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RELIGIONE E POTERE


Jus

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L’IMPERATORE DIVENTA DIO

L’elevazione dell’imperatore a divinità entra nella cultura religiosa romana dopo il contatto con la cultura ellenistica. Alessandro III di macedonia detto “Magno” accettò, e forse favorì, il fatto di essere venerato come figlio del dio Ammone. Questo fatto era inaudito per la cultura greca e suscitò grande indignazione tra i sudditi quando Alessandro pretese che essi si inchinassero a lui. La tradizione continuò sotto i Tolomei che si fecero chiamare “faraoni” accettando la teocrazia egiziana. A Roma il primo a introdurre l’apoteosi di un uomo di potere fu Ottaviano con la divinizzazione di Cesare . I vantaggi politici di potersi fregiare del titolo di “figlio del dio Cesare” erano notevoli. Naturalmente non pochi apertamente o segretamente vedevano in questo atto un pericolo per il futuro politico di Roma ma decisero di tacere o furono costretti a farlo. In un sol colpo Ottaviano risolveva tre questioni gravose: dare una base religiosa al proprio potere politico, conservare la supremazia della religione romana in tutto l’impero, accentrare su di se le massime cariche religiose. Diversamente da quanto programmato questo nuovo modo di concepire l’imperatore contribuirà a cambiare la religione romana più che a difenderla . Il controllo politico, con il passare degli anni, è andato a sostituire lo spirito di tolleranza tipico del paganesimo tradizionale. L’idea di un controllo centrale favorisce la creazione di una nazione dove le culture e i culti si mescolano e si sovrappongono.

Con il passare del tempo il culto del monarca diventa sempre più importante e invasivo. Sotto Caligola, Nerone, Domiziano, Commodo e Aureliano il culto si sviluppa molto sotto vari aspetti. Caligola fece coniare monete con la sua effige in cui era raffigurato come il dio sole, inseguito cominciò a pretendere che lo chiamassero Giove Laziale. Molti ritennero Caligola un folle, ma la sua pazzia era “coerente”, egli desiderava dare una veste ellenistica alla figura dell’imperatore, su modello tolemaico. Durante il regno di Domiziano raggiunge uno dei suoi apici con l’imperatore che arriva a pretendere dai suoi sudditi l’adoratio, come un sovrano orientale. Egli inaugura un cerimoniale di corte estremamente raffinato ed elaborato che la monarchia bizantina conserverà e potenzierà ulteriormente. Inoltre il culto degli imperatori introduce nel paganesimo un elemento nuovo, quello dell’obbligatorietà. L’immagine della potenza regia finirà per diventare un modello, per avere una sua proiezione nell’assoluto. Infatti la rappresentazione del mondo divino sarà modellata sulla monarchia imperiale. Si ottiene dunque una sistematizzazione del paganesimo, di un mondo divino che si organizza attorno a un dio supremo e trascendente, inaccessibile ed ineffabile. Un pantheon organizzato sempre più sul modello di un impero autocratico, dove i singoli sono solo sudditi governati da un imperatore-dio. Questa sistematizzazione, in una certa misura, portò alla “fine” dell’antica religione romana.

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In generale per chi fosse interessato, testi di riferimento:

Rüpke J., “La religione dei Romani”, Torino, Einaudi, 2004.

Livio Tito, “Storia di Roma dalla fondazione”. Volume I, Roma, Newton Compton, 2006

Turcan R., “Le religioni orientali nell’Impero romano”, in Storia delle religioni, a cura di Puech H. Ch., Bari, Laterza, 1977, vol. IV.

James E. O., “Antichi dei mediterranei”, Pisa, EST, 1996

Catone, “De agri cultura”, Torino, Utet, 2001.

Hadot P. “La fine del paganesimo”, in Storia delle religioni, a cura di Puech H. Ch., Bari, Laterza, 1977, vol. IV.

Robin-Weg-Fuchs, Heiden und Christen

Ramsay MacMullen, 1984. Heidentum im römischen Reich

R. M. Ogilvie, „Römische imperiale Religion„(Subskription erfordert), Bericht von Die Religionen des römischen Reiches durch John Ferguson, Der klassische Bericht, Neues Ser., Vol. 22, Nr. 3 (Dez. 1972), pp. 386–388. Zugänglich gemacht 18. Juni, 2007.

Louise Revell, „Religion und Ritual in den westlichen Provinzen“, Griechenland und Rom, Volumen 54, Nr. 2, Oktober 2007.

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Un Grazie a Illyricum; i tuoi post sono sempre uno spettacolo! :)

Grazie Jus! Lieto che siano graditi...

Ottima anche la tua relazione sul tema. Ci aggiungerai ancora qualcosa sul tema in relazione a Costantino? Imperatore attratto dal Sol Invictus dapprima, poi passato alla Storia come "Primo Imperatore Cristiano" :blink: e che nella realtà bizantina assumeva toni da regnate "orientale"... ?

Ciao

Illyricum

:)

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LA PRASSI RITUALE A ROMA: CHIAVI DI LETTURA PER UN FENOMENO VASTO E COMPLESSO

Sacrificio e banchetto

È importante tenere a mente che l’uccisione dell’animale o la combustione delle offerte costituiscono solo una delle fasi di un rituale più ampio e complesso che precede e segue questi momenti. Un esempio, riportato da Catone, può aiutare a comprendere meglio la complessità dell’evento.

“Il sacrificio va fatto così: offri a Giove dapalis una coppa di vino, grande a tua scelta; per quel giorno concedi riposo ai buoi e vacanza ai bovari e ai sacrificanti. Quando sarà il momento di presentare l’offerta, procederai così: ‹‹O Giove dapalis, in relazione al fatto che ti deve essere offerta in casa mia, da parte di tutti i miei, una coppa di vino in sacrificio, in relazione appunto a ciò sii onorato con questa offerta che è [proprio] quella [di cui si parla]››. Ti laverai le mani, poi prenderai il vino:‹‹O Giove dapalis, sii onorato con l’offerta di questo sacrificio, sii onorato con l’offerta del vino sacrificale››. Offri anche a Vesta, se vorrai. Ammontare dell’offerta a Giove: prodotti agricoli del valore complessivo di un asse e un urna di vino [12,5 litri]. Consacra a Giove con la purezza rituale, purificando al tocco. Poi fatto il sacrificio, semina miglio, panìco, aglio, lenticchie.”

Catone rivela bene come vi sia una forte unione tra gestualità e preghiera che le rende quasi inseparabili. La preghiera da sola non è considerata dal fedele romano. Serve un “richiamo dell’attenzione” per il dio. Incenso che produca fumo profumato, fiori, cibo, vino… sono tutti metodi, collegati a una visione antropomorfa degli dei, per predisporre la divinità all’ascolto. Le offerte non si classificano secondo una scala qualitativa ma piuttosto quantitativa. Anche le modalità dell’offrire non hanno molta importanza, non hanno una logica interna ma sono dettate dalla tradizione. L’altare durante questi riti ha un ruolo centrale come simbolo riassuntivo del sacrificio . Esso non è per forza collegato al tempio, può essere eretto a seconda delle necessità ad esempio in un bosco o in riva al mare, la sua importanza è quella di presentare i doni al dio. Molto importante è sottolineare come a Roma si sia mantenuta, per i culti principali, una dualità tipica dei culti dell’antichità:

- Sacrificio cruento sull’altare fuori dal tempio…

- …e sacrificio di viveri nel tempio.

Ogni dio aveva la sua cerimonia particolare ma raramente sull’altare esterno al tempio si trovava una raffigurazione della divinità. Solitamente veniva tenuto aperto il portale del tempio per creare una sorta di collegamento “visivo” tra la statua della divinità e l’ara.

Nei casi di grandi offerte votive, animali o vegetali, al sacrificio segue il banchetto. È raro infatti che, ad esempio, si distrugga con i fuoco tutto l’animale o si versi a terra l’intero otre di vino. Questo è testimoniato dal fatto che i templi o i sepolcri delle grandi famiglie, sono spesso dotati di refettori e cucine. Di questa usanza troviamo splendide testimonianze negli scavi di Ostia antica. Per capire meglio questo collegamento è opportuno analizzare l’intero “iter” di un sacrificio:

- Piccola o grande processione verso l’ara di un tempio (anche per i sacrifici privati).

- Purificazione simbolica attraverso l’aspersione con acqua.

- L’animale viene immolato, ovvero cosparso con la mola salsa: una mistura di grano macinato e sale.

- Chi presiede al sacrificio, e se ne assume le spese, passa la lama del pugnale sul dorso dell’animale.

- Il macellaio addetto all’uccisione domanda: “ Agone?” , la risposta “Age!” è il segnale per l’abbattimento dell’animale.

- Dopo la morte per dissanguamento dalla vittima si estraggono le viscere per poterle consultare (operazione affidata agli auguri e agli aruspici).

- Si smembra la bestia e la si cuoce in pentole. Questo processo può durare ore. Si sfrutta il tempo per dedicarsi ad attività “profane” come ad esempio l’istituzione di un processo giudiziario.

- Quando tutto è pronto si celebra il banchetto.

Se l’offerta è realmente cospicua, si decide per la vendita della carne o dei prodotti della terra. Una testimonianza ci è riportata da S. Paolo nella lettera ai Corinzi (Cor. 10, 25 ss.). Egli esorta i cristiani a mangiare tutto ciò che è venduto normalmente al mercato della carne “senza indagare per motivo di coscienza” . Però se qualcuno dovesse far notare che si tratta di alimenti “immolati in un sacrificio”, allora il buon cristiano deve astenersi dal mangiarne. In questo passaggio Paolo spiega come ogni animale, anche quello che ha avuto la sfortuna di essere stato ucciso in un sacrificio, essendo un dono di Dio può essere mangiato. Il divieto nasce dal rischio di indurre altri fratelli in tentazione e di venire additati dai pagani come incoerenti.

Il banchetto era anche un momento centrale nella vita del patrizio romano. I membri delle classi elevate infatti consumavano il pasto nel triclinium della loro domus. È così che un avvenimento religioso si trasforma in un rito sociale con un’enorme valenza politica, economica e di prestigio famigliare. Durante questi pranzi si stringevano alleanze politiche, si combinavano matrimoni, si svolgevano compravendite. Ma la cosa più importante era dare sfoggio del proprio benessere economico e peso politico, bisognava che la città ne parlasse nei mesi a seguire.

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Un Grazie a Illyricum; i tuoi post sono sempre uno spettacolo! :)

Grazie Jus! Lieto che siano graditi...

Ottima anche la tua relazione sul tema. Ci aggiungerai ancora qualcosa sul tema in relazione a Costantino? Imperatore attratto dal Sol Invictus dapprima, poi passato alla Storia come "Primo Imperatore Cristiano" :blink: e che nella realtà bizantina assumeva toni da regnate "orientale"... ?

Ciao

Illyricum

:)

devo confessarti che questa parte l'ho un pò trascurata, essendomi dedicato con maggior attenzione al periodo precedente... :(

PS

Ogni contributo è gradito!

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  • 3 settimane dopo...

Voti e maledizioni

I voti erano molto comuni a Roma e solitamente erano compositi da due parti, una richiesta di grazia alla divinità e il segno di gratitudine per averla ricevuta. In causa erano spesso chiamate divinità con poteri medico-guaritivi. Lungo il tratto cittadino del fiume Tevere sono stati ritrovati numerose statuette di creta rappresentanti singoli organi (spesso uteri) o busti molto simili a modelli anatomici. Questi oggetti erano sostanzialmente “mezzi di comunicazione” tra il fedele e la divinità che servivano ad esporre meglio il problema, ma non si può escludere che fungessero anche da documento dell’avvenuta guarigione.

Non bisogna credere che queste pratiche fossero sbrigative. Esse si inserivano in un rituale ben più ampio che coinvolgeva numerose persone come i membri anziani della famiglia, i sacerdoti o le sacerdotesse, gli uomini di medicina.

I voti avevano anche un importante risvolto economico. Essi potevano rendere ricca una località dove si trovava un santuario famoso per le guarigioni. Non è difficile da immaginare basti pensare ai numerosi luoghi di pellegrinaggio odierni. Gli Atti degli apostoli e lo scrittore Giovenale ne danno testimonianza. L’esempio del letterato latino riguarda la dea Iside che, a suo dire, elargiva cibo ai pittori vista l’enorme richiesta di statue, affreschi e altri oggetti votivi per le case dei privati. S. Paolo ad Efeso deve affrontare la sommossa degli artigiani locali che vivevano attorno al santuario di Artemide. Questa protesta non era di natura religiosa quanto sociale ed economica, l’apostolo stava mettendo a rischio uno dei settori importanti dell’economia cittadina.

Le maledizioni sono una categoria molto complessa e di non facile lettura nel mondo romano.”Magia” non è il termine più appropriato per definire queste pratiche. Infatti i romani con magia (termine che deriva da magi, ovvero i maghi o stregoni persiani) non identificavano queste pratiche, almeno non in maniera esclusiva. A Roma, come in Grecia, i piani - religione, magia, scienza - potevano coesistere uno accanto all’altro all’interno delle stesse figure. Quindi quello che noi troviamo è una forma di maledizione strettamente collegata a una visione magica del mondo che presentava però modelli d’azione tipici.

Solo poche di queste formule sono giunte a noi, una di queste è rappresentata dalle tabellae defixionum, vere e proprie tavolette di maledizione. Su queste tavolette si trovava il termine greco katado, “io ti lego giù”, o il vocabolo latino defigo, “io inchiodo giù”, associato al nome della persona da maledire . Sostanzialmente si mirava a colpire l’avversario fino all’eliminazione fisica. Queste attività se provate potevano costituire prova in un processo penale.

Anche la suggestione aiuta in questi casi. Infatti si cerca sempre di far sapere ai destinatari della maledizione che si stà tramando contro di loro. Spesso erano gli stessi “specialisti” delle fatture che andavano a dirlo ai malcapitati, se la voce si spargeva essi ne guadagnavano in fama e clienti. Se ci si pensa bene il successo di queste magie non stà tanto nelle vittime “reali” quanto in quelle “potenziali”. Se una persona crede di aver bisogno di protezione contro una fattura indirizzatagli essa ha già sortito il suo effetto. Il malcapitato si rovinerà la vita spendendo per riti di annullamento, amuleti spesso molto costosi e attribuirà ogni suo insuccesso o problema al maleficio.

Tempo e calendario

Un’analisi attenta delle strutture del tempo della Roma antica evidenzia numerose caratteristiche di fondo della religione cittadina. L’intersecarsi tra tempo religioso e profano complica notevolmente il calendario delle feste e avvenimenti pubblici. A queste ultime va aggiunto un numero imprecisato di ricorrenze che si collegano al culto della gens, della famiglia o a devozioni private. L’alternanza tra giorni di feriae e giornate dedicate alle ricorrenze importanti è di capitale importanza per gli specialisti del culto e, almeno nella Repubblica, per le classi dominanti vere attrici del culto pubblico . In tutta la storia romana troviamo una frammentazione e un particolarismo tali, in materia di tempi e calendari, da rendere difficile una visione d’insieme che non cada in semplificazioni eccessive. L’unica esigenza di coordinamento tra i vari calendari era quella data dalle imposte, dal sistema finanziario.

Nella Roma antica si usava originariamente un calendario lunare. Le Calendae erano il novilunio e le Idi corrispondevano al plenilunio. Le Nonae erano una data intermedia tra le Calendae e le Idi: erano il nono giorno prima delle Idi. La leggenda narra come Romolo stabilì che l'anno avesse 10 mesi, ma Numa Pompilio lo portò a 12 mesi per farlo coincidere con l'anno solare. Nei secoli furono fatti diversi tentativi per sincronizzare il calendario lunare con quello solare. Ciò nonostante nel I sec a.C. la differenza tra i due sistemi di calcolo era giuntata ad alcuni mesi. Nel 46 a.C. Giulio Cesare, in base ai calcoli dell’astronomo Sosigene riformò il calendario su base solare. L'anno venne fissato in 365 giorni e si introdussero i giorni bisestili con cadenza quadriennale. Come già detto in precedenza gli anni venivano contati “ab Urbe condita”, ossia a partire dalla fondazione di Roma.

A partire da Numa Pompilio i mesi divennero dodici, con l’aggiunta di Januarius e Februarius. L'inizio dell'anno originariamente era fissato a marzo. Dal 153 a.C. venne portato a gennaio. Nel 44 a.C. il Senato romano, su proposta di Marco Antonio cambiò il nome del mese di Quinctilis in Iulius, in onore di Caio Giulio Cesare. Verso l’8 d.C. il mese di Sextilis venne chiamato Augustus in onore di Cesare Ottaviano Augusto. La durata dei mesi oscillava attorno ai 30 giorni. L'ultima correzione venne apportata da Ottaviano che allungò di un giorno il mese di Agosto per farlo uguale a Luglio, possiamo immaginare il perché di questa scelta.

Per quanto riguarda la settimana i romani avevano inizialmente una periodicità scandita su una base di otto giorni detta nundinae. Il nome derivava dal modo di contare che includeva sia il giorno di partenza che il giorno di arrivo. Fu Costantino, nel IV secolo d.C., ad introdurre la settimana, di origine orientale, cercando un compromesso tra mondo pagano e mondo cristiano. La durata di 7 giorni corrispondeva alle attese dei cristiani che ottenevano l'ufficializzazione della settimana ebraica, mentre ai giorni venivano dati i nomi degli dei pagani. I cristiani affiancarono alla denominazione ufficiale dei giorni delle denominazioni loro proprie, in particolare per il sabato e la domenica.

A Roma si dividevano le ore del giorno in due gruppi: 12 diurne (dalle ore 6 alle 18) e 12 notturne. Le ore del giorno erano chiamate hora prima, hora secunda… e via di seguito. La notte era divisa in 4 periodi dette vigilie di 3 ore ciascuna. Esse corrispondevano ai turni di guardia, infatti vigilia in latino significa sentinella.

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