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ARES III

Emoji di 3700 anni fa scoperto su un’anfora turca

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ARES III

Emoji di 3700 anni fa scoperto su un’anfora turca

Una faccina, formata da due puntini a rappresentare gli occhi e una linea curva aperta in un sorriso.
Sembra proprio uno smile la decorazione rinvenuta su una brocca risalente al 1700 avanti Cristo e venuta alla luce durante gli scavi compiuti nella città turca di Karkamış, situata lungo il confine siriano.
A fare la bizzarra scoperta, un team turco-italiano di archeologi, che ha visto anche la partecipazione di alcuni esperti dell’Università di Bologna.

Un dolce smile

L’anfora con lo smile sarebbe appartenuta agli ittiti, popolazione indoeuropea che abitava la regione dell’Asia Minore. Secondo gli archeologi, il manufatto serviva come recipiente per contenere lo sherbet, una dolce bevanda a base di spezie, frutta e fiori e molto simile al nostro sorbetto.

 

Ritrovamento unico

Si tratta davvero di un’emoji o, piuttosto, di un simbolo disegnato magari per catalogare l’anfora?
A tal proposito, il ricercatore Nicolò Marchetti dell’Università di Bologna ha pochi dubbi: «La faccina sorridente è certamente presente sull’anfora – ha detto l’archeologo -. Sul manufatto non sono presenti altri decori e non ci sono paralleli con altri ritrovamenti nell’area».
Insomma, i tanto moderni smile non sono altro che un’invenzione che ha quasi quattro millenni…

https://rivistanatura.com/emoji-3700-anni-scoperto-unanfora-turca/

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Edited by ARES III

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Turchia, ecco il primo 'emoji' della storia: la faccetta su una brocca di 3700 anni fa

E' stato scoperto al confine turco-siriano, nel sito archeologico di Karkemish, sulle rive dell'Eufrate. A sorpendersi dell'indubbia somiglianza con l'iconcina sorridente, è stato lo stesso archeologo, italiano, a capo degli scavi con un team di ricercatori turchi

Potrebbe essere il primo emoji della storia. Datato 3700 anni fa, è stato scoperto a maggio di quest'anno, su di un'antica brocca portata alla luce nell'antica città di Karkemish, sulle rive dell'Eufrate, al confine tra Turchia e Siria. Quando i pezzi riesumati sono stati assemblati, i ricercatori hanno notato qualcosa di sorprendente dipinto sull' antico recipiente: un'icona sorridente. "E' probabilmente l'emoji più antica del mondo - racconta l'archeologo italiano- Non esiste nulla di simile nell'arte antica". Tre pennellate ben visibili: un sorriso appena accennato e due puntini al posto degli occhi.

È ' successo durante gli scavi a Karkemish, scoperta e brevemente esplorata ai primi del Novecento da T.H. Lawrence, Lawrence d'Arabia. Il suo nome Karkemish si traduce in "Molo del dio Kamis", una divinità molto popolare a quei tempi, nel nord della Siria. Il sito archeologico dove il professor Nicolò Marchetti del dipartimento di Storia e Cultura dell'università di Bologna, sta compiendo le sue ricerche già da diversi anni, in collaborazione con alcuni scienziati turchi, era un luogo di sepoltura vicino a una casa. La città, abitata dal sesto millenio a.C., venne abbandonata nel Medioevo e poi ripopolata da diverse culture, inclusi gli ittiti, i neo-assiri e i romani, fino a diventare, nel 1920, un avamposto militare turco.

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Il sito archeologico di Karkemish

La brocca probabilmente serviva come recipiente da cui bere lo sherbet, bevanda dolce e fredda molto diffusa in Medio Oriente, da quanto dichiarano gli archeologi. Tra le tante scoperta fatte dal team turco-italiano, anche vasi e oggetti di metallo. 

 

https://www.google.com/amp/s/www.repubblica.it/esteri/2017/08/03/news/turchia_ecco_il_primo_emoji_della_storia_la_faccetta_su_una_brocca_di_3700_anni_fa-172248396/amp/

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Partendo da questo ritrovamento  a Karkemish parliamo un po' di questa città-stato ittita al confine tra Turchia e Siria, il cui nome è stato interpretato come "kar kamish", cioè "argine di Kamish", antica divinità semitica più nota col nome biblico di Chemosh (Nelle tavolette di Ebla è nominato come Kamish. Chemosh compare come una divinità minore anche in un testo ugaritico e in una lista accadica di divinità, nella quale viene equiparato a Nergal)

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Chemosh

Il sito è stato inizialmente indagato dal British Museum in fasi diverse: nella seconda metà del XIX secolo (tra 1878 e 1881) ad opera del console Patrick Henderson, nel 1911-14 quando, sotto la direzione di D. G. Hogarth, si trovavano sul posto anche R. C. Thompson, T. E. Lawrence e C. L. Woolley, e infine nel 1920 nuovamente da C. L. Woolley con P. L. O. Guy. Il lavoro archeologico è adesso ripreso a partire dal 2011, ad opera di una missione archeologica congiunta italo-turca delle Università di Bologna, Gaziantep e Istanbul sotto la direzione di Nicolò Marchetti. Nella campagna del 2019 è stato aperto al pubblico il parco archeologico sul sito.

Il sito è stato abitato sin dal Neolitico. La città è menzionata in documenti ritrovati negli archivi di Ebla del III millennio a.C. Da alcune tavolette trovate negli archivi di Mari ed Alalakh, risalenti circa al 1800 a.C., sappiamo che Karkemiš era governata da un re di nome Aplahanda ed era un importante centro per il commercio del legname. A partire dagli anni della seconda campagna mitannica, l'imperatore ittita Šuppiluliuma I la conquistò e vi intronizzò il figlio Piyassili (nome dinastico Sharri-Kushuh).

Il momento di splendore che la città dovette conoscere nei due secoli finali dell'impero ittita (Bronzo Tardo) non ha lasciato tracce sino a noi: gli spettacolari ritrovamenti archeologici sono infatti esclusivamente relativi all'età del ferro, quando Karkemiš divenne un importantissimo stato neo-hittita.

Nel corso del I millennio a.C. il sito conobbe infatti una grandissima fioritura: abbiamo moltissime iscrizioni geroglifiche su stele o su ortostato, nonché una sorprendente serie di rilievi, in prevalenza risalenti agli anni della dinastia dei Suhidi (X secolo a.C.) e a quelli della casata di Astiru (fine IX-VIII secolo a.C.).

Karkemiš divenne una provincia assira, dopo la conquista da parte di Sargon II nell'anno 717 a.C. In seguito divenne parte dell'impero neobabilonese e poi di quello persiano, prima di ricevere il nuovo nome di Europos in epoca ellenistica, restando continuativamente occupata fino al primo periodo islamico.

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Karkemiš

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Inoltre:

A Karkemish, città-stato ittita al confine tra Turchia e Siria, torna a risuonare al voce di Sargon II zittita da Nabucodonosor II. La missione italo-turca guidata da Nicolò Marchetti dell’università di Bologna ha scoperto in fondo a un pozzo tre tavolette del grande re assiro fatte sparire dal sovrano babilonese

 
Un leone in marcia scolpito su un ortostato della città-stato ittita di Karkemish, al confine tra Turchia e Siria

Un leone in marcia scolpito su un ortostato della città-stato ittita di Karkemish, al confine tra Turchia e Siria

Nabucodonosor II lo sapeva. La conquista di Karkemish, la potente città in posizione strategica tra l’Anatolia ittita e la Mesopotamia assira, non sarebbe bastata a cancellare il ricordo del grande re assiro Sargon II (721-705 a.C.) che più di cento anni prima, sul finire dell’VIII sec. a.C., aveva costruito un impero in Vicino Oriente, nella Mezzaluna Fertile, conquistando Samaria, Damasco, Gaza e, nel 717, anche Karkemish, città-stato ittita che sorgeva sul corso dell’Eufrate, dove oggi corre il confine tra Siria e Turchia. 

Sargon II, grande re assiro

Sargon II, grande re assiro

Lo spettro di Sargon aleggiava ancora. Le sue parole sembravano ancora vive nella memoria della gente. Lui che sintetizzava così la sua vita: “Io sono Sargon, re forte, re di Akkad. Mia madre era una sacerdotessa; mio padre non lo conosco; era uno di quelli che abitano le montagne. Il mio paese è Azupiranu sull’Eufrate. La sacerdotessa mia madre mi concepì e mi generò in segreto; mi depose in un paniere di giunco, chiuse il coperchio con del bitume, mi affidò al fiume che non mi sommerse. I flutti mi trascinarono e mi portarono da Aqqui, l’addetto a raccogliere acqua. Aqqui, immergendo il suo secchio, mi raccolse. Aqqui, l’addetto a raccogliere l’acqua, mi adottò come figlio e mi allevò. Aqqui, l’addetto a raccogliere l’acqua, mi fece suo giardiniere. Durante il periodo in cui ero giardiniere la dea Ishtar mi amò. Per… anni io fui re”. Quella voce doveva essere spenta. Così Nabucodonosor fece distruggere tutti i documenti di Sargon affidandoli all’oblio del tempo. Fino all’arrivo degli archeologi. E la voce di Sargon è tornata a risuonare.

Una delle tavolette di argilla con testi in cuneiforme celebrativi di Sargon II trovata dalla missione archeologica dell'università di Bologna a Karkemish

Una delle tavolette di argilla con testi in cuneiforme celebrativi di Sargon II trovata dalla missione archeologica dell’università di Bologna a Karkemish

Tre preziosi frammenti di tavolette d’argilla, che riportano incisi in caratteri cuneiformi gli scritti del sovrano assiro Sargon II, sono stati scoperti in fondo a un pozzo (a 14 metri di profondità), nel sito di Karkemish, dalla missione archeologica italo-turca avviata nel 2011 dall’università di Bologna insieme agli atenei turchi di Gaziantep e Istanbul. Le tavolette furono gettate in fondo a un pozzo su ordine del re babilonese Nabucodonosor II, per essere per sempre dimenticate. Scrive Sargon: “Ho costruito, aperto nuovi corsi d’acqua, incrementato la produzione di grano, rinforzato le porte con cerniere di bronzo, allargato i granai, costituito un esercito con 50 carri, 200 cavalli, tremila fanti. E ho reso il popolo felice, fiducioso in se stesso”.

La mappa del sito archeologico di Karkemish studiato dalla missione archeologica italo-turca guidata dall'università di Bologna

La mappa del sito archeologico di Karkemish studiato dalla missione archeologica italo-turca guidata dall’università di Bologna

Spesso paragonata a città gloriose come Troia, Ur, Gerusalemme, Petra e Babilonia, Karkemish è stato un centro di straordinaria importanza. Abitato almeno dal VI millennio a.C., a partire dal 2300 acquista un ruolo centrale nella regione e diviene contesa da ittiti, assiri e babilonesi. Solo con l’impero romano inizia il suo declino, che termina nell’Alto Medioevo, attorno al X secolo, quando la città viene definitivamente abbandonata e dimenticata. Ricompare solo alla fine dell’800. Fu allora che una serie di campagne esplorative promosse dal British Museum (ci lavorò anche Lawrence d’Arabia) riportarono per la prima volta alla luce le tracce del suo grande passato. Un’opera di riscoperta che oggi è passata nelle mani dell’Alma Mater, con un progetto di scavo guidato dal prof. Nicolò Marchetti che, al suo quinto anno di attività, è finito – letteralmente – in fondo a un pozzo. Per riemergere con le parole ritrovate del re Sargon II.

L'archeologo Nicolò Marchetti, direttore della missione a Karkemish
L’archeologo Nicolò Marchetti, direttore della missione a Karkemish
Tre frammenti di tavolette d’argilla”, ricorda Marchetti, “che riportano incisi in caratteri cuneiformi gli scritti del sovrano assiro. Frasi autocelebrative, che esaltano le vittorie militari e le misure a favore della popolazione. Frasi che, proprio per il loro carattere propagandistico, furono fatte sparire,

gettate in fondo a un pozzo su ordine di Nabucodonosor II, il re babilonese che nel 605, dopo un lungo assedio, strappò Karkemish al controllo assiro. Cancellare le tracce e i simboli del nemico sconfitto è una pratica che attraversa tutta la storia dell’umanità e che ancora oggi, purtroppo, viene praticata”.

Il pozzo di Karkemish in fondo al quale sono stati trovati i frammenti di tre tavolette con testi celebrativi di Sargon

Il pozzo di Karkemish in fondo al quale sono stati trovati i frammenti di tre tavolette con testi celebrativi di Sargon

Il pozzo è stato rinvenuto dalla missione italo-turca nell’area dove un tempo sorgeva il palazzo di re Katuwa, costruito attorno al 900 a.C. e ampliato e modificato da Sargon II. Gli archeologi dell’Alma Mater si sono calati nella stretta imboccatura, scendendo fino a 14 metri sotto al livello del suolo. Lì, sul fondo, è stata trovata una fitta serie di oggetti e utensili di ambito amministrativo, letterario e decorativo: gettoni d’argilla (tokens) per la contabilità, recipienti di bronzo e di pietra, un’armatura di ferro e i tre frammenti di tavolette d’argilla con le parole di Sargon II. Oltre al pozzo, i lavori della missione archeologica dell’Alma Mater hanno portato alla luce anche tre ortostati, lastre di pietra con funzioni sia di sostegno che decorative, in ottime condizioni. In uno è rappresentato un leone in marcia, mentre nelle altre due sono incisi un toro alato e un dio-ibex alato, con un volto umano. Quest’ultimo, in particolare, rappresenta un caso unico nel campo dell’arte neo-ittita. Puliti e restaurati, gli ortostati sono stati lasciati nell’area del palazzo di re Katuwa, ed è stato inoltre completata la rilevazione digitale ad alta precisione della mappa dell’antica città. Tutti interventi che puntano a far nascere un parco archeologico che possa attirare turisti e visitatori a Karkemish, coinvolgendoli in un’esperienza immersiva tra storia e attualità.

https://archeologiavocidalpassato.com/2016/11/13/a-karkemish-citta-stato-ittita-al-confine-tra-turchia-e-siria-torna-a-risuonare-al-voce-di-sargon-ii-zittita-da-nabucodonosor-ii-la-missione-italo-turca-guidata-da-nicolo-marchetti-delluniversita/amp/

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