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Caio Ottavio

Disquisizioni epigrafiche sulla legenda della piastra napoletana del 1772.

Risposte migliori

Caio Ottavio

Salve a tutti.

Oggi mi andava di riprendere questa discussione un po' datata (fortunatamente non molto) per riproporre questo interessante argomento:

Partiamo dalla moneta in oggetto. Come avrete intuito si tratta della piastra comunemente denominata Fecunditas per via della legenda che ne caratterizza il rovescio, emessa da Ferdinando IV di Borbone per celebrare la nascita della sua primogenita.

Al D/ FERDINANDVS REX MARIA CAROLINA REGINA. Busti accollati dei Sovrani volti a destra. Ai lati, C-C e, sotto, NEAP. MDCCLXXII.

Al R/ FECVNDITAS. Figura della maternità in trono a sinistra (alcuni vi vedono il ritratto della Regina che tiene in braccio la neonata), dietro, a terra, una cornucopia. Sullo sfondo, il paesaggio è caratterizzato dalla veduta del Golfo di Napoli, con la personificazione del Sebeto, il Vesuvio fumante e un vascello alla fonda nelle acque del Golfo. Ai lati della figura, BP - R e, in esergo, M. THERESIA NATA//NON. IVNI (con l'ultima I di dimensioni maggiori).

T/ Treccia in rilievo.

Sigle: CC = Cesare Coppola, Maestro di Zecca dal 1759 (con Carlo di Borbone) al 19 maggio 1790.

BP = Bernardo Perger, Incisore istriano in attività a Napoli dal 1768 (in sostituzione di Ferdinando Adovasio) al 5 ottobre 1786.

R = Giovanni Russo, Maestro di Prova dal 1747 (con Carlo di Borbone) al 1775.

Riferimenti bibliografici: Pannuti - Riccio, p. 234, n° 47 (variante rara con data orizzontale al D/: n° 47a); CNI XX, p. 576, n° 90.

MON.jpg

Fig. 1: Un esemplare, a titolo d'esempio, di piastra a legenda Fecunditas. Immagine tratta dal web.

Come si evince dalla data sotto i busti dei Sovrani al diritto, la moneta fu battuta nel 1772 e, come ci dice il rovescio, per ricordare la nascita della primogenita dell'augusta coppia: Maria Teresa Carolina Giuseppina di Borbone. Il fausto evento si colloca cronologicamente al 6 giugno 1772. La bambina venne così chiamata in onore dell'Imperatrice Maria Teresa, sua nonna materna. Nonostante il lieto accadimento fosse stato celebrato con notevole giubilo a Napoli, esso non garantì, come da contratto matrimoniale, l'ingresso della Regina Maria Carolina, moglie del Re Ferdinando IV, nel Consiglio di Stato: tale avvenimento dovette registrarsi solo successivamente, per la nascita di un erede maschio. Nel 1790, il 15 agosto, la Principessa venne data in sposa all'Arciduca d'Austria, suo cugino Francesco Giuseppe d'Asburgo-Lorena (1768-1835), il quale divenne successivamente Imperatore del Sacro Romano Impero con il nome di Francesco II (1792) e quindi Imperatore d'Austria con il nome di Francesco I (1804). La Nostra fu dunque, insieme al marito, l'ultima Imperatrice del Sacro Romano Impero e di lì a poco la prima Imperatrice d'Austria. La regnante borbonica viene descritta dalle fonti con una personalità affabile e allegra, che amava le feste di corte, ma senza distrarsi dalla politica del suo nuovo Paese: infatti, ebbe una discreta influenza sulle scelte politiche di suo marito, soprattutto per quel che riguardava i rapporti con gli Stati esteri. Il suo più grande successo in questo senso fu l'aver cagionato la partecipazione dell'Austria alla guerra contro la Francia di Napoleone Bonaparte. Maria Teresa fu anche accorta protettrice di artisti: particolare attenzione ricoprì la musica. Per lei lavorò, tra gli altri, il celebre compositore austriaco Franz Joseph Haydn (1732 - 1809), uno dei più grandi musicisti del XVIII secolo.

Passando nuovamente alla piastra napoletana che ci interessa così da vicino, la questione che vado qui a riprendere si fonda essenzialmente su di un interrogativo epigrafico: al rovescio, all'esergo, compare la legenda M. THERESIA NATA//NON. IVNI con l'ultima lettera di dimensioni molto più grandi rispetto alle altre. Per quale motivo si registra questa particolarità? Ebbene, questa legenda specifica nel dettaglio la data di nascita della Principessa: le none di giugno, nel calendario romano, cadevano il 5 del mese, in questo caso giugno. La forma epigrafica di IVNI si ritrova anche in altre epigrafi di diverso genere. Mi viene subito in mente quella presente sul sepolcro di Niccolò Machiavelli (fig. 2), a Firenze, che recita: TANTO NOMINI NVLLVM PAR ELOGIVM//NICOLAVS MACHIAVELLI//OBIT AN. A.P.V. MDXXVII. Quindi, ho notato che in luogo del latino OBIIT (3° pers. sing. perfetto indicativo attivo del verbo obeo) viene scritto, in questo epitaffio, OBIT. Allora credo che sia successo similmente anche sulla piastra detta Fecunditas: la lettera I di dimensioni maggiori rispetto al resto della legenda indica in forma epigrafica il raddoppiamento della medesima e dunque si avrà: iunii. La legenda sull'esergo della piastra viene letta quindi M. THERESIA NATA//NON. IVNII, risolvendo così il quesito di questa "strana" lettera che era rimasto insoluto da così tanto tempo. Naturalmente, come sempre alla fine di ogni mio post, invito tutti gli interessati a partecipare attivamente al dibattito, così da far risultare al meglio tutti i nostri punti di vista.

Machiavelli_cenotafio[1].jpg

Fig. 2: Sepolcro fiorentino di Machiavelli: da notare, nell'epitaffio, la particolare forma OBIT che ha poi consentito di risolvere l'"enigma" numismatico della legenda IVNI.

 

   

Modificato da Caio Ottavio
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demonetis

Ciao @Caio Ottavio, quello che scrivi è assolutamente logico, tanto da essere suffragato da prove; ma queste sono deboli: un canestro d'uva non fa vendemmia :D Mi spiego meglio.

Per trovare conferma di quello che sostieni, dovremmo scoprire altre scritte epigrafiche che ci conducano alla stessa conclusione. Se quello che asserisci è correto, sapresti spiegarmi perché - come si evince dalle immagini che avevo postato nella discussione da te rievocata -  gli ordinali del re presentano l'ultima cifra romana più grande e perché  PII è scritto in questo modo?

Sia ben chiaro, non voglio confutare la tua tesi (anche perché non ho elementi per farlo) ma trovare, come lo desideri anche tu, la soluzione di questo "mistero".

 

Modificato da demonetis

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Caio Ottavio

Salve @demonetis, innanzitutto vorrei ringraziarti per il tuo commento: anche io volevo mettere alla prova questa mia teoria, quindi ulteriori iscrizioni sono le benvenute. La maggior parte di quelle che mi proponi sono numerali, come dici tu stesso, che hanno l'ultima cifra più grande, proprio come la I di IVNI sulla nostra piastra. Interessante l'ipotesi per i numeri avanzata nella vecchia discussione da @Sanni, perché io stesso nei documenti antichi ho trovato spessissimo l'ultima cifra dei numeri romani indicante 1 resa con grafia j. Però, secondo me, il caso è un po' diverso, anche se ci riguarda da vicino pure l'ipotesi di @Sanni: la maggior parte degli esempi che proponi sono sì numeri, ma non mi è sfuggito che c'è anche l'aggettivo PII con l'ultima I più grande. Ebbene, secondo me la soluzione è semplice: in antico vi erano due modi per indicare il raddoppiamento di una vocale in finale di parola per il plurale (come io stesso uso sempre conii invece di coni, giusto per fare un esempio banale, ma penso attinente): 1) indicare, proprio come per i numerali, l'ultima lettera "allungata", proprio come nell'esempio di PII. Mi spiego: se fosse stato scritto in minuscolo corsivo, avremmo trovato pij (o conij), mentre in maiuscolo, per sottolineare il raddoppiamento dell'ultima I troviamo PII con l'ultima lettera più grande. Quindi, j minuscola = I maiuscola di dimensioni maggiori; 2) evitare di ripetere l'ultima lettera in finale di parola mettendo però l'accento circonflesso sulla vocale finale. Esempio: conî. Grammaticalmente, ci troviamo in queste situazioni dinanzi a parole che terminano in -io e presentano l'accento, al plurale, sulla penultima i. L'ultimo sistema, quello dell'accento circonflesso, è più recente (almeno io l'ho trovato soprattutto in testi ottocenteschi o successivi), mentre il primo sistema è più antico. Qui, però, non stiamo parlando di semplici testi, ma di epigrafi dedicatorie (il che riguarda anche gli esempi numerali proposti da @demonetis), che, a differenza di semplici scritture tipografiche, devono essere guardate e apprezzate da molte più persone, esponenti di vari ceti sociali, anche colti con una certa preparazione in materia. Proprio come la nostra piastra: anche l'iscrizione sulla piastra Fecunditas è da considerarsi alla stregua di un'epigrafe dedicatoria perché commemora in maniera classica un evento lieto per il Regno ed i Sovrani. Inoltre, la moneta, come le epigrafi monumentali, era un oggetto che nel suo insieme poteva, circolando, essere ammirato da più persone, anche erudite, le stesse che leggevano più frequentemente i testi con le dediche indicate da @demonetis, che avrebbero sicuramente apprezzato l'attenzione e la cura con cui l'incisore aveva scritto la legenda in forma epigrafica. In poche parole il concetto è questo: su un monumento (di qualsiasi genere, fosse esso un cenotafio, come nel caso del Machiavelli, o di un libro, come negli esempi di @demonetis, o addirittura di una moneta) l'epigrafe oltre a comunicare un messaggio doveva essere curata secondo norme stilistiche epigraficamente valide e riconosciute, soprattutto dai ceti più colti. Possiamo concludere quindi che anche negli esempi di @demonetis la I di dimensioni maggiori indica il raddoppiamento della stessa, in forma esplicita questa volta: dico, in pratica, che è successo quel fenomeno che ho spiegato al mio punto 1) allorché ho elencato i due modi che si usavano per indicare il raddoppiamento della vocale finale in alcuni casi di parole al plurale (per intenderci, come nei casi di pij o conij nei quali l'ultima i si interpreta come una normale i, ma viene scritta diversamente, ovvero come una j: nei casi di @demonetis accade la stessa cosa, cioè che l'ultima cifra o lettera non viene omessa, come invece accade sulla Fecunditas o sull'epigrafe per Machiavelli, ma viene semplicemente usata una distinzione - di dimensioni - per far capire la differenza grafica tra la penultima e l'ultima cifra o lettera, per questo parlo di raddoppiamento esplicito).  

Naturalmente, commenti e pareri sull'argomento sono sempre ben accetti.  

Modificato da Caio Ottavio

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Caio Ottavio

Ciao @demonetis, grazie per questo nuovo esempio, questa volta ci spostiamo su epigrafi classiche e facciamo bene, perché tutto ebbe inizio da qui.  

In questo caso la I più grande la vedo nell'aggettivo DIVI e nel nome proprio CLAVDII. Noto innanzitutto che sono entrambi al genitivo singolare perché si concordano. Il nome di Claudio porta la doppia I finale per le stesse ragioni che ho già espresso nel mio precedente post, ed infatti, a conferma, l'ultima I è di dimensioni maggiori. Le I di DIVI sono più grandi (anche nel resto dell'epigrafe) per ragioni epigrafiche, ovvero di armonia formale (anche visiva) del testo, per gli stessi motivi che ho esposto nel post precedente. Ho notato che anche in altre epigrafi romane si ha lo stesso fenomeno: una I di dimensioni maggiori può essere in luogo di una doppia I, mentre, nello stesso testo, nel mezzo di una parola, vi è sempre un'altra I ugualmente più grande, anche dove il raddoppiamento della vocale non occorre. Ciò accadeva per coerenza stilistica nella medesima epigrafe. I casi che stiamo analizzando, poi, coinvolgono sempre e solo la stessa lettera. Quindi, possiamo distinguere i casi in cui effettivamente queste dimensioni maggiori hanno avuto uno scopo pratico (per indicare il raddoppiamento della I), altre per scopo formale all'interno dell'intero testo. Questo perché, come ho detto, alcune epigrafi esposte al pubblico abbisognavano di una cura maggiore, anche dal punto di vista formale. Inoltre, le lettere più grandi di DIVI avevano anche uno scopo più pratico: sottolineare lo spessore e l'importanza del nome del personaggio che accompagnavano.

Il dibattito però è sterile se percorre una pista unilaterale: le mie sono solo ipotesi che spiegano in un modo (per alcuni plausibile, per altri meno) questo fenomeno. Ora vorrei sapere anche a quali conclusioni sei arrivato tu. Secondo te, quali ragioni si celano dietro questa particolare forma epigrafica? Sono curioso di ascoltare anche il tuo parere.  

 

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demonetis

@Caio Ottavio le tue argomentazioni sono plausibili e ben argomentate, ma ho un dubbio importante: com'è possibile che in tutta la monetazione borbonica e azzarderei dire in tutta la monetazione medioevale e moderna d'Italia, il caso della Fecunditas è unico? Siamo sicuri che non sia una delle tante sviste degli zecchieri napoletani? Non possiamo fare alcun confronto con altre monete che propongano la stessa caratteristica per poter giungere a una soluzione "veritiera".

 

 

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Rex Neap

Salve ..... sono rimasto in attesa fin d'ora....perchè l'argomento non mi permette, in assenza di documentazione di poter esprimere un mio parere correlato alla monetazione; la discussione è stata davvero ben relazionata....e gli interventi di @demonetis..... come giusto che sia in questo caso aprono l'argomento a diversi punti interrogativi..... Apprezzo notevolmente lo sforzo di @Caio Ottavio... per cercare una soluzione al quesito, ma praticamente se si evolve in questo senso....ne sono a digiuno; caso contrario e a questo punto interessante, da permettermi di esprime la mia....è se si vanno a toccare, come giusto che sia, le problematiche connesse alle maestranze della R. Zecca...e nel caso di specie...gli incisori. A questo punto posso scrivere una mia opinione, anche perchè, proprio in questo periodo, mi sto dedicando alla problematica "Errori sulle monete borboniche" ... casi involontari...per sbadataggine ed inesperienza....oppure segni apposti volontariamente sulle monete ? ... quindi ritornando al quesito sottoposto da @demonetis....mi sento di affermare che: tutti i presunti Errori sulle monete borboniche...non furono errori, ma semplicemente dei segni apposti lì per identificare una determinata moneta/conio da un'altra.

A questo punto il dibattito sulla Piastra Fecunditas...può continuare...ma per me non è un svista/errore.

Un carissimo saluto.

PM

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Caio Ottavio

Concordo pienamente con quanto detto da @Rex Neap: anche secondo me l'ipotesi dell'errore è da scartare, perché è una caratteristica, questa, che si ritrova su tutti gli esemplari di questa piastra. E poi anche per il fatto che epigraficamente non possiamo parlare di errore: la I di dimensioni maggiori esiste nelle epigrafi fin dai tempi dei Romani. I quesiti sollevati finora, però, mi hanno portato a formularne un altro e forse qui @Rex Neap ci potrà dare una mano: mi chiedo se esistono altri conii incisi dal Perger che abbiano la stessa particolarità epigrafica, ovvero la I di dimensioni maggiori in una qualsivoglia parte della legenda. Forse riusciamo a rintracciare un altro riscontro in un altro lavoro di questo incisore? Magari anche nella medaglistica...

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Rex Neap
7 ore fa, Caio Ottavio dice:

Concordo pienamente con quanto detto da @Rex Neap: anche secondo me l'ipotesi dell'errore è da scartare, perché è una caratteristica, questa, che si ritrova su tutti gli esemplari di questa piastra. E poi anche per il fatto che epigraficamente non possiamo parlare di errore: la I di dimensioni maggiori esiste nelle epigrafi fin dai tempi dei Romani. I quesiti sollevati finora, però, mi hanno portato a formularne un altro e forse qui @Rex Neap ci potrà dare una mano: mi chiedo se esistono altri conii incisi dal Perger che abbiano la stessa particolarità epigrafica, ovvero la I di dimensioni maggiori in una qualsivoglia parte della legenda. Forse riusciamo a rintracciare un altro riscontro in un altro lavoro di questo incisore? Magari anche nella medaglistica...

... controllato....niente, nemmeno in medaglie; ho solo notato che lo stesso incisore in una medaglia di qualche anno dopo ha inciso IMPERII

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Caio Ottavio

Grazie mille @Rex Neap per il tuo chiarimento: tra l'altro, in questo modo abbiamo suffragato un primo dubbio proposto da @demonetis, ovvero che la legenda della piastra Fecunditas è l'unica, nel panorama numismatico napoletano, a recare questa particolarità epigrafica nella legenda di rovescio. Secondo me, l'unicità di questo caso può derivare dal fatto che la moneta, essendo celebrativa, richiedeva una maggiore attenzione nella presentazione anche delle legende. Non dimentichiamoci che per molti questa piastra è più simile ad una medaglia che ad una moneta, nonostante sia nata per circolare. Non a caso, un ritratto di Ferdinando IV molto simile a quello che compare sulla piastra del 1772 in oggetto è presente anche su medaglie celebrative con i conii incisi sempre dal medesimo Perger.

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Caio Ottavio

Oltre alla legenda, questa piastra ha un altro dettaglio degno di approfondimento. Questa volta mi riferisco all'iconografia, in particolare al ritratto del Re Ferdinando IV al diritto. Avete mai notato lo sfarzo e i decori che ne caratterizzano il manto? Si notano l'orlo riccamente decorato con volute e palmette e una croce che spunta sul petto, al di sotto del Collare del Toson d'Oro, sempre ricamata direttamente sul manto che ricopre le spalle del sovrano. Ebbene, vi siete mai interrogati intorno al perché di tanta attenzione verso questi dettagli? Potrebbe essere che il Re indossi una veste particolare? D'altronde, la piastra ha uno scopo celebrativo. Io mi sono fatto un'idea in merito e la vorrei esporre (quale sede più adatta se non questa!) per sottoporla ai vostri giudizi. Dalla particolarità dei ricami e per la croce che caratterizza il manto, credo che il nostro Ferdinando sia stato ritratto mentre indossa il mantello da Gran Maestro dell'Insigne Real Ordine di San Gennaro (fig. 1).

manto Carlo III[1].jpg 

Fig. 1: Mantello da Gran Maestro dell'Ordine di San Gennaro appartenuto a Carlo di Borbone, poi passato a Ferdinando suo figlio (Museo della Certosa di San Martino, Napoli).

Quest'Ordine cavalleresco fu fondato da Carlo di Borbone il 3 luglio 1738, in occasione del suo matrimonio con la Principessa Maria Amalia di Sassonia. Il numero dei cavalieri fu fissato a sessanta, secondo lo Statuto, e i loro compiti si dividevano tra la fedeltà al sovrano, ma soprattutto all'incremento, con ogni mezzo, e alla difesa della fede cattolica, oltre che alla venerazione del Santo di cui portavano il nome e le insegne. Il titolo di Gran Maestro era naturalmente riservato al Re: esso divenne ereditario e, nel 1759, allorché Carlo lasciò Napoli per Madrid, fu Ferdinando a ricevere tale onore, in qualità di secondo Gran Maestro dell'Ordine (fig. 2).

Ferdinando I Re delle Due Sicilie 01[1].jpg

Fig. 2: V. Camuccini, Ferdinando I Re delle Due Sicilie ritratto mentre indossa la veste (con mantello) da Gran Maestro dell'Ordine di San Gennaro.

Ben presto l'appartenenza al cavalierato di San Gennaro divenne motivo di prestigio ed orgoglio, ed in breve tempo l'Ordine divenne tra i più importanti (se non addirittura il più significativo ed identificativo) del Regno di Napoli sotto il dominio borbonico. A mio parere è proprio per quest'ultimo motivo che Ferdinando IV, su questa piastra, è ritratto nelle vesti ufficiali di Gran Maestro: l'Ordine di San Gennaro, fondato da suo padre, era, già solo per questo, l'esternazione dell'importanza politica della nuova dinastia reale napoletana. Molti Ordini di questo genere, nati a seguito dell'insediamento di nuove dinastie, avevano anche un secondo fine: attraverso il giuramento di fedeltà al sovrano (sacro ed inviolabile anche nel nostro caso), i cavalieri, spesso nobili dalla dubbia fiducia, erano legati moralmente al Re e alla sua famiglia e non potevano far altro che sottomettersi a lui, pena l'infamante accusa di spergiuro. La creazione di un simile Ordine era quindi anche motivo di stabilità politica per i Borbone di Napoli, con Carlo per via dell'insediamento a Napoli della nuova dinastia, e per Ferdinando con lo scopo di rinsaldare i legami coll'operato del padre e consolidare la propria posizione su di un trono solo recentemente acquisito. Altro motivo che indusse Ferdinando a farsi ritrarre con quest'abito cerimoniale sulla piastra a legenda Fecunditas è da riconoscersi, secondo me, nell'importanza che rivestiva questa istituzione cavalleresca all'epoca: essendo San Gennaro il Santo più conosciuto e venerato a Napoli, la Monarchia ne sfruttò la connotazione locale per legare la propria storia a quella della città capitale del suo Regno. In poche parole, l'Ordine divenne un nesso logico fondamentale per legare (e quindi governare) la dinastia borbonica alla Napoli settecentesca (e a tutto il Regno per esteso). Non dimentichiamo, inoltre, che l'Ordine ricevette importanti riconoscimenti anche dallo Stato Pontificio e fu protetto diverse volte dal Papa (particolare attenzione fu data ai cavalieri di San Gennaro da Benedetto XIV): fu per questo motivo che esso è sopravvissuto all'Unità d'Italia e continua ancora oggi ad essere prerogativa dei discendenti dei Borbone di Napoli.  

Bernardo-Tanucci[1].jpg 

Fig. 3: Un dipinto ad olio che raffigura il Ministro Bernardo Tanucci in veste di cavaliere dell'Ordine di San Gennaro.

 

 

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