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Viribus Unitis

Circolazione monetaria nel Ducato di Modena 1815-59

Risposte migliori

Viribus Unitis

Com'è noto il Congresso di Vienna si sforzò di restaurare la realtà ante-rivoluzione francese, restaurazione di Sovrani, di confini, di leggi, di monete e di unità di misura. Le cose non andarono esattamente come previsto.
La Lira Italiana (sul piede del Franco francese) che era la valuta effettiva del Regno d'Italia, rimase effettiva e coniata solo nel Regno di Sardegna e nel Ducato di Parma. Il metro e il chilogrammo lasciarono il posto alle antiche misure.
Modena non fece eccezione: si tornò a contare in Lire modenesi, a Reggio in Lire reggiane (in rapporto di 3 lire reggiane per 2 lire modenesi), divise in 20 soldi, ognuno di 12 denari, e a misurare e pesare in pertiche, braccia, pesi e once, misure leggermente diverse tra Reggio e Modena.
Questo è il punto di partenza del 1815: per analizzare la circolazione monetaria 1815-1859 (ma sarebbe meglio porre il termine finale al 1862) ritengo però sia utile iniziare dalla fine.

La Legge 24 agosto 1862, n. 788

È la legge che ha posto le basi della circolazione monetaria nel neonato Regno d'Italia: non c'era la forza 
economica nell'ex Regno di Sardegna per coniare in breve tempo la moneta da far affluire nei territori conquistati e così si stabilì una tariffa per il ritiro delle monete pre-unitarie che sarebbero finite fuori corso, e con le paste ricavate si sarebbero battute le monete italiane. In allegato alla legge comparivano dei prospetti dove, Stato per Stato, si era determinato il circolante diviso per metalli. Per il Ducato di Modena (che allora contava 616.883 abitanti) avevamo:
Oro: £ 10.178.569
Argento: £ 6.168.830
Mistura: £ 1.542.207
Bronzo: £ 616.883
per un totale di circa £ 30 per abitante.
Quanto a ricchezza mobiliare era lo Stato più povero d'Italia: per un confronto, avevamo circa 40 lire ad abitante nel Regno di Sardegna, nella Lombardia, Toscana e Stato Pontificio, mentre lo stato più ricco era il Regno delle Due Sicilie con 50 lire. Confrontando un'entità statale non dissimile e geograficamente vicina, Parma aveva una circolazione di £ 39,50 per abitante, il 30% in più.
Ma se confrontiamo oro e argento, tra Modena e Parma, i valori sono molto più vicini: per l'argento identici (£ 10/abitante) e leggermente inferiori per l'oro: £ 16,50 contro 20.
In prima approssimazione possiamo quindi dire che la carenza era nella moneta plateale, quella dei minuti commerci di tutti i giorni, e non in quella coniata in metalli preziosi.
Non traiamo però da questi dati conclusioni affrettate, pensando ad uno Stato di mendicanti e straccioni: era uno Stato dove l'economia poggiava sostanzialmente sull'agricoltura, la ricchezza immobiliare c'era eccome: era invece arretrata nelle manifatture e nel terziario, le attività che hanno bisogno di capitali liquidi e circolanti.
L'agricoltura di allora, ovviamente ancora non meccanizzata, aveva bisogno soltanto di braccia e di carriole:
 i contratti si stipulavano coi braccianti (detti «cameranti»), ed erano contratti annuali (da un S. Martino all'altro), e altri contratti (soccida, boarìa, mezzadria) raramente superavano i tre anni e comunque non richiedevano investimenti ed in gran parte erano remunerati in natura, coi prodotti della terra. Le sementi erano trattenute dai raccolti, il concime era quello autoprodotto dagli animali del fondo.
E anche dove (penso soprattutto alla montagna) c'era un tessuto diffuso di piccoli proprietari, la povertà dei raccolti e della pastorizia creava un'economia di pura sussistenza che rendeva questi contadini non molto dissimili, quanto a tenore di vita, dai cameranti della pianura.
Tornando in ambito più strettamente monetario, e riprendendo il filo del discorso in ordine cronologico, distingueremo due periodi nel Ducato di Modena, in base ai regnanti che si sono susseguiti: l'austero e conservatore Francesco IV, ed il più illuminato e riformista Francesco V.

Modificato da Viribus Unitis
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Viribus Unitis

Il regno di Francesco IV (1815-1846)

Non appena entrato in Modena, il Duca abolì la legislazione civile e penale dei codici napoleonici, riportando in auge il Codice Estense di Francesco III del 1773 (molto avanzato per l'epoca), provvedendo solamente ad abolire la tortura e a limitare fortemente i casi in cui era prevista la pena di morte. Tutti gli altri sovrani si affrettarono a battere moneta, fosse anche solo per «pubblicizzare» la propria immagine tra le mani di tutti i sudditi, ma non Francesco IV, la cui effigie ci è nota solo attraverso le sue medaglie.
L'economia del Ducato era quasi esclusivamente agricola e le monete napoleoniche, più quelle ante-rivoluzione, nei primi anni bastarono alle esigenze del commercio minuto. La Lira reggiana e la Lira modenese rappresentarono le valute con cui si contrattava, anche se, sino dai primi anni, negli atti di Governo e nelle tariffe di cambio sempre più ci si riferiva alla «Lira Italiana» o ai «Franchi».
Il Boccolari, studioso dell'economia del Ducato che ha consultato gli archivi dell'epoca sostanzialmente giunti intatti a noi non ha trovato un solo studio o progetto o relazione che lasciasse intendere la volontà di coniare moneta, ma soltanto (in materia monetaria) rari invii a Milano di paste d'argento derivate dalla fusione di monete settecentesche consunte, forate o tosate, per averne in cambio lire e spezzati di lire austriache e svanziche, tutte monete di piccolo taglio per le esigenze del commercio.
Francesco IV poi vedeva di mal occhio imprenditori, commercianti e professionisti (che erano le categorie che più di altre avevano «fame» di moneta buona), poiché aveva capito, coi processi seguiti ai moti del 1821 e 1831, che quelle erano le categorie dove la massoneria e la carboneria pescavano i loro adepti.
La qualità dei pezzi di piccolo taglio circolanti però progressivamente peggiorò, non essendo sostituita da moneta fresca, e Modena divenne il luogo preferito dagli aggiottatori che acquistavano a peso i pezzi fuori corso o ritirati dagli stati limitrofi per inondarne il mercato che aveva necessità di circolante, vendendoli invece a valore. Una prima avvisaglia la si ebbe verso il 1820-30 quando si ebbero periodiche invasioni di Mute e Mezze Mute del Regno di Sardegna, poste fuori corso da Carlo Alberto, che si sommarono alle vecchie monete di mistura di Parma e Piacenza (Lire e mezze lire) che, seppure consunte ai limiti della leggibiltà, erano ancora ricercate per la circolazione.
Non affluivano invece, se non in modeste quantità, monete di rame, che pure circolavano a Bologna e nel Lombardo-Veneto, poiché essendo fiduciarie, su di esse non era possibile fare aggiotaggio: nessuno avrebbe comprato una moneta da 3 centesimi di Milano per 4 centesimi: molto più agevole era piazzare un Buttalà di Piacenza a 10-11 centesimi, perché determinarne l'esatto peso, titolo, e quindi valore non era alla portata di tutti, e le Tariffe ufficiali, che quotavano monete di giusto peso, non erano utilizzabili, cosicché ogni contrattazione era faticosissima, perché prevedeva due passaggi: uno sul prezzo e, trovato l'accordo, una seconda fase non meno impegnativa sul «come» conteggiare le monete presentate.
Alla fine del regno di Francesco IV si cominciarono a fare prezzi e tariffare monete in «Lire abusive», fenomeno che diventerà endemico sotto il regno del figlio Francesco V.

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Giov60

In realtà nel dicembre 1814- gennaio 1815 un incaricato del Ministro delle Finanze del Ducato di Modena, certo Lodovico Poppi, presentò un progetto a Bologna per la coniazione di moneta di mistura e di rame (il materiale sottostante è inedito):

Modena, 5 dicembre 1814 - lettera di L. Poppi al direttore della Zecca di Bologna P. Salvigni: “Tanto io che S.E. il ministro le siamo sommamente grati per ciò che ci ha favorito e fra non molto ne saremo restitutori. Non mancheremo senz’altro di far sentire a S.A.R. [Sua Altezza Reale] quanto Ella ha operato per noi. Intanto la prego sapermi dire a primo ordinario, se sia possibile, se per coniare in codesta zecca moneta della lodata Altezza Sua sia necessaria una preventiva intelligenza con codesto Sovrano, o se Ella si creda abilitata a farne eseguire senz’altro la fabbricazione. Desidero in pari tempo di essere informato della spesa presuntiva della fabbricazione delle seguenti valute: 1° N. 800.000 da soldi 5 di Modena secondo la lira Modenese che era in corso di Soldi 20 che corrispondono a Centesimi 38,4; 2° N. 2.000.000 da soldi 2; 3° numerario eguale da soldi 1, anzi N. 4.000.000; 4° numerario pure usuale da ½ soldo, anzi N. 8.000.000; e quindi tutto compreso per modenesi Lire 800.000. N.B.: la prima moneta da soldi 5 si vorrebbe di biglione, come quelle da 10 Centesimi, le altre di rame. Si vorrebbe anche servirsi dei Centesimi attuali, e della predetta moneta da Centesimi 10. Il lavoro si vorrebbe, in caso sia approvata la formazione della suddetta moneta, prestamente eseguito, e si desidera sapere se nei primi del venturo gennaro potrebbesi avere qualche parte della somma suddetta. Per le monete poi di maggior valore, cioè per quelle d’argento e d’oro, si riserva di farne in seguito parola. Avuto che avrò il di lei riscontro si prenderanno le opportune misure e qualcuno verrà costì per seco lei definitivamente combinare senzaché Ella abbia l’incomodo di portarsi in Modena. Potrebbe anche darsi che fosse conservata la moneta attuale, ed in questo caso combineremo per cambiare il conio soltanto della moneta, onde vendere la valuta italiana di S.A.R.. E’ però più facile che sia adottata la prima a massima, cioè di cambiare la valuta.”

Le attrezzature della Zecca di Modena durante il periodo Napoleonico erano state trasferite a Bologna, e furono restituite al Ducato solo nel 1816 (su richiesta del Governo Modenese e per ordine del Cardinal Legato Giustiniani) con grande sconcerto della Zecca di Bologna che si vide privata di un torchio ritenuto essenziale (il cosiddetto "Torchio di Modena"). Tuttavia si trattava di materiale in gran parte inutilizzabile ed appare evidente perché negli anni successivi non si potè avviare alcuna coniazione.

Solo verso la fine del 1830 riprendono i contatti, sempre da parte di L. Poppi che chiede informazioni dettagliate sul funzionamento della Zecca di Bologna, costi ecc., e non è chiaro perché anche in questo caso non si sia approdato ad alcunché (forse in qualche modo a causa dei moti carbonari dell'anno successivo).

 

 

 

 

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Viribus Unitis

Interessante e a me sconosciuta. Forse era troppo presto (1814). Il problema dei macchinari della zecca lo affronterò en passant parlando di Francesco V. Anch'io sapevo di un solo torchio utilizzabile e che non c'era nessuna intenzione di riaprire la Zecca acquistando nuove macchine e assumendo dipendenti. Si presero contatti con Milano e con Bologna.

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bizerba62
14 ore fa, Viribus Unitis dice:

Alla fine del regno di Francesco IV si cominciarono a fare prezzi e tariffare monete in «Lire abusive», fenomeno che diventerà endemico sotto il regno del figlio Francesco V.

Ciao.

Ci puoi spiegare meglio in cosa consisteva questo fenomeno delle "Lire abusive"?

Grazie e saluti.

M.

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Viribus Unitis

Francesco V (1846-1859)


Francesco V dal padre ereditò la fede, la morigeratezza e l'onestà, ma si rese anche conto di reggere uno Stato che andava modernizzato, e nel quale commercio e manifatture dovevano prendere slancio, e per fare questo occorreva che ci fosse una moneta che circolasse senza intoppi. Il Consultore alle finanze (oggi diremmo «ministro») si rese conto che uno dei mali era dato da quelle monete settecentesche, ormai illeggibili, che circolavano in mancanza di meglio e fece un progetto apparentemente bizzarro, ma non privo di senso: riprendere la coniazione di moneta estense, sul piede della «Lira italiana», ma solo nel taglio da 1 centesimo, in puro rame, ritenendo sufficiente la circolazione delle monete «buone», ed invece inquinata e preda di speculatori quella della moneta plateale per i piccoli commerci. A mio avviso l'idea era valida, coniando però almeno anche monete da 5, ma gli eventi del 1848 fecero accantonare l'idea.
Si verificava sempre più nel Ducato un corso abusivo delle monete (abusivo perché non rispettava il corso ufficiale dato dalle tariffe di cambio), fenomeno del resto noto da secoli e che si risolveva in tre fasi: a) su una piazza la moneta circolante buona e ricercata, veniva tesaurizzata ed esportata; b) la scarsezza di circolante portava all'invasione di moneta straniera e calante che veniva accettata, in mancanza di meglio, ad onta di tariffe e gride; c) il sovrano emetteva grandi quantità di nuova moneta, di qualità inferiore alla precedente, che riportava la pace sociale con un'illusoria ritrovata ricchezza.
Questo fenomeno, nel Ducato, si arrestò alla fase b) e lo sbocco inevitabile alla fase c) lo si ebbe non con il conio di moneta effettiva, ma con la creazione, intorno al 1850, di una moneta virtuale, la «Lira abusiva», in sostanza lira «scadente», ma che era quella che circolava nella realtà, recepita anche nei documenti ufficiali e nelle tariffe, al corso di 89 centesimi della Lira Italiana che divenne «Lira tariffale».
Dopo il 1848 la confusione crebbe per la concomitanza di diversi fattori.
1) arrivo, nel 1849, dei pezzi in mistura  della caduta Repubblica Romana, posti immediatamente fuori corso a Bologna, ma incettati e posti in commercio a Reggio e Modena: erano monete a corso forzoso dal nominale di 10 baiocchi per grammo di argento fino (contro i 2,42 grammi della moneta pontificia) che crearono non poca confusione nel fissarne il tasso di cambio;
2) svilimento del titolo dei 5/10/20 baiocchi d'argento pontifici, ma aumento del loro peso: la cosa non venne compresa immediatamente da tutti: fu una svalutazione di circa il 6%, ma che per un periodo vide identiche quotazioni dei vecchi e nuovi baiocchi;
3) tensione dei prezzi dell'argento sui mercati internazionali.
A nulla valse l'arrivo di truppe austriache di stanza nel Ducato dopo il 1848 e pagate con (buone) monete milanesi: anzi, queste venivano incettate e la Lira austriaca, quotata ufficialmente 86 centesimi, veniva cambiata quasi alla pari con la Lira Italiana.
Come è intuitivo, i maggiori problemi li riscontravano i commercianti al minuto che incassavano moneta abusiva (perché logora e calante) e dovevano rifornirsi all'ingrosso pagando con moneta buona, e pagare le imposte con moneta buona, perché queste erano sempre calcolate con lire «tariffali» (così come multe e sanzioni amministrative).
Non poco lavoro ebbero gli avvocati in questo periodo: come si dovevano interpretare i contratti di mutuo, e altri contratti (es. affitti) di lunga durata, stipulati in non meglio identificate «lire»? I debitori pretendevano di pagare in «abusivo» quello che a suo tempo fu stipulato in «tariffale».
La situazione si fece sempre più insostenibile, ed il Duca iniziò a studiare un progetto di emissione di monete, stavolta di tutti i tagli e pezzature per porre fine al caos che si riscontrava sui mercati.
Pensare però di riattivare la zecca di Modena, ferma da 60 anni, avrebbe significato acquistare ex novo i macchinari (solo un torchio era ancora utlizzabile), assumere ed istruire dipendenti: tempi e costi sarebbero andati troppo avanti rispetto all'urgenza, e quindi si presero contatti con la zecca di Milano che avrebbe potuto garantire qualità e celerità nel lavoro. Quando sembrava tutto pronto, la zecca di Milano fece conoscere la propria indisponibilità, perché, a seguito della riforma monetaria austriaca, era impegnata per molto tempo nelle nuove coniazioni di Fiorini, Quarti di Fiorino e pezzi da 5 e 10 Kreuzer.
Si dovette ripartire da capo, prendendo contatti con la zecca di Bologna e dando l'incarico agli incisori Bianchi e Voigt di predisporre conii ed attrezzature. Finalmente il 19 febbraio 1859 viene pubblicato un Editto che determinava le caratteristiche delle nuove monete che ci apprestava a coniare:
1) pezzi in rame da 1, 2 e 5 centesimi, del peso di 2, 4 e 10 grammi.
2) pezzi in mistura da 10, 20 e 50 centesimi (grammi 1,5 a titolo 280, grammi 3 a titolo 280, grammi 4 a titolo 550)
3) pezzi in argento 900 da 1, 2 e 5 lire (grammi 5, 10 e 25)
4) pezzi in oro 908 dal peso di grammi 4 e 8, denominati Ducato Estense e Doppio Ducato Estense, senza valore predefinito, ma da quotarsi in base al prezzo di mercato dell'oro.
Si adottò quindi un monometallismo argenteo, del tutto simile a quello adottato dall'Austria.
Dopo nemmeno 4 mesi dall'Editto, l'11 giugno, il Duca abbandonava il Ducato a seguito delle vicende della II Guerra d'indipendenza, e le monete estensi non videro mai la luce.
Nel 1990 la Banca Popolare dell'Emilia coniò i tre pezzi in argento e li mise in un cofanetto commemorativo. Dal punto di vista artistico le monete seguivano i dettami dell'epoca, quindi ritratto (o stemma) al diritto e valore in corona d'alloro al rovescio, similmente alle monete coeve dello Stato Pontificio.
Rimase quindi tutto come prima, e anche la dittatura Farini e l'annessione al Regno di Sardegna (poi d'Italia) non ebbero effetti taumaturgici: per vedere l'abolizione del corso abusivo dovremo attendere il 1864, e sarà l'oggetto del mio prossimo (breve) intervento.

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Viribus Unitis

1859-1864

Abbiamo visto nella prima parte di questo intervento che la Legge di riordino monetario del Regno è del 1862, e che il neonato Regno d'Italia non ebbe la forza economica di coniare subito la moneta che serviva all'economia degli Stati annessi, ma ne veniva introdotta mano a mano che si poneva fuori corso e rifondeva quella ritrovata sulle varie piazze. Si continuò così col corso abusivo e con la carestia di circolante, fra lo strepito della «borghesia» che ora era al potere, articoli di economisti che ne auspicavano la cessazione, la realtà dei fatti che lo impediva e il sostanziale disinteresse delle classi più povere che di monete nelle tasche ne avevano ben poche.
Le tariffe di cambio (che menzionavano le monete in circolazione) elencavano ancora Mute e mezze mute (fra le ultime a scomparire), Lire e doppie lire di Modena (coniate da Francesco III quasi un secolo prima!), Lire e mezze lire di Parma, Cavallotti di Piacenza che risalivano a 70-80 anni prima: facile immaginare le condizioni di quei poveri dischetti di metallo!
Occorrerà attendere l'1.3.1864 perché con due distinte deliberazioni le Camere di Commercio di Reggio (il 16 febbraio) e di Modena (il 29 febbraio) determinassero l'abolizione ufficiale del corso abusivo, stabilendo un ragguaglio di 89 centesimi di Lira Italiana per ogni Lira abusiva.

Tra i vari interventi sul corso abusivo delle monete, per chi volesse approfondire l'argomento, segnalo, per tutti:
Gerolamo Boccardo, Memoria sul corso abusivo delle monete, richiesta e pubblicata per cura della Camera di Commercio ed Arti di Reggio nell'Emilia; Reggio, Tipografia di Stefano Calderini e Compagno, 1864.

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viganò

@Viribus Unitis

Grazie per il tempo dedicato alla spiegazione, peraltro chiara...

Ma dell'Editto del 1859 Lei ha una copia?

La ringrazio per la cortesia e La saluto cordialmente.

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viganò

@Viribus Unitis

Mi scuso anzitutto per il ritardo nella risposta e La ringrazio per il documento trasmesso.

Una domanda: nel testo si fa riferimento a un precedente Editto del 10 agosto 1858. Lo conosce? Ne ha copia?

Ancora grazie per l'interessante discussione.

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