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LIBRO KAMPANOS


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Salve!

Siccome non so se tutti gli utenti del forum hanno sufficiente dimestichezza con il nuovo e interessante sito della libreria Classica Diana, di Cassino:

http://www.classicadiana.it

segnalo che recentemente hanno postato un nuovo volume dedicato ai Campani, noti mercenari dell'antichità, che comprende anche almeno 4 approfonditi studi di carattere numismatico. Per comodità allego l'ottima scheda e introduzione di questo volume, bene stampato e illustrato (costo € 20 più spedizione e per chi è interessato basta rivolgersi al summenzionato sito):

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AA.VV. (a cura di Antonio Morello)

KAMPANOS.

Ed. 2010, f.to 17x24cm., pp. 176, ill. b/n

Indice:

G. Tagliamonte, Reclutamento e paga dei mercenari italici in Sicilia nel IV sec. a.C.

A. Campana, Campania: Kampanos (ca. 415-400 a.C.)

A. Campana, Sicilia: Kampanoi di Entella (410-408 a.C.)

M. Pagano, Considerazioni sulle monete in area campano-sannitica: Phistelia, i Fenserni, Hyria-Irnum.

A. Morello, Un cavaliere campano-sannita su una didramma di Neapolis.

L. Pedroni, Capys, Telephus, Romulus: storia e mitologia dei rapporti tra Roma e Capua.

V. Orlandi, Il cinghiale nella cultura della Campania antica.

La quarta pubblicazione, consegnata in omaggio ai soci dell’Associazione Culturale Italia Numismatica, è il secondo numero della collana che i proponenti hanno voluto intitolare “Contributi alla conoscenza della Storia, Archeologia, Numismatica e Vita quotidiana dei popoli dell’Italia antica”, questa volta dedicata ai “Campani”. Il libro nasce dall’iniziativa dell’ACIN e del Centro di Studi Storici Saturnia, grazie al contributo editoriale dell’Editrice Diana di Cassino. Il titolo che di questa seconda edizione è KAMΠANOΣ e gli studi contenuti, in ben 172 pagine, riguardano eventi storici e numismatici del popolo dei Campani tra il V e il IV sec. a.C.. La ricostruzione storica della Campania preromana è resa difficile dalla scarsità delle fonti letterarie; i molteplici dati offerti dalla ricerca archeologica mostrano uno scenario complesso di culture diverse che spesso si sovrappongono, durano brevi periodi e in spazi territoriali relativamente ristretti. L’insieme delle fonti disponibili si prestano a diverse interpretazioni; le analisi dei dati sono in continua evoluzione e oggetto di frequenti approfondimenti. Ne emerge uno scenario complesso ma, allo stesso tempo, affascinante e fonte inesauribile si ricerche e scoperte. Fino alla romanizzazione, il cui processo ebbe inizio nella seconda metà del IV sec. a.C., la Campania appare una terra di frontiera ove convissero indigeni, greci ed etruschi, società urbanizzate e comunità a un livello inferiore di sviluppo. In questa situazione complessa, le diverse etnie si integrarono dando origine a sistemi unitari. Il processo di integrazione sociale ed economica si protrasse a lungo proprio a causa della pluralità di culture che ne furono interessate. Questa lenta evoluzione portò la componente indigena ad emergere e a prendere coscienza della propria etnia. Fu in questo clima di intrecci di civiltà e società diverse, nella seconda metà del V sec. a.C., che ebbe origine la lega del popolo campano che avrà il sopravvento prima su Capua e poi su Cuma, rispettivamente sugli etruschi e sui greci. Questo evento, che gli antichi raccontano come una traumatica vittoria di genti barbare, fu invece la conclusione di un lungo processo insediativo, di integrazione e di conquiste sociali che ebbe origine già molto tempo addietro. Il confine geografico principalmente interessato da questo fenomeno socio-politico fu il territorio compreso a nord dell’Agro Falerno, tra il Massico e il fiume Savone, la pianura solcata dal Volturno, chiusa a nord dal monte Tifata e limitato a sud dal Vesuvio. Quest’ampia e fertile estensione pianeggiante corrisponde all’attuale Terra di Lavoro, nella quale dominava il centro antico di Capua (l’attuale S. Maria Capua Vetere). Questo territorio è solcato da un altro fiume dal regime torrentizio, il Clanis, la cui zona interna era controllata dagli antichi insediamenti di Nola e Avella; questo territorio comunicava, verso sud, con la valle del Sarno ove sorgevano i centri di Nucera e Pompei. Verso il mare, l’ampio golfo di Napoli, compreso tra Punta Campanella e Capo Miseno, accolse i coloni greci che si stanziarono prima ad Ischia e Cuma e poi a Neapolis. I fiumi che nascono dall’Appennino collegavano le zone interne alla costa, costituendo ottimi tracciati che favorirono il movimento di uomini e merci; il Savone e il Volturno, con i suoi affluenti, delineavano vie naturali che dalla costa conducevano verso il Sannio. In questo contesto geografico, più precisamente nella piana del Volturno e fino alla valle del Sarno, si concentra la trattazione dei contributi offerti in questa raccolta. In particolare, sono stati affrontati argomenti relativi ad eventi e situazioni compresi tra la seconda metà del V e il IV sec. a.C., intorno e a sud della città di Capua dove, secondo Diodoro Siculo (XII 31, 1) nel 438 a.C. «si costituì in Italia il popolo dei Campani, che prese questo nome dalla fertilità della pianura circostante». A questo punto, non si può fare a meno di citare uno splendido passo di Polibio (Storie III, 91) che, nel II sec. a.C., narrando i fatti della seconda guerra punica e del soggiorno di Annibale a Capua, paragonò, con straordinaria efficacia, l’Ager Campanus a un “teatro”: «Quanto alla pianura intorno Capua, essa è la più rinomata d’Italia per la sua fertilità, la sua bellezza, i comodi porti di cui dispone, ai quali approdano quanti vengono in Italia da quasi ogni altra parte del mondo. In essa si trovano pure le più belle e famose città della penisola. Sono situate sulla costa le città di Sinuessa, Cuma, Dicearchia, quindi Napoli, ultima Nocera. Nell’entroterra sono situate Cales e Teano verso nord, Daunia e Nola verso oriente e mezzogiorno. Proprio al centro della pianura si trovava la città di Capua, che era allora la più fiorente di tutte. È comprensibile come sia formata la leggenda che i mitografi narrano riguardo a questa pianura, chiamata Flegrea come altre pianure famose: che gli déi cioè se la siano particolarmente contesa, a causa della sua bellezza e fertilità. Inoltre tale pianura è particolarmente forte e di difficile accesso: essa è limitata infatti da una parte dal mare, per lo più da monti alti e ininterrotti, attraverso i quali dall’entroterra si accede alla pianura solo per tre passi stretti e aspri, rispettivamente dal Sannio, dal Lazio, dall’Irpinia. I Cartaginesi, essendosi accampati in questa pianura come un teatro volevano sbalordire tutti con la loro audacia, escluderne i nemici che evitavano la lotta e apparire incontrastati padroni del territorio». Dalla fine del V sec. a.C. il territorio campano divenne uno dei principali bacini di reclutamento per le forze mercenarie che prestarono servizio in Magna Grecia e in Sicilia, grazie alla fondamentale intermediazione di Neapolis che fornì un opportuno sostegno logistico, soprattutto come base per l’imbarco dei contingenti militari. Il fenomeno del mercenariato campano-sannita nell’isola è ricordato da molte fonti letterarie e da una gran quantità di reperti archeologici: un’ampia e approfondita trattazione sull’argomento è offerta da G. Tagliamonte (I figli di Marte. Mobilità, mercenari e mercenariato italici in Magna Grecia e Sicilia, Roma 1994). Unitamente alle risposte fornite dall’archeologia, il dato numismatico testimonia la ricchezza importata in questo territorio, a seguito del ritorno in patria dei mercenari impiegati in Sicilia. Tra le altre cose, il metallo prezioso, frutto di bottini o della paga, venne monetizzato probabilmente da parte della zecca neapolitana con tipi comuni a tutti, salvo qualche eccezione, recanti, tra l’altro, gli etnici delle nuove comunità indigene: i Campani, i Cumani, Nola, gli Hyrientes, i Fenserni, Allifae, i Fistelii oltre che a quello della stessa Neapolis. In questo contesto, la questione relativa alla paga dei mercenari è stata affrontata da Gianluca Tagliamonte nel suo contributo basato principalmente sulle fonti letterarie e la loro interpretazione, in relazione ai dati archeologici e numismatici. Si tratta di un lavoro che fu presentato qualche anno fa nel corso di un convegno di studi e destinato ad essere pubblicato in una rivista scientifica che nel frattempo ha cessato le edizioni. Il lavoro di Tagliamonte, rimasto inedito fino ad ora, ha trovato il giusto spazio tra queste pagine con un aggiornamento bibliografico eseguito dallo stesso Autore per questa occasione. In esso l’Autore, considerato tra i massimi esperti sull’argomento, chiarisce molti aspetti rimasti fino ad ora senza risposta o privi del giusto collocamento storico-temporale e socio-economico. Delle comunità campane che fornirono i contingenti militari a Dionisio I di Siracusa sono da mettere in evidenza il popolo dei Campani. Considerando la quantità di emissioni monetali giunte ad oggi, recanti l’etnico scritto talvolta in maniera diversa (Kampanos, Kappanos, Kampanon), si può desumere che tra le emissioni coeve sopracitate queste sembrano essere quelle prodotte in maggior quantità, a testimoniare la loro principale presenza tra i mercenari. La monetazione emessa a nome dei Campani, straordinaria fonte primaria e diretta di questo popolo, era stata studiata in maniera più o meno approfondita ma, i questa occasione, Alberto Campana è riuscito ad andare ancora al di là di ogni ricerca edita fino ad ora, includendo nuovi esemplari al corpus redatto da N.K. Rutter (Campanian Coinages (475-380 BC), Edinburgh 1979) nonché ad effettuare una nuova analisi dei conii conosciuti. Egli conclude che queste produzioni monetali furono emesse tra il 415 e il 400 a.C., in relazione al fenomeno del mercenariato in Sicilia. I due gruppi di emissioni, il primo legato a Cuma e il secondo a Neapolis, confermano le fonti classiche che ricordano la presenza dei Campani nella prima e delle buone relazioni di essi con la seconda. Infine, le notevoli affinità stilistiche con la contemporanea monetazione di Thurium sembrano lasciare spazio alla forte probabilità che la scuola incisoria, facente capo al maestro Phrigillos, operò anche nella zecca neapolitana. I tipi utilizzati (Athena/ Acheloo) furono comuni anche alle coeve emissioni, in area campana, a nome dei luoghi di origine dei mercenari: Allifae, Nola e Hyria. Al termine Alberto Campana aggiunge il c.d. gruppo di Panos ovvero una serie di emissioni rarissime che recano un etnico che sembrerebbe essere parte di quello dei Campani ma, sia lo stile che la tipologia si allontanano da quelli già noti, facendo concludere allo Studioso che, in mancanza di ulteriori elementi chiarificatori, nel dubbio, preferisce «mantenere la vecchia attribuzione di questi rari conii a Hyria piuttosto che ai Kampanos o a Neapolis». In un altro contributo, Alberto Campana dedica ampio spazio alle emissioni dei Kampanoí di Entella ovvero di quella parte degli 800 cavalieri mercenari giunti nell’Isola, assoldati da Naxos e Katane - alleati degli Ateniesi -, contro Siracusa. I militari Campani, rimasti senza ingaggio, furono ingaggiati dai Cartaginesi, si sarebbero arroccati ad Entella per essere impiegati, a più riprese, nelle guerre contro Siracusa. In questo periodo anche Siracusa ingaggiò dei Campani, facendone venire nuovi contingenti dalla madrepatria. Entella divenne così un luogo dove essi trovarono rifugio, accolti dagli indigeni con cui si integrarono facilmente. Alberto Campana, dopo un ampio e preciso excursus storico, pone le prime emissioni monetali, a nome dei Kampanòi di Entella, al periodo compreso tra il 410 e 408 a.C., quando essi coniarono dramme, sul piede euboico attico, recanti il proprio etnico e i tipi cavallo/elmo. Esse risultano emesse con due coppie di conii e furono prodotte coniando i nuovi tipi su monete diffuse precedentemente da Rhegion, Katane e Atene. Queste ultime erano proprio quel soldo dato ai mercenari da quelle città che li assunsero. Altre ribattiture simili si riscontrano sull’hemidracma, emessa con i medesimi tipi e nello stesso periodo; un altro tipo reca il segno del valore di sei globetti (6 onkie = 1 emilitra). Nelle emissioni di bronzo (onkia) i tipi cavallo/elmo sono accompagnati al dritto dal nome della città di Entella e al rovescio dell’etnico KAMΠANΩN. Le testimonianze numismatiche, descritte e commentate da Campana, confermano quanto riportato dalle fonti storiche, restringendo con precisione il periodo di emissione, proprio grazie all’uso delle ribattiture. L’elmo è il segno di riconoscimento di questa etnia: esso è di tipo calcidese e di una foggia e tipologia particolare che ebbe, evolvendosi nella forma, grande fortuna in Italia come elmo dei mercenari di stirpe osca e campana. Il contributo offerto da Mario Pagano si basa principalmente sulla sua esperienza pluriennale, acquisita sul campo, nella veste di archeologo: ad oggi ricopre l’incarico di Soprintendente per i Beni Archeologici dell’Umbria. Egli, analizzando alcuni aspetti della monetazione prodotta in area campano-sannitica, avanza delle considerazioni sui tipi utilizzati per le emissioni di Fistelia, Fenserni e Hyria. Innanzitutto, sulla base di elementi condivisibili, propone di vedere nella divinità raffigurata con il viso di fronte negli oboli d’argento anepigrafi, fino ad ora assegnati a Phistelia, Mefite, divinità femminile particolarmente popolare e diffusissima nell’area osca e sannitica; perciò, suggerisce di attribuire questa tipologia ai Fenserni, in relazione alla didramma del tipo ‘viso di divinità di fronte/Bellerofonte’. A questa nuova proposta si aggiunge la probabile ubicazione del centro di emissione delle monete dei Fenserni in Frigento (AV). Infine, aggiunge interessanti suggerimenti circa la monetazione di Hyria/Hyrina che mette in relazione con le emissioni più tarde di Irnthi, collocandone il centro di produzione nella penisola sorrentina. L’immagine del mercenario campano e dei guerrieri Sanniti e Sannito-Campani, è nota, in particolare per la seconda metà del IV sec. a.C., attraverso le pitture parietali delle tombe maschili e da una certa quantità di ceramica figurata. È su queste basi che Antonio Morello ha voluto proporre un contributo analizzando nel dettaglio una rarissima moneta di Neapolis, grazie ad un esemplare, in ottima conservazione, recentemente comparso in una vendita pubblica a Zurigo. Da un attento esame della moneta è stato possibile individuare l’appartenenza etnica del cavaliere raffigurato al rovescio. L’origine campano-sannita del personaggio si riconosce dal tipico elmo decorato con penne (pteroi) laterali, ampiamente documentato nella coeva arte figurativa. L’elmo, di probabile tipologia attico-calcidese, con le tipiche decorazioni, non sembra lasciare dubbi sul fatto che la moneta sia stata emessa a Neapolis dalla fazione filo-sannita che era sostenuta dal partito popolare, negli anni immediatamente precedenti alla presa dei Romani della città. L’Autore, perciò, ha proposto di datare questa moneta al periodo compreso tra il 328 e il 326 a.C., in un momento in cui Neapolis fu assediata dai Romani e durante il quale la relativa produzione fu di breve durata. Dopo quella data, la moneta fu presto ritirata dalla circolazione, considerando che, per il tipo del rovescio, assunse un evidente significato politico. Il titolo del contributo di Luigi Pedroni è tanto eloquente che lascia poco spazio a commenti. L’Autore dimostra, con l’analisi dettagliata delle fonti a disposizione e la loro giusta interpretazione, il profondo legame tra la tradizione mitologica di Capua con Roma, in particolare, accomunati da molte analogie riguardanti il mito della fondazione, forse costruite ad hoc da una certa tradizione letteraria di età augustea improntata a giustificare la comune origine delle due città, i cui rapporti furono talvolta burrascosi. Il contributo finale è stato dedicato da Vincenzo Orlandi ad un aspetto della vita quotidiana che accompagnò da sempre i popoli che abitarono questa fertile pianura: la caccia al cinghiale, l’allevamento dei suini, l’utilizzo di questo animale nelle cerimonie sacrificali e di giuramento. Il cinghiale e/o il suino in genere, ritenuto per certi versi sacro, non è mai mancato nell’ alimentazione ed è stato sempre presente nelle case delle genti campane. Oggi, nel riscoprire gli antichi sapori, si è voluto riprende l’allevamento di quelle specie di suino tradizionali che sembravano essere state dimenticate per far posto a razze di provenienza esterna, in un certo senso, più redditizie ma certamente meno saporite. L’ampio apparato figurativo e i precisi riferimenti archeologici non lasciano dubbi sulla posizione di rilievo che ricopriva il suino, in ogni questione della vita quotidiana della Campania antica. Grazie all’intensificarsi della ricerca archeologica, negli ultimi decenni si è avuto un notevole progresso degli studi riguardanti le genti che abitarono la Campania prima della romanizzazione. Il quadro generale dei progressi e della situazione degli studi è ottimamente sintetizzato da L. Cerchiai (I Campani, Milano 1995 e Gli antichi popoli della Campania, Roma 2010), i cui rimandi bibliografici approfondiscono i molteplici aspetti sui quali si è fondata la ricostruzione storica. Con questa nuova raccolta di studi, si sono voluti studiare a fondo alcuni particolari aspetti fino ad ora generalizzati o poco approfonditi. I contributi sono stati offerti dai maggiori esperti, frutto delle loro principali passioni di studio.

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