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conrad59

Vare, redde mihi legiones meas

Risposte migliori

conrad59

Il grido di dolore di Augusto per le sue legioni perse a Teutoburgo risuona ancora nella storia; è un episodio che ha cambiato il corso della storia europea e le monete sono ancora testimoni. Sono i denari augustei con la contromarca "VAR" che i Legionari portavano con sé ad avere definitivamente stabilito il sito della famosa battaglia in cui Arminio tradì Varo, ne distrusse le legioni e impedì la romanizzazione della Germania che, probabilmente, l'avrebbe resa simile alla Francia e all'Italia.

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Flavio

Ciao conrad59, grazie per la discussione aperta :) .

Mi permetto solo una piccola precisazione.

I ritrovamenti monetali (e non solo) del maggiore Clunn hanno avuto certo il merito di appuntare l'attenzione sul sito del Kalkriese, ma non furono questi ritrovamenti a definire la certezza che questo potesse essere l'effettivo sito dell'imboscata (anzi, precisiamo, uno dei siti, forse quello più cruento e definitivo, nei quali si svolsero i combattimenti).

Ragionevole certezza si ebbe solo con i successivi scavi ed il ritrovamento abbondante di "militaria".

Colgo l'occasione...

Teutoburgo attestò il limes romano sul Reno, ma non frenò le penetrazioni in profondità delle legioni, essendo dimostrato che l'esercito di Roma continuò ad essere presente e attivo nel territorio germanico, fino a centinaia di chilometri dal limes stesso, anche in epoche molto successive, vedasi ad esempio i recenti ritrovamenti dell'Harzhorn.

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andreagcs

Ciao a tutti voi .Sono perfettamente d'accordo con voi. :)

Non so se vi interessa ma ho trovato un vecchio articolo riportato da "Il Foglio", su Teutoburgo e sulla famosa vendetta romana di Idistaviso, che tuttavia alla fine non portò a granchè dato anche che Arminio riuscì comunque a farla franca, salvo poi venire ucciso dai suoi stessi familiari .

p.s. Ho letto che l'articolo è riportato dal quotidiano "Il Foglio" che, ho visto adesso fondato da Giuliano Ferrara. Se l'articolo dovesse sembrare politicizzato o urtasse la sensibilità di qualcuno mi scuso fin da ora perché non è questo assolutamente il mio fine. :hi:Ho quindi riportato questo articolo, ripeto, solo perché mi sembrava interessante all'interno di questa discussione tutto qui.

Il Foglio 14 novembre 2009 ev

LE AQUILE DI IDISTAVISO - Così, duemila anni fa, Cesare Germanico punì nel sangue il tradimento di Arminio nella foresta di Teutoburgo


di Vittorio Sorci

In questo autunno è ricorso il bimillenario della battaglia di Teutoburgo quasi completamente ignorato in Italia, a differenza di quanto accaduto in Germania, ove da secoli quell’evento è impresso nell’immaginario collettivo come il primo glorioso episodio della storia patria, risalente all’epoca augustea. In Italia memoria indelebile è, invece, serbata al condottiero che fu vindice di quell’agguato, Giulio Cesare Germanico, il quale già nel nome ereditato dal padre recava il destino di trionfatore sulla barbarie teutonica.
Dopo le campagne di Druso e di Tiberio, che avevano condotto le legioni sino all’Elba, il territorio ad est del Reno, conosciuto quale Germania magna, sembrava usufruire dell’effetto benefico dell’azione pacificatrice delle vittorie romane. Fu in questo contesto che Augusto, ritenendo giunto il momento di introdurre nella nuova provincia il diritto e le istituzioni, inviò in Germania come governatore, già più che sessantenne, Publio Quintilio Varo, il quale, come consigliere privato, lo aveva seguito nel viaggio compiuto in oriente che aveva consentito il recupero delle insegne perdute da Crasso nella disfatta di Carre.
Ottimo amministratore e oratore di non poco conto, come dimostra la circostanza che spettò a lui l’onere dell’elogio funebre di Vipsanio Agrippa, padre di sua moglie Vipsania nonché amico intimo di Augusto e artefice delle fortune dell’Impero, a Varo fu affidato il compito di amministrare e imporre l’ordinamento giuridico su un territorio vastissimo e per lo più sconosciuto che si estendeva tra la Danimarca e la Boemia. Non senza un’amara ironia Velleio Patercolo riporta che Varo: “Preso il comando dell’esercito in Germania, si illuse che fossero veri uomini quei barbari che nulla di umano avevano tranne le membra e la voce, e che con le leggi potessero venir placati quelli che non si erano potuti domare con la spada. Inoltratosi nel bel mezzo della Germania con questo convincimento, fece trascorrere il tempo della campagna d’estate nell’amministrare la giustizia civile e nell’istruire processi uno dopo l’altro davanti al suo tribunale, come se si trovasse tra uomini che godono del beneficio della pace. Ma quelli (astutissimi – cosa che stenterebbe a credere chi non li ha conosciuti – pur nella loro estrema barbarie, gente fatta apposta per la menzogna) simulando tutta una serie di fittizie controversie, e ora provocandosi l’un l’altro a contesa, ora mostrandosi riconoscenti del fatto che la giustizia romana dirimesse le liti, che la loro natura selvaggia si addolcisse mercè una nuova disciplina a loro sconosciuta, e che così si risolvessero con la legge casi che si solevano definire con le armi, indussero Quintilio alla più completa negligenza, tanto che egli si illudeva di far da giudice in foro come pretore urbano, e non già di essere il capo di un esercito nel cuore della Germania”.
Era il settembre dell’anno 9 e.v. e Varo doveva spostarsi dall’accampamento estivo sulla riva occidentale del fiume Weser verso ovest, per raggiungere il Reno, ove si trovavano gli insediamenti invernali. Invece di percorrere la via usuale, al comando di tre legioni, la XVII, XVIII e XIX, reparti ausiliari e numerosi civili, il governatore decise di muoversi in direzione ovest, affidandosi alle indicazioni di Arminio, figlio di un principe cherusco, capo di una milizia di cavalieri ausiliari germanici a servizio di Roma, malgrado lo zio di quest’ultimo, Segeste, lo avesse avvertito del progetto di un’imboscata. A Varo sembrò impossibile che il pluridecorato condottiero germanico, insignito della cittadinanza romana per meriti militari, che aveva sempre trattato come un figlio, potesse venir meno alla fides, alla volontà di giusti rapporti, di legami permanenti, di accordi profondi che contraddistinguevano l’essere romano e “non solo non credette a tutti quelli che sospettavano del tradimento e che lo invitavano a guardarsi alle spalle, anzi li rimproverò per aver creato un inutile clima di tensione e di aver calunniato i Germani…” (Cassio Dione Cocceiano, Storia Romana, LVI, 19).
Fu così che l’enorme corteo, che si snodava per circa quindici-trenta chilometri, composto da quindici-ventimila soldati, oltre a quattro-cinquemila tra cavalli e animali da traino, si inoltrò in una foresta su un terreno impervio, ove la terra sprofondava sotto le pesanti ruote dei carri, mentre una pioggia torrenziale accresceva l’oscurità provocata dalla fitta vegetazione, impedendo di vedere anche a poca distanza.
E’ con tutta probabilità accanto alla collina calcarea di Kalkriese, divisa da una grande palude da una striscia di terra, ove in alcuni punti non potrebbero marciare affiancati più di quattro uomini, che si perpetrò l’agguato. I Romani furono attaccati non soltanto dalle tribù germaniche, ma anche dalle stesse truppe ausiliarie comandate da Arminio che piombarono da ogni parte. Le condizioni atmosferiche avverse resero inservibili le armi da lancio inzuppate di acqua e gli stessi scudi che, costruiti con strati sovrapposti di legname e pelle, iniziarono rapidamente a scollarsi. Nonostante ciò, bruciati i carri inservibili, Varo riuscì a riorganizzare l’esercito, ostacolato dalla presenza di numerosi civili, tentando un’avanzata verso la salvezza. Il terzo giorno di battaglia la pioggia e il vento si scatenarono nuovamente, contribuendo ancor più ad appesantire le armature indossate dai legionari spossati, decimati e impossibilitati ad adottare alcuna formazione che potesse contrastare gli attacchi dei barbari per l’angustia dei luoghi, “… per questi motivi Varo, e gli altri ufficiali di alto rango, nel timore di essere catturati vivi o morire per mano dei Germani… compirono un suicidio collettivo…” (Cassio Dione Cocceiano, Storia Romana, LVI, 21,5).
Anneo Floro descrive la sorte dei vinti: “Non vi fu nulla di più cruento di quella strage nelle paludi e nelle selve, nessun più intollerabile insulto inflitto dai barbari, specialmente quelli diretti contro gli avvocati. Ad alcuni strappavano gli occhi, ad altri tagliavano le mani, ad uno fu cucita la bocca dopo che gli fu tagliata la lingua”. La testa di Varo mozzata fu inviata da Arminio nella lontana Boemia al re dei Marcomanni, Maroboduo, quale invito a coalizzarsi contro Roma. Quest’ultimo, tuttavia, mantenne fede ai patti stipulati con Tiberio tre anni prima e restituì ai familiari di Varo il macabro trofeo che, per volere di Augusto, fu seppellito nel mausoleo eretto per sé e la sua famiglia in Campo Marzio. Una volta divenuto Imperatore, Tiberio si ricorderà della lealtà di Maroboduo, nel frattempo caduto in disgrazia presso il suo popolo, concedendogli asilo politico a Ravenna.
Arminio, da cui si vantava di discendere il precettore delle SS Karl Maria Wiligut, divenne Hermann. “Mann” uomo ed “Heer” esercito, uomo dell’esercito nella traduzione del nome latino in tedesco operata dal suo ammiratore Martin Lutero, osannato come liberatore di Germania per una vittoria frutto di un inganno. Con queste gesta belliche è difficile dar torto a Velleio Patercolo che considerava i Germani “astutissimi nella loro estrema barbarie e stirpe nata per la menzogna”. In onore di Arminio-Hermann, poco lontano dalla città di Detmold, in un bosco che oggi porta il nome di Selva di Teutoburgo, a una settantina di chilometri da dove si svolse la battaglia, fu eretta, tra il 1841 e il 1875, una statua di rame alta 28 metri per ricordare che il trionfo dell’unificazione tedesca in età moderna affonda le radici già in epoca romana. Come argutamente osserva Peter Heather ne “La caduta dell’Impero romano” (Garzanti): “I nazionalisti tedeschi dell’Ottocento fecero benissimo a mettere il monumento di Hermann nel posto sbagliato, dato che ne avevano compreso così male il significato: non fu la potenza militare dei Germani a tenere a bada l’Impero, fu la loro miseria”.
Fu, infatti, Tiberio, il successore di Augusto, fedele alla decisione di questi di mantenere i confini dell’Impero invariati, cercando di salvaguardare i territori interni e di assicurarne la tranquillità, a comprendere che non valeva la pena sottomettere la Germania, non offrendo né terre fertili da sfruttare, né la possibilità di un adeguato gettito tributario per l’arretratezza e la povertà delle popolazioni che l’abitavano. Ciò non toglie che la rottura della fides e l’oltraggio alle Aquile delle legioni dovevano essere punite e a Roma fu deliberata l’implacabile vendetta.
Tiberio decise di affidare il compito a Germanico, generale, pronipote di Augusto, designato al trono imperiale, letterato e poeta. Amato dai soldati che ebbero in lui, sul Reno e poi in Oriente, il condottiero migliore dopo Giulio Cesare, il giovane Germanico godeva non solo dell’eredità morale e politica del padre Druso, ma aveva anche, attraverso la madre Antonia Minore, figlia di Ottavia, nelle vene sangue di stirpe Giulia.
Il 14 e.v. Germanico, insignito dell’imperio proconsolare maius sugli eserciti renani, decise di gettare un ponte sul Reno, facendovi transitare quattro legioni, ventisei coorti di fanteria ausiliaria e otto di cavalleria, piombando sui Marsi, una delle tribù assoldate da Arminio nell’agguato di Teutoburgo. I villaggi furono messi a ferro e fuoco e la repressione attuata con inusitata spietatezza, dal momento che i legionari si erano riproposti di sacrificare sul campo di battaglia, alla vendetta e alla gloria, i perfidi violatori della pace. Fu un massacro e Germanico per aumentare il raggio di devastazione nell’arco di cinquanta miglia divise le legioni in quattro cunei.
L’anno successivo, passato nuovamente il Reno, Germanico, dopo essersi accampato sulle rovine di un precedente forte costruito dal padre, Druso, si addentrò nel territorio dei Catti, vicini e alleati dei Cheruschi, con i quali erano uniti da solidi legami parentali, spingendosi sino alla capitale Mattium, vicino l’attuale Niedenstein, incendiandola e saccheggiandola.
Dopo aver sconfitto anche i Bructeri e recuperata l’Aquila della XIX legione, caduta in mano ai Germani sei anni prima, Germanico, mandato in avanscoperta Aulo Cecina Severo tra le gole dei monti immerse nelle foreste, avanzò alla caccia di Arminio verso Teutoburgo, guidato dai superstiti all’infame agguato e dalle truppe ausiliarie che ben conoscevano quei tristi luoghi. Il desolante scenario che si offrì agli occhi dei Romani è descritto dalle vivide parole di Tacito: “… nel mezzo del campo biancheggiavano le ossa ammucchiate e disperse… sparsi intorno… frammenti di armi e carcasse di cavalli e teschi conficcati sui tronchi degli alberi. Nei boschi vicini si vedevano altari barbari, presso cui i Germani avevano trucidato i tribuni e i centurioni di più alto grado. I superstiti di questa strage, scampati alla battaglia o alla prigionia, ricordavano che qui erano caduti i legati e là erano state rapite le Aquile; mostravano ove Varo ricevette la prima ferita e dove si colpì a morte, suicidandosi; mostravano il rialzo del terreno da cui Arminio aveva arringato i suoi, i numerosi patiboli preparati per i prigionieri, le fosse per i vivi e con quanta tracotanza egli avesse schernito le insegne e le Aquile imperiali…” (Cornelio Tacito, Annali, I, 61). Seppelliti i resti di quei corpi straziati, dopo aver reso gli onori funebri, Germanico riprese l’inseguimento di Arminio senza, però, ottenere alcun concreto risultato. Sulla via del ritorno verso il Reno, Arminio, tuttavia, decise di tendere un agguato a quella parte dell’esercito di Germanico condotta da Aulo Cecina Severo attraverso i pontes largi, uno stretto passaggio tra foreste e vaste paludi costruito da Domizio Enobarbo circa quindici anni prima. Cecina, che aveva alle spalle una onorata carriera di oltre quaranta anni, diversamente da Varo non si lasciò sorprendere e ricacciò i Germani nella foresta prima del calare delle tenebre, seppure con molte perdite. Tacito racconta il sogno che in quella difficile notte si manifestò ad Aulo Cecina Severo: “… gli parve di vedere Publio Quintilio Varo uscire dalle paludi, interamente coperto di sangue, e gli sembrò di udirlo come se lo chiamasse, egli invece non lo seguiva e spingeva lontano da sé la mano che Varo tendeva…” (Cornelio Tacito, Annali, I, 65). La mattina seguente Arminio attaccò al grido di: “Ecco Varo e le sue legioni, dello stesso destino sono ormai presi in una morsa!”. L’esito dello scontro si rivelò essere molto distante dalle previsioni di Arminio, costretto a una fuga ignominiosa, mentre ad Aulo Cecina furono decretate le insegne trionfali.
Nel 16 e.v. sulle rive del fiume Visurgi, attuale Weser, si trovarono finalmente di fronte sulla piana di Idistaviso Germanico e Arminio.
Un segno fausto annunziò al condottiero romano le sorti della battaglia, otto aquile furono viste volare verso i nemici in direzione della foresta alle loro spalle. Giove Ottimo Massimo aveva emesso il suo ineluttabile decreto: i barbari dovevano pagare l’oltraggio arrecato, con l’inganno, a Roma.
Fu allora che Germanico“comandò ai suoi di marciare avanti e di seguire gli uccelli simbolo di Roma, protettori delle legioni!” (Cornelio Tacito, Annali, II, 17). Si combattè ininterrottamente dalle undici fino a notte e Arminio riuscì a stento a salvarsi, dopo essersi imbrattato con il sangue il viso per non essere riconosciuto durante la fuga. I cadaveri dei barbari uccisi coprirono la piana per almeno diecimila passi e i legionari, dopo aver acclamato Tiberio Imperatore, innalzarono, quale trionfo, un tumulo con le armi degli sconfitti e i nomi dei popoli vinti. La battaglia ebbe un seguito, perché Arminio, riorganizzati i suoi uomini, decise di attaccare nuovamente l’esercito romano in un luogo chiuso tra il Visurgi e le foreste, ove si trovava una pianura stretta e umida, in cui la popolazione degli Angrivari aveva costruito un lungo terrapieno dietro cui si attestò la fanteria germanica. Dopo il lancio dei frombolieri e l’uso delle macchine da guerra che provocò lo scompiglio tra i difensori del vallo, Germanico, alla testa delle coorti pretorie, guidò l’attacco nella foresta, togliendosi l’elmo dal capo – come Alessandro Magno nella battaglia di Isso – per essere meglio riconosciuto nella furibonda mischia corpo a corpo che ne seguì.
Ancora una volta la vittoria romana fu schiacciante e per celebrarla Germanico fece innalzare un secondo trofeo recante l’iscrizione: “L’esercito di Tiberio Cesare, vinte le popolazioni tra l’Elba e il Reno, consacrò questo monumento a Marte, a Giove e ad Augusto” (Cornelio Tacito, Annali, II, 22). Così Marte e Giove Ultori e i Mani di Augusto vennero placati e il nome di Idistaviso rimase per sempre legato a quello di Teutoburgo, come il castigo che segue il misfatto.
Compiuta la vendetta, l’esercito romano si mise in marcia verso gli alloggiamenti invernali sia per via di terra, sia per la maggior parte per via fluviale, discendendo il fiume Ems fino al Mare del Nord, per intraprendere il viaggio di ritorno attraverso l’Oceano. Durante la navigazione infuriò una terribile tempesta, tanto che alcune navi colarono a picco e altre riuscirono ad approdare seppure gravemente danneggiate. I naufraghi sopravvissuti ai marosi furono recuperati non soltanto sulle isole e sulle coste tedesche, ma addirittura sul litorale della lontana Britannia, ove vennero soccorsi dai capi locali e restituiti a Germanico. La notizia del disastro patito dalla flotta romana rinfocolò le speranze dei Germani di ribaltare le sorti della guerra, spingendoli a riaprire le ostilità. Germanico decise allora di reprimere ogni velleità sul nascere, inviando Gaio Silio a combattere i Catti, mentre egli con la maggior parte delle forze sbaragliò i Marsi, rinvenendo in un bosco la seconda Aquila legionaria perduta a Teutoburgo. La terza e ultima sarà recuperata, regnante Caligola, figlio di Germanico, da Publio Gabinio Secondo durante la campagna del 39-41 e.v. oltre Reno a seguito di una vittoria sui Cauci.
L’ennesimo successo di Germanico gettò i vinti in preda al terrore: “Andavano dicendo che i Romani erano invitti, e che nessuna sciagura poteva piegarli, poiché distrutta la flotta, perdute le armi, coperte le spiagge di carcasse di cavalli e di cadaveri, erano tornati ad assalire con lo stesso indomito valore e fierezza, quasi che si fossero moltiplicati di numero” (Cornelio Tacito, Annali, II, 25). Il bel verso degli Annali di Ennio, Fortes Romani sunt tamquam caelus profundus, trovava così nella millenaria storia dell’Urbe l’ennesima sfolgorante conferma.
La riconquista delle insegne perdute da Varo ductu Germanici auspiciis Tiberi fu celebrata con l’erezione a Roma di un arco a Tiberio, mentre il 26 maggio del 17 e.v. Germanico si meritò il trionfo sulle “tribù fino all’Elba”. Nel corteo trionfale sfilarono pubblicamente, quale ostaggi, la moglie di Arminio, Thusnelda, e suo figlio Tumelico. Quanto all’invocato “liberatore” di Germania, di lì a poco nel 19 o nel 21 e.v., finì per essere ucciso dai suoi stessi parenti in una lotta di potere scatenatasi in terra cherusca.
Fu alla memoria di Germanico e al suo fulgido esempio vittorioso che si rivolse l’Italia nel momento di maggior tensione della Prima Guerra mondiale, che doveva ristabilire quei confini sacri che Catone, richiamandosi a un’arcaica norma di diritto, individuava nelle Alpi, muro derivato, in illo tempore, dal tracciato dell’aratro divino. Il Corriere d’Italia del 22 aprile 1917 riporta la cerimonia con cui il giorno precedente, nel Natale di Roma, era stata offerta all’esercito italiano la riproduzione della moneta che il Senato Romano aveva fatto coniare nel 17 e.v. per celebrare la vittoria che Germanico aveva conseguito sulle orde semi selvagge guidate da Arminio: “Onori insigni furono decretati in Roma a Germanico trionfatore, fra gli altri, appunto, la coniazione della moneta, nella quale al diritto si scorge il Vincitore con le insigne del trionfo, su carro trainato da quattro frementi cavalli. Nel rovescio Germanico, eretto in tutta la sua maestà di vincitore e la scritta ‘Signis recept, devictis germ’ (Recuperate le insegne, sconfitti i Germani). A diciannove secoli da quei giorni la Latinità si è trovata ancora una volta impegnata contro l’immutata barbarie germanica, ma forte dei suoi santi diritti, affidati alle sue armi possenti ed al valore dei suoi duci, essa ancora una volta sgominerà i discendenti di Arminio! I Comitati e le Delegazioni di Roma e di Torino per i Doni ai combattenti della IV Armata vollero che, ad opera della Regia Zecca, fosse riprodotto il prezioso cimelio, quale sicuro auspicio per quella completa e definitiva Vittoria Latina cui sempre più tendono con sublime eroismo i cuori degli italiani e dell’intero mondo civile! […] L’epigrafe, che si accompagna alla riprodotta moneta, recita ‘A voi ufficiali che – nel nome dell’Italia e per la civiltà – rinnovate gesta di antico valore – i Comitati e le Delegazioni – di Roma e di Torino – per i doni ai combattenti della IV armata – auspicio di vittoria – offrono segnato nel bronzo – il simbolo che da XIX secoli – ricorda il trionfo latino – sui Germani di Arminio’”.
Il conflitto, che Gabriele D’Annunzio definì come “la lotta suprema dei Latini contro i Germani” e “lo sforzo di Roma e di tutti i suoi secoli”, era iniziato per l’Italia da oltre due anni, in un “radioso” 24 maggio, ricorrenza del giorno natale di Gaio Giulio Cesare Germanico, Duce fatale che doveva punire il tradimento di Teutoburgo.

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