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Campania La miccia della Repubblica Napoletana del 1648


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Il 7 luglio 1647 in seguito all’istituzione di un’altra gabella sulla frutta e verdura, a Napoli il popolo si rivoltò contro il malgoverno spagnolo,che praticava una dissennata economia di prelevamento e che sfruttava sistematicamente le risorse del territorio. In seguito alla Pace di Cateau-Cambresis (1559) - tra Spagna e Francia - erano finiti sotto un Supremo Consiglio d'Italia che risiedeva a Madrid il Regno di Napoli, il Regno di Sicilia, il Regno di Sardegna, il Ducato di Milano e lo Stato dei Presidi

Il capeggiatore armato della rivolta fu Tommaso Aniello d'Amalfi, detto Masaniello (Napoli, 29 giugno 1620 – Napoli, 16 luglio 1647), impetuoso e veemente pescatore e pescivendolo, mentre l’organizzatore e fomentatore fu Don Giulio Genoino, (Cava de' Tirreni, 1561 o 1567 – Mahon, 1648) giurista e presbitero italiano, che dedicò la vita a lottare contro l'oppressione fiscale inferta al popolo.

Già il 6 giugno 1647, alcuni popolani con a capo Masaniello e il fratello Giovanni bruciarono i banchi del dazio a Piazza del Mercato e il 30 giugno, durante le celebrazioni per la Madonna del Carmine, Masaniello con un gruppo di popolani vestiti da arabi ed armati di canne durante la sfilata davanti al Palazzo Reale imprecarono contro i notabili spagnoli affacciati al balcone.

 

All'epoca Napoli vantava 250.000 abitanti, per cui era una delle metropoli più popolose dell'Impero spagnolo, anzi di tutta l’Europa e Piazza del Mercato, nel quartiere Pendino, era il centro commerciale della città, ospitando una moltitudine di bancarelle in cui si vendevano le più svariate merci, e dei palchi su cui si esibivano i saltimbanchi.

 

Domenica, 7 luglio, dopo essere stati incoraggiati da don Giulio Genoino, un gruppo di popolani si riunì nei pressi di Sant'Eligio per sostenere il puteolano Maso Carrese, cognato di Masaniello, che capeggiava dei fruttivendoli contrari a pagare la gabella sulla frutta. Per fronteggiare l’accaduto fu chiamato l'eletto del popolo, il ricco mercante, Andrea Naclerio, che, nonostante il suo ruolo, appoggiò i gabellieri e ciò portò a una cruente lite tra Maso Carrese e Andrea Naclerio, che venne ucciso, per cui Masaniello e i suoi compagni, al grido di: “Viva 'o Re 'e Spagna, mora 'o malgoverno”, issarono la popolazione che, sbaragliati i soldati spagnoli ed i mercenari tedeschi di guardia alla reggia, raggiunse la viceregina nelle sue stanze, mentre il viceré, don Rodrigo Ponce de Leon, duca d'Arcos, scampato all'aggressione di un popolano, si rifugiò presso il Convento di San Luigi, da dove fece recapitare al cardinale Ascanio Filomarino, arcivescovo di Napoli, la promessa dell'abolizione delle imposte più gravose.

Comunque nella notte tra il 7 e l'8 luglio vennero bruciati la casa di Girolamo Letizia, di Andrea Naclerio, di altri oppressori e di ricchi mercanti e i registri delle imposte e vennero liberati dalle prigioni gli incarcerati per evasione o contrabbando.

Il 9 luglio Masaniello prese la Basilica di San Lorenzo e si impossessò dei cannoni ivi presenti.

La rivolta si protrasse sino al 10 luglio, giornata in cui, dopo la lettura in pubblico dei capitoli del privilegio, dei sicari si avventarono contro Masaniello, che scampò all’attentato il cui mandante fu il duca di Maddaloni che fece introdurre trecento banditi nella Basilica del Carmine, ritrovo dei rivoltosi. I popolani catturano e uccisero diversi oppositori tra cui Antimo Grasso che prima di morire confessò di essere stati mandati dal duca di Maddaloni e per tanto si vendicarono su don Giuseppe Carafa, fratello del duca, che dopo essere stato ucciso fu decapitato, e la testa fu portata a Masaniello.

 

Nello stesso giorno giunsero nel golfo di Napoli le galee spagnole di stanza a Genova agli ordini dell'ammiraglio Giannettino Doria, ma Masaniello, temendo uno sbarco, ordinò che la flotta rimanesse lontana dalla costa almeno un miglio e invitò l'ammiraglio Doria ad inviargli un ambasciatore che supplicò Masaniello, chiamandolo «Sua Signoria illustrissima», di concedere vettovaglie alla flotta e Masaniello con cesse quattrocento palate (pezzi) di pane.

 

Giovedì 11 luglio il viceré don Rodrigo Ponce de Leon, duca d'Arcos, nominò Masaniello "capitano generale del fedelissimo popolo napoletano".

 

L'arcivescovo Filomarino, scrivendo a Papa Innocenzo X  lo descrisse così: «Questo Masaniello è pervenuto a segno tale di autorità, di comando, di rispetto e di ubbidienza, in questi pochi giorni, che ha fatto tremare tutta la città con li suoi ordini, li quali sono stati eseguiti da' suoi seguaci con ogni puntualità e rigore: ha dimostrato prudenza, giudizio e moderazione; insomma era divenuto un re in questa città, e il più glorioso e trionfante che abbia avuto il mondo. Chi non l'ha veduto, non può figurarselo nell'idea; e chi l'ha veduto non può essere sufficiente a rappresentarlo perfettamente ad altri. Non vestiva altro abito che una camicia e calzoni di tela bianca ad uso di pescatore, scalzo e senza alcuna cosa in testa; né ha voluto mutar vestito, se non nella gita dal Viceré.»

 

Ma quando incominciò a frequentare la corte spagnola e fu coperto di onori dal viceré e dai nobili cambiò radicalmente. Così Masaniello, che da un giorno all'altro - dopo aver giurato fedeltà al re di Spagna – si ritrova al governo della città, perse in qualche modo il senso della realtà e assunse comportamenti illiberali, stravaganti ed arroganti e dal 12 luglio iniziò ad ordinare diverse esecuzioni sommarie dei suoi avversari.

Lo stesso don Giulio Genuino si accorse di non aver più alcun ascendente su Masaniello, che cominciò a dare anche segni di squilibrio mentale.

 

Già l’11 luglio, alla presenza del viceré, a causa di un improvviso malore, Masaniello perse i sensi, svenne e iniziò a manifestare i primi sintomi d’instabilità mentale, a cui, all’apice del potere, seguirono numerosi segni di squilibrio, il lancio del coltello tra la folla, le lunghissime galoppate, le nuotate nel mare di notte, l'insistere nel progetto di trasformare Piazza del Mercato in un porto, e il volere far costruire un ponte per collegare Napoli alla Spagna. La tradizione vuole che la presunta pazzia di Masaniello fu causata dalla roserpina, un potente allucinogeno somministratogli durante un banchetto nella reggia.

Non si sa se è per mano dei sicari del viceré, di quelli di don Giulio Genoino o degli stessi rivoluzionari il 16 luglio 1647, ricorrenza della Madonna del Carmine, Masaniello venne assassinato nella Basilica del Carmine di Napoli, dove si era rifugiato, dopo aver cercato inutilmente, affacciato da una finestra di casa sua, di difendersi dalle accuse di pazzia e tradimento rivoltegli dal popolo, ricordandogli le condizioni di oppressione.

 

Nella Basilica del Carmine, interrompendo la celebrazione della messa, Masaniello supplicò l'arcivescovo Filomarino per poter partecipare alla cavalcata delle autorità in onore della Vergine e poi salito sul pulpito e tenne l’ultimo discorso: «Amici miei, popolo mio, gente: voi credete che io sia pazzo e forse avete ragione voi: io sono pazzo veramente. Ma non è colpa mia, sono stati loro che per forza mi hanno fatto impazzire! Io vi volevo solo bene e forse sarà questa la pazzia che ho nella testa. Voi prima eravate immondizia ed adesso siete liberi. Io vi ho resi liberi. Ma quanto può durare questa vostra libertà? Un giorno?! Due giorni?! Eh già, perché poi vi viene il sonno e vi andate tutti a coricare. E fate bene: non si può vivere tutta la vita con un fucile in mano. Fate come Masaniello: impazzite, ridete e buttatevi a terra, perché siete padri di figli. Ma se invece volete conservare la libertà, non vi addormentate! Non posate le armi! Lo vedete? A me hanno dato il veleno e adesso mi vogliono anche uccidere. Ed hanno ragione loro quando dicono che un pescivendolo non può diventare generalissimo del popolo da un momento all’altro. Ma io non volevo far niente di male e nemmeno niente voglio. Chi mi vuol bene veramente dica per me solo una preghiera: un requiem soltanto quando sarò morto. Per il resto ve lo ripeto: non voglio niente. Nudo sono nato e nudo voglio morire. Guardate!». Poi si spogliò tra le derisioni, quindi fu calmato e accompagnato in una delle celle del convento. Dove fu ucciso con una serie di archibugiate.

Masaniello era ridotto pelle ed ossa e con gli occhi spiritati a causa della malattia.

 

Il corpo fu decapitato, trascinato per le strade del Lavinaio, e gettato in un fosso tra Porta del Carmine e Porta Nolana. La testa mozzata di Masaniello fu consegnata dal popolo esultante al viceré.

 

Il giorno seguente il prezzo del pane subì un nuovo aumento e parte del popolo prese coscienza e andò a recuperarne il corpo di Masaniello, lo rivestì con la divisa di capitano e gli diede sepoltura.

 

I capitani coinvolti nella congiura, come si evince da alcuni documenti conservati nell'Archivo General a Simancas, furono ricompensati dalla Corona di Spagna; anche don Giulio Genoino fu premiato; fu nominato Decano della Sommaria e Presidente del Collegio dei Dottori, ma il servigio reso e i titoli ottenuti non lo salvarono quando fu nuovamente in ostilità con la Corona di Spagna, infatti arrestato e avviato alla prigione di Malaga, ma morì a Mahón sull'isola di Minorca, durante il viaggio.

 

Come effetto della rivolta di Masaniello, il 22 ottobre 1647 fu istituita la Repubblica Napoletana, rinfocolata da Gennaro Annese, e che fu soppressa il 5 aprile 1648.

 

La figura di Masaniello, le cui imprese sono raccolte in appena nove giorni, è assurta nei secoli a vessillo della lotta dei deboli contro i potenti.

 

 

La rivolta di Masaniello nella scena politica barocca

https://books.google.it/books?isbn=8871885864

 

Vendita dei Comuni e vicende della Piazza Mercato a Napoli

https://books.google.it/books?id=HCCpXuJdLXIC

 

Bartolommeo Capasso: storia, filologia, erudizione nella Napoli dell ...

https://books.google.it/books/about/Bartolommeo_Capasso.html?hl=it&id...

 

 

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