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L. Licinio Lucullo

Denarii di Mn. Cordius Rufus con Venux Genitrix

Risposte migliori

L. Licinio Lucullo

Nel 46 Caesare conferì piena ufficialità al culto di Venus Genitrix dedicandole un tempio nel forum Iulium, ma era già dal 48 che l'immagine della divinità, fortemente utilizzata in ambito monetale, era divenuta simbolo di Cesare stesso e dei cesariani: Hostilius Saserna (http://www.lamoneta.it/topic/107145-denario-di-ostilio-saserna-con-venere/), Aulus Allienus, Considius Paetus (ex pompeiano) (RRC 465/3, 6 e 7) e Cordius Rufus: costoro, per Cesare o con Cesare, omaggiarono Venere attraverso numerose emissioni, restituendoci magnifiche ed in alcuni casi inedite immagini della divinità. Tra tutti questi tipi, quello che nuovi elementi può fornirci circa il culto di Venere è il denario emesso da Cordius Rufus nel 46, recante al D/ le teste accollate dei Dioscuri ed al R/ Venere stante con scettro e bilancia. Alcuni, tra cui il Crawford, sostengono la raffigurazione al verso ricalchi le fattezze della statua di Venus Genitrix, presente nel tempio a lei dedicato proprio nell'anno 46, screditando quindi l'altra teoria esistente, che vede nel R/ la figura di Venere Verticordia. Di primo acchito, appare ben evidente l'assonanza dell'epiteto Verticordia con il nome della gens Cordia, a cui apparteneva il magistrato monetale ma, tralasciando questo aspetto, altri elementi possono essere aggiunti a sostegno della tesi che vede, nella divinità rappresentata, non Venere Genitrice ma "colei che spalanca i cuori". A quest'ultima erano dedicati i festeggiamenti che si tenevano il 1° aprile, noti col nome di Veneralia, ove la divinità veniva onorata insieme a Fortuna Virile. Vi sono pareri discordanti circa quest'ultima figura: le fonti propriamente romane la ritengono, se pur vicina a Venere, una divinità a sé stante, mentre quelle di matrice greca la vedono come un attributo o un aspetto di Venus stessa; Ovidio, una delle fonti più generose circa i rituali del 1° aprile, non chiarisce tale punto, attribuendo infatti ad entrambe le figure identità distinte ma, nel contempo, chiamando Venere "madre dei due amori". Sempre secondo le fonti, tra cui il già citato Ovidio e Valerio Massimo, il culto di Venere Verticordia fu istituito in due fasi, intorno al 216 Nella prima, al fine di ripristinare la pudicizia in Roma, il Senato, consultati i Libri Sibillini, decise di far erigere una statua a questa divinità, facendo presiedere la dedicazione alla più casta tra tutte le matrone romane, Sulpicia. Nella seconda, sempre il Senato, decise di farle erigere un tempio, al fine di porre rimedio al grave peccato, consumato con dei cavalieri, commesso da tre vestali. In entrambe i casi, l'intento moralizzatore è ben chiaro ma, al tempo stesso, questo va ad applicarsi a due aspetti ben distinti e distinguibili: in riferimento all'alto e degno ruolo delle donne nella società romana e, viceversa, richiamando all'aspetto meno nobile dell'amore, l'atto sessuale in sé. Anche i rituali veri e propri, praticati alle Calende di aprile, erano divisi in due fasi. Nella prima, le donne di agiata condizione si recavano presso il tempio della dea, toglievano dalla statua i gioielli ed i decori che la vestivano, per procedere poi ad un lavaggio sacrale del simulacro; offrivano infine alla divina figura corone di fiori freschi e rose, pregando Fortuna Virile allo scopo di rendere prolifico il loro matrimonio. In un'altra fase invece, le donne di più bassa condizione, le humiliores, si recavano presso i bagni pubblici maschili e, denudandosi, offrivano mirto ed incenso a Fortuna Virile, chiedendo così alla divinità, in un luogo di pertinenza maschile, benevolenza verso le nude parti del loro corpo, decisamente importanti in quanto "arma" utile ad ingraziarsi il favore degli uomini; infine, le humiliores bevevano un venenum a base di latte, papavero e miele. Donne che miravano ad incarnare la moglie romana perfetta, che amava solo il proprio congiunto e che si preoccupava di donare a quest'ultimo una degna discendenza, ed altre donne di più umile estrazione sociale, il cui corpo costituiva forse la loro unica fonte di sostentamento e che, nel contempo, rappresentavano per gli uomini un puro strumento di piacere: due riti in onore di una sola divinità, due riti dedicati ai due aspetti della sessualità femminile. Anche se dedite all'amore più nobile, per le matrone la fecondità rappresentava un valore fondamentale, in quanto da essa dipendeva il prosieguo della stirpe; al contrario, essendo inclini al solo piacere portato dall'atto amoroso, le meretrici si auguravano che il loro corpo fosse sempre attraente e, per ovvie ragioni, improduttivo. Tutti gli atti sessuali sono governati da Venere, ma non tutti generano prole; quest'ultimo aspetto, imprevedibile e casuale, in ottica romana non poteva che essere governato da Fortuna che, nel caso specifico, assume l'inequivocabile nome di Fortuna Virile. Tornando alle origini del culto, da un lato abbiamo Sulpicia, la più casta tra le caste, dall'altro le vergini vestali che hanno infranto il voto, simbolo del più deplorevole tra gli atti licenziosi; due estremi che potrebbero rappresentare un importante monito. Senza discendenza un popolo è destinato a sparire ma, per un Romano, ciò non è sufficiente: è fondamentale avere successori degni, animati dai valori dei padri. Compromesso ed equilibrio tra castità e sessualità, tra moralità ed amoralità, su questo aspetto governava Venere Verticordia; la bilancia tenuta dalla Venus raffigurata sul denario di Cordius Rufus è dunque il simbolo di questo equilibrio. Venere non governava dunque sulla bellezza esteriore, su quella interiore e sull'equilibrio etico, in bilico tra castità e lussuria

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