque in seguito all’esperienza dell’emergenza del terremoto dell’Irpinia del 1980. Il mondo politico si rese conto che era necessario creare un organismo snello, collocato in un ambito sovraministeriale, capace di coordinare quello che il Paese già possedeva, ma che non era riuscito a coordinare. Per questa ragione, nel 1982, venne istituito, su proposta dell’Onorevole Zamberletti, il Dipartimento della Protezione Civile, collocato in seno alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, per meglio coordinare e indirizzare tutte le attività previste. Il Dipartimento della Protezione Civile, per far fronte a tali obiettivi, divenne, di fatto, il naturale contenitore per svolgere questo compito istituzionale; vennero istituiti: il “Comitato Operativo”, per coordinare tutte le strutture operative centrali (VVF, Organi di Polizia, Sanità, Cri ecc.), la “Commissione Grandi Rischi”, quale organo centrale per coordinare gli esperti e indirizzare la ricerca scientifica. Furono, inoltre, per la prima volta finanziati i progetti finalizzati alla riduzione del rischio sismico, idrogeologico, vulcanico ecc. e il “Comitato Nazionale per il Volontariato”, per garantire alle Organizzazioni, di avere un autonomo coordinamento, attraverso una costante relazione con il Dipartimento.

Nel 1992, con la Legge 225/92 “Istituzione del Servizio Nazionale di Protezione Civile”, dopo 10 anni dalla costituzione del Dipartimento della Protezione Civile, fu realizzato il sistema di Protezione Civile, le cui quattro attività fondamentali sono la Prevenzione, l’Emergenza e il Ripristino.

Nel 1997 venne emanata la Legge n. 59/1997 “conferimento di funzioni e compiti dallo Stato Centrale alle regioni ed enti locali, per la riforma della Pubblica Amministrazione e per la semplificazione amministrativa”, con la quale gran parte dei poteri vennero trasferiti dallo Stato Centrale al territorio; il conseguente D. Lgs. 31.03.1998 n. 112, meglio conosciuto come “Decreto Bassanini”, modificò l’assetto della ripartizione delle competenze amministrative fra Stato, Regioni ed Enti locali, anche in materia di Protezione Civile.

Di conseguenza, l’anno successivo, con la Legge n. 265/1999, al Sindaco venne conferito anche il compito di informare la popolazione circa situazioni di pericolo per calamità naturali.

La Legge Costituzionale n.3/2001 “modifiche al titolo V parte seconda della Costituzione” definì la Protezione Civile come “materia di legislazione concorrente” e, quindi, di competenza regionale, nell’ambito di principi generali, stabiliti da leggi dello Stato.

L’uomo non può evitare che si verifichino i terremoti, può solo difendersi da essi evitando di insediarsi nelle aree dove vi sono le faglie attive crostali o fenomeni vulcanici attivi o costruendo manufatti che resistano alle sollecitazioni trasmesse dal suolo. La difesa principale avviene mediante una adeguata classificazione sismica del territorio che impone norme costruttive tali da rendere sicure le costruzioni, se correttamente applicate.

Prima del sisma del 23 novembre 1980, vi erano dei comuni (Aquilonia, Ariano Irpino, Bisaccia, Bonito, Carife, Castel Baronia, Castelfranci, Flumeri, Lacedonia, Melito Irpino, Montecalvo Irpino, Monteverde, Pietradefusi, San Nicola, Scampitella, Trevico, Zungoli, Apice, Buonalbergo, Molinara, Paduli, Reino) di detta area classificati in zona di elevata sismicità in quanto interessati dagli eventi del 1930 e del 1962, ma a parte i comuni citati, il resto dell’area campana interessata disastrosamente dall’evento del 23 novembre 1980 non era classificata sismica per cui anche gli edifici di recente costruzione non erano strutturati per resistere adeguatamente alle sollecitazioni. Con Decreto Ministeriale del 7 marzo 1981 i vari comuni colpiti furono classificati in una delle tre categorie di sismicità allora vigenti. Dopo il tragico terremoto di San Giuliano di Puglia, nel febbraio 2003 la Regione Campania riclassificò sismicamente il territorio regionale attribuendo una nuova categoria.

Ai sensi della normativa sismica criteri per l’individuazione delle zone sismiche – individuazione, formazione e aggiornamento degli elenchi medesime zone (aggiornata al 25/3/03) il Legislatore ha previsto, per tenere conto nella progettazione delle sollecitazioni sismiche, una classificazione del sito in funzione sia della velocità delle onde S nella copertura che dello spessore della stessa, in cui vengono identificate 5 classi, A, B, C, D e E più due categorie aggiuntive per le quali, ai fini della determinazione dell’azione sismica, sono richiesti studi speciali; tali classi sono state definite dall’ordinanza O.P.C.M. n. 3274/03 e rivisitate dal Testo Unitario – Norme Tecniche per le Costruzioni – Decreto Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti 14 Settembre 2005 e dal Decreto Ministeriale 14 gennaio 2008 – Approvazione delle Nuove Norme Tecniche per le Costruzioni (Pubblicato nella Gazz. Uff. 4 febbraio 2008, n. 29, S.O., emanato dal Ministero delle infrastrutture).

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