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dizzeta

Petrarca in Liguria

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dizzeta

Articolo apparso nel Corriere Mercantile con titolo:

22 luglio 1874: appendice su un libro di Emanuele Celesia

PETRARCA IN LIGURIA

(Edizione di soli 300 esemplari non messa in commercio).

Mentre Italia e Francia rammemorano il quinto centenario della morte di Francesco Petrarca, non è inopportuno ricordare quella parte della vita del poeta gentile che ha qualche relazione colla nostra Liguria.

Nell'autunno 1313 salpò da Genova alla volta della Francia il padre di Francesco Petrarca, seco traendo il suo figlio di 9 anni. Su quella nave il futuro poeta si legò di amicizia con Guido di Scetten, allora fanciullo lui pure, e che fu poi arcivescovo di Genova, e per tutta la sua vita amico del Petrarca. Con lui e col proprio fratello Gherardo, dimorò in Calpentras e in Montpellieri, per otto anni, dopo i quali passò allo studio di Bologna, da dove ritornava in Provenza, ai placidi ozii di Vallechiusa.

In una sua lettera del 29 novembre 1343 al Cardinale Giovanni Colonna il Petrarca descrive la sua venuta in Liguria.

"Salii in nave, gli dice, a Nizza, prima città che t'occorra nell'Italia occidentale, e posi a notte alta in Monaco. Ivi rimasi non lievemente turbato, poiché avendo fatto prova di ripigliare il viaggio dì appresso, fummo a nostro dispetto costretti ad indugiar la partenza. Pur salpammo alla domane con il tempo assai minaccioso, e trabalzati per una intiero di qua e di là dai marosi, approdammo notturnamente a Porto Maurizio. Non essendoci concesso di entrare in città, convenne giacermi sur un lettuccio da marinaio in un ostello del lido, ove se vinto non mi avesse la stanchezza e il rovello della fame, avrei ricusato di prender cibo e riposare… Dopo aver lungamente nella notte pensato, divisai sull'aurora preferire i disagi del cammino alla schiavitù del navigare. Perché fatti rimettere in nave i servi e le provvigioni, restai a terra con un solo famiglio, ed ebbi, a ver dire, propizia assai la fortuna. Diè infatti il caso che fra que' dirupi ligustici fossero in vendita alcuni cavalli agili e forti della Germania: mi proffersi a comprarli, ed avutili, potei con essi tirare oltre a dilungo. Ma non per questo mi venne fatto di francarmi dalla modestia del mare. Arde ora fieramente la guerra tra i Pisani e il signor di Milano, mossa non tanto da question di confini, quanto da rea cupidigia… Io volea difilato cacciarmi innanzi: ma nei pressi di Latenza stavano accampati ambo gli eserciti: giacchè da un lato il tiranno accingeasi minaccioso all'assalto: dall'altro i Pisani attendeano a difendere con ogni sforzo il loro Montone. Ond'è che in vicinanza di Lerici mi fu mestieri commettermi un'altra volta in balia dei flutti; e vista l'alta rupe che dal suo colore prese il nome del Corvo, varcata la foce del Magra e di Luni, che dell'antica fama e splendore più non conserva che un nome vano, pernottai in prossimità del Montone anzidetto accanto all'oste pisana; donde per via di terra ripresi senza ostacoli il mio viaggio."

La guerra di cui è cenno in questa epistola è quella che Luchino Visconti indisse a' Pisani, e ch'ebbe fine, siccome è noto, colla pace del 17 maggio 1344.

Da Genova, ove il Petrarca fu più volte, è data una sua lettera, fra le altre, nella quale rimprovera a Cola di Rienzo le matte ambizioni che l'avean distolto dalle vie per cui lo stesso Petrarca l'avea spronato a mettersi.

"Appena, egli scrive, diedi le spalle alla Curia, mi tennero dietro lettere degli amici, le quali, ah! Quanto dalle prime diverse, mi porgeano di te notizie tristissime: non più del vero popolo, ma della bruzzaglia plebea esser tu amante: andarle a versi, piaggeria, esserne fatto caldissimo ammiratore… Io m'era mosso e a te correa di buon animo: or tornomi addietro; chè altro da quel che tu eri veder non ti voglio. –E segue ad ammonirlo, perché apra ben gli occhi e ponga mente chi fosse e qual era, qual rappresentanza vestiva, qual nome assumesse, quali speranze abbia deste, di quali dottrine abbia fatto pubblica professione; rammentagli infine, che non signore, ma solamente ministro della repubblica egli era".

Non creda il lettore che tutto questo abbiamo indagato unicamente da noi: ci soccorre in quest'opera il bel libro testè pubblicato dall'egregio Comm. E. Celesta, col titolo "Petrarca in Liguria", e fa riscontro all'altro già dallo stesso pubblicato col titolo "Dante in Liguria".

Da questo libro leviamo ancora quanto segue:

"Qual senso di meraviglia ingenerasse nell'animo suo la vista di Genova, ci è fatto aperto dallo stesso color delle immagini con cui la dipinge, e ch'egli mai non adopera per veruna altra città. In una lettera del 19 maggio 1349 scritta da Parma ad Olimpio, la dice – bellissima fra tutte le citta di marina… bagnata da un mar profondo e sonante, solcato ognora da innumerevoli vele – augurandosi di potere – sul tranquillo dorso di quelle placide onde tirrene, delle quali maggior che dir si possa è il diletto ch'io prendo, scevro da ogni cura aspra e mordace, siccome un dì dalle fatiche guerresche sul lido di Gaeta quel raro fiore d'amici Lelio e Scipione, dalle pacifiche fatiche pieride sul lido di Genova trovar calma e ristoro. –

"E a Filippo di Vitry, scrivendo da Padova il 15 febbraio 1350, dice –degna invero che ognun l'ammiri come quella che a nessun'altra per cittadino valore seconda, dir si dovrebbe veramente stanza di re, s'egli non fosse che di civile concordia patisse difetto. – E alle ligustiche costiere accennando, scrive – non esservi piaggie al mondo più dilettose ed amene per boschi di cedri e di palme, in mezzo ai profumi dell'aure e al gratissimo risuonare dei lidi. –

"Ma l'opera in cui veramente canta Genova è l' Itinerario Siriaco, che volle appunto incominciato da questa città. Tu vedrai, scrive all'amico, una città in atto d'impero assisa su alpestri colline, per uomini e mura superba, il cui solo aspetto ti dice esser sortita dal dominio de'mari; senonchè per agonia di potenza, fa di sé stessa aspro governo… Fu già con Alberga a capo delle liguri genti; e dai Cartaginesi nel tempo della seconda guerra punica distrutta dalle sue fondamenta; venne quindi rifatta dalle romane legioni… Tu in essa meravigliando vedrai la pompa de' cittadini, la postura de' luoghi, lo splendore degli edifici, e sopra ogni altra cosa la flotta, come già quella di Tiro, formidabile ad ogni nazione; tu il molo e il porto vedrai, schermo alle procelle: opera d'infinito lavoro e di immenso dispendio. –"

E segue su questo metro per un bel pezzo qui e altrove. Né dimenticò la Liguria nel suo poema latino Africa, nel quale, fra l'altre cose, loda i vini delle Cinque Terre e tutta quella regione Baccho dilecta nimis, lamentando, e a ragione, che questa terra jacuit sine carmine sacro, mentre trovarono lodatori altre terre meno sorrise dal sole e da Bacco.

Chi volle far di Petrarca unicamente un beato canonico rapito nelle sue astrazioni platoniche calunniò ad un tempo il poeta e l'Italia che lo produsse. Altri rivendicò già Petrarca dall'ignobile accusa, e non è qui il luogo di ripetere cose troppo note a tutti, e ignorato solo da chi non vuole aprir gli occhi al sole. Dovendo dir di Petrarca unicamente in rapporto colla Liguria, troviam pure di che encomiare il buon patriota. Le grandi geste dei nostri capitani commuovono ed esaltano quell'anima bennata. E valga il fatto di Lamba Doria alle Curzolari, nel 1298.

"Lamba Doria, egli scrive, strenuo e valoroso capitano de' genovesi, non appena ebbe scorta la veneta armata, che spiato il punto più opportuno alla pugna, benché inferiore di forze, animati i suoi con calde parole, si lanciò animoso all'assalto. In quella aspra affrontata cadde primo fra tutti sulla paterna tolda trafitto di strade il figliuolo, che Lamba unico aveva sul vigore dell'età e delle forze. Tutti a gara si strinsero attorno al caduto, piangendo e commiserando la di lui sorte; senonchè il padre accorsovi ei pure, or non di piangere, disse, ma di combattere è tempo. Indi voltosi al figliuolo, e fatto ormai certo non esservi più speranza veruna di poterlo serbare in vita, se tu morto fossi, gli disse, in grembo alla patria, non avresti per certo sepoltura più bella! E poiché caldo ancora e coperto dall'armi sue se l'ebbe chiuso teneramente al petto, dall'alto del cassero lanciavalo ne'gorghi marini".

E quando Genova e Venezia s'accingevano a quella serie di combattimenti che dalla guerra di Spienza e di Chioggia condussero poi al Lodo di Torino (1381) il Petrarca, amico del Doge Andrea Dandolo, così scriveva, cercando di scongiurare la guerra fratricida:

"…Deh! Mi consenti, che italiano qual io mi sono, posti ora da banda i guai del rimanere dell'uman genere, consenti ch'io ti parli delle disavventure d'Italia. Io già veggo correre alll'armi i due popoli più potenti, i due più luminosi astri d'Italia, che madre natura parve provvidamente aver collocati quinci e quindi all'ingresso dell'italico suolo, affinché codesto vostro al settentrione e al levante, è l'altro a mezzogiorno e al ponente rivolti, e a voi del mar di sopra dominatori e gli altri di quel di sotto, mostraste alle quattro parti del mondo, che se infermo, crollante e quasi non dissi disfatto non s'è l'impero romano, pur siete Italia tuttavia donna di provincie e regina. Imperciocchè se l'audacia di qualche nazione la contrasta per avventura la signoria della terra, niuna è per altro tanto osa, che voglia contenderle la dominazione dei mari. Ma se egli avviene (e tolga Dio non che il vederlo, l'immaginarlo soltanto), che l'un contro l'altro rivolgiate le spade, ecco che mortalmente piagati, il chiaro nome e l'impero del pelago, frutto di tante fatiche, ci verranno per nostra colpa rapiti. –E segue con l'eloquenza inver mobilissima e da cui traspira la forte carità della patria, scongiurando a por già l'ire funeste, a stendersi mutuamente la destra, e stringersi in abbracciamento fraterno e a unire il loro naviglio. –Allora i legni vostri, diceva, avran libero il corso nell'oceano e nell'Eusino, e popoli e monarchi innanzi a voi tremeranno: a Tapobrana, alle Isole Fortunate, all'incognita Tile, ai confini estremi del mondo iperboreo ed australe i vostri piloti guiderai securi le antenne".

Il poeta non ebbe ascolto, i due popoli ruppero a guerra. Non disperò per questo; e l'anno seguente (1352) cos' scriveva al Doge di Genova e al Consiglio:

"…Questa guerra tremenda che tutto l'oriente e l'occidente commosse, non era per anco scoppiata, né le flotte nemiche avevano ancora disciolte dai loro porti le vele, ch'io con ardenti preghiere e quasi con le lagrime agli occhi, di Venezia, a me allor noto ed ora più che mai notissimo, acciò quel terribile incendio, che stava per divampare, trovasse modo ad estinguere. Né allora mi trattenne la tema che mi si recasse a colpa l'immischiarmi ne' fatti altrui; chè delle umane miserie deve ogni uomo commuoversi, e ogni italiano di quelle d'Italia, ingegnandosi di tenerle lontane, stimolato da quello ardore di patria, in cui niuno, credo, m'avanza. E però ora che le fatte prove e la larga copia di sangue versato avrà mitigato la feroce sete della vendetta e gli odii sbolliti, parsemi giunto il tempo accettevole per alzare im mezzo ai combattenti la voce e suonare a raccolta. Né con tanta sicurtà a ciò mi sarei mosso, se di coloro co' quali favello non conoscessi ben addentro i costumi e le tempre. Ben so invero ceh non v'ha gente al mondo più feroce di voi nel certame, più mite e generosa nella vittoria. E la vittoria or fu viostra. Deh! Questa vi basti, e non si dica che dal mobilissimo vostro costume siate oggi diversi…"

Duole davvero non poter qui riportare, per la sua lunghezza tutta questa bellissima lettera, nella quale il poeta è, come sempre, tutto pieno di ammirazione per le cose genovesi.

"L'oceano stesso, dice egli, teme le vostre bandiere, e l'Indico mare s'allegra di essere solcato dalle vostre trireme". E più sotto:

"Tre flotte aveste di fronte, in una raccolte, di tre nazioni diverse e da largo tratto di paese disgiunte: e sola contr'essi la fortuna di Genova, solo contro tutti il vostro valore.

"Vinceste, o Genovesi: or fatte che vegga il mondo che voi non per odio né per cupidigia di conquiste, ma solo per conseguire la pace rompeste guerra a genti italiane. Bello il superare i nemici del cimento dell'armi: bellissimo il vincerli per altezza di cuore!"

Le intestine discordie che allor travagliavano questa città, non poteano non tener pensoso e sollecito il Petrarca delle sorti avvenire della repubblica, la quale al pari di Roma, egli dice, mai vinta non sarebbe rimasta, se vinta non si fosse colle sue mani. Le civili conflagrazioni generano la morte delle nazioni. Voi, stessi, Genovesi ne porgete l'esempio. –Piacciavi riandare (egli ripiglia) que' tempi, in cui su tutti i popoli d'Italia vi diceste felici. Io m'era ancora fanciullo, e quasi tra il velame d'un sogno rammento le cose vedute: ma immoto mi siede nella memoria l'incantevole aspetto che offerta d'ambo i lati la ligure riviera, bella così da ragguagliarsi piuttosto a celeste che non a terrena dimora… Torreggiavano in alto, mirabili a riguardarsi, le moli di superbi palagi: splendide al pari delle più sontuose reggie sorgeano alle falde de' colli le marmoree magioni de' cittadini, ornamento invidiabile a qualsivoglia più illustre città; l'arte vincitrice della natura, vestia l'asprezza dei vostri monti di cedri, di viti, d'ulivi, diffondendovi il riso d'una perpetua primavera. Vaghissimi spechi aperti con istupeado artificio fra le rupi e gli scogli, che sorretti da travi dorate, echeggiavano al suono de' flutti, i quali spumeggiando e rompendo al lor limitare ne spruzzavano le interne pareti, fermavano lo sguardo del navigante, che assorto in quel miracolo di novità, lasciatasi cadere il remo in mano, e rattenea meravigliato il legno a mezzo il suo corso. Che se alcuno facea cammino per terra, attraversandone i popolosi paesi, di quale stupore non era egli colto dalle scialose vesti e dalle maestose persone de' cittadini e delle matrone, e dal vedere fin anco ne' boschi e nelle più remote campagne regnare tal pompa da degradarne le cittadine bellezze? Che se finalmente nella cerchia delle vostre mura alcuno per avventura poneva il piede, ei senza fallo avvisatasi d'essere entrato in una città di re, come altri scrisse di Roma, o al tempio sacro alla felicità e alla gioia. E breve stagione allora era volta, da che voi in una memorabile giornata scombuiaste i Pisani, e in un'altra non manco famosa i Veneti. Chiedetene a' vostri vecchi, che d'ambedue le vittorie furono testimoni: e' vi narrerai l'esultanza e il movimento de' porti, il risuonare de' lidi, e la moltitudine compresa di rispetto e di gioia affollarsi ad accoglier l'armata, che vincitrice rientrava, cinta di tale potenza, che più non era chi senza suo libito osasse avventurarsi sul mare. Or volgete ad altro tempo il pensiero, quando nella beata vostra città traforaronsi volgari seguaci della prosperevole sorte, e il lusso, la superbia e l'invidia vi esercitarono il loro soperchio. Bastaron queste a travolgere in basso le vostre fortune di guisa, che mai tante calamità per opera di esterni nemici furono accumulate sul vostro capo.

La città non ha uguali sì bella e sì lieta, divenne a un tratto squallida e grama: l'amenità della sua positura si convertì in solitudine e in desolazione, gli splendidi edifici, fatti tane e spelonche di ladri, agghiacciavano di tema il passeggero. Assediata infine la città vostra da figli suoi fuoriusciti, a' quali davano spalla e favore i Milanesi, tutte durò le traffiture d'una micidialissima guerra; ed anche quando volò a vostra difesa quel chiaro lume dell'età nostra, Roberto re di Sicilia, che quasi un anno intero si tenne chiuso fra le vostre mura, non volse mai dì che in terra o in mare ed anche, incredibile a dirsi, in aria o sotto terra crudelmente non si combattesse; né quindi per anni molti più v'allegrò raggio di sicurezza ed i pace, sebben d'altro non aveste a paventare, che delle sole armi impugnate da' vostri concittadini. Affranti in ultimo e rinsaviti di tante distrette, ne cercaste il rimedio nella elezione di tale che duce vi fosse: e veramente sotto un tal reggimento, il più acconcio al rifiorire d'una repubblica, tacquero le nimistà partigiane, cacciaronsi gli odii, e le tetre nubi fugate che tutto avevano intenebrato il vostro cielo, rifulse ancora il sereno, e scese la pace in mezzo a voi, traendosi per man la giustizia e la concordia de' cittadini, pegno immancabile di grandezza e di gloria alla città, cui fu serbato di vincere i soli nemici… Amatevi adunque, amate la giustizia e la pace, e se desio di bellica fama vi punge, movete animosi alla guerra, chè di nemici non avrete penuria; ma dalle lotte fraterne deh! Rifuggite per sempre!...

Un'altra lettera del Petrarca (del 1352) al Doge e al Consiglio di Genova, li rincuora alla guerra intrapresa contro il re di Aragona.

In un'altra lettera, a Stefano Colonna, deplora le nostre guerre civili:

"Genovesi e Veneziani mai l'armi non possano, talchè pare che seguendo l'antichissimo vezzo mai non sapremo ristarci dall'offendere o dall'essere offesi, eternamente intentiquai siamo a sterminarci con ostinata vicenda".

Con uguale affetto per le cose nostre discorre il Petrarca in varie lettere indirizzate all'amico Guido, quando i Genovesi vinti dal Veneziani si diedero in signoria al Visconti di Milano.

In seguito a che delegato dal Visconti per un'onesta conciliazione tra Veneziani e Genovesi, e a nulla avendo approdato, da Milano, non ancora disperando del tutto, scriveva nel gennaio del 1354 al Doge Dandolo:

"Se la guerra è un'infinita congerie di mali deh! Cessate una volta, né soffrirete più che, voi Doge, le potentissime bandiere dei Veneziani e del Liguri si tingano di sangue fraterno. Siate il nostro Trajano: e non per i miei detti o per le mie lettere, benché testimoni perenni di onorate proposte, ma per l'alto animo vostro veggasi ormai che non solo in nuovi danni non travolgete l'Italia, ma ne amate anzi ne rafforzate le parti scisse tra loro".

Sfortunatamente anche queste volte furon parole al vento; e la guerra divampò curiosissima.

Tanto affetto alle cose nostre gli procurò in Genova non pochi amici, fra i quali Galeotto Spinola, Bartolomeo da Genova, e un tal Marco, ai quali tutti, col Guido summenzionato, indirizzò varie delle sue lettere. E fu pure il Petrarca che primo rivendicò a Genova l'onore d'aver dato i natali al poeta provenzale Falchetto, e ai Genovesi il vanto d'aver scoperto le Canarie.

Fin qui colla scorta del bel libro del nostro Celesta. E molte altre cose egli aggiunge che qui non si riportano per lasciare al lettore vaghezza di attingere alla viva fonte. Il Celesta ha fatto opera di buon cittadino e di buon letterato: Italia tutta e Genova in particolar modo gliene saranno grati.

Modificato da dizzeta

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dizzeta

..... Ebbene questo libro mi aveva proprio incuriosito; sono andato in tutte le Civiche Biblioteche cittadine e non lo avevano, poi l'ho trovato in una libreria antiquaria e l'ho comprato....

credo proprio sia una rarità: stampato nel 1874 solo in 300 copie e mai entrato in commercio...

Ora lo leggerò e vi saprò dire se l'articolista aveva ragione.

Lo so che è pesante leggere queste cose a quest'ora della notte ma, che volete, Petrarca si può dire che era un lamonetiano ante litteram (aveva una bella collezione ma ....credo ...poche medioevali) e chissà quante domande di identificazione avrebbe postato sul forum...

Saluti cari a tutti

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