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snam

la leggenda di Tarpea

Quando facevo da "Cicerone" ai miei amici mi ritrovavo spesso a raccontare la leggenda di Tarpea secondo questa versione:

1) Plutarco: Tarpea viene descritta come una giovinetta sciocca e vanesia che, tradendo il suo popolo, indicò ai nemici Sabini un passaggio nascosto sul Campidoglio. Questo permise ai guerrieri nemici di penetrare nella rocca, il cui comandante era il padre stesso di Tarpea: un tradimento, dunque, perpetrato due volte. Lei fece tutto questo per ottenere qualche bracciale d’oro che aveva visto brillare al braccio sinistro dei guerrieri nemici. I Sabini mantennero la promessa in modo rigorosamente burocratico: Tito Tazio per primo si tolse il bracciale e lo gettò a Tarpea, ma così facendo le lanciò anche il suo pesante scudo, che era legato al suo braccio sinistro insieme al bracciale. I suoi uomini lo imitarono e la sciocca fanciulla fu presto soffocata sotto gli scudi. In questo modo i soldati riuscirono tranquillamente a recuperare i loro preziosi oggetti.

Ce ne e' anche una terza piu' romantica che pero' non riporto.

Poi ho cominciato a collezionare monete e mi ero reso conto che alcuni denari riportavano alla rovescio la figura di Tarpea.....allora mi chiesi ma se era una Tradittrice ( la rupe Tarpea era il luogo dove i Romani gettavano i traditori....molto usata da Tiberio) come potevano alcuni monetieri vantarsi della discendenza? Per rispondermi a questa domanda feci una veloce ricerca e trovai la seconda versione della leggenda che meglio si adatta alla coniazione.

2) Tarpea era una coraggiosa fanciulla, che aveva in effetti stipulato un accordo col nemico, ma solo al fine di ingannarlo e consegnarlo ai Romani.

Questo patto prevedeva infatti anche la consegna degli scudi da parte dei Sabini, che a quel punto non avrebbero potuto più difendersi. Quando Tarpea tuttavia cercò di inviare un messaggio a Romolo per avvertirlo della trama ordita, il nemico lo intercettò e la fanciulla fu uccisa.

Secondo voi quale e' la vera leggenda?

le monete coniate con il rovescio di Tarpea le conoscete bene e sono:

L. Titurius Sabinus

M. Durmius

Ciao

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Supporter

Ci sono molto varianti sulla leggenda della rupe Tarpea. Vi posto anche una foto attuale del sito.

post-8785-0-03295300-1318062587_thumb.jp

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Beh trattandosi di una leggenda, è difficile dire quale sia quella vera.. Sarebbe un po' come chiedersi, relativamente a un mito, quale sia la versione veritiera :P

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Inviato (modificato)

Beh trattandosi di una leggenda, è difficile dire quale sia quella vera.. Sarebbe un po' come chiedersi, relativamente a un mito, quale sia la versione veritiera :P

in teoria ha ragione......ma il fatto che quanlcuno la riporti sulle monete dovrebbe aiutarci a capire quale delle due fosse piu diffusa nell' antichita'......

Modificato da snam

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Hm. . Forse puo essere utile fare una ricerca: prendere tutte le fonti che trattano della leggenda e leggere le relative versioni (es: livio ne parla? E in che modo?).. Ora, andando a naso (quindi quasi sicuramente sbagliando :P), azzerderei che la versione di plutarco sia quella piu antica, mentre le altre, che rispondono ad esigenze diverse e ad un gusto piu sofisticato, siano piu "moderne". . Sarebbe pero interessante sentire l'opinione di chi è piu esperto

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Inviato (modificato)

Salve. Curioso argomento. Ho trovato anche questa versione del mito che non aggiunge nulla di nuovo alla storia, ma assomiglia molto a quella da te riportata al numero 2: <<Secondo Dionigi di Alicarnasso, che informa della presenza di una tomba in onore della vestale, Tarpeia non avrebbe tradito, ma in cambio dell'apertura della porta avrebbe chiesto ai Sabini di consegnarle ciò che portavano al braccio sinistro, lo scudo, in modo che potessero essere facilmente sopraffatti dai soldati romani avvertiti da un messaggero. Fu costui però a tradire e i soldati sabini per vendicarsi seppellirono la giovane con i loro scudi.>>

Ed ancora: « ...la ragazza era andata oltre le mura ad attingere acqua per i culti rituali. Dopo averla catturata, la schiacciarono sotto il peso delle loro armi e la uccisero, sia per dare l'idea che la cittadella era stata conquistata più con la forza che con qualsiasi altro mezzo, sia per fornire un esempio in modo che più nessun delatore potesse contare sulla parola data. » (Livio, Ab Urbe condita libri, I, 11.)

Secondo me, è molto difficile stabilire quale delle due versioni sia la più veritiera: teniamo presente che stiamo parlando di una leggenda e non di storia, quindi questi discorsi si possono fare non in ambito storico (giacchè occorrerebbe la documentazione oggettiva), ma in ambito mitologico come patrimonio peculiare di un popolo, quello romano. Il mito in questione aveva un compito ben preciso (e penso che questo valore non l'abbia perso ancora oggi): mostrare agli uomini la fine orribile dei traditori per farli desistere dal tenere un comportamento simile. D'altronde, tutti i miti e le leggende dell'antichità hanno questo valore educativo. E il mito di Tarpeia non fa eccezione, così come non deve stupire la sua rappresentazione sulle monete repubblicane. Infatti, basta osservare a titolo di esempio il denario coniato nell' 89 a.C. da L. Titurius Sabinus per accorgersi che:

1) il monetiere in questione (Sabinus) si chiamava come l'antico popolo dell'Italia centrale, i Sabini, a cui è collegata strettamente la figura di Tarpeia come abbiamo visto in precedenza attraverso questi miti;

2) al D/ troviamo la testa del re dei Sabini Tito Tazio, altra personalità collegata in modo particolare con Tarpeia: sempre secondo la leggenda, la vestale stipulò il suo patto, falso o veritiero che sia, proprio con questo sovrano sabino;

A questo punto, visto che il D/ è collegato evidentemente col R/, mi sembra opportuno dare una breve descrizione della moneta in questione:

AR denarius coniato nell'89 a.C. nella zecca di Roma da L. Titurius Sabinus.

Al D/ testa di Tito Tazio a destra, sotto, ramo di palma, dietro SABIN, avanti, in questo caso, la dicitura A. PV.

Al R/ Tarpeia semisommersa dagli scudi dei soldati sabini con ai lati altri due di essi che si apprestano a tirarle contro i loro scudi. In esergo, L. TITVRI.

Rif.: Cr344/2c, Syd 699a.

post-24898-0-82145100-1318082127_thumb.j

Ma non è tutto: lasciamo la leggenda per effettuare un piccolo appunto di storia che ha a che fare con i Sabini in ambito romano.

Prima del 625 a.C., infatti, i famosi "Sette Colli" su cui sorse il villaggio della primordiale Roma non era abitato solamente da "romani". In base a recenti scavi e ricerche archeologiche si è venuti a conoscenza di una precisa divisione sociale a cui furono sottoposti i nuclei abitativi dei colli: ovvero, il Campidoglio e il Quirinale erano occupati dai Sabini, mentre i Romani abitavano sul solo Palatino. Le prime etnie latine sarebbero state, quindi, tre: i Tizi, di origine sabina (cfr. Tito Tazio della discussione), i Ramni, da cui ebbero origine i Romani, e i Luceri, di probabile derivazione etrusca.

Modificato da Caio Ottavio
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Come sempre i tuoi interventi sono molto interessanti, Caio!!

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Inviato (modificato)

E' molto interessante e bella questa discussione. :)

Caio Ottavio ha analizzato con estrema completezza l'argomento e mi complimento per il suo scritto che centra alla perfezione la soluzione del quesito. oo)

I messaggi veicolati dalla maggior parte dei denarii della Repubblica Romana, mirano per lo più a fondare le origini delle varie famiglie dei notabili nella mitologia. In questo caso è il nome Sabinus che richiama quello di Tito Tazio.

C'è un piccolo particolare di alcuni rovesci dei denari della Gens Tituria che ci fa scoprire la fonte letteraria alla quale gli incisori si sono ispirati per l'iconografia e questo particolare è la stella nel crescente lunare.

Properzio (IV, 4, 23) fa intervenire proprio la luna quando scrive di Tarpea.

"Saepe illa immeritae causata est omnina lunae.

Et sibi tinguendas dixit in amne comas".

Properzio racconta che Tarpeia era la figlia di Tito Tazio e che era stata rapita da Romolo. Ella aveva escogitato uno stratagemma per consegnare i Sabini ai Romani ed aveva fatto ciò fingendo di tradire questi ultimi e chiedendo come compenso ciò che i Sabini portavano al braccio sinistro (gli scudi appunto), con l'intento di disarmare i nemici. Tito Tazio, però, venne informato di ciò e la fece schiacciare sotto gli scudi. Un padre che sacrifica la figlia per "amor di patria" era considerato un gesto di grande nobiltà ed il monetale Sabino ha pensato bene di dedicarlo a sè stesso :P

Enrico :)

Modificato da minerva
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Svelato l'arcano, direi :)

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Percio' secondo voi rappresenterebbe la prima leggenda....ho letto i Fasti della repubblica romana della Cesano e Lei invece appoggia la seconda versione...Riporta che allo stesso Calpurnio Pisone pareva assurdo che i romani potessero attribuire onore con libazioni e sacrifici alla tomba di Tarpea, tomba innalzata dove era stata uccisa, se veramente fosse stat una traditrice.

ciao

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Ciao Snam :)

E' difficile individuare quale delle diverse versioni del mito fosse la più seguita al tempo dell'antica Roma. Agli antichi romani stessi non serviva una versione definitiva del mito e la riprova di ciò è nelle diverse e spesso del tutto contrastanti versioni che ci sono giunte: quella di Tito Livio, quella di Dionigi, l'altra di Calpurnio Pisone e poi quelle di Properzio e di Plutarco che sono state impiegate anche per le monete che abbiamo visto.

Non dobbiamo stupirci di ciò visto che gli antichi adattavano i miti con modalità molto disinvolte, sia per finalità poetiche che politiche e di propaganda più o meno partigiana. Un esempio di tale situazione è l'Eneide di Virgilio; qui il poeta non fa altro che celebrare le origini mitiche di Roma tessendo di proposito una versione congeniale del mito di Enea.

Il mito non è storia, ma è una narrazione che contiene al suo interno dei messaggi che possono essere religiosi, civili o morali. Le leggende di Tarpea infatti, nonostante abbiano forme diverse, contengono al loro interno un contenuto comune che è quello di affermare quali siano i doveri verso la patria. Tarpea tradì la patria e morì per questo motivo, poco importava se avesse tradito i romani o i sabini. Le versioni più antiche la definiscono una traditrice per amore, quelle successive per interesse ed attitudini alla vanità, ma rimane sempre una figura che tradisce. Il mito esprime le pene riservate ai traditori dal punto di vista giuridico: la "securi percussio" (decapitazione), la fustigazione a morte o l'essere gettati nel baratro qualora si invocasse l'ordalia e quindi l'intervento divino che esprimesse la soluzione della verità: se il condannato sopravviveva era innocente, se moriva era colpevole. Gli antichi guardavano non il mito in sè, quindi, ma il fatto che il tradimento è un atto così infame che anche chi ne trae vantaggio disprezza il traditore al punto da metterlo a morte.

Anche il discorso delle libagioni andrebbe considerato nell'ottica della ritualità. La figura di Tarpea era un ammonimento e la sua vicenda era alla base di una pena capitale. Il rito va inteso, quindi, non tanto come un qualcosa che si svolge per meriti di santità come lo intendiamo oggi, ma come forma sociale che tende ad affermare le fonti della tradizione e quindi dell'azione istituzionale. Intendo esprimere con questo che nell'antica Roma i traditori venivano sottoposti a supplizi capitali e lo si faceva non solo perchè la legge lo consentiva, ma soprattutto perchè alla base della legge vi era una proibizione mitologica al tradimento, quindi un qualcosa che sconfinava anche nel sacro.

Come approfondimento a tale argomento, consiglio un libro molto interessante che è: Cantarella Eva, (2005), I supplizi capitali: origine e funzione delle pene di morte in Grecia e a Roma, Biblioteca Universale Rizzoli.

Enrico :)

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Ciao Snam :)

E' difficile individuare quale delle diverse versioni del mito fosse la più seguita al tempo dell'antica Roma. Agli antichi romani stessi non serviva una versione definitiva del mito e la riprova di ciò è nelle diverse e spesso del tutto contrastanti versioni che ci sono giunte: quella di Tito Livio, quella di Dionigi, l'altra di Calpurnio Pisone e poi quelle di Properzio e di Plutarco che sono state impiegate anche per le monete che abbiamo visto.

Non dobbiamo stupirci di ciò visto che gli antichi adattavano i miti con modalità molto disinvolte, sia per finalità poetiche che politiche e di propaganda più o meno partigiana. Un esempio di tale situazione è l'Eneide di Virgilio; qui il poeta non fa altro che celebrare le origini mitiche di Roma tessendo di proposito una versione congeniale del mito di Enea.

Il mito non è storia, ma è una narrazione che contiene al suo interno dei messaggi che possono essere religiosi, civili o morali. Le leggende di Tarpea infatti, nonostante abbiano forme diverse, contengono al loro interno un contenuto comune che è quello di affermare quali siano i doveri verso la patria. Tarpea tradì la patria e morì per questo motivo, poco importava se avesse tradito i romani o i sabini. Le versioni più antiche la definiscono una traditrice per amore, quelle successive per interesse ed attitudini alla vanità, ma rimane sempre una figura che tradisce. Il mito esprime le pene riservate ai traditori dal punto di vista giuridico: la "securi percussio" (decapitazione), la fustigazione a morte o l'essere gettati nel baratro qualora si invocasse l'ordalia e quindi l'intervento divino che esprimesse la soluzione della verità: se il condannato sopravviveva era innocente, se moriva era colpevole. Gli antichi guardavano non il mito in sè, quindi, ma il fatto che il tradimento è un atto così infame che anche chi ne trae vantaggio disprezza il traditore al punto da metterlo a morte.

Anche il discorso delle libagioni andrebbe considerato nell'ottica della ritualità. La figura di Tarpea era un ammonimento e la sua vicenda era alla base di una pena capitale. Il rito va inteso, quindi, non tanto come un qualcosa che si svolge per meriti di santità come lo intendiamo oggi, ma come forma sociale che tende ad affermare le fonti della tradizione e quindi dell'azione istituzionale. Intendo esprimere con questo che nell'antica Roma i traditori venivano sottoposti a supplizi capitali e lo si faceva non solo perchè la legge lo consentiva, ma soprattutto perchè alla base della legge vi era una proibizione mitologica al tradimento, quindi un qualcosa che sconfinava anche nel sacro.

Come approfondimento a tale argomento, consiglio un libro molto interessante che è: Cantarella Eva, (2005), I supplizi capitali: origine e funzione delle pene di morte in Grecia e a Roma, Biblioteca Universale Rizzoli.

Enrico :)

Ciao Minerva,

Grazie per la spiegazione, naturalmente ringrazio anche tutti gli Altri.....sicuramente non era una domanda con una scientifica visto che, come gia' evidenziato da altri si parla di miti e non di stori. Cmq e' vero ogni mito aveva piu versioni, i stessi miti greci riportava per lo stesso semidio, dio ect...racconti molto diversi percio' lo stesso sicuramente riguardava anche il mito di Tarpea.

ciao

Luca

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Prego :)

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