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      Aggiornamento   15/10/2017

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Cesare Augusto

Viaggio nel regno dei Parti

Risposte migliori

Cesare Augusto

Seguire la moneta è per me come viaggiare nell’autostrada della storia, ogni tanto esci ad un casello (moneta che guardi e riguardi che ti rigiri tra le mani, prima di chiudere gli occhi e sognare) ed esplori il territorio circostante, apprendi gli usi ed i costumi della gente che ci vive, rivivi la loro storia.

Viaggiare in Europa, tutto sommato è abbastanza semplice; problemi geografici, se ce ne sono, sono contenuti…qualche puntatina “fuori porta” più o meno l’abbiamo fatta tutti e dove non siamo stati ci vengono in aiuto le reminiscenze scolastiche, un po’ più ostico è muoversi su territori a noi quasi sconosciuti così; quella monetina degli “Arsacidi” mi ha messo in crisi…mi sono piantato e prima di parlare dei Parti e delle loro monete è stato giocoforza tornare sui banchi di scuola a studiare la geografia

Ve la ripropongo come la vide G.W Rawlinson molti, molti anni fa e se volete rifare il viaggio con me…accomodatevi: in carrozza signori si parte, destinazione la Partia per conoscere il popolo che per circa 500 anni ( dal 250 ca. A.Ch. al 250 ca. A.D.) vi prosperò e le sue monete.

La Parthia classica, il primo insediamaneto ( alla luce delle attuali nostre conoscenze) del popolo Partico era, similmente alla Persia Classica ed alla Macedonia Classica, una striscia di terra di scarsa dimensionalità che si estendeva dall’angolo Sud-Est del Mar Caspio verso un restringimento a Sud Est costituito da una regione montagnosa connessa, ad una estremità con l’altopiano di Elburz, che costeggia il Caspio da Sud e dall’altra con il Paropamisus o Kush Indiano.

Sul lato opposto, verso Nord e verso Sud si allunga, per centinaia di miglia una desertica distesa di sabbia e ghiaia nota al Nord come “Deserto del Khorasan” o “Khiva”, al Sud come grande “Deserto salato dell’Iran” tra questi si trova una striscia di terreno relativamente ricca e produttiva; tra il 54° ed il 61° meridiano.

Una distanza di circa 7° che tradotto in miglia significa una lunghezza di ca. 300 miglia per una larghezza di ca. 2° – 3° mediamente pari a ca. 170 miglia.

Questa regione, almeno relativamente al periodo di cui abbiamo coscienza storica ospitava due paesi, appartenenti a due diverse genti, noti rispettivamente come: Parthia ed Hicarnia. Tracciare una linea di confine tra i due è praticamente impossibile tuttavia è abbastanza probabile che l’Hicarnia fosse situata a Nord-Ovest mentre la terra abitata dai Parti si trovasse ad Est ed a Sud.

All’Hicarnia appartengono le vallate di Ettrek e del Gurghan, mentre le regioni a Sud ed i versanti delle valli che costeggiano le catene montagnose a Sud, da Damaghan a Shebrino e le valli del Tejend, oltre alle rive del Nishapur costituiscono il paese di quest’ultimi.

I confini della Partia classica, così come definiti, corrispondono, grosso modo alla odierna provincia Persiana del Khorasan che come già detto si estende da Danaghan (long. 54° 20’) ad Ovest, sino allo Heri-rud o: Riva di Herat ad Est e comprende l’attuale distretto di Damaghan, Shah-rud; Sebzawar, Nishapur; Meshed; Tersheez e Shebri-no.

La larghezza è mediamente di un centinaio o poco più ( 120) miglia.

La superficie è valutata in 33.000 miglia quadrate, quasi eguale alla dimensione di: Irlanda, Bavaria o Santo Domingo.

La regione è ricca e produttiva e la parte montagnosa è costituita da quattro o cinque distinte catene montuose tra loro separate da valli longitudinali ricche di boschi.

Ai piedi dei rilievi, il terreno pianeggiante è fertile ed ubertoso, abbondante di corsi d’acqua che si raccolgono in fiumi che raggiungono anche dimensione notevole.

I fiumi più importanti sono: il Tejend alimentato da diverse sorgenti che si trovano sulle montagne centrali, anticamente note come:Labus o Labuta ed oggi chiamate Alatagh; il decorso del fiume va verso Sud e passata Merhed, in un punto poco oltre il 61° meridiano, devia a sx. volgendo verso Est, poco a Nord-Est dell’Heri-rud

Dopo aver ricevuto le acque dell’Heri-rud fa una seconda ed ancor più brusca deviazione a sx. per correre in direzione Nord, Nord-ovest; passato Sarrakhs, sito Russo posto ai piedi della regione montagnosa partica del Nord, oggi nota come: “Montagne del Kurds” si impantana in una palude estesa tra il 57° ed il 58° parallelo.

Il fiume di Nishapur è un piccolo fiumiciattolo che nasce dalle montagne che chiudono da tre lati la città omonima e scorre in direzione Sud, Sud-ovest verso il deserto iraniano.

L’acqua è pressochè totalmente utilizzata per l’irrigazione della fertile pianura che si trova a Sud di Nishapur; ma il corso del fiume è sempre individuabile almeno sin dopo Tersheez, in pieno deserto ed in qualche stagione di abbondanza l’acqua arriva sino a quell’arida distesa di sabbia.

Le vallate di questi due fiumi costituiscono la parte più fertile e produttiva dell’intero territorio; ma in antico il tratto che maggiormente era valorizzato ed in cui viveva la maggior parte della popolazione,sembra essere stato quello che ci è oggi noto come “Atak” o “Skirt” il territorio coltivabile che si estende a Sud, tra i piedi delle alture ed il deserto.

Lungo tutta la regione da Damaghan a Tersheez le montagne degradano in rapida successione ed i ruscelli, torrenti e fiumi rendono la terra facilmente lavorabile con poca fatica e scarso impegno lavorativo anche a distanza di quatto o cinque miglia dall’insediamento agricolo.

Se vengono poi realizzati accorgimenti per operare riserve ed accumuli di acqua o canali di distribuzione sotterranei, il ritorno economico è più che pagante.

I tanti resti di città, nell’intero Atak, oggi ridotte a cumuli di macerie sono sufficiente indice della benevolenza che “Madre Natura” ha riservato a questa fascia del paese, solo se assecondata dall’attività e dalle capacità dell’uomo.

D’altro canto i tratti montani di cui il paese è dotato sono in netto contrasto con le valli solcate dai molti fiumi ed alla fascia orientale del territorio; la parte montana è per la maggior parte, sterile, il terreno accidentato e povero di legname, solo in grado di procurare un minimo di pastura alle greggi ed agli armenti.

Altro di rimarchevole non c’è se non il fatto che i rilievi non sono molto elevati, rispetto ad esempio al monte Demavend, nell’Elburz, a Sud del Caspio, la cui cima supera i 20.000 piedi ed altezza di poco superiore è raggiunta da molte vette della catena montagnosa del Paropamisus; nella Parthia la cima più elevata non supera i 10.000 od al massimo 11.000 piedi.

Il territorio più a Nord, oggi chiamato: Danian - i – Kob è quello più elevato ed è caratterizzato dalla scortesia delle tribù del Kurdish, che la abitano, nei confronti degli stranieri.

La parte centrale che volge verso Ovest, è chiamata: Alatagh mentre quella volta ad Est: Macrabea è considerevolmente più bassa, rispetto alla prima.

La regione centrale posta a Sud si trova più o meno allo stesso livello di quella che volge ad Ovest e viene chiamata indifferentemente: Djuvein o Jaghetai.

Il clima della Parthia classica, secondo gli scrittori antichi era estremo: eccezionalmente caldo nel fondo valle e particolarmente rigido sulle montagne; ma i moderni viaggiatori sono più propensi a modificare questa affermazione e ci dicono che gli inverni, sebbene si protraggano più a lungo nella stagione, non sono poi tanto inclementi ed il termometro raramente scende alla notte, sotto i 10 – 12 °F mentre di giorno anche nei mesi di Dicembre e Gennaio che costituiscono il periodo più freddo dell’anno, si assesta tra 4 e 5 °F

La stagione fredda inizia ad Ottobre e continua sino alla fine di Marzo quando tempeste di neve e di grandine annunciano l’arrivo della primavera.

Durante l’inverno la quantità della neve caduta è tale che nelle vallate permane sino a Marzo, più a lungo sulle montagne ed è fonte di alimentazione, tra primavera e l’inizio dell’estate dei corsi d’acqua che scendono a valle.

In piena estate la calura è elevata, soprattutto nelle regioni note come: Atak o Skirt e qui il vento malsano che spira dal deserto del Sud si percepisce come un terribile flagello.

Sugli altopiani la calura non è così intensa e gli abitanti, per difendersi dal caldo si trasferiscono per circa un mese all’anno negli alloggiamenti di alta montagna.

Nonostante i moderni visitatori della zona riferiscano che nel paese, solo scarsamente popolato di foreste, ancora sono presenti: il pino, il noce, il sicomoro, il frassino,il pioppo, il salice, la vite, il gelso, l’albicocco e numerose altre piante da frutto, nei tempi passati sembra che, ferma restando la tipologia delle piante sopra menzionate, la loro quantità dovesse essere di gran lunga maggiore.

Strabone dice che il territorio era densamente alberato ed anche se le piante indigene sono: lo zafferano, la pianta assofaetida e la gomma ammoniacale, la fertilità del terreno è tale che crescono bene anche l’orzo ed il cotone; per l’orzo poi abbiamo un indice di resa di 10:1 praticamente senza cure di coltivazione mentre se si praticano le usuali lavorazioni agricole il rapporto sale 100:1

La resa sul riso, secondo alcune testimonianze raggiunge il 400: 1

Nella zona montagnosa abbonda la selvaggina ed i corsi d’acqua sono ricchi di pesce.

Tra i prodotti minerali ricordiamo: Sale, Ferro, Rame e Piombo ed in montagna si possono estrarre pietre preziose di specie diverse , in particolare i Turchesi.

Partendosi da questa ristretta; ma discretamente produttiva regione i Parti ampliarono gradualmente il loro dominio sino a coinvolgere la maggior parte dell’Asia Occidentale.

Subito dopo essersi assicurata l’indipendenza i Parti attaccarono i loro vicini confinanti dell’Ovest: l’Hicarnia

Era l’Hicarnia un paese geograficamente connesso, nel senso più stretto del termine, con la Parthia a questa molto simile nelle caratteristiche generali; ma più ricco, più caldo, più vivibile.

L’Hicarnia occupa la metà occidentale della regione appena descritta che si estende dal Mar Caspio all’Heri- Rud mentre la Parthia ne è il completamento orientale.

Composta per la maggior parte dalle due fertili vallate di Gurghan ed Ettrek, con inclusa la catena di montagne che le divide, l’Hicarnia è un paese pittoresco, ricco di alberi e grande più o meno come la stessa Parthia; ma notevolmente più produttivo.

Sui declivi dei monti crescono querce, faggi, olmi, ontani ed il ciliegio selvatico, qui sorgono dal terreno arrampicandosi con i pampini ed estendendosi da albero ad albero, come grandi festoni, le piante della vite.

Sotto la loro ombra il suolo è ricoperto dei fiori più disparati, dalle primule alle violette, dai gigli ai giacinti ed altre specie a noi sconosciute.

Il terreno del fondovalle costituisce un grande prato con soffici e molli erbe in grado di assicurare la pastura di numerosi greggi ed armenti.

Le foreste brulicavano di selvaggina mentre verso la foce dei fiumi, dove il terreno è per lo più paludoso, pascolavano grandi branchi di cinghiali che costituivano un ottimo bersaglio per la caccia.

L’Hicarnia era regione ricca e fertile, descritta da Strabone come :”Altamente favorita dal Cielo” la sua straordinaria fertilità era in grado di far produrre ad un singolo vigneto nove galloni di vino ed una sola pianta di fichi riusciva a produrre 90 bushels di frutti; il frumento poi non necessitava di semina; ma si rigenerava spontaneamente dopo il precedente raccolto.

Non molto dopo la conquista dell’Hicarnia le armi partiche si diressero verso il paese di Mardi.

Questa regione confina ad Ovest con l’Hicarnia ed è sostanzialmente costituita dal tratto montagnoso che a Sud del Mar Caspio rappresenta una continuazione delle tre catene della Partia e che va generalmente sotto il nome di Elburz.

Non è ben chiaro il confine occidentale del territorio mardiano; ma con buona probabilità si estende per ca. due gradi, dal confine di Damagan sino alla grande montagna di Demavend ( da 54° a 52° di log. Est)

Il territorio viene generalmente descritto come interamente accidentato e montagnoso ma che tuttavia comprende anche la zona tra la base delle montagne ed il Caspio, quella che è la parte più ad Est dell’attuale Mazanderan.

E’ questo un ricco terreno alluvionale pianeggiante, appena sopra il livello del mare e via, via, elevandosi in collinette sempre più alte,che fanno da contrafforte allo altipiano, che fu il cuore del territorio di Mardi.

Qui alte sommità rocciose si alternano ad impenetrabili foreste; il fianco nord delle montagne, vicino alla vetta, è coperto da querce nane, cespugli e sottobosco impenetrabile mentre la parte più in basso è coperta da foreste di olmi, cedri, castagni, faggi ed alberi di cipresso.

Gli orti ed i frutteti coltivati dai nativi sono disseminati lungo gli ammassi della foresta primordiale e si presentano di superbo aspetto, la vegetazione è lussureggiante; abbondano: Limoni, arance, pesche, melograni assieme ad altri vari frutti mentre riso, canapa, canna da zucchero, gelsi crescono rigogliosi e la vite la fa da padrona nelle vallate disseminate da arbusti e fiori di straordinaria fragranza tra cui spiccano le rose ed il cerfoglio.

Madre Natura, dispensatrice di tanti straordinari vantaggi, vi ha posto a guardia la: “Tigre” altrimenti sconosciuta in altre parti dell’Asia Occidentale che, nascosta dalle giungle, è pronta a balzar fuori ed aggredire, in ogni momento, l’incauto viaggiatore che si avventuri in quelle zone.

Frequenti sono anche le inondazioni che portano diffuse ed estese desolazioni, l’acqua fuoriuscita dall’alveo dei fiumi, ristagna nelle paludi e durante la calura estiva ed autunnale rilascia esalazioni mefitiche e pestilenziali che sono fatali agli stranieri e creano una profonda selezione naturale anche nei confronti dei nativi.

Per tutti questi motivi il territorio mardiano non presentava eccessiva attrattiva nei confronti dei conquistatori se non per il fatto che si trovava sul passaggio obbligato verso altre più salubri regioni un anello indispensabile della catena che tiene unito l’Est con l’Ovest ed attraverso il quale possono essere riuniti, in un unicum, i frammenti dispersi di quel grande impero Persiano che ebbe origine con Ciro e che fu distrutto da Alessandro.

Il terzo settore che i Parti annessero al loro territorio fu quella parte della Media costituita da un aspro sperone che fuoriesce dalla montagna dell’Elburz circa 52° 20’ Est e che si proietta nel deserto originando una netta divisione tra Est ed Ovest.

Il tratto immediatamente ad Ovest dello sperone, fa parte della Media antica, nota come: Media Rhagiana, dal nome Rhages della sua capitale, situata in un angolo tra lo sperone e la catena montagnosa principale, a non grande distanza dall’altra.

Poco dopo la conquista della Mardia, la Partia invase questo territorio ed andò a stabilirsi in un luogo oggi chiamato Charax, molto vicino allo sperone, con ogni probabilità nel sito che al giorno d’oggi porta il nome di: Uewanikif e da qui, un poco alla volta, sciamò nel resto della Rhagiana prendendo possesso dell’intero territorio sino a Kaswin, verso Ovest e sino a Kum, verso Sud.

Era questo un distretto di notevole dimensione, lungo 1.500 miglia, dallo sperone sino a Kaswin e largo circa 800 miglia dalla montagna Elburz a Kum; si tratta di un altopiano elevato 3.000 – 4.000 piedi sul livello del mare, caratterizzato da clima secco e salubre; ma con suolo di bassissima qualità.

Parte dell’altipiano si prolunga nel grande deserto Iraniano centrale ed è assolutamente improduttivo mentre il resto presentava una sia pure scarsa fertilità.

Nonostante l’elevata salinità, in presenza di notevole quantità di acqua, poteva produrre cereali e foraggio sufficienti a sostenere una popolazione abbastanza numerosa.

Il successivo movimento di espansione dei Parti avvenne in direzione opposta: verso Est ov’essa si trovò a contatto con la Bactria, stato di considerevole potenza, cresciuto simultaneamente alla Partia e che aveva saputo assorbire molto del territorio circostante.

Il primo attacco alla Bactria fu parziale e portò come risultato la conquista di due piccole province note come: Turiun ed Aspionus.

Non ci è nota l’esatta ubicazione di questi siti che dovevano tuttavia trovarsi ad Ovest del territorio Bactriano e probabilmente erano distretti posti a Nord del Paropamisus, sulle sponde o del Murghab o dell’Ab-i-Kaisar.

Il territorio annesso con la conquista era poco più che insignificante; ma ben presto ad esso vennero ad aggiungersi altre e ben più significative conquiste.

Dopo questa acquisizione, ancora una volta l’attenzione dei Parti si rivolse ad Occidente e fu la Media, il grande paese che aveva primeggiato sull’Asia Occidentale ed esercitato il suo dominio dalle chiuse del Mar Caspio all’Halis e dal monte Araxes sino all’Istahan, a farne le spese.

Assoggettata prima dalla Persia e successivamente da Alessandro Magno era stata confinata in più ridotte frontiere ed allo stesso tempo suddivisa in tre province: Media Rhagiana; Grande Media e Media Atropathene.

Già abbiamo visto come i Parti abbiano preso possesso della Media Rhagiana adesso il loro interesse era rivolto alla Grande Media; era questo un territorio molto ampio, situato tra il 32° ed il 37° parallelo che si estendeva dal gran deserto salato dell’Iran, verso Est, sino alla catena montagnosa dello Zagros, ad Ovest.

La sua lunghezza, da Nord a Sud, era di quasi cinque gradi, ovvero di ca. 350 miglia e la sua larghezza, da Ovest ad Est di ca. 4 °, più o meno 240 miglia.

L’intera area non deve aver avuto estensione maggiore di 800 miglia quadrate che è poco meno del Regno Unito più Germania ed Austria messe assieme.

Il paese è a sua volta diviso in due parti: l’Occidentale e l’Orientale.

La parte Ovest rappresenta poco più della metà del paese e si spinge sino ai limiti della vasta regione montagnosa dello Zagros; è un paese in cui valli e monti si alternano in successione con ampie pianure molto produttive e per la maggior parte pittoresche e di una bellezza incomparabile.

La parte più elevata della zona montana è spoglia ed accidentata; ma solo nelle cime più elevate, mentre più in basso è densamente coperta da foreste e le valli sono interamente occupate da frutteti e giardini dove abbondano: Noci, platani, querce nane, salici e pioppi ed occasionalmente compaiono anche frassini e terebinti ( Pistacia –Terebintus).

Le piante da frutto vedono, accanto alla vite, il gelso, il melo, il pero, le mele cotogne, le prugne, mandorli, noccioli, castagne, l’olivo, la pesca, la pesca noce e l’albicocco.

Il territorio ad Est dello Zagros presenta un forte contrasto, rispetto alla regione posta ad occidente; qui le montagne si elevano quasi a picco sul piano e sfociano in un altopiano sabbioso e ghiaioso in cui spesso affiorano depositi di sale ed efflorescenze saline chiamate: “Kavir”

L’altopiano, attraversato da creste rocciose prive di terreno coltivabile, non in grado di far vegetare neppure un cespuglio od un ciuffo d’erba, è solo scarsamente irrigato da corsi d’acqua e pozzi spesso con acque salmastre.

Se si fa eccezione per i punti dove affiorano i depositi di sale e le inflorescenze saline, il pianoro può ancora offrire una buona produzione di grano, se solo sufficientemente irrigato, da qui la presenza di un sistema di irrigazione detto “Kanats” la cui origine si perde nella notte dei tempi.

Ovunque i piccoli corsi d’acqua ed i ruscelli che scendono dalle montagne e che, se lasciati a sé stessi sarebbero quasi immediatamente assorbiti dalle sabbie del deserto, vengono invece convogliati in cunicoli sotterranei, a considerevole profondità dalla superficie e fatti scorrere per molte miglia nel piano.

Ogni tanto una apertura consente all’acqua necessaria all’irrigazione, di sgorgare in superficie ed in questo modo gran parte della pianura è resa coltivabile.

La conquista della Grande Media raddoppiò i domini della Partia e nel contempo accelerò il processo di acquisizione di ulteriori e più importanti conquiste.

La parte occidentale della Grande Media apre al ricco e prezioso paese, originariamente noto come Elam ed oggi come Kissia o Susiana.

E’ questa una striscia di terreno molto produttiva che si interpone tra la catena dello Zagros e la sponda del Tigri e che si allunga per circa cinque gradi, ovvero ca. 350 miglia da Nord-Ovest a Sud- Est con una larghezza media di 150 – 160 miglia.

Come già abbiamo detto la Grande Media è costituita da due regioni tra loro contrastanti, la parte occidentale è formata da una striscia di pianura alluvionale fertile che si estende dal Tigri ed il piede delle montagne; bene irrigata da numerosi e copiosi corsi d’acqua quali : il Jerachi, il Karun, il Keykhah, il Diala ed altri che sono in grado di irrigare quasi per intero, la parte pianeggiante del paese.

Oltre questa regione, verso Oriente si trova ancora una zona amena, per quanto costituita da montagne che si alternano a valli ed altopiani anch’essi ricchi di bellissime, piccole vallate, dove abbondano alberi e zampillanti ruscelli che confluiscono in fiumi d’acqua limpida e fresca…poi la maggior parte della regione diventa montagnosa ed incoltivabile.

Si susseguono allineamenti di rocce nude ed a precipizio nei crepacci biancheggianti di neve sino all’estate, man mano che ci si sposta verso Nord – Est.

Le pendici più in basso delle montagne sono ancora coltivabili e le valli brulicano di frutteti e piante che forniscono una eccellente pastura; questa regione somiglia molto alla parte Occidentale della Grande Media, di cui ne è la continuazione, tuttavia, man mano che si procede verso Sud Est, nel paese di Bakhiyar che si congiunge all’antica Persia, il carattere della regione si deteriora, le montagne diventano più spoglie, più aride e le valli più anguste e meno fertili.

Il Fato decise che i paesi adiacenti di: Babilonia e Persia dovessero sottomettersi alla Partia, quasi senza colpo ferire.

Babilonia si estende dal Golfo Persico, su entrambe le rive dell’Eufrate, dalla foce, all’estremo limite Nord della pianura alluvionale, sino in prossimità di Hit sull’Eufrate e di Samarah sul Tigri: una distanza di ca. 400 miglia per una larghezza di ca. 180 miglia; ma la media è stata stimata in non più di 60 – 70 miglia, ed una area che non eccede le 25.000 miglia quadrate.

La qualità del suolo era tale da farla ritenere il più grande granaio del mondo.

Secondo Erodoto. Frumento, orzo e miglio che costituivano le granaglie principali, davano rese di 200: 1che in un qualche caso potevano arrivare a 300: 1

Lungo il corso dei fiumi erano numerosi i palmeti che producevano datteri di ottima qualità e sotto il primo Re Achemenide, quando il cibo alla Corte era fornito da ciascuna delle province, di volta in volta, lungo il periodo dell’anno, Babilonia aveva il dovere di rifornire di derrate la Corte per ben quattro mesi tanto che, rispetto alle risorse dell’impero, si poteva dire che ne rappresentasse 1/3

L’irrigazione era tanto capillare che l’intero paese era coltivato e trasformato in un grande giardino.

A Babilonia la Partia ereditò tutti i vantaggi dell’antica civilizzazione e dovette solo curarsi di mantenere in ordine i lavori che già erano stati eseguiti: canali, chiuse, dighe ed argini per derivare, da una sola provincia, tutto il fabbisogno di cibo della sua intera popolazione.

La Persia si trova diametralmente opposta a Babilonia, verso Est e Sud – Est; si estende lungo la sponda Sud – Est del Golfo Persico, dai più intimi recessi del Golfo, vicino a Mashur, sino a Capo Jask, un piccolo insediamento sullo stretto di Ormuz a longitudine Est 57° e 40’.

Dalla parte interna si allunga sino ai confini di Isfahan, verso Occidente e verso Oriente, ai deserti di Kerman e Yezd.

La sua lunghezza si estende per ca. 8° di longitudine che rappresenta una distanza di 620 miglia mentre la larghezza è compresa in circa cinque gradi di latitudine, più o meno 350 miglia; l’intera area è valutabile in 150 – 200 miglia quadrate.

La Persia, come ricchezza naturale era di poco inferiore a Babilonia od alla Susiana.

Lungo le coste, nel “Ghermsir” o “Paese caldo” come di solito veniva chiamato, c’era una striscia di territorio sabbiosa, spesso impregnata di sale, che si estendeva all’intera lunghezza della provincia come continuazione della piatta regione della Susiana; ma priva, in quel breve tratto, di quelle qualità che fanno della Susiana una terra di valore.

Il suolo è povero, costituito per lo più da sabbia ed argilla che si alternano tra loro ed è poco irrigato; l’intera regione è percorsa da un solo corso d’acqua, degno di essere chiamato fiume, oltre tutto la sua posizione, appena oltre il Tropico del Cancro, lo rende tra i paesi più caldi dell’Asia Occidentale.

Fortunatamente non è molto esteso, raggiunge appena le 50 miglia, nel retroterra e non costituisce più di 1/8 dell’intero paese; degli altri 7/8 parte considerevole, più della metà, è costituita da sale e sabbia del deserto, soprattutto dei deserti di Kerman e di Yezd che sono pressochè improduttivi.

Tra questi due aridi distretti tuttavia, la striscia di colline che li separa, è di migliore qualità essendo costituita da montagne, pianure e valli, curiosamente intervallate e per la maggior parte abbastanza fertili.

Nelle pianure il territorio è ricco, pittoresco e romantico oltre ogni immaginazione, con piacevoli piccole valli piene di alberi, con montagnole dalle verdi scarpate e verdi pianure, adatte alla produzione di ogni tipo di granaglie, ma nel complesso questi lineamenti sono solo circoscritti a piccole zone ed in generale si respira un senso di sterilità e povertà.

Quasi ovunque l’acqua è scarsa e raramente i fiumi riescono a guadagnare il mare; dopo breve percorso vengono assorbiti dalla sabbia o finiscono in piccole pozze salate dalle quali l’acqua evapora.

La Persia Classica merita comunque la descrizione che di sé davano gli antichi abitanti del paese sin dal tempo di Ciro il Grande.” Un paese aspro ed accidentato dove la sussistenza è possibile solo con un lavoro strenuo e continuo e dove le vicissitudini del clima sono tali da fortificare ed indurire quelli che ci vivono”

Altro paese, con ogni probabilità sottomesso dai Parti nello stesso periodo in cui furono conquistate: la grande Media, Susiana, Babilonia e la Persia Classica, fu l’Assiria che era stata per lungo tempo, in precedenza, contenuta nei suoi confini naturali interposti tra il monte Zagros ed il Tigri, confinanate ad Est con la Grande Media, a Nord con l’Armenia, ad Ovest con la Mesopotamia ed a Sud con la Susiana e l’Elymais.

La sua massima lunghezza era di ca. 320 miglia, con una larghezza media di ca. un centinaio di miglia per una estensione areale di ca. 32.000 miglia quadrate, più o meno la dimensione dell’Irlanda; ma a tanto scarsa estensione fa riscontro una estesa fertilità del suolo.

Il tratto tra le montagne dello Zagros ed il Tigri ha natura prevalentemente alluvionale caratterizzata dalle piene del fiume che con regolarità esonda dal suo letto e si espande su una vasta area del paese fertilizzandolo.

Vi si producono eccellenti granaglie: orzo, frumento e miglio oltre al sesamo e vi cresce rigogliosa la palma, il noce, il platano, il sicomoro ed il pioppo.

Le colline, più bassi avamposti dello Zagros, producono olive ed in condizioni favorevoli, sono coltivati su larga scala i limoni; comune è la vite, il fico, il gelso, il melograno ed altre piante da frutto.

Relativamente ai minerali, in Assiria si estraeva: Ferro, Rame, Piombo, bitume, oli minerali, petrolio, Zolfo, allume e sale.

L’impero dei Parti si era così esteso verso Ovest ed era fatale che a questo punto volgesse lo sguardo ad Est, verso la Bactria che già era entrata nell’ottica conquistatrice di questo popolo che, come già abbiamo visto, si era appropriato di due ancorchè piccoli distretti.

Il regno della Bactria, a quel tempo, si estendeva tra il Tejand e l’Hydaspes; ma nello stesso periodo in cui la Partia si espandeva verso Occidente, la Bactria perdeva potere e questo fatto venne visto come un invito all’invasione; nel conflitto che seguì la Partia ebbe la meglio e non molti anni dopo i Parti occuparono anche la Margiana, l’Aria, la Sarangia o Drangiana, Sacastana, Aracosia, cui dobbiamo aggiungere Sagartia e Diorasmia; doveroso quindi un cenno su questi paesi.

  • La Bactria classica, ovvero il nucleo da dove aveva avuto origine il regno Bactriano può essere considerato come la vallata superiore dell’Oxus, in altre parole, della valle ove il fiume si origina, con le sue sorgenti, verso Est sino all’ingresso nel grande deserto Chorasmiano a ca. 65° 30’ longitudine Ovest.

La valle è chiusa a Nord dal Sultanato Hazaret e dalla montagna Hissar, mentre a Sud confina con il Paropasmisus o Kush Hindù; verso Est raggiunge l’altopiano del Pamir da cui hanno origine alcuni tra i più importanti fiumi che la irrigano.

La distanza tra il Pamir ed il deserto è di ca. 160 miglia mentre la distanza tra le due catene montuose varia da 140 a 250 miglia.

L’area è probabilmente tre volte più vasta di quella della Partia e può essere stimata in ca. 7.000 miglia quadrate.

La maggior parte del paese si pone a quote elevate, sopra il livello del mare, ha clima freddo e terreno non fertile; ma la parte più bassa della valle, specialmente la zona vicina all’antica capitale:Bactra, oggi Balkh, è molto produttiva e la regione tra l’Oxus ed il Paropamisus, la metà Sud della provincia, è la parte più ricca dell’Affghanistan

  • Margiana, ovvero il distretto sul fiume Margus (Marg-ab) si trova, verso Occidente, in continuità con la Bactria e sebbene geograficamente riconosciuta come distinta, inizialmente dovett’essere un tutt’uno con la Bactria.

Si tratta di un angusto corridoio chiuso da un lato dal deserto e dall’altro dal fiume: Margus, per una distanza di circa 200 miglia che va poi ad aprirsi in una verde oasi di grande fertilità, nota in antico ed anch’oggi chiamata: Merv. Distretto di grande importanza, di recente annesso alla Russia e congiunta con

Ashkabad e Bokhara attraverso una strada ferrata.

  • Aria si estende sul corso del fiume Ario, oggi Heri – Rud, che costeggia il lato Sud del Paropamisus a long. Est 67° e gira verso Ovest, prima attraverso le montagne e quindi sul loro fianco Sud sino a 61° di longitudine Est dove fa un giro ampio verso Nord e forzandosi attraverso la catena unisce Tejend al Pul-khatun, più o meno a latitudine 36°. Il corso del fiume, sino alla sua grande svolta verso Nord, misura ca. 270 – 280 miglia il chè lo pone come misura della intera lunghezza dell’Aria: da Est ad Ovest. La sua larghezza, tra il Paropamisus ed il territorio noto come: Drangiana o Sarangia è difficile da determinare; ma non fu certamente grande, mediamente può essere stato di 50 miglia sì che l’intera area coperta dal paese dovett’essere di ca. 13.000 miglia quadrate. Il terreno, bene irrigato, si presentava sufficientemente fertile; ma era posto ad una altezza eccessiva per essere almeno moderatamente produttivo. La capitale Aria, od Herat si trova a più di 3.000 piedi sul livello del mare ed il resto del paese è a quote ancor più elevate.
  • Drangiana o Sarangia: Si congiunge all’Aria, verso Sud ed assieme costituiscono una regione di grande estenzione; ma di scarsa fertilità. Il paese è irrigato da fiumi che confluiscono, da Nord - Est a Nord, nello Hamun o lago di Seistan; ad Ovest declina verso il grande deserto iraniano e ne prende il carattere; ad Est si estende sino alla sorgente del fiume Kash. Difficile è determinarne esattamente l’estensione, ma al massimo dev’essere stata doppia, rispetto all’Aria, comunque non molto al di sotto delle 30.000 miglia quadrate.
  • Sacastana o Seistan: Anche questo paese fu probabilmente assorbito dalla Partia e si trovava immediatamente a Sud di Hamun o Gran Lago Salato, in cui si versa il fiume Helmend; ad eccezione dei vasti banchi dell’Helmend il territorio era praticamente improduttivo e non in grado di ospitare alcun tipo di popolazione nomade.

Alcune zone del territorio erano soggette alle inondazioni dell’Helmend ed in quell’occasione si poteva assistere all’insorgere di vasti canneti tra le aride zone desertiche.

Valutarne l’estensione è vago ed indefinibile giacchè non ci sono confini naturali segnati a meno che non si voglia riconoscere come tali l’Helmend e l’Hamun a Nord mentre a Sud il paese si fonde con la Gedrosia e ad Ovest con il deserto Kerman.

Il dominio su Sacastana e Sarangia porta quasi necessariamente alla sovranità sull’Arachosia.

  • Arachosia: Prende nome dl fiume Arachotus (Argand-ab) un affluente dell’Helmend e costituisce il territorio montano attorno a Candahar oltre ad una parte del deserto adiacente oggi noto come Registan. Il paese è vasto; ma di non grande valore e si colloca sulla frontiera dell’impero dei Parti, verso Sud Est; chi detiene il potere su Hicarnia, Partia, Aria, e Sarangia lo ha di fatto anche sulla Sagartia che coincide con la parte Est e Nord – Est del Deserto Iraniano.

I Sagartiani vagano liberi sulla maggior parte della regione centrale alla ricerca di una inadeguata sussistenza; il loro territorio era, a dispetto, molto esteso, ancorchè di scarso valore, essendo inadatto a qualsiasi tipo di coltivazione e privo di qualsiasi minerale che non fosse il sale.

  • Corasmia: Un territorio similmente improduttivo ed invivibile, dalla parte opposta della catena di montagne della Partia e dell’Aria, viene comunemente considerato formare con la Bactria il limite del dominio dei Parti verso Nord, ad Est del Caspio; è questo il territorio della Corasmia, ovvero il paese dei Corasmiani, oggi noto come Deserto del Khorasan, che si estende dal fondo collinare della Bactria, Partria ed Hicarnia sino al vecchio corso dell’Oxus, dal suo ingresso nel deserto sino alla sua foce. Il territorio è vasto, non meno di 600 miglia in lunghezza e largo 300 miglia; ma il suo valore è eccezionalmente scarso giacchè, eccetto lungo il corso del fiume Oxus o moderno Amu Daria, non consente coltivazione alcuna.

Grazie all’acquisizione di questi paesi e regioni la Partia raggiunse la sua più vasta estensione territoriale verso Est e Nord Est anche se era ancora in grado di fare ulteriori aggiunte ai suoi domini dalla parte opposta dell’impero, in particolare verso Nord Ovest.

  • Mesopotamia: Nel periodo precedente il conflitto che la vide opposta all’Impero Romano, la Partia era diventata la prima potenza della grande e ricca regione della Mesopotamia che è il tratto compreso tra il Tigri e l’Eufrate che confina a Nord con l’Armenia ed a Sud con la pianura alluvionale di Babilonia. La lunghezza di questa regione, da Nord Ovest a Sud Est era di circa 350 miglia, mentre la larghezza, nel punto più largo era stimabile a non meno di 260 miglia tuttavia in qualche punto non si raggiungono le 50 miglia pertanto è probabile che l’intera area potesse essere valutata in 50.000 miglia quadrate. La maggior parte era improduttiva essendo costituita da una pianura priva di alberi, dimora degli asini selvatici, degli ottarda e delle gazzelle; ma verso Nord era più fertile ed il monte Masio, assieme al lembo Sud ed alla valle del Tigri a Nord era un territorio di una qualche considerevole ricchezza. Il Mansio produce abbondante legname assieme a manna (frassino) e nocciole ( cecidio); il pistacchio cresce incolto nel distretto tra Orfah e Diabekr; il tratto Sinjar delle colline è noto per la coltivazione dei fichi e l’intera regione a Nord è favorevole alla crescita degli alberi da frutto e produce: arance, noci, limoni, melograni, albicocche e gelsi.

Durante il periodo di belligeranza con Roma i confini della Partia divennero estremamente fluttuanti, intere province vennero conquistate, perdute e riconquistate, larghe fette di territorio annesse e successivamente nuovamente perdute, interi paesi ceduti e dopo un po’ riconquistati; ma non è qui che possiamo parlare di tutte queste variazioni territoriali, limitiamoci solo all’estensione del territorio della Partia nel momento del suo più fulgido periodo, tuttavia è necessario completare il quadro con altri due distretti: la Media Atropatene e l’Armenia.

  • Media Atropattene: Fu l’ultima ad essere acquisista dalla Partia e costituiva il territorio ad Ovest della parte bassa del Mar Caspio che si estendeva dall’Araxes (Aras) verso Nord, sino ai confini della Grande Media e della Media Rhegiana verso Sud; ad Est confina con l’Armenia con la quale fu talvolta politicamente connessa. Il confine Sud segue quasi pedissequamente la linea del 36° parallelo tanto che il territorio è molto simile ad un quadrato che si estende da Est ad Ovest per lo spazio di 240 miglia e da Nord a Sud per ca. 230 miglia. L’intera area non è meno di 50.000 miglia quadrate; i suoi fiumi principali sono: l’Aras ed il Sefid – Rud mentre sul suo territorio si pone il grande lago Urumiyeh. Il territorio è montagnoso; ma abbastanza fertile, con clima freddo nell’inverno; ma delizioso durante i mesi estivi; la regione è ricca e fu molto valorizzata dai suoi primi possessori: i Persiani.
  • L’Armenia, ad Ovest del Caspio, confinava verso Nord con la Partia, quando l’impero ebbe raggiunto la sua massima estensione e si poneva a Nord Ovest e parzialmente a Nord dell’Atropathene, la sua estensione va dal Caspio alla foce dell’Aras, alla curva che fa l’Eufrate a 38° e 30’ di latitudine e 38° e 25’ di longitudine, una distanza di quasi 600 miglia e si estende dall’Iberia, a Nord sino al MonteNiphates a Sud; una distanza di ca 200 miglia.

L’Armenia ha forma di losanga restringendosi gradatamente ad entrambe le

estremità, per questo la sua superficie non eccede le 60.000 miglia quadrate.

Il carattere della regione somiglia a quello dell’Atropatene anche se nel complesso gli è superiore essendo un territorio produttivo che esportava vino a Babilonia e commercializzava sui mercati della Fenicia con muli e cavalli.

Nel momento della sua massima prosperità l’impero dei Parti dovette estendersi per 2.000 miglia da Est ad Ovest, tra il Pamir e l’Eufrate mentre la sua larghezza media era compresa tra 500 e 600 miglia, tra la frontiera Nord e quella Sud.

La maggior parte del territorio Afgano, la Persia per intero e parte della Turchia, oltre a vaste regioni adesso in possesso della Russia, erano parte integrante della Partia e giacchè la Persia si estende per 500.000 miglia quadrate e l’Afganistan per 200.000 miglia quadrate, mentre le province in mano alla Russia e quelle Turche in possesso della Partia, erano stimate non meno di 100.000 miglia quadrate, l’intero territorio, in cluso l’impero dei Parti, alla sua massima espansione dovett’essere non meno di 800.000 miglia quadrate, l’equivalente cioè di: Francia, Germania, Austria e Turchia Europea messe assieme.

I confini dell’impero erano a Nord: l’Iberia, il fiume Kus o Cyrus, Il Mar Caspio, l’Oxus, il sultanato Hazaret ed il territorio Hissar; all’Est: il Pamir, la catena Balor e la valle dell’Indo; al Sud: il Beludristan ed il Golfo Persico; ad Ovest: la Cappadocia e l’Eufrate.

Ad Ovest dell’Eufrate si trovava il territorio in mano Romana, verso il Nord dell’Oxus c’erano le tribù degli: Scizi, Alani, Messageti, Yue-chi ed altri, sulla frontiera dell’Est c’erano gli Indo-Sciti: un popolo debole e diviso.

Solamente due sembravano essere i popoli di maggior rilievo a da temere: Roma ad Occidente e le tribù Scizie al Nord ed a Nord – Est; con entrambe queste due popolazioni la Partia ebbe a scontrarsi in lunghe, devastanti e sanguinose guerre; la sua fine tuttavia non fu causata da nessuno dei due nemici; ma solo le rivolte interne al paese portarono alla distruzione della Partia il cui dominio venne alla fine sostituito dal secondo Impero Persiano: quello della Monarchia Sassanide.

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Cesare Augusto

Una sorpresa, e chi se l’aspettava, quando sono salito a cassetta che accanto al postiglione fosse salito anche George…good mornig Caesar, how are you?...fine tanks…well… we are going to go.

Allora George, visto che hai deciso di tenerci compagnia in questo viaggio e ancora manca un giorno prima di entrare nel territorio dei parti e della loro storia,tu che conosci bene il popolo partico perché non ci descrivi questa gente; chi erano, da dove venivano, com’erano fatti….Ok erano uomini; ma come: Alti, bassi? con i capelli lunghi, corti, ricci? ed il colore della pelle era bianco, olivastro, giallognolo o nero; era gente pacifica o guerriera?…certo per aver dominato in Asia per circa cinquecento anni non dovevano proprio essere delle educande…dai George abbiamo ancora un pochino di tempo prima di entrare nel loro paese, nella loro storia e conoscere le loro monete, perché non dimentichiamolo è attraverso la moneta che è nata la curiosità di conoscerli…utilizziamo questo lasso di tempo per conoscerli meglio:

I Parti, come popolo non compaiono nella storia sino al tempo di Dario, figlio di Hystapse (525 -515 a.Ch); il Vecchio Testamento non ne fa menzione né si ritrovano nelle iscrizioni degli Assiri e nel Zendavesta.

Il primo accenno alla loro esistenza è riportato nella grande iscrizione di Dario a Behistun ove compaiono con il nome di “Parthua” o “Pashua” e sembrano intimamente connessi con i “Varkana” o popolo dell’Hicarnia.

Dario li considera suoi sudditi e parla della loro rivolta nei confronti del padre Hystapse; sembra che a quel tempo fosse una sua satrapia, ai confini del regno, che si era ribellata al suo potere; furono sconfitti e tra caduti e prigionieri lasciarono sul campo più di 10.000 conbattenti, dopo questo scontro con la sottomissione, tornarono successivamente a far parte dell’Impero Persiano.

Per tutto il resto del periodo Achemenide (515 – 311 A.Ch.) non si parla mai specificatamente di Parti; ma di Persiani e Dario li assegnò alla 16° Satrapia assieme agli Ariani, ai Sogdiani ed ai Chorasmiani.

Fecero parte della spedizione condotta dal figlio di Dario: Xerse contro la Grecia e combatterono ad Isso e ad Arbela.

Mai ci è stato dato di trovare riscontro del coinvolgimento dei Parti nelle congiure ordite contro i Persiani, se si fa eccezione per la rivolta cui abbiamo accennato, all’inizio del regno di Dario e se non opposero strenua resistenza alle forze di Alessandro Magno il motivo fu con ogni probabilità da ricollegarsi al fatto che l’Impero Persiano era oramai collassato ed il conquistatore Greco appariva pressochè irresistibile.

Questa fedeltà alla Persia, unita al fatto che geograficamente la Partia era inserita in un contesto di tribù prettamente ariane:Hycarniani; Chorasmiani; Margiani; Ariani di Herat; Bactriani; Sarangiani e Sagartiani, ha portato alcuni scrittori di etnografia ad associare i Parti, come pure tutti gli altri popoli dell’altipiano iranico, alla famiglia Iraniana.

I Parti erano attratti dai nomi di origine Persiana: Mitridate; Tiridate; Artabano; Orobazo; Rhodaspes; Chosroes che è un’altra espressione di Ciro (Kurush in Persiano) ed alcuni degli appellativi peculiari sono spiegabili dalla etimologia Ariana; ad esempio: “Priapazio” è stato paragonato allo Zendico “Frijapaitis” che in Greco ha significato di: Philopatore (Amante del padre) ; ma la spiegazione congetturale dei nomi è un incedere di base, per speculazioni etnologiche, che può portare fuori strada ed è certo che i nomi persiani, come regola generale, non suggeriscono l’idea di una discendenza Ariana

Se andiamo a vedere che cosa è riportato dagli scritti antichi, cieca la nazionalità dei Parti troviamo, in primo luogo, un generale consenso circa la loro origine Scizia.

Arrian, senza mezzi termini, dice: “La razza Partica è Scizia” ; Giustino, nell’Epitome di Trogus Pompeio afferma che: “I Parti erano di Razza Scizia ed in tempi passati si erano separati dal resto della nazione ed avevano occupato la parte Sud del deserto Corasmiano e piano, piano, si erano impossessati della regione montagnosa adiacente” ; Strabone aggiunge a questo che la tribù, in particolare, da cui si erano separati era quella dei Dahae e che il loro originario nome era: Parmi od Aparmi e che, in tempi remoti, erano emigrati dal paese a Nord del Palus Meotis (Mar d’Azov) dove avevano lasciato la maggior parte delle loro tribù compagne.

Qualche tempo dopo, Sesostris ritiene che fossero divenuti Scizi dopo una supposta spedizione in Scizia, appunto, dove andarono ad occupare in Asia il tratto montagnoso a Sud – Est del Caspio.

Non siamo in grado di accreditare nel dettaglio nessuna di queste teorie giacchè: primo, sono tra loro contraddittorie, poi perché la maggior parte di esse è altamente improbabile, Sosostris ad esempio, ammesso che ci sia stato un tale Re, non fece alcuna spedizione entro la Scizia, piuttoisto mosse nel Lapland o Kamskatka, nessun monarca egizio si spinse più a Nord della montagna del Tauro e del Niphates.

La storia di Arrian è una variante di quella raccontata da Erodoto e Diodoro che ritenevano che lo stabilirsi di coloni Scizi nella Colchide derivasse dalle gesta di un ipotetico Sesostris ed è oltretutto ancor meno probabile giacchè pone il ritorno del conquistatore su un percorso che è circa 1.000 miglia più lungo, per fondare una colonia, in una regione che non visitò mai.

Per contro la storia della migrazione, raccontata da Strabone è più credibile dal momento che le tribù del Nord dell’Euxine e del Caspio vivevano in uno stato continuo di irrequietezza ed i loro movimenti migratori eccedono di gran lunga il supposto movimento dei Parti e sono il fatto più certo della storia di quel periodo, tuttavia è difficile ritenere fedele l’affermazione di Strabone giacchè la migrazione di cui parla deve aver avuto luogo almeno 600 anni prima di quel tempo e le razze migratorie raramente riportano la tradizione delle loro origini per un tempo superiore al secolo.

Strabone stesso ammette di avere qualche dubbio sul fatto che ci fossero Dahae tra gli Scizi della Meotis… tagliando così il ramo sul quale è seduto.

Il massimo che si può dire, derivato con certezza da queste numerose e discrepanti notizie, è che i Parti furono percepiti dai Greci prima e dai Romani poi, come una nazione aliena, inserita tra le razze ariane di quella zone che aveva punti di contatto con le razze che risiedevano a Nord del Mar Nero, tra il Caucaso, il Caspio ed il fiume Oxus.

Questi popoli erano nomadi, grezzi ed incivili, brutali nei loro costumi e nelle usanze, una tipologia di genti di gran lunga inferiore a quella che popolava le regioni più a Sud e che li riteneva barbari che minacciavano in continuo la loro prosperità ed il loro grado di civilizzazione.

Quando Greci e Romani bollavano come “Scizio” un popolo, una razza od una costumanza, c’era in loro un senso di disprezzo ed il termine evocava rudezza, grossolanità, assenza di cultura prim’ancora che di raffinatezza.

Non era una indicazione prettamente etnica giacchè designava un modo di vivere, piuttosto che una discendenza, un’abitudine, piuttosto che consanguineità; ma occorre rimarcare che questo sistema di vita e di consuetudini che sorge dalla più remota antichità è ancora prevalente in vaste aree del paese che si estende dal Caucaso al Caspio e dalla catena montagnosa delle regioni dell’Asia Centrale sino alle sponde del grande mare artico.

Certo è che gli abitanti di questo territorio derivano, sino dai tempi più lontani, dal quel gruppo etnico generalmente noto come: Turanico.

Nel Sud fanno parte del gruppo Turanico. Tartari o Turchi mentre nel Nord i Finnici o Samoedici; la loro lingua è agglutinata e priva di inflessioni, il loro fisico è debole, languido, anemico, senza muscolatura; hanno corpo grasso, giunture slegate, pancia rigonfia e scarsa capigliatura; vivono principalmente sul cavallo e sui carri; ma come nemici sono tutt’altro che trascurabili.

Meravigliosi cavalieri sono arcieri pressochè infallibili, abituati al clima rigido ed all’esposizione agli agenti atmosferici più rigorosi, si erano battuti da pari a pari con le più bellicose popolazioni sino a dar del filo da torcere anche ai loro maestri Russi.

Il carattere Scizio dei Parti è visibile in tutti gli aspetti e la loro derivazione dall’Asia superiore, o dalle regioni oltre l’Oxus attesta inequivocabilmente la loro ascendenza dalla famiglia Turanica, rafforzata da quel poco che conosciamo della loro lingua.

I loro nomi, quando non chiaramente Persiani, che essi vollero naturalmente e coscientemente imitare, sono decisamente non Ariani e presentano invece caratteristiche Turaniche tra le quali si annoverano i terminali gutturali che ritroviamo in. Arsac-es; Sinnac-es; Parrhac-es; Vasac-es; Sanatroec-es; Phraatac-es; Valaisac-es ecc… terminazioni che caratterizzano il: “Primo Babilonese” il “Basco” e la maggior parte delle lingue Turaniche.

Oltre questo non dovrebb’essere difficile suggerire etimologie turaniche per un gran numero di nomi Parti; ma poiché questa congettura può essere considerata come “Conferma del vero” non ritengo di doverle dare molto peso.

L’argomento principale che caratterizza il popolo turanico, va ricercato nella loro struttura fisica e mentale, nei loro modi di fare e nelle loro sculture dove sono rappresentati in forme molto gracili, con pance marcate e l’apparenza classica che contraddistingue la razza turanica e la loro storia ci conferma pregi e difetti di questa razza.

Erano avidi, tenaci, facili all’aggressività e nel contempo vincenti nei confronti delle razze più deboli; ma mancavano di slancio, sforzi vigorosi e perseveranza; erano più forti in difesa che non nell’attacco e con il passar del tempo diventavano sempre meno intraprendenti e sempre più letargici.

Particolare arretratezza mostrano nelle arti, mancanza di gusto e carenza di originalità.

Se si considera la loro espressione artistica prima di Pasargade, Nakhsh-Rustan e Persepoli è sorprende come le loro sculture non si siano elevate più della media dei palazzi di Hatra e le grottesche sculture di Behistun, Sir-pul-i Zohab e Teng – i Saoulek; conoscevano tuttavia l’arte greca e ne imitarono la monetazione.

Nel loro modo di comportarsi e nei costumi c’era molto del turanico; come le tribù Turcomanne e Tartare, passavano la loro vita, quasi per intero, a cavallo; conversando, facendo affari, comprando, vendendo; ma anche mangiando, sempre in groppa alle loro cavalcature.

Praticavano la poligamia escludendo le loro donne dalla vista degli altri uomini e punivano, con estrema severità, le infedeltà; trovavano gioia nella caccia; ma raramente, cacciagione a parte, si nutrivano di carne; erano mangiatori moderati, in compenso smodati bevitori, non parlavano molto; ma erano sempre inquieti e costantemente coinvolti in faccende sia all’interno che all’esterno della comunità.

Solo una piccola parte della popolazione era libera, il resto erano schiavi di cui pochi privilegiati.

La abitudini nomadi continuarono a prevalere anche in quei pochi che si erano adattati alla vita sedentaria e questo anche nel periodo della loro massima floridezza e sempre rimasero fedeli al loro carattere: grezzo, rude e semibarbaro.

Anche i più eminenti rappresentanti della nazione: Il Re, la Corte ed i nobili, a dispetto di una certa parvenza di civilizzazione si mostravano alla fine con gli altri e con le altre nazioni nella loro veste originale.

Osserva giustamente il Gibbon che i “Monarchi Parti, come i sovrani Mogul, amano la vita pastorale dei loro ancestori Scizi

La residenza imperiale era solitamente posta nella piana di Ctesifonte, sulla riva Est del Tigri e Niebuhr mette in dubbio anche il fatto che la Corte abbia preso dimora nella città e tende a rappresentarli al loro primitivo stato di nomadi sostenendo che l’insurrezione che portò alla fine del loro impero, fosse essenzialmente dovuta al fenomeno della inurbanizzazione: I Tadjinkg di quel tempo contro gli Ilyats. Gli erranti che per secoli li avevano oppressi.

E’ senza dubbio una esagerazione che tuttavia trova fondamento nel fatto che le abitudini nomadi ed anche la vita di tenda restarono, anche durante il periodo più florido del loro impero, predilette dai Parti.

Altro aspetto che avvicina i Parti alle tribù turaniche è la combinazione di rudezza e grossolanità proiettata con grande vigore, nell’amministrazione e nel governo.

Come i primi Babilonesi ( od Accadi), come i Mongoli sotto Jengjiskhan ed i suoi successori, come i Turchi del Medio Evo ed in un qualche modo anche del tempo attuale, i Parti mostravano grandi qualità di governo e di ruolo si che svilupparono rapidamente in un grande potere e riuscirono a tenere assieme, per oltre quattro secoli, una massa eterogenea di popolazioni assoggettate che non avevano alcuna simpatia per loro né per i loro Re; ma che tuttavia erano costrette con la forza o con la persuasione a rendersi accondiscendenti e sostanzialmente obbedienti.

Il loro sistema di governo non era raffinato; ma efficace, non prendevano mai permanente possesso di una provincia ed alla dissoluzione del loro impero i suoi confini erano tanto grandi quanto mai lo erano stati prima.

Nel complesso si può dire che il carattere turanico dei Parti, ancorchè non assolutamente provato, sembra tuttavia accettabile con buon grado di probabilità e se riconosciamo questo dobbiamo vedere questo popolo come collegato alle vaste orde che dalla più remota antichità hanno errato nella regione delle steppe dell’Asia Superiore, di volta in volta proiettandosi verso Sud per rapinare e soggiogare i relativamente poco combattivi abitanti delle terre più temperate.

Dobbiamo considerarli come congeneri degli: Unni, Bulgari, Avari, Konani del mondo antico e dei Kalmucchi, Onguri, Eleuti, Usbergi, Turcomanni ecc… del tempo attuale.

Se guardiamo alle prime condizioni di quando fondarono l’impero, i moderni Turcomanni che occupavano più o meno gli stessi distretti, risultano essere con tutta probabilità i loro più vicini rappresentanti; se invece facciamo riferimento al periodo della loro più vasta prosperità possiamo assimilarli ai Turchi Osmauli.

Come i Turchi combinavano grande valore militare e vigoria con la capacità di organizzazione e di governo, solitamente non usuale per gli Asiatici; come essi rimasero sempre in uno stato di barbarie anche quando mostravano un qualche segno di raffinatezza e di civilizzazione; come loro mai si amalgamarono con i popoli sottomessi; ma continuarono per secoli ad essere una esclusiva razza dominante, accampata nei paesi che avevano, essi stessi occupato.

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Cesare Augusto

Buon giorno George, la giornata di oggi sarà lunga e faticosa; ma verso sera dovremmo entrare già nel territorio dei Parti ed iniziare a conoscerli di persona nel frattempo,questa mattina mi hanno consegnato una lettera che il grande Head mi ha inviato da Londra perché potessi prepararmi a questo viaggio; parla delle invasioni Persiane sul territorio Greco…chissà se l’invasione del 522 A.Ch. non sia stata la conseguenza dell’aiuto che Atene aveva dato ad Aegina e che era culminato con la devastazione di Sardis; te la leggo così mi aiuti a comprendere meglio il senso della storia:

Come gli eventi metereologici di rara potenza distruttiva anche la storia ha i suoi “Cicloni” che cancellando i confini che l’umanità pone tra sé e sé, lasciano, dopo il loro passaggio, distruzione, devastazione e morte.

Nel 522 A.Ch. si originò in Persia un vento turbinoso, una grande: “Tempesta tropicale” (Gli americani le chiamano così) che imperversò su: Tracia, Caucaso e la Valle dell’Indo dirigendo la sua proboscide distruttiva verso la Grecia ove, nel 490 A.Ch. nella vasta pianura di Maratona finì per perdere il suo impeto… si collassò in questa valle il Ciclone Dario (figlio di Hystapses) .

Dieci anni dopo, nel 480 A.Ch. un nuovo turbine, anch’esso originatosi in Persia, si abbattè nuovamente sulla Grecia e la sconvolse; si chiamava Serse (figlio dell’Achemenide Dario); arrivò a distruggere Atene; ma nel prospicente golfo di Salamina affogò la sua potenza distruttiva.

Seguirono anni di turbolenze “Normali” che arrecarono danni e squilibri accettabili, dal punto di vista della Storia, sino a che un bel giorno, correva l’anno 334 prima dell’Era Cristiana, nubi dense oscurarono nuovamente l’orizzonte Medio Orientale.

Questa volta fu dalla Grecia, verso il Sud Est Asiatico che spirò il vento di tempesta: un turbine impetuoso, rapido, assurto velocemente a potenza del più elevato grado, con ben quattro “Trombe cicloniche”

La prima sconvolse la Frigia e si abbattè su Granico, nel 334 A.Ch. e qui, per la prima volta l’esercito del Gran Re di Persia conobbe lo scompiglio; la seconda, un anno dopo, di abbattè su Isso ove Dario, terzo con quel nome, Re dei Re, lasciò nelle mani di Alessandro: Madre, mogli e figli, salvandosi a stento dopo una rocambolesca fuga.

La terza tromba ciclonica interessò il comprensorio di Ninive e colpì a Gaugamela, correva l’anno 331 A.Ch. ed il Re dei Re, ancora una volta in fuga, trovò la morte per mano di Besso: Satrapo traditore.

Nel Pakistan settentrionale: a Gualampur, contro Alessandro erano schierate le migliori armi indiane: Cavalieri, arcieri, elefanti da combattimento… la “Sarissa” … che tutto infilza, ebbe qui la sua consacrazione.

Il “Ciclone Alessandro”, anch’egli terzo con quel nome, “Magno” per la potenza sprigionata, finalmente si acquietò in Babilonia: era il 10 Giugno del 323 A.Ch.

I confini degli Stati erano stati cancellati: dall’Egitto alla Palestina; da Israele alla Siria, alla Carmania, alla Gedrosia, alla Grangiana, alla Bactriana… sino alla Sogdiana, all’Ircania, all’Armenia, alla Cappadocia… tutto era stato livellato nel nome di Alessandro Magno.

Ebbene; si… è così; sul grande spazio geografico, senza più confini le due culture: quella Greca e la Persiana, favorite nell’integrazione, dal matrimonio tra ufficiali Macedoni e nobili Persiane, tentarono la fusione etnica che vide inquadrati nell’esercito di Alessandro oltre 30.000 nobili Persiani educati “Alla Greca”…Su questo grande spazio unificato dal ”Ciclone Alessandro” non appena questi si fu calmato ecco che, come per incanto, affiorarono nuove partizioni.

Troppo poco tempo era passato perché l’entità storica, etnica e culturale potesse radicare saldamente promuovendo da potenza militare a potenza civile.

Per i legittimi discendenti di Alessandro non ci sarà storia: Alessandro quarto verrà ucciso nel 310 A.Ch. assieme alla madre Rossana, figlia di un nobile bactriano, da Cassandro che aspirava al trono della Macedonia; Eracle, figlio di Alessandro e Barsine, ( la vedova di Menmone) faranno la stessa fine un anno dopo; dalle altre due consorti ufficiali: Statira, figlia di Dario 3° e Parisati, figlia di Artaserse, Alessandro 3° non aveva avuto eredi.

Il fratellastro di Alessandro: Filippo 3° Arideo non era idoneo a governare e nel 317 A.Ch. fu il primo della famiglia ad essere eliminato.

In quello stesso anno gli aspiranti alla successione di Alessandro Magno si erano oramai ridotti a cinque; oltre a Cassandro che abbiamo visto attestarsi in Macedonia, Lisimaco governò in Tracia; in Egitto Tolemeo Sotere, in Asia Minore

( Licia, Frigia e Panfilia) Antigono Monoftalmo; Siria e Babilonia, compresa l’India Nord Occidentale, furono di Seleuco.

Ma ancora non era finita, l’equilibrio non stabilizzato, rivalità non tardarono a sorgere ed alleanze, tradimenti e lotte videro l’uno contro l’altro armati gli eredi del grande macedone.

Antigono moniftalmo, aveva perduto un occhio in battaglia ed era, tra tutti, il generale con caratteristiche più simili ad Alessandro: era forte, audace, intraprendente e con una visione politica generale più ampia rispetto agli altri; era fatale che cercasse con ogni mezzo di imporsi per recuperare per intero l’impero asiatico conquistato dai Greci.

Cassandro, Tolomeo, Lisimaco e Seleuco lo sapevano ed avevano la certezza che continuando ad imbarcarsi nelle loro beghe provinciali, sarebbe presto venuto il tempo in cui, uno alla volta avrebbero dovuto soccombere ad Antigono.

Da aggiungere ancora il senso di indipendenza delle varie tribù Persiane che non più raccolte sotto l’egida Achemenide, sfuttando le rivalità sorte tra i conquistatori, cercarono di espellere, come un corpo estraneo, la grecizzazione dal territorio.

Il grande sforzo di Alessandro Magno di unire Est ed Ovest in un’unica monarchia, magnifico come concezione e portato avanti con straordinaria energia e senso politico, non sopravvisse a lungo alla prematura scomparsa del Macedone anche per l’imperizia dei suoi successori alcuni dei quali, se pure dotati di considerevole talento non possedevano tuttavia la forza e la personalità sufficiente per imporsi sugli altri e sicuramente nessuno di loro aveva ereditato da Alessandro la grandezza di concezione della idea storica, né la sua forza per perseguirla e portare a termine il progetto con successo.

Lo schema che il grande Macedone aveva concepito si frantumò e gli sforzi fatti per tenerlo unito e consolidarlo ebbero solo il risultato di una ulteriore divisione e parcellizzazione.

Dopo di lui ben dodici pretendenti si erano contesi il potere e solamente con l’immediata suddivisione del territorio si potè evitare la guerra civile tra i successori, scontro che fu evitato per pochi anni in seguito infatti si assistè a cambiamenti sostanziali che ridussero l’impero ad una entità vieppiù frammentata.

Dopo un primo momento di assestamento, alla fine del quarto secolo: a seguito della battaglia di Ipso (301 A.Ch.) l’Impero del Macedone vide una sostanziale divisione in quattro principali aree che da quel momento e per i successivi tre secoli, furono alla base della situazione politica nell’Est Europeo così come lo furono per l’Asia Occidentale.

Macedonia, Asia Minore, Siria ed Egitto divennero le quattro grandi potenze del tempo e dalle fortune di questi quattro grandi poteri, dalle loro politiche e linee di azione dipese il corso generale degli affari nel mondo occidentale per i successivi duecento anni.

Di queste quattro grandi monarchie, quella che maggiormente interessò la Parthia fu il Regno Siriano dei Seleucidi.

All’inizio Seleuco non aveva ricevuto altra satrapia se non Babilonia; ma il suo genio militare e la sua popolarità lo portarono ad incrementare continuamente il territorio del regno sino al punto di farlo divenire un impero paragonabile alle antiche monarchie Orientali che nei tempi precedenti avevano attratto e quasi monopolizzato l’attenzione dell’umanità.

Nel 312 A.Ch. aveva,come prima cosa, aggiunto all’iniziale governo della Babilonia: la Media, la Susiana e la Persia; dopo la battaglia di Ipso, con il beneplacito degli altri successori, estese il suo dominio alla Cappadocia, Phrigia dell’Est, Siria superiore, Mesopotamia ed all’intera vallata dell’Eufrate mentre, allo stesso tempo o poco prima, con le sue sole forze s’impossessò di tutte le province dell’Est che facevano parte dell’Impero di Alessandro: l’Armenia, Assiria, Sogartia, Carmania, Hycarnia, Parthia, Bactria, Sogdiana, Aria, Sarangia, Aradrosia, Sacartana, Gedrosia e molto probabilmente anche parte dell’India.

A questo punto l’Impero si estendeva dal Mediterraneo ad Occidente sino all’Indo ed alla catena montagnosa del Bolor ad Oriente, mentre a Nord, dal Caspio arrivava sino al Golfo Persico ed all’Oceano Indiano a Sud.

L’intera area copriva più o meno 1.200.000 miglia quadrate, di queste 300.000 – 400.000 erano costituite da deserto; tuttavia il rimanente era generalmente fertile ed in questi territori erano comprese regioni tra le più produttive dell’intero Globo.

Il bassopiano della Mesopotamia, la Valle dell’Oronte, la striscia di terra tra le regioni a Sud del Caspio e le montagne, le regioni tra Merv e Balkh erano tra le più ricche dell’Asia per produzione di grano e frutta, in incredibile abbondanza.

I ricchi pascoli della Media e dell’Armenia fornivano eccellenti cavalli mentre dalla Bactria proveniva un interminabile flusso di cammelli; gli elefanti poi venivano tratti in magna copia dall’India.

Oro, Argento, Rame, Ferro, Piombo e Stagno erano abbondanti in diverse provincie oltre ad una grande varietà e quantità di pietre preziose, senza contare che da più di dieci secoli, confluivano nella regione, da ogni parte: metalli preziosi e le più disparate mercanzie.

Nonostante che i Macedoni della prima conquista avessero spogliato il paese di preziosi e risorse, gli accumuli fatti nel tempo permisero ai nativi di sopravvivere mentre le ricchezze raccolte dall’Assiria; Babilonia e Media confluirono poi nell’Impero Seleucide.

Inizialmente l’Asia Occidentale, sotto i principi Seleucidì godette di tranquillità e prosperità quali aveva assaporato in passato sotto l’Impero Persiano, da Ciro (538 A.Ch) sino alla conquista di Alessandro Magno (323 A.Ch), ma il sereno ben presto si coprì di nubi… era successo che i Principi Seleucidi invece di dedicarsi al consolidamento del loro potere, nelle vaste regioni tra l’Eufrate e l’Indo, rivolsero la loro attenzione ad Occidente e dispersero, in querelle di poco conto, contro i loro rivali di fede greca, le energie che avrebbero dovuto essere impiegate per rafforzare e riorganizzare i domini appena acquisiti.

E’ sintomatica la propensione dei primi Seleucidi nei confronti del mondo Occidentale che portò al trasferimento della capitale del vasto Impero, dalla bassa Mesopotamia alla Siria Superiore, dalle rive del Tigri a quelle dell’Oronte.

Lo spostamento ebbe conseguenze fatali giacchè l’impero conteneva in sé un elemento di instabilità naturale dovuto alla vastità del territorio, stimato in lunghezza, non meno di 2.000 miglia che per essere tenuto sotto controllo avrebbe richiesto che la capitale fosse situata in posizione centralizzata.

La vecchia capitale della Media: Ecbactana od in alternativa l’ultima capitale dell’Impero Persiano: Susa avrebbero permesso ai Seleucidi di governare convenientemente il territorio; anche Babilonia o Seleucia, per quanto più defilate verso Ovest sarebbero state accettabili, per questo scopo; ma la volontà di Seleuco di spostare la sede del suo governo a 500 miglia verso Ovest per porla quasi alla frontiera Occidentale, a poche miglia dal Mediterraneo, per meglio controllare le mosse dei suoi rivali, accrebbe le fratture che richiedevano invece di essere sanate e questo anticipò non poco la fine del suo Impero.

L’infelice scelta allentò ancora di più i tenui legami che lo tenevano unito alla gran massa degli asiatici; Il trasferimento apparve loro offensivo,sentirono il loro re lontano dagli interessi del paese, relegato in un remoto, quasi irraggiungibile angolo della regione occidentale.

In una situazione come questa la presa del governo sui distretti orientali più lontani dalla nuova capitale e meno assimilati alla cultura Greca si fece sempre più precaria.

La disintegrazione dell’Impero Seleucide non avvenne per una specifica causa predominante; ma fu il frutto del desiderio, se non di rivolta, almeno di recupero della propria identità attraverso la volontà di rendere difficoltoso, se non impossibile il governo delle province che via, via andavano procedendo sulla strada del separatismo.

Lo sfaldamento dell’Impero avrebbe potuto essere, se non evitato, almeno contenuto o rimandato nel tempo, solo che i principi Seleucidi fossero riusciti ad assicurare a tutto il territorio una vigorosa ed attenta amministrazione e si fossero astenuti dal coinvolgimento bellico con i vicini Occidentali: I Tolomei, il Re di Pergamo e gli altri; ma l’organizzazione dell’impero Seleucide era sotto questo aspetto del tutto insoddisfacente.

Avrebbero dovuto proseguire nell’integrazione iniziata da Alessandro Magno con il tentativo di rinsaldare gli elementi eterogenei, in cui il Regno era composto, in un tutto organico, di conciliare ed elevare gli asiatici all’unità attraverso la cultura Macedone promuovendo matrimoni misti e scambi sociali tra le due classi, educando gli Asiatici alle idee della civiltà Greca con l’apertura alla Corte ed inserendoli così nelle alte cariche dello Stato, neutralizzando quel senso di individualità che era alla base del separatismo e nel contempo rafforzando le radici del popolo conquistato nel terreno della cultura Greca.

Invece di tutto questo i primi Seleucidi ed i loro successori applicarono il vecchio, semplice e rude sistema perseguito, prima di Alessandro Magno, dai Persiani e dopo di loro continuato dai Medi; il sistema più congeniale all’indolenza ed all’orgoglio umano: quello di governare una nazione di schiavi con il ristretto numero dei vincitori stranieri.

Seleuco divise il Paese in 72 Satrapie e concesse l’ufficio di “Satrapo” ai soli Greci e/o Macedoni mentre l’esercito, attraverso il quale manteneva la sua autorità, era per lo più composto da Asiatici, disciplinati sul modello Greco ed interamente comandato da ufficiali Macedoni o Greci.

Nessuno si illudeva sul mantenimento del rispetto da parte di queste forze e puntare sulla loro fedeltà ai governanti stranieri era pura utopia ed anche la supervisione sui Satrapi non era tale da poter garantire la fedeltà di quest’ultimi.

Secondo quanto riportato da molti scrittori l’atto scatenante della rivolta dei Parti va ricercato in un grave oltraggio perpetrato da un Satrapo nei confronti di un Asiatico; può darsi che il fatto non sia veramente accaduto; ma è indice della condotta che i Satrapi tenevano nei confronti dei locali e se non accadde, sarebbe tuttavia potuto accadere.

Occorre fare rilevare che comportamenti di questo tipo non erano poi peggiori di quelli operati dai governanti Persiani, Medi ed Assiri molti secoli prima; ma sulla scala temporale un nuovo giogo è sempre più pesante di quello vecchio; occorre ancora aggiungere la speranza frustrata della politica di assimilazione operata da Alessandro Magno in cui molti Asiatici avevano riposto tante speranze.

Delusi ed amareggiati, privati delle loro legittime aspettative, quando i Seleucidi rispolverarono i vecchi, non modificati sistemi satrapiali, persecutivi e pieni di abusi non potevano provare che avversione al loro potere che oltretutto spingeva le sue ambizioni ed ostentazioni nella querelle con gli altri successori di Alessandro.

I confini del territorio dei Seleucidi coincidevano con quelli dei Tolomei e del Re di Pergamo ed avrebbero potuto essere oggetto di superamento da parte di questi stati; ma spostare la capitale per meglio difenderli fu un chiaro segno di debolezza, del non essere in grado di poter far fronte ad eventuali attacchi che avrebbero potuto derivare da Pergamo, dall’Egitto e fin anche dalla Macedonia.

Spostare la capitale a Seleucia si rivelò alla fine un doppio errore giacche se da una parte non servì a rinforzare il potere ad Occidente dall’altra distolse l’attenzione dalle risorse e dalle capacità delle province orientali.

Dubbio è se quest’idea di isolamento sia da attribuirsi ai primi principi seleucidi certo è che quello di riunire sotto il loro potere quello che era stato il territorio conquistato da Alessandro Magno fu un sogno accarezzato anche dai successivi re ciascuno dei quali era disposto a rinunciare al consolidamento delle regioni asiatiche più interne pur di riconquistare le regioni Occidentali dell’Impero.

Il risultato fu che durante la prima metà del terzo secolo (300 – 250 A.Ch) i principi Seleucidi si trovarono costantemente impegnati in Asia Minore e Siria su opposti fronti di guerra privilegiando quello siriano a scapito del controllo sull’Oriente.

Vero è che i satrapi di queste regioni, con grande soddisfazione di Seleuco e del suo successore: Antioco, pagavano regolarmente i loro tributi ed inviavano con puntualità i contingenti richiesti per la guerra ai confini occidentali, tuttavia si dimostrarono ambigui nella conduzione delle province loro affidate, operarono a loro discrezione e non ci si può sorprendere di questo comportamento vista la carenza di interesse e di controllo.

Complicazioni e disordini insorsero un po’ dappertutto aumentando nel tempo a causa dell’apatia e della negligenza di coloro che avrebbero dovuto tenere ben salda la direzione dello stato; ma un ulteriore impulso verso la disintegrazione è sicuramente da addebitarsi al carattere debole e borioso di Antioco 2° tanto spregevole da aver assunto il titolo di “Theos” mai prima cercato da altri monarchi e questo la dice lunga sulla presunzione e la follia di questo monarca.

Il comportamento giustifica e conferma il fatto che le calamità occorse durante il suo regno furono il frutto della sua incapacità a governare e reggere l’impero.

Antioco 2° era noto, tra i sovrani asiatici per la lussuria e la perversione; le sue numerose mogli ed i preferiti lo tenevano lontano dai suoi doveri di sovrano né i loro desideri ed i crimini commessi mai furono in un qualche modo frenati o puniti come avrebbe dovuto essere; si deve aggiungere che già alcune province più interne si erano ribellate con successo ed una volta trapelata la notizia, questa non aveva fatto altro che accrescere il desiderio e l’ambizione di libertà dal dominio Seleucide anche di coloro che in passato avevano accettato di buon grado il dominio Macedone.

Persino al tempo delle conquiste di Alessandro Magno c’era stato un satrapo Persiano: Atropate che era riuscito a trasformare la satrapia in regno indipendente detto poi : Media Atropatene.

Non era trascorso molto tempo che anche la Cappadocia si dissociò dal regno di Eumene (326 A.Ch.) proclamando con Ariarate, che divenne il fondatore della dinastia, la propria indipendenza.

Poco prima anche la Bitinia, la Palagonia ed il Ponto, una volta province Persiane avevano alzato la bandiera della rivolta proclamando la loro autonomia.

Riassumendo, nell’Asia Occidentale, oltre ai regni Greco- Macedoni creati dai successori di Alessandro Magno esistevano, in quel tempo, cinque o sei stati che si erano ribellati e resi indipendenti.

Questo il quadro politico del 256 A.Ch. nel sesto anno di regno di Antioco Teo, anno in cui prese forma tangibile, all’estremità orientale dell’impero Seleucide, la ribellione della provincia Bactriana.

Questo distretto, sin dai primordi, aveva goduto di speciali privilegi.

Il paese era fertile e per di più facilmente difendibile; la gente forte e coraggiosa era stata trattata con particolare riguardo dalla monarchia Persiana pare anzi che per tradizione godessero di una certa preminenza tra le popolazioni di razza ariana tanto che è celebrata nei più antichi testi del “Zendavesta”

La Bactria aveva mantenuto la sua indipendenza sino al tempo di Ciro che si dice la pose alle dirette dipendenze del suo secondo figlio: Bardes o Tanyoxares e sotto il dominio Persiano ebbe satrapi solitamente membri della famiglia reale.

Alessandro trovò difficoltà a conquistarla e ci riuscì solo dopo prolungato impegno e sforzo militare; era quasi naturale che la disintegrazione dell’impero Seleucide avesse inizio da qui.

Era satrapo, in quel tempo, il greco Diodoto il quale disgustato dal comportamento di Antioco Teo, cavalcando l’onda dell’ipopolarità del sovrano, nel 256 A.Ch. si rese indipendente ed assunse il titolo di Re; battè moneta a suo nome e senza incontrare soverchie difficoltà trasformò la provincia in regno.

Antioco, impegnato nella guerra contro Tolomeo Filadelfo non potè o non volle distogliere le forze dal fronte per riannettersi la Bactria.

L’esempio del successo non tardò a fare proseliti; se una provincia poteva impunemente togliersi dal giogo sovrano perché altre non avrebbero potuto fare altrettanto?

La Siria, come Abbiamo visto non compì il minimo sforzo per punire la Bactria del suo gesto e lasciò che si rendesse indipendente; per otto anni nessun esercito siriano si avvicinò ai confini del paese permettendo a Diodoto di consolidare il suo regno e la sua autorità.

Dopo circa sei anni dalla dichiarazione di indipendenza della Bactria la satrapia della Partia ne seguì l’esempio e si dichiarò anch’essa libera dal giogo Seleucide.

Diverse furono le circostanze che portarono all’indipendenza, in Bactria il satrapo al potere era greco ed il regno aveva assunto oramai lo stampo ellenico, esattamente come il regno Seleucide; ma nella Partia il governo dei Greci venne messo da parte, furono i nativi asiatici a ribellarsi al loro governatore: un popolo di rudi ed incivili, triviale e selvaggio; ma valoroso ed amante della libertà, insorse reclamando la propria indipendenza contro i raffinati e relativamente effeminati Greci che li tenevano in soggezione.

Il regno dei Parti fu rigorosamente antiellenico, fece appello alla fede patriottica ed all’odio verso lo straniero per annullare l’opera di unificazione tanto voluta da Alessandro Magno e cacciare gli europei per riportare la razza ariana in possesso del proprio continente: “ Asia per gli Asiatici” fu il loro motto.

Naturalmente l’ostilità riservata ai Siriani trovava campo anche nei confronti della Bactria; ma il pericolo comune è spesso causa di alleanza con il vicino e non ci sono dubbi dell’intento dei due popoli, nella ricerca della libertà e dell’autonomia. Arsace sta alla Partia come Arminio alla Germania, come Tell alla Svizzera e Vittorio Emanuele (sic) alla Lombardia.

Le vicende della rivolta Partica sono narrate, dagli scrittori antichi in modo non uniforme: secondo Strabone; ma lui stesso mostra di crederci poco, Arsace era un bactriano che dissentiva dal modo di governare di Diodoto ed appena ne ebbe l’opportunità andò a fondare un nuovo regno nella vicina Partia dove istigò all’insurrezione contro il satrapo di turno facendosi poi accettare dai Parti quale sovrano.

Conoscendo il credo delle popolazioni dell’area è estremamente improbabile che accettassero come Re uno straniero tanto che anche altri narratori non sono concordi sull’origine bactriana di Arsace e lo considerano un Parto o molto vicino ai Parti.

Arrian fa osservare come Arsace e suo fratello Tiridate fossero Parti, discendenti di Priapazio e che si erano ribellati al satrapo di Antioco Teo, di nome : Perecle, a seguito di un grave insulto che questi aveva perpetrato nei loro confronti; dopo aver ucciso il satrapo proclamarono la Partia paese indipendente ponendosi loro stessi al governo del paese.

Strabone che dà più di una versione su Arsace, lascia intendere che è propenso a ritenere valida questa ipotesi: Arsace era “Scizio” a capo della tribù dei Parni Danae che abitava la valle dell’Ochus (Attreck ?) e poco dopo che la Bactria si fu resa indipendente entrò in Partia alla testa di un gruppo d’uomini del suo paese per porsi come capo dei Parti.

Giustino, da ultimo non ha dubbi e sposa le teorie di Trogus Pompeius, uno scrittore del tempo di Augusto, che si esprime in questi termini: “ Arsace, da tempo avvezzo a vivere di rapine e ruberie, postosi a capo di una banda di predoni, attaccò i Parti, uccise il satrapo Andragora e si insediò al suo posto” è una versione realistica che non si discosta molto da quella di Arrian.

Se Arsace sia effettivamente stato un capo dei Dahan, avvezzo a fare incursioni dal deserto del Corassan, nelle fertili pianure della Partia è probabile che in una di queste sia entrato in contatto con il satrapo greco, che abbia sconfitto il suo esercito ed ucciso il satrapo ed i Parti, che appartenevano alla sua stessa razza, tutto sommato approvarono il suo operato, lo videro un po’ come il liberatore dalla tirannia greca e lo accettarono come loro capo; un popolo oppresso accetta spesso di buon grado di essere governato dal capo di una tribù affine se questi si mostra forte e coraggioso e se promette di liberarli dal giogo dell’oppressore.

La data della rivolta dei Parti è da porsi, con ogni probabilità, al 250 A.Ch. anno che coincideva con l’undicesimo di governo di Antioco Teo, in quel tempo militarmente impegnato nel conflitto con Tolomeo Filadelfo, Re dell’Egitto e che sfociò alla fine con il matrimonio di Antioco con Berenice, figlia di Tolomeo.

Ci si sarebbe potuto aspettare che una volta risolta la controversia Antico rivolgesse le sue attenzioni verso Est per riconquistare quella vasta parte di territorio perduta; non fu così, ad Antioco vennero meno volontà e coraggio per intraprendere una nuova guerra, si mostrò egoista e lussurioso ed alle difficoltà ed i pericoli di una nuova campagna militare nelle ostili regioni del Caspio preferì l’alcova in Antiochia.

Per un bel po’ di tempo se ne rimase tranquillamente a casa mentre Arsace consolidava il suo potere, rinsaldandosi sempre più fermamente sul trono e riducendo a più miti consigli coloro che per una ragione od un'altra cercavano di mettere in discussione la sua autorità.

Pare che la capitale del suo regno sia stata Ecanthomphili, città costruita da Alessandro Magno nella valle del fiume Gurghan e secondo alcuni autori sembra che Arsace abbia fatto una fine violenta, trafitto in battaglia da una lancia che gli si era conficcata nel fianco; certo è che il suo regno fu breve se già nel 248 A.Ch. gli successe il fratello Tiridate, come secondo monarca dei Parti.

Quando ascese al trono Tiridate seguì una pratica molto comune all’Est, adottò cioè come. “Nome regale” quello del fratello e regnò come: Arsace 2°

Tiridate è il primo Re della Partia di cui possediamo un memoriale da parte dei contemporanei e le monete da lui fatte coniare danno inizio alla serie partica; sul dritto compare il monarca con lineamenti marcati, occhi larghi, naso aquilino, mento prominente e completamente calvo, indossa un curioso copricapo, od elmetto, con copri orecchie laterali che raggiungono le spalle pare quasi un carrista della seconda guerra mondiale.

Sul rovescio della moneta compare una figura di guerriero assisa su di una specie di scranna, tiene in Mano un arco e con la destra la faretra; la scritta che compare è in caratteri greci e riporta il titolo del Re. APΣΑΚΥ

La rappresentazione di questo guerriero è probabile che si riferisca al Re in abito di combattente ovvero alla figura di una divinità guerriera partica ancestrale ovviamente la tipologia delle monete segue il modello Seleucide.

Ecco l’esempio una moneta di Antioco ; sul dritto la faccia del Re; sul rovescio compare il dio Apollo seduto sull’onfalo, con arco e freccia; ai lati il nome del Re: ΑΝΤΟΚΟΥ ed il titolo:ΒΑΣΙΛΕΩΝ

Tiridate fu monarca abile ed attivo, ebbe molta fortuna e tenne il regno per un lungo periodo, circa trent’anni, tanto da poter sviluppare a suo talento e completare l’organizzazione del regno; dal fratello aveva ricevuto una monarchia ancora instabile, lasciò un regno unito e forte, allargato nei confini, ben difeso ed in armonia con i paesi confinanti ed alleati; ma il suo maggiore impegno fu quello di aver avuto ragione delle armi siriane nella segreta speranza di portare la Siria in sua soggezione.

Fu testimone di eventi politici straordinari e durante gli anni del suo regnare si comportò con prudenza e moderazione; più di una volta si trovò in pericolo, sempre seppe proteggersi facendo buon uso delle opportunità che si presentavano in Asia Occidentale, nelle instabili condizioni politiche di quel tempo ed è a buona ragione che viene considerato dai più come il secondo fondatore dello Stato.

Passati due anni dalla sua ascesa al trono, nell’Asia Occidentale scoppiò una vasta, improvvisa rivoluzione: Tolomeo Evergete, il figlio del Filadelfo, nel 247 A.Ch. successe al padre e due anni dopo dichiarò guerra alla Siria per vendicare l’uccisione, in cui si dice avesse avuto parte Seleuco 2° Re di Siria, della sorella Berenice.

L’inizio del conflitto fu favorevole agli egiziani che nel breve volgere di due anni conquistarono: Mesopotamia, Assiria, Babilonia, Susiana, Media e Persia mentre le province minori quali: Partia e Bactria gli si sottomisero senza opporre resistenza alcuna.

Si racconta che Tolomeo in persona sia andato sino a Babilonia per affermare il suo potere anche se pare abbia trovato una qualche forma di ostilità quando impose ai paesi vinti la consegna dei capolavori d’arte che possedevano per inviarli in Egitto, come frutto della vittoria, per adornare Alessandria.

Pretese inoltre pesanti contribuzioni dai paesi conquistati trattandoli con eccessiva severità ed il fatto non poteva certo accattivargli simpatie.

Bactria e Partia, considerando che questo giovane sovrano guerriero, come Alessandro Magno, in una sola campagna, aveva percorso migliaia di miglia per spostarsi dalle sponde del Nilo a quelle del basso Eufrate, senza peraltro essere mai stato sconfitto, non si allarmarono più di tanto; del resto quale resistenza avrebbe potuto opporre il piccolo stato dei Parti? La cosa migliore da fare sembrò essere quella di offrirsi spontaneamente al nuovo conquistatore.

Certo deve aver rallegrato non poco il cuore di Tiridate la notizia che mentre Tolomeo raccoglieva i frutti delle sue vittorie in paesi lontani, la sua assenza dall’Egitto produceva nuovi torbidi tanto da indurre il Re a ritirarsi precipitosamente ed evacuare i territori appena occupati; correva l’anno 243 A.Ch.

Il ritorno sui suoi passi di Tolomeo giovò molto alla Partia che da paese conquistato che era, quando il Re Egiziano si ritirò, finì per rafforzare la sua posizione ed aumentare il suo potere.

Dopo la partenza di Tolomeo la Siria si apprestò a riconquistare le province che le erano state tolte e rivolse le sue truppe soprattutto verso la Partia che aveva accettato di buon grado la dominazione Egizia; ma i tempi erano cambiati e le milizie meno agguerrite rispetto a qualche anno prima, la sua presa nei confronti dei vecchi domini era diminuita; il prestigio dell’esercito caduto ed il suo onore offuscato.

Tiridate resosi conto di questo decadimento colse l’opportunità ed invase subito l’Hicarnia per distaccarla dall’impero dei Seleucidi, allargando i suoi confini e cercando di rendersi ancor più indipendente dalla Siria.

La sfida a Seleuco 2° era lanciata e non ci si poteva più tirare indietro era anzi indispensabile per mantenere la propria sicurezza ai confini, occupare tutte le altre province più prossime.

Non era facile e Seleuco 2° non era tipo da lasciar correre né tanto codardo da rinunciare alla riconquista; sin dal suo insediamento al potere era stato coinvolto in guerre e sebbene più di una volta sconfitto in battaglia, mai si era arreso.

Appresa la notizia della perdita dell’Hicarnia fece immediatamente pace con il fratello: Antioco Ierace con cui era da tempo in dissidio e raccolto un poderoso esercito si mise in marcia verso Est.

Prima di invadere la Partia prese contatti con Diodoto Re della Bactria e presentando Tiridate come un nemico comune, più pericoloso per la stessa Bactria che non per la Siria, in quanto a capo di un movimento anti Ellenico il cui obbiettivo era quello di rimuovere sia Diodoto che il Re della Siria; riuscì nell’intento ed i sovrani confederati, unite le loro forze iniziarono l’invasione del territorio dei Parti.

Tiridate per parte sua, ritenendo di non poter competere militarmente sul campo, si ritirò verso Nord, nella regione tra l’Oxus ed il Jaxartex dove trovò rifugio presso una tribù Scizia chiamata: Aspasiace che in quel momento era forte.

Gli Scizi offrirono a Tiridate le loro truppe, fors’anche perché non desideravano che il Re dei Parti soggiornasse troppo a lungo nel loro territorio e questi, venuto a conoscenza della morte di Diodoto, prese immediatamente contatto con il suo successore, il figlio: Diodoto 2° contrasse con lui alleanza ed assieme dettero battaglia alle forze seleucidi e le misero in rotta.

Seleuco, si ritirò in tutta fretta ad Antiochia e raccolto nuovamente l’esercito mosse contro il fratello che in sua assenza si era ribellato e lo sconfisse; ma forte dell’esperienza subita si guardò bene dal riprendere la lotta sia contro i Parti che contro la Bactria.

Questa vittoria fu con buona ragione considerata dai Parti una sorta di secondo inizio della loro indipendenza.

Il regno aveva vissuto in modo abbastanza precario ed in sofferenza giacchè sin dal tempo della rivolta, la Siria non aveva mancato di reclamare la sua sovranità sul territorio perduto e sino a quando una battaglia combattuta non avesse dimostrato che la nuova monarchia aveva la forza di resistere era difficile per tutti credere che i Parti fossero in grado di mantenere la propria indipendenza; la vittoria ottenuta da Tiridate contro Seleuco Callinico fugò ogni dubbio, provò al mondo ed ai Parti stessi che non avrebbero dovuto più avere timori e che erano in grado di difendere il loro regno e la loro indipendenza.

Se consideriamo la sproporzione esistente tra il piccolo regno dei Parti: 5000 miglia quadrate, le sue risorse di povera provincia asiatica e le forze militari che conoscevano solo il rude guerreggiare della steppa a confronto con il grande impero Siriano che a quel tempo copriva oltre 1.000.000 di miglia di territorio, che aveva ereditato quasi tutta la ricchezza dell’epoca e possedeva, le armi, l’addestramento e la tattica macedone, il risultato dello scontro non può essere visto altro che con sorpresa… un fatto senza precedenti e che non si sarebbe più ripetuto.

Ancora dobbiamo aggiungere il particolare valore dimostrato da un piccolo popolo chiamato a difendere con forza estrema il proprio territorio dalla dominazione straniera attaccante con forze preponderanti; questo ci ricorda: Maratona, Bannockburn e Morganten.

Possiamo anche non simpatizzare con il vincitore per il fatto che la civiltà Greca, introdotta in Asia da Alessandro Magno era stata brutalmente ridimensionata tuttavia non possiamo non ammirare lo spettacolo offerto da un esiguo gruppo di gente coraggiosa oltre ogni limite e determinata a resistere per la difesa del paese natio ad un esercito straniero e trionfare su quelli che sarebbero potuti diventare i nuovi oppressori.

L’importanza di questo scontro rimase così impressa nell’immaginario collettivo del popolo partico che ne preservò la memoria, con feste solenni, ad ogni ricorrenza e ci dice Trogo Pompeio che ancora era sentita ai suoi giorni.

Non sappiamo se Seleuco ritenesse la disfatta come atto finale di una sfida ovvero se si riservasse di ridurre la Partia all’obbedienza in altri momenti ritenendo suo arbitrio sospendere o continuare le ostilità, certo è che al suo ritorno in Antiochia trovò non pochi cambiamenti, come già detto il fratello: Antioco Ierace si era ancora una volta ribellato alla sua autorità ed Attalo, Re di Pergamo mostrava adesso comportamento minaccioso verso la Siria sì che dal suo ritorno dalla campagna Partica ( 237 A.Ch.) Seleuco si trovò di fronte a due ostilità che perdurarono sino alla sua morte avvenuta nel 226 A.Ch.

Tiridate ebbe tutto il tempo di rafforzare e migliorare il regno oramai consolidato senza tuttavia impegnarsi in nuove conquiste e durante il resto del suo lungo regnare, durato oltre trenta anni, il suo impegno fu rivolto alla realizzazione di lavori utili per rafforzare i confini del suo territorio.

Eresse un gran numero di fortini o castelli in posizioni strategiche e fortificò i villaggi inserendovi guarnigioni; selezionò poi accuratamente il sito ove edificare una nuova città per farne la capitale del suo regno.

a scelta cadde su di una regione montagnosa, nota come: Zapavortenon in cui si trovava una altura circondata da ogni lato da precipizi rocciosi posta nel bel mezzo di una pianura ubertosa e di straordinaria fertilità; nelle vicinanze c’era abbondanza di boschi e copiose sorgenti d’acqua ed il terreno era tanto ricco da non richiedere concimazioni.

La città fu chiamata: “Dara” che Greci e Romani allungarono in “Dareium”

Non è noto il luogo esatto dove la città fu costruita; ma sembra che fosse verso Est e con ogni probabilità era molto vicina all’attuale città santa di Meshed.

Il desiderio di Tiridate di realizzare una nuova capitale fu forse dettato dalla naturale antipatia verso i Greci suffragata dal fatto che Hecatomphili che era stata sin qui la sede del governo, era un villaggio squisitamente Greco, voluto da Alessandro Magno ed abitato prevalentemente da Greci.

I Parti provavano tanta avversione per i comportamenti e le idee elleniche che più tardi rigetteranno Seleucia come loro capitale, residenza del Re e della Corte, preferendole un sito vicino: Ctesifonte e non appena crebbero in prosperità sentirono prepotente il desiderio di ritirarsi a vivere in quartieri completamente abitati da Parti rigettando una condivisione promiscua del territorio.

Il tentativo non ebbe successo anche se Hecatomphili ne derivò concreti vantaggi anche maggiori rispetto a quelli di Dara infatti la corte del Re, dopo aver risieduto nelle tre più importanti città si trasferì definitivamente, sotto i successori di Tiridate ad Hecatomphili che divenne così capitale del regno e sede del governo.

Dopo aver ben governato assicurando prosperità e sicurezza ai Parti, Tiridate morì, dopo trentaquattro anni di regno: dal 248 A.Ch. al 214 A.Ch. lasciando il trono al figlio Artabano che similmente al padre assunse il titolo di Arsace 3°

George siamo finalmente arrivati nel territorio dei Parti; è stata una giornata lunga e stancante; ma domani penso sarà più piacevole e di maggiore interesse; a domani dunque mitico George.

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Cesare Augusto

Caro George ieri siamo entrati nel territorio dei Parti e dopo un lungo e travagliato percorso ci siamo accorti che molti di quelli che inizialmente ci avevano seguito hanno abbandonato l’impresa…che facciamo? Proseguire con la carrozza su questo terreno accidentato mi sembra improbo, d’altro canto abbandonare la visita ad un popolo che all’epoca è stato secondo solo all’impero romano non mi pare giusto… era la seconda potenza mondiale dell’epoca…un illustre comico italiano avrebbe aggiunto:…mica cotiche!

Perché restare chiusi nel nostro emisfero occidentale senza tentare di conoscere cosa c’era, cosa c’è fuori del guscio? tanto più che le zone che stiamo visitando sono ancor oggi alla ribalta della storia ed è stato questo uno dei motivi che mi hanno spinto a rivisitare quest’angolo di mondo.

Hai ragione George, in carrozza no; ma col cavallo si che è possibile andare avanti ed allora invitiamo quei pochi che sono rimasti e che desiderano unirsi a noi a proseguire con l’mp…la strada è appena iniziata e sarà lunga,d’altro canto non è giusto togliere ai frequentatori della piazzetta lo spazio vitale che è a loro disposizione; a cavallo dunque e avanti.

Come dici? Sentiamo prima il vetturale? È una idea…(intanto ci scusiamo con il moderatore della sezione per avergli affibbiato arbitrariamente questo titolo; ma era in carattere con il tipo di descrizione che stiamo facendo e sono sicuro che capirà) poi gradiremmo un suo pronunciamento in merito e di questo anticipatamente lo ringraziamo.

Artabano, come possiamo arguire dall’effige riportata sulle monete emesse durante il suo regno aveva profilo molto simile a quello del padre, con naso aquilino e grandi occhi, la differenza stava nella capigliatura, alla calvizie paterna opponeva assalonniche chiome ed una lunga la barba.

Come si vede, nelle monete non compare con il caratteristico copricapo indossato da Tiridate; la testa appare nuda con una fascia ( il diadema) che circonda la testa e la leggenda del rovescio recita a sinistra: AРΣΑΚΟΙ - ФІΛΛΑΕΛІΟΥ (Arsace Ellenico) vedremo poi il perché di quell’ ellenico, mentre a destra del solito guerriero seduto sullo scranno con arco e frecce compare:ΒΑΣІΛΕΩΝ- ΜΕΑΛΟΥ

Per quanto riguarda la presentazione delle monete ci atteniamo alla dracma per i Parti ed alla corrispondente moneta per gli altri popoli, in particolare il “Denaro” per ciò che concerne Roma ed il suo impero.

Nelle mire di Artabano c’era di perseguire la politica aggressiva del padre per ampliare ulteriormente i confini del regno.

Raramente ebbe modo di sedere sul trono da quando dichiarò guerra al figlio di Seleuco Callinico: Antioco, poi il “Grande” che nel 223 A.Ch. aveva ereditato la corona di Siria e si era impegolato in contenzioso con un satrapo dell’Asia Minore di nome Acheus.

(Questa moneta che ritrae Antioco 3° ci viene gentilmente offera…diciamola giusta: l’abbiamo rapinata a Roth che salutiamo e ringraziamo)

Procedendo verso Ovest e costeggiando le montagne arrivò sino ad Ecbactana, in Media, dove ricevette la sottomissione di diversi paesi e nominalmente aggiunse ai suoi domini l’intero tratto che dall’Icarnia giunge sino ai monti Zagros minacciando, da questa posizione sopraelevata i sottostanti paesi della piana mesopotamica.

La via per raggiungere l’Eufrate sembrava facile e senza opposizione.

In Siria la situazione era critica ed Antioco, resosi conto del pericolo fece di tutto per contenerlo.

Per sua fortuna era riuscito a ricondurre a più miti consigli Acheus e questo gli consentì, senza troppo esporsi al pericolo che gli veniva da Ovest, di raccogliere ed organizzare una armata di 100.000 soldati 20.000 cavalieri e con questa muovere verso Est.

Partì dalla Media nel 213 A.Ch. recuperò, senza colpo ferire, Ecbactana per inoltrarsi ad Est ed inseguire Arsace 3° che di fronte alla sua avanzata non potè far altro che ritirarsi.

Artabano aveva cercato in tutti modi di impedire l’avanzata di Antioco ricorrendo anche all’avvelenamento dei pozzi situati lungo la strada che il Siriano avrebbe dovuto, per forza di cose, seguire; Antico scopri gli avvelenatori all’opera e scongiurò il pericolo, marciò quindi rapidamente verso la Partia e ne occupò la capitale Hecatomphili.

Artabano conscio della minore capacità offensiva del suo esercito, evitò lo scontro frontale e si ritirò in Hicarnia confidando nel fatto che il nemico si sarebbe astenuto nel seguirlo in quella inospitale ed inaccessibile regione.

Antioco non era tipo da rinunciare; determinato, perseverante e tenace dopo aver fatto riposare l’esercito ad Hecatomphili tornò sulle tracce di Artabano; attraversò un passo difficile, si incamminò nel canale secco di un torrente montano, ostruito da massi di rocce e tronchi d’albero sino a che giunse all’alta cima che separava la Partia dalla Hicarnia.

I Parti gli avevano conteso l’avanzata ad ogni piè sospinto tuttavia Antioco vinse sulla cima del monte la loro ultima resistenza e disceso nella ricca valle dell’Hicarnia cercò di impossessarsi dell’intero paese.

Artabano si difese con straordinario coraggio ed energia.

I paesi dell’Hicarnia vennero conquistati uno ad uno; ma il sovrano rimase indomito ricorrendo alla guerriglia e muovendosi da un posto all’altro, occupando quando una fortezza, quando l’altra, continuò la sua resistenza con tale fermezza che alla lunga la pazienza di Antioco venne meno e scese a patti con il suo focoso avversario concedendogli, alla fine, l’indipendenza.

La Partia uscì incolume dal confronto con Antioco e per di più non dovette neppure abbandonare la conquistata Hicarnia ebbe anzi il grande onore di essere inserito nel novero dei grandi Re alleati.

Antioco, raggiunto il proprio scopo, tolse la sua attenzione dagli affari della Partia e del lontano Est e nel 206 A.Ch. fece ritorno, via Acrosia, Drangiana e Kerman ai suoi possedimento occidentali.

Il ritiro di Antioco per quanto onorevole per la Partia, ne aveva esaurito le energie, il paese aveva dato quasi tutto e fu necessario un momento di riposo e di riflessione per riprendersi dagli immani e sorprendenti sforzi compiuti.

Artabano rimase in pace per il resto del suo regno ed il figlio e successore: Priapatio ne seguì l’esempio.

(Anche questa moneta come la precedente e molte altre dei parti è stata “Rapinata” da un sito d’oltralpe di cui prima o poi scopriremo la paternità …non per fini commerciali ovviamente; ma a scopo culturale e per questo spero che ci perdoni)

Le impronte sono le solite si noti tuttavia che la scranna su cui era seduto il guerriero Parto, in questo caso, somiglia molto all’onfalo su cui siede l’Apollo greco.

Nel 181 A.Ch. il quinto Arsacide: Phraate 1°, figlio di Priapatio, non appena asceso al trono riprese la politica espansionistica del nonno Tiridate ed estese ulteriormente il dominio dei Parti nelle regioni a Sud del Mar Caspio.

Di questo sovrano non conosciamo moneta probabilmente, dice David Sellwod a causa del fatto che la monetazione greca circolante era sufficiente alle esigenze del regno e per questo motivo non si sentiva l’esigenza di emetterne altre.

Antioco il Grande era morto ed il suo successore: Seleuco 4° Filopatore si dimostrò principe fiacco e poco intraprendente che la disfatta di Magnesia aveva ancor più intimorito tanto da fargli vedere la sicurezza solo nell’inazione.

Consapevole di questo stato di cose Phraate 1° invase in paese di Mardi, posto nel tratto montagnoso a Sud del Mar Caspio, l’occupò e l’aggiunse al suo regno; subito dopo invase la Media Rhagiana, distretto tra la stazione sul mar Caspio e la Media Atropatene, occupando il tratto immediatamente ad Ovest della stazione ove costruì l’importante città di Charax in cui pose una guarnigione di Mardiani.

Fu questo l’avamposto dei Parti verso l’Occidente distante dalla Partia circa 2.000 miglia, non tanto importante di per sé; ma chiaro indice dell’aggressività di questo popolo e della mancanza di difesa dei Siriani.

Le conquiste di Phraate aggiunsero poco alla forza militare ed alle risorse del regno; ma furono profetiche circa il futuro prefigurando il declino della Siria ed il crescente potere della Partia che diverrà, nei successivi 200 anni e sino all’inizi dell’Era Cristiana, lo stato principe dell’Asia Occidentale che raggiunse l’acme negli ultimi anni di regno del sesto Arsacide.

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Cesare Augusto

Caro Caesar ci siamo, oggi ti faccio rivivere la  grande fiammata del popolo Parto ad opera  di un altro “Magno” che conosceremo, dopo Alessandro3° ed Antioco 3°…il suo nome: Mitridate 1°

Mitridate era fratello di Phraate 1° che lo scelse come succesore e lo favorì nell’ascesa al trono, rispetto ai figli; già in vita aveva mostrato questa sua predilezione facendo incidere sulle monete la scritta “Philadelfo”

Mitridate era indubbiamente nato: uomo regale, favorito dalla natura per ricoprire questo ruolo, più di ogni altro contemporaneo.

 

(Dracma in Argento di Mitridate 1°)

Era nel contempo: intelligente, forte e nobile; fu ambizioso ma non tanto per sé stesso quanto per la sua gente, non crudeltà fu la sua; ma vigorosa energia di un buon generale;  amministratore eccellente e deciso, sotto il suo governo, sia pure tra alti e bassi,  il potere del suo popolo aumentò.

Al suo insediamento aveva ricevuto un regno di dimensione contenuta, apparentemente chiuso tra la città di Charax, da una parte ed il fiume Arius, ovvero Heri-Rud dall’altra che, nel giro di trentasette anni, trasformò in impero: grande e prospero.

Se non fosse stato per Mitridate la Partia sarebbe rimasta uno staterello, satellite del regno della Siria invece di diventare in breve tempo la principale rivale di Roma.

 

 

Per spiegare come tutto ciò sia stato possibile occorre rivisitare il panorama politico dell’Asia Occidentale all’inizio del secondo secolo prima dell’era Cristiana e soprattutto porre l’accento sul corso degli eventi che si susseguirono nei due principali regni che in un qualche modo ebbero a che fare con la Partia: la Bactria e la Siria.

La Bactria, striscia di terra posta a Nord del Paropamisus, nella vasta e lunga valle dell’Oxus, dalla sua sorgente nel Pamir sino al suo ingresso nel deserto Khorasmiano, era in origine governata da Diodoto,  Re di origini greche, che già abbiamo avuto modo di incontrare.

Anche i paesi a Sud di questa fascia erano di dipendenza siriana e quindi teoricamente  greca tanto che Seleuco Nicatore riteneva compresi nei confini del suo dominio.

Non molto tempo dopo la morte di Alessandro Magno questa zona dell’Asia entrò in piena decadenza e principi indiani, come Sandrocotto ( Chandragupta) e Sophagasenus  attestarono il loro regno nella regione detta dei cinque fiumi (Punjab) oltre che su gran parte dell’attuale Agfanistan sì che il dominio greco venne spazzato via per sempre. 

 

 

(Aureo di Chandragupta alias  Sandrocotto)

La Bactria,  ottenuto il riconoscimento all’indipendenza da parte di Antioco il Grande si spinse verso progetti ambiziosi e per prima cosa, come in Partia, la componente Greco- Macedone della popolazione venne cacciata dal territorio ed i pochi che rimasero furono praticamente ridotti all’impotenza, successivamente Eutidemo, il terzo Re della Bactria, non si fece scrupoli nel provocare l’ostilità della Siria che nel 205 A.Ch. si trovò ad  affrontare anche questa aggressione.

 

 

 

Sotto Eutidemo e suo figlio Demetrio, che lo sostituì al trono, nei venti anni compresi tra il 205 A.Ch. ed il 185 A.Ch. le conquiste della Bactria si spinsero sino alla regione del PunJab;  Cabul e Candahar  vennero distrutte e la parte Sud del paese occupata: dall’Heri-Rud sino all’Indo.

 

 

 

(Tetradracma d’Argento di Eutidemo di Bactria)

 

Il successore di Demetrio ( 180 A.Ch.): Eucratide estese ulteriormente la conquista all’interno del Punjab; ma non riuscì ad affermarsi sul paese tanto che dovette successivamente ritirarsi dai territori occupati che abbandonati a sé stessi e praticamente privi di milizia, svincolati dal potere della Bactria finirono per attrarre le mire dei popoli delle steppe.

 

(Tetradracma d’Argento di Eucratide 1° di Bactria)

Furono gli Scythi che colsero l’opportunità per invaderne il territorio, metterlo a ferro e fuoco ed occuparlo sino ad insediarsi nella valle dell’Oxus.

 

Mentre questi avvenimenti, nell’Est asiatico, esaurivano le forze della Bactria, spinte dall’ambizione dei Principi regnanti, i monarchi Seleucidi andavano incontro a difficoltà vieppiù crescenti, in parte dovute a loro stessi, in parte all’ambizione dei vari pretendenti.

Antioco il Grande, poco dopo il suo ritiro dalle province dell’Est era entrato in rotta di collisione con l’Impero Romano ( 196 A.Ch.) che inflisse una solenne sconfitta all’esercito siriano (190 A.Ch.) nei pressi di Magnesia.

Alla disfatta dell’esercito dovette sommarsi l’ulteriore indebolimento del potere per il fatto che i Romani avevano optato per dare supporto al Re di Pergamo che di fatto diveniva così il principale stato dell’Asia Minore.

La debolezza di Antioco incoraggiò l’Armenia alla rivolta e la Siria, nel 189 A.Ch. perdette altra provincia.

Torbidi scoppiarono anche in Elymais, come conseguenza dell’eccessiva imposizione dei Seleucidi ( 187 A.Ch.) ne fece le spese Antioco 3° il grande cui successe il figlio ed undici anni dopo ( 176 A.Ch.) la rivolta assurse carattere generale e la Siria potè salvarsi solo grazie al coraggio ed all’energia di Antioco 4° Epiphane;  ma le speranze di riconquista dopo i successi in Egitto (171 – 168 A.Ch.) ed Armenia (165 A.Ch.) vennero frustrate dall’insensata condotta adottata contro i Giudei; la permanente politica di persecuzione perpetrata dal 168 A.Ch. al 160 A.Ch. gli rese ostile il paese.

 

(Tetradracma d’Argento di Antioco 4° epiphane)

Epiphane  non solo aveva  profanato e saccheggiato il tempio; ma anche cercato di sradicare la religione giudea ellenizzando completamente il popolo.

La resistenza dei Giudei fu ampia e determinata, il partito dei patrioti riuscì a sollevare oltre la metà della popolazione che sotto la guida di capi spirituali devoti e fedeli, rivendicò ed alla fine ottenne l’indipendenza del paese.

La lotta non si limitò agli ultimi anni di regno di Epiphane; ma proseguì per oltre mezzo secolo dopo la sua morte ed interessò i successivi sette regni.

La Giudea sfruttò tutte le possibilità che gli venivano offerte dalle difficoltà che la Siria, di volta in volta incontrava, per liberarsi dal suo giogo ed alla fine divenne una  spina nel fianco, una costante fonte di contrasto che acuì la debolezza della Siria sino ad ostacolarne, più di ogni altra, il recupero del potere perduto.

Il trionfo che Epiphane aveva ottenuto nella lontana Armenia cui aveva disfatto l’esercito e catturato il Re: Artaxia, fu ben poca cosa al confronto dell’inimicizia che era riuscito a collezionare in patria attraverso l’intolleranza e la crudeltà.

La morte di Epiphane  non migliorò gli affari della Siria dato che il figlio, asceso al trono: Antioco 5° Eupatore  era un ragazzo, secondo alcuni di nove, secondo altri di dodici anni.

 

(Tetradracma in argento di Antioco 5° Eupatore)

Il reggente: Lysia esercitò il potere in modo assoluto e fu presto inviso ai Giudei che nella morte dell’oppressore avevano intravisto uno spiraglio di libertà, oltretutto l’autorità di Lysia venne ulteriormente messa in discussione da un certo Filippo a cui Epiphane, poco prima della morte, aveva affidato la tutela del giovane figlio.

 

 

La rivendicazione di questo tutore ad imporsi come reggente, era supportata dalla maggioranza dell’esercito sì che tra lui e Lysia scoppiò una guerra civile che si protrasse per due anni terminando con la disfatta e la caduta di Filippo ( 162 A.Ch)

La fine del contrasto interno non riuscì ad acquietare gli animi in casa Siriana, un principe Seleucide di nome Demetrio, figlio di Seleuco 4° e conseguentemente cugino di primo grado di Eupatore, era da tempo detenuto in Roma come ostaggio, quivi inviato da suo padre a garanzia della sua fedeltà.

 

(Tetradracma in Argento di Demetrio 1° - figlio di Seleuco 4°)

Demetrio, a buon diritto, reclamava il trono della Siria al posto del più giovane cugino ed essendo nel pieno vigore dell’età si propose come pretendente alla corona.

Il Senato Romano gli negò l’assenso a rientrare in patria tanto che fu giocoforza abbandonare l’Italia, di nascosto e su nave cartaginese attraversare il Mediterraneo per approdare in Asia dove, in pochi mesi, riuscì ad insediarsi e farsi riconoscere come  Re della Siria.

Da questo più che breve spartito si vedono chiaramente le condizioni in cui si dibattevano, nella prima metà del secondo secolo A.Ch.,  Bactria e Siria.

In entrambe i paesi lo stato delle cose era favorevole all’avvento di chi fosse stato in grado di esercitare al meglio l’esercizio del potere.

I Re dei due paesi, al tempo in cui Mitridate ascese al trono della Partia ( 174 A.Ch.) erano entrambe persone energiche ed abili principi, tuttavia il monarca Siriano aveva in patria non poche difficoltà che assorbivano completamente la sua attenzione mentre il Re della Bactria si era impegnato in una impresa bellica che, come il suo rivale, lo teneva fortemente impegnato; Mitridate  avrebbe potuto attaccare l’uno e l’altro principe con buone possibilità di successo.

Personalmente era equiparabile ad entrambe anche se militarmente inferiore ai due; ma aveva il grande vantaggio di poter scegliere liberamente sia il tempo che il luogo e questo gli consentì di cogliere il momento propizio e portare il suo attacco nel sito dove sapeva essere meno atteso e quando il nemico meno se lo aspettava.

Circostanze di cui adesso non  siamo in grado di apprezzare la portata, lo indussero a portare il suo attacco al Re della Bactria: Eucratide, al confine orientale del suo territorio

Questi, come abbiamo visto aveva il lato sinistro completamente sguarnito per aver spostato le milizie sul fronte indiano a premere verso Cabul e la regione del Punjab nel tentativo di estendere i propri domini sino al fiume Sutley ed al Gange.

Naturalmente Mitridate ebbe buon gioco ed unendo i territori occupati della Bactria a quelli della Partia divenne, senza troppe  difficoltà, a capo di due province quali: Turiua ed Aspionus.

Turiua è il grande e vago nome di “Turanian”  zona difficilmente localizzabile, Aspionus invece è stato individuato nel distretto di Aspiasiace ed anche se le due parole sembrano non coincidere perfettamente, dovremmo tutto sommato accontentarci, non potendo localizzarla con precisione, riteniamo tuttavia di poterla individuare la zona nelle vicinanze di Tejend e dell’Heri – Rud tra il Parapamisus e la grande città di Balkh.

Non risulta che Eucratide abbia tentato di riprendersi il territorio perduto, proteso com’era verso la conquista dell’India lasciò che le province andassero per la loro strada cercando una compensazione nel lontano Est.

Un antico adagio recita: la fame viene mangiando e Mitridate incassato il successo in Bactria si preparò ad attaccare la Siria; attese qualche anno sin quando Epiphanes non fosse uscito di scena ed il suo posto occupato dal giovane figlio: Eupatore e mentre i due aspiranti alla reggenza: Lysias e Filippo si contendevano con le armi la suprema carica, marciò improvvisamente, con un grosso esercito, verso Occidente e s’impadronì  della Grande Media, provincia che sebbene ancora nominalmente sotto il dominio Siriano era governata da un Re e praticamente, se non legalmente, poteva considerarsi indipendente.

 

 

La Media era il paese più potente ed esteso dell’area e Polibio dice che “…era il più potente fra tutti i paesi dell’Asia, sia per estensione del territorio che per numero e qualità delle persone, oltre che per la bontà dei cavalli qui allevati a proposito dei quali dice che erano così abbondanti che questa provincia, da sola, riforniva tutto il resto dell’Asia e riporta anche il fatto che i cavalli reali erano alimentati con le pasture migliori.”

La capitale della provincia, ora come in passato, era Ecbactana città posta sul declivio del Monte Oronte (Elward) e sebbene decaduta, era ancora una città molto importante, in tutta l’Asia Occidentale, seconda solo ad Antiochia e forse anche a Babilonia.

I Medi avevano contrastato con ogni mezzo l’invasione di Mitridate tanto che in più di una occasione le loro armi avevano avuto la meglio su quelle Partiche; ma in definitiva furono quest’ultimi a prevalere.

Mitridate prese ed occupò Ecbactana che all’epoca era città priva di mura, tanto era sicura della sua integrità e vi stabilì il suo quartier generale per l’intera regione.

Poco dopo fu però costretto a tornare in patria per sedare una rivolta che nel frattempo era scoppiata ed in quell’occasione pose la Media sotto il governo del Satrapo Bacans.

La rivolta era scoppiata in Hicarnia, il cui popolo marcatamente ariano, sin dalla prima occupazione dei Parti ne aveva patito in modo particolare il giogo e non appena Mitridate, con il suo esercito erano migrati verso il fronte della Media, colsero l’opportunità per ribellarsi e riconquistare la libertà perduta.

Non siamo in grado di  affermare che fossero trattati con particolare pesantezza; ma sappiamo che erano un popolo di valorosi e coraggiosi guerrieri che sotto i precedenti regnanti della Persia avevano goduto di privilegi ed è forse per questo che ritenevano il dominio dei Turaniani pesante ed offensivo.

Nel loro tentativo di rivolta pensavano di poter ricevere supporto ed assistenza dalle altre popolazioni della Siria loro confinanti quali i: Mardi, i Sagardiani, gli Ariani dell’Heri- Rud ecc… e speravano che Mitridate, impegnato com’era nella campagna contro la Media, avesse loro lasciato il tempo di consolidarsi prima di marciagli contro… avevano fatto male i loro calcoli.

 

I Medi una volta sottomessi non diedero avvio ad una resistenza efficace, protratta nel tempo e Mitridate, con perfetto tempismo, lasciata la Media, piombò in Hicarnia senza perdere un minuto; le tribù ariane vicine all’Hicarnia si dimostrarono apatiche o timorose di portare aiuto al vicino e l’insurrezione venne stroncata sul nascere, il paese sottomesso e per i secoli a venire si dimostrò obbediente vassallo del potente vicino.

La conquista della Media aveva portato i Parti a contatto con gli importanti paesi della Susiana od Elimais, un antico centro di potere emerso durante l’intero periodo Persiano, tanto importante da contenere sul suo territorio la capitale stessa della Persia: la città di Susa.

La vicinanza di questi paesi esercitava sul conquistatore una forte attrazione e la loro conquista, dopo il ristabilito ordine nell’Hicarnia, appariva a Mitridate a portata di mano.

Ancora una volta spostò l’esercito sul fronte Occidentale e dalla posizione vantaggiosa che il territorio della Media offriva, partì alla conquista delle ricche e prosperose province del Sud.

Sembra che Elymais, come la Media, pure essendo dipendente dall’Impero Seleudide avesse un proprio Re che era libero di governare e difendere il paese a sua  assoluta discrezione.

Non risulta che nell’occasione Elymais abbia ricevuto aiuti o che Mitridate si sia trovato di fronte ad altri antagonisti, nel corso di questa operazione.

Sconfisse il Re senza soverchie difficoltà e conquistato il paese, praticamente con una singola campagna militare, aggiunse questo nuovo territorio ai suoi già vasti domini.

Elymais era interposta tra due regioni di primaria importanza: Babilonia e la Persia e l’intero comando di queste tre regioni, in antico, era concentrato nella sola Elymais.

Dai pochi documenti  in nostro possesso, relativi a quel periodo, sappiamo che dopo la conquista di Elymais seguì quasi subito la sottomissione anche di Babilonia  e della Persia.

Media ed Elymais conquistate portarono al riconoscimento di Mitridate il Grande quale capo supremo di tutto il territorio e dei paesi compresi tra il Parapamisus ed il Basso Eufrate.

Dopo tante fatiche e gloriosi successi Mitridate si concesse qualche anno di riposo dopo di chè, vista la facilità con cui era riuscito ad aver ragione delle terre ad Occidente,  giudicò fosse venuto il tempo di estendere ulteriormente i suoi domini verso l’Oriente: Riprese a guardare verso la Bactria.

Eucratide che aveva profuso il meglio del suo esercito nella guerra contro l’India, era rimasto vittima di una imboscata tesagli dal figlio Heliocle, che lo aveva definito,  al ritorno dalla campagna militare: “Nemico Pubblico” 

Heliocle passò con il suo carro sul corpo del padre ed ordinò che fosse lasciato insepolto; fu questo l’inizio di un regno sfortunato.

 

(Tetradracma d’Argtento di Eliocle 1° di Bactria)

Attaccato dagli Scizi a Nord, dagli Indiani Sarangiano ad Est e Sud-Est Heliocle era  rimasto con un esercito oramai ridotto  a ben poca cosa quando Mitridate, dopo avergli dichiarato guerra mosse contro di lui ( 150 A.Ch.)

Le sue forze esauste da anni di guerre sin qui sostenute, non furono in grado di opporre  una resistenza efficace e Mitridate occupò con rapidità la maggior parte del territorio  Bactriano.

Secondo alcuni autori non si fermò a questo; ma si spinse ulteriormente verso Est invadendo l’India e portando le sue armi verso il Punjab, sino alle sponde dell’Hidapses; ma quest’ultima avanzata, se mai ebbe luogo, la si deve considerare più come una scorribanda  che non un tentativo di conquista vera e propria.

Anche se non abbiamo validi riscontri c’è tuttavia da credere che i regni Indo – Bactriani continuarono ad esistere sino all’ottanta A.Ch. quando l’ellenismo venne definitivamente cancellato dagli Yue-Chi e da altre tribù Scizie.

L’impero dei Parti  mai incluse nel suo territorio regioni dell’India; quelle più ad Est rimasero: Bactria, Aria, Sarangia, Aracrosia e Sacastana.

 

 

L’enorme sviluppo di potere che Mitridate aveva ottenuto con le sue conquiste non poteva lasciare indifferente il governo della Siria che tuttavia inviluppato nei contenziosi che durarono ben venti anni ( 162 – 142 A.Ch.) tra: Filippo e Lysias, tra Lysias e Demetrio Sotere, tra Sotere ed Alessandro Balas, tra Balas e Demetrio 2° tra quest’ultimo e Thyfone non fu in grado di allestire una spedizione militare verso Est per tentare il recupero delle province perdute e Mitridate, di fatto era riconosciuto dai Siriani un conquistatore senza oppositori che estendeva i suoi domini dall’Hindu Kush sino all’Eufrate.

Nel tempo tuttavia, le condizioni del paese cambiarono, le controversie interne si acquietarono e Demetrio 2° ebbe la  meglio su Thryfone; ma anche in questo caso non prese iniziative neanche quando Mitridate, perduta la pace familiare con la moglie Cleopatra, entrò in conflitto con il comandante in capo del suo esercito.

 

(Tetradracma in Argento di Trifone)

Anche il panorama dell’Est era mutato; Mitridate regnava sulle nuove conquiste con severità, timoroso e sospettoso della loro lealtà, nel continuo pensiero di una loro probabile ribellione al suo potere.

I nativi  certamente non nutrivano simpatie verso i Siro-Macedoni che sicuramente non li avevano trattati meglio di Mitridate, ma il possesso dell’Est per 190 anni conferivano loro prestigio ed autorevolezza ed una imposizione nuova è sempre meno sopportata di quella a cui un popolo si è oramai abituato, inoltre tutte le province dell’Est che i Parti avevano strappato alla Siria avevano al loro interno città fondate dai Greci ed abitate  dai discendenti dei Greci sempre pronti a difenderle  dall’influenza degli Asiatici.

Da non sottovalutare l’accrescimento di insofferenza dovuto ai Bactriani, di recente soggiogati da Mitridate che bramavano di recuperare la perduta libertà.

Finalmente Demetrio 2° si decise all’azione, anche per togliersi di dosso i rimproveri di inerzia che da ogni parte del paese non gli erano lesinati; mise assieme un poderoso esercito e marciò verso il grande monarca dei Parti.

 

 

(Tetradracma in Argento di Demetrio 2°)

Forse con sua stessa sorpresa, si trovò accolto, da molti che consideravano insopportabili le gravose condizioni imposte dai Parti, come un liberatore.

Forze locali si univano al suo esercito man, mano che avanzava nel territorio e supportato da contingenti Persiani, Elinaeuti  e Bactriani si scontrò alla fine con l’esercito dei Parti che in più di una occasione mise in rotta.

Mitridate, resosi conto della propria inferiorità militare, per aver ragione del nemico ricorse ad uno strattagemma; invitò Demetrio 2° con proposte di pace, fuori del suo quartier militare e con un attacco subdolo  mise in rotta la scorta che lo accompagnava e lo fece prigioniero.

Il Re prigioniero fu inizialmente trattato con molta durezza, ritenuto colpevole di aver istigato alla rivolta i paesi che si erano ribellati al suo potere, fece sfilare  i loro rappresentanti davanti al Demetrio 2° per far toccare loro con mano la condizione in cui si sarebbero venuti a trovare se ancora gli avessero dato appoggio; ma una volta raggiunto lo scopo, Mitridate si mostrò magnanimo con il Re e gli riservò gli onori che il rango gli comportava; gli assegnò una residenza nell’Hicarnia e gli offrì anche il braccio della figlia Rhodegune: era la politica piuttosto che la clemenza quella che guidava la sua condotta.

A Mitridate interessava il regno siriano e si rese conto che gli sarebbe tornato di grande vantaggio avere dalla sua parte un principe Siriano, a lui legato attraverso il matrimonio con la figlia e che un domani, aiutato a risalire sul trono della Siria, come monarca tributario,  avrebbe potuto ottenere il governo del paese.

Il piano era di per sé realistico ed avrebbe potuto realizzarsi, compresa l’eliminazione di Demetrio, ovviamente non palesata; ma che era nelle sue intenzioni, se non chè il destino volle che le cose non andassero per questa strada.

Mitridate aveva oramai raggiunto una età avanzata e poco dopo la cattura di Demetrio 2° cadde malato; nel 136 A.Ch. morì dopo aver dato vita a 38 anni di glorioso regno.

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Utente.Anonimo3245

Grazie Cesare, pagine di Storia affascinanti e poco trattate ci hai raccontato stasera. Bellissima narrazione, interessante ed intensa. Ciao e grazie ancora, Giò

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Exergus

Mi è venuta una voglia irrefrenabile di comprarmi una moneta Partica... :)

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Cesare Augusto

Giovanna buona sera a te ed al forum, è una vita che non ci sentiamo; ma non è mai troppo tardi: agguantati forte....se vuoi, se volete ci sono altri quindici capitoli... bloccate il forum; ma non suicidatemi...mi rincresce non poter mettere le foto delle monete, sono un carico oneroso che non mi consente di postare il resto; per ora accontentatevi della parte storiografica, del resto per chi zampetta tra le monete è un incentivo ad andarsele a cercare: dappertutto; nei cataloghi d'asta c'è solo la scelta da fare; che dire ancora una settimana alla volta scopriremo alla fine questo affascinante mondo...tanto attuale; buona serata a te ed al forum ( Grazie per il: mi piace)

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Cesare Augusto

Exercus buona sera.... siamo sugli 80 -100 € a botta, almeno per chia ama collezionare quasi al top...e con i chiari di luna che stiamo vivendo buon per te se riesci a raggranellare questi pochi spiccioli ( si parla di milioni fatti sparire nelle pieghe del mal governo) Ciao ed un a risentirci, intanto se ti piace, segui con me un pò di questa storia orientale.

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Utente.Anonimo3245

Giovanna buona sera a te ed al forum, è una vita che non ci sentiamo; ma non è mai troppo tardi: agguantati forte....se vuoi, se volete ci sono altri quindici capitoli... bloccate il forum; ma non suicidatemi...mi rincresce non poter mettere le foto delle monete, sono un carico oneroso che non mi consente di postare il resto; per ora accontentatevi della parte storiografica, del resto per chi zampetta tra le monete è un incentivo ad andarsele a cercare: dappertutto; nei cataloghi d'asta c'è solo la scelta da fare; che dire ancora una settimana alla volta scopriremo alla fine questo affascinante mondo...tanto attuale; buona serata a te ed al forum ( Grazie per il: mi piace)

 

 

grazie, se vuoi una mano per le foto non hai che da chiederla. A disposizione... :D

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amnum

Da appassionato di storia i miei complimenti, è fantastica questa storia dell'impero partico attraverso le monete! :good:

 

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Cesare Augusto

Buona sera al forum ed a te Amnum; Grazie i complimenti fanno sempre piacere e vorrà dire che invierò subito il resoconto di una altra giornata del nostro viaggio tra i Parti

Grazie ancora e buona serata da Nonno Cesare

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Cesare Augusto

Buon giorno Caesar, oggi saremo ricevuti da Praate 2°, il figlio di Mitritade che non fu all’altezza del padre, come guerriero,  permise alla Siria il tentativo di riconquistare i territori perduti pure tuttavia con un ultimo colpo di reni, un ultimo guizzo, anche se a costo di grandi sacrifici, riuscì a contenerne le pretese.

Dopo la morte di Mitridate salì al trono il figlio Phraate 2° meno intraprendente del padre  tanto da spingere la Siria  ad  adoprarsi per recuperare il completo dominio dell’Asia Centrale e relegare i Parti nei loro antichi confini.

L’obbiettivo non era da poco visto lo sviluppo che aveva avuto la Partia sotto Mitridate e per avere successo, avrebbe dovuto concludersi con l’eliminazione dalla scena politica di uno dei due contendenti

Entrambe i paesi, a quel tempo,  si equivalevano per potenza e dominio, acquisito in tempi recenti, non tanto con l’affezione bensì con la forza dell’esercito.

L’esercito tuttavia  si presentava di incerta fedeltà, entrambe i paesi avevano un nucleo di forze native, valorose e leali sul quale poter fare affidamento, devote e pronte a combattere ed a sacrificarsi sino alla morte per il loro sovrano; ma al di là di questo raggruppamento di fedelissimi c’era una gran massa di soggetti a dir poco inaffidabili se non parassiti, dediti al soldo e pronti a passare dall’una o dall’altra parte nella speranza,  nell’illusione o nel capriccio del momento.

Le possibilità di vittoria o di sconfitta erano spesso condizionate da questo insieme eterogeneo di militi la cui instabilità era stata ampiamente dimostrata nelle guerre dell’ultimo mezzo secolo.

Considerati nel loro insieme questi scontri non avevano evidenziato la preponderanza di un popolo sull’altro ed alternativamente Partia e Siria ne erano uscite vittoriose o sconfitte tanto che per chi le comandava c’era la propensione a credere che le sorti del conflitto fossero state determinate da fattori accidentali piuttosto che dalla mancata superiorità di uno o dell’altro esercito.

L’ultima guerra si era conclusa con il successo della Partia, una intera armata era stata distrutta e catturato il Re Siriano: Demetrio il Conquistatore, così amava farsi chiamare, che venne relegato nelle fredde ed aspre regioni dell’Hicarnia, a tradirlo era stata l’imprudenza che lo aveva portato a credere di essere più abile e con maggiore perizia strategica del suo antagonista: Mitridate.

 

 

Adesso era asceso al trono un nuovo ed inesperto monarca che non aveva né le ambizioni del padre né tantomeno la sua abilità; governò il regno per sei anni ed in questo lasso di tempo non fece alcun tentativo di annettersi la Siria anche se le condizioni di questo paese erano tali da far sorgere  irresistibili tentazioni ad un vicino energico e coraggioso.

La guerra civile che aveva sconvolto la Siria dal 146 A.Ch al 137 A.Ch. ne aveva esaurito le risorse e ciò che era rimasto era andato in gran parte perduto nella lunga e logorante guerra intrapresa contro la Giudea (137 A.Ch. 133 A.Ch.)

L’esercito Siriano aveva inizialmente colto un qualche successo, ma nel tempo aveva perduto la superiorità.

Phraate 2°, figlio e successore di Mitridate, aveva ereditato forse un decimo dello spirito guerresco del padre, poca cosa, comunque sufficiente, approfittando del vantaggio  offerto dalle difficoltà in cui si dibatteva la Siria,  per  conquistarla.

 

(Dracma in Argento di Fraate 2°)

Il Re Parto aveva, nella persona del prigioniero Demetrio, chi avrebbe potuto aspirare con successo al ruolo di “Vitaxa” ovvero Re di un paese di cui già era stato sovrano, certamente ancora gradito a molti Siriani; ma non sfruttò l’opportunità, lasciò cadere tutte le occasioni che gli si presentavano, prese tempo, stette a guardare limitandosi ad inseguire l’ex sovrano Siriano quando questi tentava di allontanarsi e lo fece più di una volta, dal suo confinamento, per andarlo a riprendere e riportarlo in Hicarnia pensando forse di poterlo utilizzare in futuro per i suoi scopi, quando i tempi fossero divenuti maturi.

 

Risultato di questa lunga fase di ristagno fu che la guerra tra i due paesi, quando divenne tangibile, non fu promossa dalla Partia bensì dalla Siria.

Antioco Sidete che aveva preso il posto di Demetrio, alla cattura del fratello e  ne aveva impalmato anche la moglie: Cleopatra, una volta risolta positivamente la questione con il pretendente Tryfone ed aver anche se con qualche difficoltà sottomessa la Giudea, nel 129 A.Ch. si preparò a riprendere l’attività bellica con la Partia;  fatti grandi preparativi si mise in marcia verso l’Est con l’intento di liberare il fratello e recuperare le province perdute.

Non è possibile stabilire con certezza l’entità dell’esercito che Antioco Sidete era riuscito a mettere insieme; Giustino dice che si trattava di ca. 80.000 soldati cui si erano aggregati l’incredibile numero di 300.000 ausiliari, per la maggior parte: cuochi, panettieri ed attori.

Nel passato, in pochi altri rari casi gli ausiliari avevano eguagliato o superato il numero dei combattenti; ma questa stima di 4:1 è veramente poco credibile.

Secondo lo storico Orosio i numeri erano diversi; ma la sua ipotesi sembra eccessivamente ottimistica: Il numero dei combattenti ammontava a ca. 300.000 mentre gli ausiliari: stallieri, vivandieri, cortigiani ed attori non ammontavano a più di un terzo; è molto probabile che uno dei due abbia invertito il rapporto.

Considerate entrambe le fonti e fatte le dovute riserve dobbiamo concludere che l’esercito che Antioco Sidete stava per condurre contro la Partia era forte di non meno di 400.000 uomini.

Secondo altre fonti autorevoli l’esercito che Phraate riuscì a mettere in campo era costituito da non più di 120.000 uomini.; un tentativo che aveva fatto per inserire nel suo organico un corpo di mercenari Scizi delle regioni dell’Oxus, non andò a buon fine giacchè, giunti in suo aiuto oramai a cose fatte rimasero inutilizzati.

Occorre aggiungere che la defezione di alcuni principi privò il monarca del sostegno di truppe che solitamente operavano al suo fianco.

In definitiva a Phraate rimase solamente il supporto dei suoi compatrioti ed è sorprendente come in queste condizioni sia riuscito a schierare in campo un esercito di 120.000 uomuni.

Le truppe Siriane erano equipaggiate al meglio, i soldati portavano calzari con fibbie e guarnizioni in Oro e le stoviglie erano per lo più in Argento tanto che si sarebbe detto che anziché scendere in battaglia dovessero andare a banchettare.

Tuttavia è ingiusto parlare in questi termini di un esercito che dimostrò, quando coinvolto in battaglia, valore; del resto nella storia, dai tempi di Sardanapalo sino alla guerra in Crimea, abbondano i casi in cui all’abbigliamento lussuoso si accompagnò  il valore dei belligeranti.

Nell’esercito siriano militava un corpo di spedizione della Giudea, oramai ridotta a provincia della Siria,  guidato da Giovanni Hicarnus, figlio di Simone e nipote del primo Re Maccabeo.

 

(Prutah in AE di Giovanni Hicarno)

Man mano che si inoltravano nel territorio Asiatico, dopo aver guadato l’Eufrate, l’esercito di Antioco Sidete riceveva continui apporti di nuovi contingenti inviati dai tributari Parti che disgustati dall’arroganza di quest’ultimi ed attratti dall’opulenza e magnificenza dei siriani, accorrevano ad abbracciare la causa degli invasori, visti un po’ come liberatori dal giogo dei Parti.

 

(Tetradracma in Argento di Antioco 7° Sidete)

 

 

Phraate 2° anziché attendere il nemico nelle vicinanze della Partia o dell’Hicarnia, territori a lui favorevoli, avanzò risoluto contro le forze di Antioco Sidete, attraversò l’Assiria e nella piana di Babilonia si impegnò per ben tre volte, in battaglie campali dalle quali uscì, tutte e tre le volte, sconfitto.

Uno di questi siti era nell’Adiabène, sulle sponde del grande lago Zab o Lycus, non lontano da Arbela e qui Antioco, dopo aver messo in rotta il generale Indates, innalzò un trofeo, a ricordo della vittoria.

 

Non ci sono giunti resoconti sullo svolgimento delle battaglie per cui è difficile dire se a far prevalere le forze siriane sia stata la superiorità numerica ovvero l’abilità  strategica  del monarca siriano.

 

L’intera provincia babilonese, cuore dell’impero, in cui si trovavano le tre più  

importanti città del paese: Babilonia, Seleucia e Ctesifonte, era ora nelle mani di

Antioco Sidete, mentre l’azione vittoriosa continuava a produrre defezione da parte

dei tributari della Partia che sempre in maggior numero si schieravano con i Siriani.

 

Gli scrittori del tempo non lasciano dubbi e ricordano come Phraates non godesse

più di alcun consenso, oltre i confini del territorio partico anche se era riuscito a

mantenere la posizione in alcuni punti della piana babilonese; si scontrò ancora con

Antioco e per quanto sconfitto gli oppose tuttavia strenua resistenza.

 

Resosi a questo punto conto della situazione di estremo pericolo in cui versava, si

decise finalmente a giocare la carta vincente di “Demetrio”

 

Il fratello di Antioco “De Jure” era ancora Re di Siria ed era suo prigioniero anche

se per ben tre volte  aveva inutilmente cercato di fuggire dall’Hicarnia dov’era relegato ed a questo punto Phraate si risolse di accompagnarlo alla frontiera con la Siria, sotto nutrita scorta,  pronta all’occorrenza a fornirgli l’aiuto necessario per recuperare il trono perduto e con la segreta speranza che una cospicua parte di sudditi fedeli lo accogliesse nuovamente con giubilo dopo sei anni di assenza.

 

Non fu così, almeno inizialmente, anche se successivamente in Siria ebbe luogo una  qualche agitazione tale comunque da non allarmare  Antioco al punto di dover fare precipitosamente ritorno nel paese; ma   tuttavia  distolse in parte  la sua attenzione dalla campagna in corso e frenò la sua  risoluzione di addentrarsi ulteriormente nel territorio asiatico.

 

Sicuramente le notizie ricevute dalla Siria non dovettero sembrargli troppo allarmanti ed era comunque sicuro che  Cleopatra fosse in grado di riportare la calma.

 

L’inverno era alle porte, Demetrio e la sua scorta procedevano nel loro cammino reso sempre più lento dai rigori della stagione avversa che aumentava di settimana in settimana le difficoltà di avanzamento.

 

Il disegno di Phraate sembrava al momento non dare i frutti sperati.

 

Antioco, come abbiamo visto, invece di ripiegare in Siria con l’esercito, abbandonando il frutto delle conquiste appena fatte, decise di mantenere la posizione lasciando che i suoi uomini svernassero dove si erano acquartierati.

 

Le forze disperse, la disciplina allentata, i soldati non più impegnati in operazioni di guerra, come tutti i soldati stranieri, si abbandonarono ad atti di mera requisizione trattando i nativi con durezza.

 

Passarono alcuni mesi in un crescendo di malcontento e di indignazione della

popolazione civile di cui Phraate era perfettamente informato da agenti segreti sparsi

sul territorio che indicavano il disagio e l’intolleranza verso i soldati siriani.

 

Dovettero aver  avuto luogo incontri segreti e negoziati tra il Re ed i capi della rivolta affinchè ad uno specifico segnale di Phraate  le città ed i villaggi insorgessero simultaneamente contro la soldataglia siriana.

 

Come nella “Notte di S. Bartolomeo” o nei “Vespri siciliani” il messaggio, inviato a migliaia di persone fu gelosamente custodito per settimane, per mesi, senza che nulla trapelasse e potesse mettere sull’avviso le ignare vittime.

 

 

Nella più assoluta sicurezza, senza presentimento alcuno e sordi alle lagnanze del popolo tiranneggiato i soldati siriani continuarono a bearsi della lunga e piacevole vacanza invernale mentre Phraate con i suoi consiglieri, metteva a fuoco tutti dettagli del piano comunicandoli ai suoi confederati.

 

Il giorno stabilito in tutte le città, in tutti i villaggi il popolo insorse, i nativi presero le armi e si precipitarono contro i soldati di Antioco uccidendone quanti più ne poterono mentre Phraate, da parte sua, aveva promesso di sostenere la rivolta impedendo, con il suo esercito, che dalle guarnigioni disseminate nel territorio dovessero giungere aiuti militari.

 

Si calcola che nel solo primo giorno dell’insurrezione gli invasori siriani siano stati decimati prima ancora di aver avuto tempo per organizzarsi, prendere le armi e difendersi.

 In un momento di liberalità Phraate si spinse ad offrire ad Antioco una via di uscita con concrete proposte e concessioni.

 

 

 

L’inverno ancora non era passato; ma già la neve iniziava a sciogliersi ai primi caldi raggi del sole ed il giorno stabilito per la sollevazione generale doveva essere oramai prossimo , non c’era più tempo da perdere e Phraates 2° mandò ambasciatori ad Antioco per proporre un piano di pace e stabilirne i termini a garanzia.

 

La risposta del Siriano, secondo Diodoto, fu la seguente. “ Phraates avrebbe dovuto rilasciare Demetrio, consegnarlo a Lui senza riscatto alcuno e nello stesso tempo avrebbe dovuto restituire al sovrano Siriano tutte le province che la Partia aveva tolto alla Siria oltre a pagare un tributo per la concessione della pace

 

Era praticamente impossibile pensare che  il Re dei Parti accettasse queste condizioni e gli ambasciatori se ne tornarono senza ulteriori controproposte; alla vigilia della sommossa dunque ancora nessun sospetto gravava la mente dei Siriani.

I soldati erano nei loro quartieri invernali quando improvvisamente vennero aggrediti dai nativi, colti di sorpresa non riuscirono ad organizzare una resistenza efficace e la maggior parte di loro venne massacrata quasi senza aver  avuto l’opportunità di combattere.

Antioco Sidete, appena appresa la notizia, mosse con il suo distaccamento per difendere le truppe aggredite; ma ancora non si era messo in marcia che si trovò di fronte Phraate il quale, alla testa dell’armata partica, aveva anticipato i disegni di Antioco ed era lì pronto a frustrarli.

Il Re Parto era ansioso di  venire a confronto prima ancora che il suo avversario avesse trovato modo di organizzare lo scontro.

A poca distanza da dove si trovavano i due eserciti c’era una regione montagnosa, con ogni probabilità il monte Zagros e se  il Re Siriano fosse riuscito  a portare i suoi uomini verso quella zona impervia la cavalleria dei Parti avrebbe trovato difficoltà ad esprimere tutta la sua potenza; ma Antioco era nell’età in cui si considera l’attesa come una forma di codardia e la temerarietà coraggio.

A dispetto del consiglio dei suoi generali ritenne opportuno accettare battaglia con un nemico che in passato  già tre volte aveva sopraffatto; la sua decisione fu poco condivisa dall’esercito che comandava e senza determinazione, pure lottando Antioco con estrema veemenza, lo scontro gli  fu fatale, egli stesso si dice che cadde sul campo, ucciso o suicida, quando ebbe chiaro il senso della disfatta.

 

Il figlio Seleuco ed un nipote, figlio del fratello Demetrio che aveva portato con sé nella spedizione vennero catturati, le truppe o passate per le armi o fatte prigioniere; pare che tra i soldati periti nel massacro ed i soldati uccisi sul campo il numero dei caduti ammontasse a ca. 300.000; finì così miseramente la grande spedizione di Antigono Sidete  e fu l’ultima che un monarca Seleucide condusse nei paesi dell’Est Asiatico nel tentativo di riconquistare le province perdute.

Da quel momento la Partia non ebbe più a temere invasioni da parte  della Siria e potè governare con maggiore serenità le province conquistate; da parte sua la Siria con la sconfitta patita, aveva ricevuto un colpo tale da cui non si sarebbe più ripresa.

L’immediata conseguenza della sconfitta di Antioco fu la ripresa delle ostilità in Giudea paese che riuscì a riconquistare la sua indipendenza mantenendola ininterrottamente sino al tempo della conquista Romana; il dominio dei Seleucidi si era così ridotto alla Cilicia ed alla Siria Classica ovvero al tratto Occidentale dell’Eufrate, tra la catena di Aenanus e la Palestina.

All’interno lo stato Siriano era scosso da continue agitazioni tra il potere sovrano e le pretese, a vario titolo, di pretendenti al trono mentre all’esterno era in continuo conflitto con: Egiziani, Romani ed Armeni.

Nei 60 anni che passarono tra il ritorno di Demetrio al potere ( 128 A.Ch.) e la trasformazione della Siria in provincia romana ( 65 A.Ch.) il paese perse completamente l’ascendente sui territori confinanti, al suo periodo di fioritura si accompagnò un rapido declino dal quale non seppe più riprendersi.

Sorprende che i Romani non abbiano approfittato di questo stato di debolezza per cancellare uno stato oramai in mano all’anarchia e lo abbiano lasciato esistere, sebbene in condizioni di disastrosa precarietà; forse  fu perché anche Roma aveva i suoi problemi e le sue turbolenze: all’interno con la guerra sociale,  all’estero con il confronto con Mitridate Re del Ponto.

 

(Tetradracma in Argento di Mitridate 4° del Ponto)

Nella Partia la disfatta della Siria e del suo collasso sul piano internazionale portarono ad un risveglio dello spirito di aggressività e di intraprendenza quale non si vedeva dai tempi di Mitridate 1° quando la Partia regnava dall’Hydaspes ad  un capo all’altro dell’Eufrate.

Non sembra tuttavia che a questa vittoria sia seguito un risveglio guerriero tangibile; è stato detto che Phraate, dopo aver sopraffatto Antioco, portò un grande attacco alla Siria, un attacco che, se avesse effettivamente avuto luogo, avrebbe dovuto farla  soccombere; così non fu e di fatto le relazioni tra i due paesi continuarono per molti anni dopo il “grande massacro” se non in un clima di pace almeno in amicizia.

Phraate  aveva celebrato le esequie di Antioco con la pompa ed il cerimoniale che si addice ad un grande monarca e dopo aver suggellato i resti del sovrano in un’urna d’Argento la spedì in Siria perché  il Re fosse sepolto nel suo paese natio.

Trattò Seleuco, figlio di Antioco ed il nipote, fatti prigionieri in battaglia, con i più alti onori sì che la casa dei Seleucidi e quella degli Arsacidi rimasero legate da vincoli di alleanza

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Cesare Augusto

Amnum  al Forum ed a te con un grazie particolare per il contributo al viaggio dei Parti; stavo appunto cercando di focalizzare il territorio attraverso Google; ma poco pratico nel maneggio dei programmi mi sono perso grazie ancora e se ti fa piacere seguici, il viaggio prosegue; colgo occasione per inviarti tanti auguri per le prossime festività da parte di nonno cesare

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Cesare Augusto

Caro Caesar oggi dobbiamo restare chiusi in tenda, ospiti ancora di Re Fraate 2° fuori da questo rifugio folate di vento che si accompagnano a scrosci d’acqua non consentono di riprendere la via, tuttavia mentre restiamo qui accanto al fuoco ti racconterò delle  popolazioni nomadi che vivevano nel Nord dell’Asia e del pericolo che rappresentavano per gli stanziali abitanti del Sud che proprio Fraate 2° intuì e cercò di porvi, in un qualche modo, argine.

La razza Turiana o Tartara, originaria dell’Asia Centrale e Settentrionale, da sempre costituiva un serio pericolo per le popolazioni del Sud.

Nelle fredde ed inospitali regioni del centro – nord vagavano orde di barbari bellicosi il cui continuo aumento demografico portava ad esercitare pressioni ai confini dell’area posta a Sud con la conseguente minaccia d’invasione che alla fine divenne tangibile.

Cresciuti oltre il limite della sussistenza che le magre terre del Nord potevano loro offrire, guidati da capi forti ed ambiziosi, le tribù dei barbari finirono per esondare oltre quelli che erano stati i loro confini naturali e come uno sciame di grezzi, incolti, violenti e famelici predoni, dilagare nelle tiepide e ricche terre del Sud,  irresistibili nella loro avanzata: come uno sciame di locuste distruggevano tutto ciò che incontravano sulla loro strada.

Il fenomeno costituiva oramai una costante ricorrenza e dobbiamo constatare come fosse generalizzato sia in Oriente che in Occidente.

In Asia: Cimmeri, Scizi, Comani, Mongoli, Turchi ed in Europa. Galli, Goti, Unni, Vandali, Burgundi, Longobardi e Bulgari finirono per imporre con le  invasioni, che gli scrittori di storia  hanno documentato un po’ ovunque, la loro legge; pochi furono i paesi del Sud, sia in Asia che in Europa che si salvarono da questo flagello.

Tali incursioni, quando si manifestarono furono terribili, orde di grezzi selvaggi alla apparenza repulsivi, dal temperamento forte, rudi nel vestire, individualmente feroci di una potenza disumana nell’insieme, erano spesso portatori di un nuovo modo di guerreggiare, inusuale per i tempi che gettava disorientamento e scompiglio.

Come uno sciame di locuste portarono nel mondo civilizzato uno scenario di devastazione e dove prima c’erano campi coltivati  lasciarono dietro di sé terra bruciata.

 

Non risparmiavano sesso né età e per gli abitanti dei villaggi non fortificati l’unica via di salvezza era rappresentata dalla fuga verso montagne inaccessibili o luoghi fortificati, chi non vi riusciva veniva brutalmente massacrato o bene che gli andasse, ridotto in schiavitù; le messi consumate, le greggi e gli armenti razziati o distrutti, l’intero paese lasciato nella desolazione.

Il loro impeto li portava spesso a non saper attendere sì che le città munite di fortificazione riuscivano qualche volta a salvarsi; ma quando la determinazione persecutrice li portava a fermarsi davanti ai bastioni e cingere di assedio la città non c’era scampo; affamati i difensori li portavano alla sottomissione cui seguiva un massacro indescrivibile, rapina devastazione e morte.

Città ricche di storia e di civiltà venivano saccheggiate e date alle fiamme, le opere d’arte distrutte, il processo di civiltà che aveva impiegato anni a produrle estirpato alla radice.

Poche cose furono più terribili della devastazione e della rovina che queste invasioni apportavano ad un regno prospero e pacifico anche quando era solo sfiorato dall’orda di questi barbari.

I principi indiani furono i primi a doversi difendere da questo tipo di invasioni; essi stessi in passato erano stati un popolo nomade di radice Turanica che avevano costituito il loro regno a seguito di una invasione del tipo appena descritto, ma divenuti sedentari nelle terre conquistate si erano, per così dire, adattati ad un certo livello di civiltà e guardavano adesso alle nuove orde barbariche del Nord con gli stessi occhi con cui Persiani e Greco – Macedoni avevano guardato a loro.

Similmente nella Scizia compresa nel tratto Trans – Oxiano era tangibile lo stesso senso di pericolo che andava via, via,  facendosi più pressante tanto da divenire incontenibile al tempo di Phraate 2°

Per spiegare interamente che cosa stava succedendo in questo settore dobbiamo aprire una parentesi ed lanciare uno sguardo alle regioni più interne dell’Asia dove le tribù Turaniche avevano il loro habitat naturale.

Circa il 200 A. Ch. la tribù Turanica degli Yue – Chi venne cacciata dai propri territori posti nell’Ovest di Chen – Si dai Hiong – Nu che molti identificano con gli Unni.

 

Gli Yue – Chi si divisero in due tronconi, quello meno numeroso discese verso Sud e si acquartierò nel Tibet, l’altro costituito dalla maggioranza della popolazione,  si spostò verso Ovest e dopo aspra contesa prese possesso delle terre ad Ovest del fiume Ili che in precedenza erano state abitate da un popolo chiamato: “Su” i quali a loro volta migrarono a Fergnana e Jaxarta.

Non molto tempo dopo gli stessi Yue – Chi furono costretti dall’avanzata di un altro popolo nomade chiamato “ U – Siun” ad andare  ad occupare il tratto compreso tra l’Oxus ed il Mar Caspio  spingendo sempre più a Nord i Su i quali si trovarono così interposti tra i territori occupati dai Greci della Bactria e gli Yue – Chi.

Queste informazioni ci derivano da fonte cinese e non siamo in grado di dire quanto di vero possa esserci anche se non ci sono ragioni per dubitare che  queste migrazioni siano effettivamente avvenute, testimoniate del resto da osservatori del tempo che confermerebbero la migrazione degli Yue – Chi dalle regioni interne dell’Asia appunto nel 200 ca. A.Ch. e circa 60 anni dopo si assiste  ( ca. 140 A.Ch.) al loro stanziamento nella regione del Caspio.

Tutti questi movimenti lasciarono sia le popolazioni locali che quelle oggetto del trasferimento fuori dai loro confini naturali, nel marasma più completo, determinando uno scenario di precarietà e di incertezza che ben si accorda con la pressione esercitata dalle orde barbariche, attive in quel periodo, sulla Bactria, sulla Partia e sull’India.

Dio spiega in questo modo il senso di pericolo percepito dalla Partia e la necessità di porvi rimedio.

I popoli civilizzati, da sempre sono stati oggetto di devastazione da parte dei barbari provenienti dal Nord; in tempi più recenti l’invasione è stata: come dire, se non assorbita, almeno ridimensionata; ma nell’antichità la civiltà di un popolo, l’arte, la cultura, la raffinatezza venivano spesso spazzate via dall’improvvisa apparizione dal flusso irresistibile della barbarie proveniente dal Nord

Così fu sin dai tempi di Ciassarre, quando per la prima volta si presentò,  in tutta la sua traumatica evidenza il problema e si rese necessario combattere per arginarlo:  sia in Europa che in Asia ed in quest’ottica vanno viste le spedizioni di Ciro contro i Massageti, di Dario Hystapsis contro gli Sciti Europei, di Alessandro Magno contro i Geti, di Traiano e di Probo che oltrepassando il Danubio si erano posti lo scopo di intimidire i popoli del Nord e dissuaderli da un loro attacco verso il territorio occupato dall’Impero di Roma.

Erano passati più di quattro secoli da quando gli sforzi di contenimento, in questa parte dell’Asia, si erano attenuati ed i barbari del Nord non temevano più le armi e la disciplina del Sud, del resto le circostanze del periodo non lasciavano scelte.

Sempre più pressati dai nuovi arrivati i Su e gli Yue – Chi i vecchi abitanti delle regioni trans – Oxus si trovarono nella necessità di cercare nuove sistemazioni e le trovarono solo nella direzione  verso la quale erano spinti dai nuovi venuti.

Riesumato il primigenio spirito ardimentoso si trasformarono essi stessi in conquistatori, attraversarono i fiumi ed i deserti che li avevano sin qui contenuti ed avanzarono contro la Partia, la Bactria e l’Aria minacciando tutti quelli che incontravano sulla loro strada.

Nella Bactria, appena dopo l’insediamento dei regni Greco - Bactriani dettero vita a disordini e ribellioni; provincia dopo provincia occuparono la Sogdiana nel tratto tra il basso Jaxarte ed il basso Oxus e da qui si spinsero sin nel cuore della Bactria stessa mentre gli immigrati Turaniani occuparono le ricche terre del Polytimeto od Ak – Su, il territorio attorno al fiume di Samarcanda ed i territori della Jaxarte superiore dell’ alto Oxus.

Ai Bactriani altro non rimase, per salvare il proprio regno, se non compensare la perdita di tanta parte del territorio acquisendo le  regioni dell’Affganistan e dell’India.

Le orde aumentarono e la loro pressione s’intensificò sotto l’afflusso di nuove tribù ai confini Sud orientali; poco tempo dopo, nell’Ariana  flussi di barbari passarono le montagne procedendo verso Sud ed andarono ad occupare i territori del grande lago dove ha termine il fiume Helmend che da loro prese il nome di Sacastana ovvero il paese dei Saka o Sciti; tracce dell’etimologia rimangono nell’attuale Seistan.

All’Est queste tribù si stanziarono anche a Kabul ed ancora, più a Sud, nella valle dell’Indo che per un po’ di tempo assunse il nome di Indo – Scizia e dopo aver attraversato l’Indo tentarono di penetrare nell’Hindustan; ma qui vennero fermati e respinti dall’esercito di un Re locale; correva l’anno 56 A.Ch.

Gli scrittori antichi indicano con il termine Schiti o Scizi le tribù coinvolte in questa grande migrazione; tribù simili per lingua, costumi, modo di vivere e provenienti più o meno dagli stessi territori da cui derivano le razze nomadi dell’Asia centrale e del Nord.

 

 

La tribù di maggiore rilievo era quella dei Messageti (Grandi Jits o Jats) gli antichi avversari di Ciro, che andò ad occupare entrambe i territori posti su sponde del basso Oxus; altra importante tribù era quella dei Dahae che si acquartierarono nei territori costieri del Mar Caspio, sopra l’Hicarnia e si inoltrarono sino alla longitudine di Herat.

I Tochari, altra tribù nomade, si attestarono sulle montagne tra l’alto Jaxarte e l’alto Oxus e dettero il nome di Tokharistan al territorio dove risiedevano.

Gli Asiis od Asiani erano molto vicini ai Tochari mentre i Sacarauli erano una tribù affine sia agli Asii che ai Tochari.

Molte di queste genti avevano, al loro interno, ulteriori suddivisioni come i Dahae che comprendevano: i Parni od Aparni, i Pissuri e gli Xantii ed anche i Massageti  erano a loro volta suddivisi in Chorasmii, Attasii ed altri ancora.

Herodoto e Strabone ci offrono un quadro dettagliato del “Barbarismo” che accomuna queste razze; secondo questi scrittori i Massageti erano tribù nomadi che si spostavano in carovane di carri, come i moderni Kalmuchi, assieme alle loro greggi ed armenti dal cui latte traevano sussistenza.

Gli uomini erano monogami anche se tutte le donne vivevano in comune, erano bravi cavalieri ed eccellenti arcieri ma all’occorrenza sapevano combattere anche a piedi ed oltre ad arco e frecce utilizzavano anche lance, coltelli  ed asce.

Quasi non conoscevano il Ferro e per le punte delle lance e delle frecce si avvalevano del bronzo, così come per le altre armi; di bronzo erano fatti anche i pettorali; ma il metallo con cui amavano ornare e proteggere la persona e la testa dei loro cavalli era l’Oro.

In un certo qual modo furono cannibali, era infatti costume non lasciare che l’età li portasse alla fine naturale; ma quando sentivano avvicinarsi il termine della vita terrena si offrivano in sacrificio…bollivano le carni e con queste si cibavano.

 Era questo, secondo il loro modo di vedere, il migliore e più onorevole modo di dare termine alla vita; gli amici piangevano la sventura di chi moriva di malattia: non mangiato; ma sepolto.

 

A quanto sopra occorre aggiungere che i Messageti e gli altri nomadi del comprensorio ritenevano legittimo l’utilizzo di frecce avvelenate, con veleno di serpente od intinte nel corpo putrefatto, che rendevano la ferita che essi infliggevano, senza via d’uscita: mortale.

In quel tempo, l’emigrazione e l’invasione dei  barbari non ebbe il carattere di sovvertimento di un popolo da parte di un altro com’era avvenuto per i Medi da parte dei Persiani o dei Greci per mano dei Romani; ma si presentò come la distruzione della civiltà, dell’arte, di quella  cultura che l’Asia Occidentale aveva acquisito attraverso gli sforzi susseguenti dei: Babilonesi, Assiri, Medi, Persiani e Greci.

Alcune delle più belle e fertili zone della terra conobbero la barbarie più turpe; la religione ebbe un solo Dio: Il Sole e l’arte si fermò alle forme di metallurgia primitive ed alla sola costruzione dei carri; l’educazione ed i costumi includevano, come abbiamo visto, il cannibalismo e l’uso delle punte avvelenate e la relazione tra i sessi era priva delle delicatezze e dell’affezione famigliare.

I Parti ebbero senza dubbio carattere più  rude e grezzo rispetto ai Persiani tuttavia tre secoli di soggezione ai Persiani prima, alla Grecia poi li portarono ad un certo grado di civilizzazione.

Dai primi appresero il modo di fare, dai secondi il senso dell’arte; conobbero la letteratura greca ed apprezzarono sempre la presenza di enclave greche.

Molti dei loro Re addirittura professarono sulle monete l’amore per il popolo ellenico fregiandosi del titolo. “Philoellinico”

I Massageti e le loro tribù satelliti dei Sacae, Tokari,  Danae, You – Chi e Su che adesso minacciavano le terre una volta Persiane, spazzarono via tutto ciò che di amabile ed eccellente c’è nella vita; lo Scitismo dilagò nell’Asia occidentale e se pure riteniamo che coloro che divennero soggetti al loro giogo, qualcosa avranno dovuto necessariamente imparare: s’impara sempre qualche cosa nella vita,  c’è da credere che questo non sia stato poi molto ed i rapporti furono presumibilmente sullo stampo di quelli che l’Impero Romano di Occidente ebbe a subire per effetto dei Goti, Vandali, Burgundi, Alani, Heruli e compagnia cantando.

L’Est venne barbarizzato, il progresso sviluppato nei secoli: perduto, l’impegno di Ciro, Dario, Alessandro per arginare la barbarie: svanito come per incanto; l’Asia Occidentale tornò indietro nel tempo alle condizioni non molto dissimili a quelle in cui si trovava duemila anni prima, ai tempi dei Caldei e degli Assiri.

 

 

Phraate fu il primo monarca a rendersene conto e valutato il pericolo nella sua reale intierezza, ridimensionate le pulsioni Siriane o Siro – Macedoni ed abbandonando l’idea di conquista verso la Siria, ammesso e non concesso che ci abbia pensato, prim’ancora che la pressione dei nomadi alla frontiera Nord Orientale divenisse incontenibile, lasciò il trono di Babilonia alla cura di un vicere: Himero od Evemero e postosi alla testa dell’esercito marciò contro il nuovo nemico.

Moneta di Himero

Gli Scizi, dalla loro sedi nella regione dell’Oxus, erano sciamati verso la Partia e Phraate 2° spinto dall’emergenza, inserì nel proprio esercito, costituito da fedeli truppe partiche, un vasto contingente di soldati Greci: ciò che era rimasto dello sconfitto esercito di Antioco Sidete.

Si mise in marcia verso Est e per alcuni anni s’impegnò o meglio s’impantanò, in una guerriglia tra le regioni montane, tra l’altro riportando scarsi successi; alla fine vi fu uno scontro frontale tra i due eserciti ed in quell’occasione gli Scizi ebbero la meglio; le linee si disunirono, i soldati di Phraate si sbandarono e prim’ancora che il fronte si rompesse i Greci, inizialmente ostili, arruolati forzosamente e controvoglia, colsero il momento, cruciale per l’esercito Parto, per ammutinarsi e passare nelle file nemiche decidendo così l’esito dello scontro.

Abbandonati dai loro “Alleati Greci” furono massacrati e lo stesso Phraate cadde in combattimento; fidarsi dei Greci era stata risoluzione rischiosa; ma della quale, nella contingenza non si sarebbe potuto fare a meno, del resto sarebbe stato veramente strano e sorprendente pensare che una divisione di lussuriosi ed ipercivilizzati Greci avrebbe potuto fraternizzare con i barbari, contro cui erano stati chiamati a combattere; ma era anche da immaginare che tagliati fuori dal resto dei loro compatrioti, in regioni tanto distanti dalla loro madrepatria, mai si sarebbero  uniti a chi aveva loro tolto completamente ogni risorsa.

Non sappiamo che fine abbiano fatto i Greci passati al campo nemico mentre gli Scizi spinti dalla necessità e dal desiderio di preda invasero e devastarono il territorio dei Parti, sino a che vi fu da depredare e devastare, dopodichè tornarono ai loro siti di partenza.

La nobiltà dei Parti scelse allora come monarca, al posto dell’ultimo sovrano caduto in battaglia, uno zio di questi il cui nome era: Artabano e che regnò come secondo con quel nome.

 

(Argentea dracma di Artabano 2°)

Artabano 2° doveva essere non più giovanissimo e l’età si sa rende più riflessivi tanto che il nuovo monarca decise di porsi sulla difensiva e ritirare l’esercito, o ciò che ne era rimasto, su posizioni più sicure nella previsione di un nuovo attacco degli Scizi. 

Attacco che non venne, in quanto i barbari che avevano ucciso il suo predecessore, terminate le razzie, preferirono ritirarsi nelle  posizioni iniziali e questo portò Artabano 2° a considerare l’eventualità di un attacco verso i Tokari che erano una delle più potenti tribù Scizie che si era inserita in una parte della regione appartenuta alla Bactria; l’obbiettivo era ovvio ed imperativo: si doveva infliggere ai barbari una lezione per dissuaderli, una volta per tutte, dal presentarsi ai confini della Partia e peggio ancora, tentare di invaderla; se così non fosse stato l’impero Partico prima o poi sarebbe andato perduto.

Non si trattò di coraggio eccessivo o baldanza  spinta alla temerarietà, nella realtà era prudenza, quella che spinse il principe a portare le sue truppe contro un popolo barbaro, forte e cruento; ma non tenne tuttavia conto delle immediate conseguenze che poteva riservare lo scontro.

La fortuna gli fu avversa:  non sappiamo come la battaglia si sia sviluppata; ma sembra che, nel  bel mezzo dei combattimenti Artabano sia stato raggiunto da una arma da lancio che lo uccise quasi subito e la caduta del condottiero decise le sorti dello scontro.

I Parti, perduto il loro Re, vennero respinti, la spedizione fallì e la situazione per la Partia si presentava adesso ancor più critica del periodo precedente l’ascesa di Artabano.

Nel breve volgere di pochi anni erano caduti, per mano degli agguerriti Sciti, due monarchi Parti; due armate erano state distrutte…cosa doveva ancora accadere? Se una qualche altra sciagura avesse funestato la Partia sarebbe stata la fine, sia pur gloriosa, di questo popolo, così come avverrà in altri tempi  per l’Impero Romano di Occidente, sempre ad  opera dei Barbari.

 

Giornata uggiosa George; ma utile per comprendere  il disorientamento, la battuta di arresto che impose al popolo Partico un momento di riflessione dopo il quale non sarebbe potuta mancare la ripresa…ad opera di chi George? …del secondo Mitridate, Caesar, di cui saremo ospiti domani… si el tiempo non lo empide.

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roth37

Questa è una bellissima presentazione e discussione avrei preferito fosse spostata nel sito "Altre monete antiche", che sarebbe il suo spazio naturale. Non capisco pure perchè non ci siano immagini a completamento. Mi permetto perciò di inserire le poche monete partiche entrate nella mia modesta collezione, augurandomi che la discussione continui nel suo ambiente specifico.

 

post-1738-0-35391300-1419173533_thumb.jp Artabanos II   post-1738-0-34658400-1419173556_thumb.jp Artabanos III

 

post-1738-0-49524400-1419173591_thumb.jp  Gotarzes II      post-1738-0-18348500-1419173640_thumb.jp  Mitridates I

 

post-1738-0-49957500-1419173705_thumb.jp Mitridate II    post-1738-0-88321200-1419173758_thumb.jp  Mitridate II

 

post-1738-0-43988500-1419173837_thumb.jp Mitridate III post-1738-0-80353000-1419173884_thumb.jp Nambed

 

post-1738-0-06429100-1419173918_thumb.jp  Napad               post-1738-0-20869500-1419173973_thumb.jp  Orodes I

 

post-1738-0-65766700-1419174009_thumb.jp Orodes II      post-1738-0-73589800-1419174078_thumb.jp Orodes II

 

post-1738-0-39027000-1419174118_thumb.jp  Pakor              post-1738-0-85056500-1419174183_thumb.jp  Pakor II

 

post-1738-0-70312400-1419174231_thumb.jp  Vardanes I     post-1738-0-03835600-1419174277_thumb.jp  Vologases III

 

post-1738-0-10438500-1419174567_thumb.jp  Vologases IV

 

 

... e pensare che ne mancano tanti !!!

 

roth37

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Cesare Augusto

Buonasera Roth 37 a te ed al Forum: grazier per le foto che hai inviato, serviranno...in seguito quando posteremo anche le altre che vado raccogliendo invito anzi te ed altri volenterosi ad unirsi per completare questo viaggio... assieme...ed è sopratutto per questo che ho ritenuto postare in piazzetta, portarlo in "Altre monete antiche" avrebbe forse privato molti giovani che frequentano la moneta di seguire il corso di questa storia; Grazie ancora Roth e Buon Natale da nonno cesare

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Cesare Augusto

Buon giorno George; il cielo oggi è limpido, le nubi caracollano lontano, sulle montagne, il terreno, per quanto bagnato è ancora solido ed il fresco del mattino è reso tiepido dai primi raggi del sole, quando incontreremo Mitridate 2°?…Presto Caesar già  intravedo in lontananza il luccichio delle corazze dei “Catafratti”la guardia che Mitridate ci ha mandato incontro e  che ci scorterà  sino al suo cospetto… dai di sprone al tuo cavallo e… avanti che il nostro ospite è impaziente di raccontarci come è riuscito a risollevare le sorti del suo popolo.

Mitridate 2° nel 124 A.Ch. successe, sul trono della Partia, al padre Artabano; le sue imprese militari furono tanto notevoli da fargli guadagnare l’epiteto di “Grande”  nonostante  il titolo sarebbe forse da riservare con più appropriatezza allo zio: Mitridate 1° ad ogni buon conto il regno di Mitridate 2° fu indubbiamente eminente anche se dobbiamo dire meno fortunato, per le condizioni miserande che in quel periodo caratterizzavano il  paese che aveva ereditato.

(Dracma d’Argento di Mitridate 2°)

La storia della Partia, sotto il suo regno, è tracciabile solo a grandi linee giacchè scarsi sono i documenti giunti sino a noi e quelli in nostro possesso non sempre sono affidabili, non abbiamo tuttavia dubbi sul fatto che la sua attenzione, appena salito al trono, si sia  rivolta al settore dove più imminente si presentava il pericolo di sopraffazione, pericolo che era stato fatale ai suoi due predecessori e che più che porlo di fronte ad una scelta lo costrinse ad intervenire decisamente.

Gli Scizi, dopo la duplice vittoria sui Parti desondavano a piacere nelle terre del paese depredando e distruggendo quel po’ che era rimasto del grande impero di Mitridate 1° facevano scorrerie per poi ritirarsi nei loro territori dopo aver razziato e distrutto qualunque cosa avessero incontrato nel loro passaggio.

Il giovane Mitridate 2° dovette fare ogni sforzo possibile per rintuzzare le scorribande degli Scizi, inviò l’intero esercito o ciò che era rimasto, alla frontiera nord orientale e con una serie ripetuta di attacchi bloccò le scorrerie dei barbari i quali  ben presto si convinsero dell’inutilità di insistere sul territorio partico e rivolsero le loro inquiete energie verso altri orizzonti, cercando sfogo al loro sovraffollamento, nei territori dell’Agfanistan ed in India dove per altro già risiedevano tribù Scizie e quivi formarono governi stabili.

La Partia finalmente sollevata dalla paura Scizia prese sempre più animo ed aggressività tanto da estendere il suo potere alle regioni confinanti.

Secondo Strabone la conquista della Bactria, tolta agli Scizi, ebbe inizio proprio nel tempo di Mitridate 2° ed è probabile che in questo periodo siano entrate a far parte delle conquiste effettuate dai Parti anche Sacastanè e Seistan; in linea di massima si può affermare che sotto il regno di Mitridate 2° molte nazioni siano confluite nell’Impero Partico.

Tutte le conquiste interessarono il territorio posto ad Oriente dell’Impero ed è probabile che si trattasse di tribù di recente immigrazione, venute ad istallarsi in questi luoghi.

Ripristinati i confini, ridimensionato il pericolo Scizio, l’attenzione di Mitridate 2° si spostò ora ad Occidente dove, sebbene la Siria non rappresentasse più un serio pericolo,  tuttavia alcuni Re locali fomentavano rivolte che non potevano essere trascurate.

Himero od Eumero, il vicerè preposto a Babilonia da Phraate 2° alla guida dei territori d’Occidente quando si accinse a marciare contro gli Scizi, aveva governato ritenendosi libero, senza legami di sorta, con i Parti e si era proclamato Re indipendente;  con crudeltà aveva condannando molti abitanti di Babilonia alla schiavitù relegandoli nella Media; aveva distrutto le sedi commerciali, incendiato i templi ed i palazzi più importanti della città eccetto ovviamente quello in cui risiedeva; aveva favorito la lussuria e sperperato le risorse del paese imponendo tasse e balzelli insopportabili.

Mitridate 2° domò la ribellione di Himero, riconquistò il paese e le terre dell’Ovest e da queste si spinse oltre per una campagna militare contro l’Armenia.

Era l’Armenia territorio strategico e di considerevole importanza che da allora sempre restò unita,  nonostante varie traversie, alla Partia per questo si rendono necessarie alcune precisazioni sulla sua storia, sia come popolo che come entità geografica.

A detta di Giustino l’Armenia era costituita da una striscia di terra lunga 1.100 miglia e larga 700 miglia; ma la stima appare approssimativa infatti se ammettiamo che essa si sia estesa dal Caucaso al monte Masio e da lì al lago Uromiyeh ci rendiamo conto che la sua ampiezza non doveva superare  le 400 miglia; ma questa misura nella realtà deve considerarsi ancor più ridotta se consideriamo che Iberia ed Albania erano paesi indipendenti ed occupavano l’area dell’attuale Georgia ponendosi tra l’Armenia ed il Caucaso; ad Ovest il confine naturale dell’Armenia era rappresentato dall’Eufrate mentre a Sud il limite doveva essere segnato dal Nifate piuttosto che dal monte Masio.

Se accettiamo come validi questi confini l’estensione del territorio Armeno può essere stimata in 600 miglia di lunghezza e poco più di 200 miglia di larghezza mentre l’areale doveva essere compreso tra le 16.000 e le 17.000 miglia quadrate e questo dovette essere durante il periodo di dominazione dei Parti, eccetto nei quattordici  anni che intercorrono tra l’83 A.Ch. ed il 69 A.Ch.  in cui Tigrane 1° conquistò il regno Seleucide.

L’Armenia è un paese caratterizzato da rilievi montagnosi elevati, valli strette e profonde solcate da abbondati  corsi d’acqua, rare ma estese pianure ricche in pascoli e frutteti, ubertose e produttrici di abbondanti messi; occupa la posizione più elevata dell’Asia e nel suo territorio sono le sorgenti dei più grandi corsi d’acqua che solcano il territorio Asiatico: l’Eufrate, il Tigri, l’Alis, l’Araxes ed il Cyrus che scorrendo in quattro diverse direzioni irrigano un tratto di 250 miglia di lunghezza per 100 miglia di larghezza prima di gettarsi in tre distinti mari.

Ciò che la Svizzera è per l’Europa Occidentale così questa regione rappresentava per l’Asia il territorio che con le sue elevate montagne dava sicurezza e prosperità alle zone pedemontane attraverso il fluire dei suo fiumi.

Due grandi bacini lacustri ( lago di Van e Urumryed), ciascuno fornito da un proprio areale fluviale,  non avendo connessione con il mare presentano la peculiarità di avere acque salse.

Dalle montagne si estraggono: Oro, Argento, Rame, Piombo ed altri metalli compreso il Silicio e l’Antimonio.

Nelle vallate, come già si è detto il suolo era fertile e disponibile ad ospitare culture cereagricole diversificate; i declivi montani erano coltivati a vigneto e dai pascoli traevano sussistenza cavalli e muli di ottima qualità.

Gli Armeni che nell’antichità occupavano questo paese appartenevano, con ogni probabilità, alla stessa razza da cui derivavano i Parti e che era caratteristica  della maggior parte degli abitanti dell’Asia Occidentale.

La razza era bianca, tendente talvolta al giallo con lineamenti marcati, occhi e capelli scuri.

Dalla lingua parlata, che conosciamo a partire  dal 4° secolo della nostra era, se ne deduce che erano un popolo appartenente alla razza Ariana; ma che presentava caratteristiche che riportavano alla  Turanica.

Nelle relazioni con le altre genti favorivano il contatto con i Persiani anche se con molti punti di diversità.

Il fisico degli Ariani era costituzionalmente più snello e rispetto a quello dei Persiani ed erano meno muscolosi e robusti.

Di intelligenza sottile ed astuta possedevano gran talento per il commercio; ma erano pressochè privi di incisività, resistenza e pazienza e se vogliamo di sopportazione.

Nel passato fu un popolo che molto attenne  al senso di indipendenza ed a lungo riuscirono a mantenerla ne mai mancarono di riaffermarla, non appena se ne fosse presentata l’opportunità; oggi sono quiescenti sotto il peso di tre popoli che da molti, ormai  troppi secoli, li tengono in soggezione: Russi, Persiani e Turchi.

La presenza degli Armeni sul palcoscenico della storia non va oltre il sesto secolo A.Ch. quando per la prima volta li troviamo attestati sul territorio che da loro prese poi il nome e che in precedenza aveva visto la presenza di tre potenti e bellicose tribù di razza Turanica che sin dal lontano ottavo secolo A.Ch. e per tutto il settimo secolo A.Ch erano stati in continua lotta con l’impero degli Assiri.

Nairi; Urarda e Mannai o Minni, questi i nomi che ricorrono costantemente nelle iscrizioni in caratteri cuneiformi.

I Nairi occupavano il territorio che si estende dalle montagne dell’Ovest sino al lago Van, su entrambe le sponde del Tigri, sino a Bir sull’Eufrate ed anche oltre.

Gli Urarda, o popolo di Ararat, con tutta probabilità quelli che Herodoto chiama: Alarodii, abitavano le terre del Nord, ad Est del territorio occupato dai Nairi, nel corso superiore dell’Eufrate, vicino al lago Van e probabilmente sull’Araxes mentre i Mannai o Minni, il cui territorio si collocava a Sud – Est di Hararda, occupavano il bacino dell’Urumiyeh ed il vicino Zagros.

Il più potente e bellicoso dei tre popoli era quello di Urarda ed era stato contro di loro che gli Assiri avevano combattute le più cruente e sanguinose battaglie.

Capitale dell’Urarda era Van, sulla sponda Est del lago ed è appunto in questo sito che sono tornate alla luce le iscrizioni più significative che i loro Re ci hanno lasciato.

La lingua in cui questi scritti furono confezionati è del tipo Turanico ed anche se possono aver fornito alla successiva scrittura degli Armeni un qualche elemento non Ariano, non possiamo tuttavia considerarla come  lingua progenitrice.

Tra la fine del periodo Assiro e l’inizio di quello Persiano nel territorio in questione ebbe luogo una immigrazione massiccia di popolazioni Ariane che alterò profondamente il carattere della popolazione autoctona della regione montagnosa e la prima testimonianza di questa nuova popolazione ci viene data proprio da Dario Hystapsis che dopo aver menzionato l’Armenia: “Armina” tra le ventitre province del suo vasto impero, ci informa che nel secondo anno del suo regno (530 A.Ch.) mentre era in Babilonia, ebbe luogo una sollevazione cui partecipò assieme ad  altre otto province, anche l’Armenia.

La rivolta  fu domata solo nell’anno successivo dato che gli Armeni in particolare, così come gli altri confederati, avevano opposto una vigorosa resistenza.

I nomi dei siti e delle persone riportate nei resoconti della campagna sono Ariani così come lo sono i nomi degli Armeni coinvolti.

Dopo che la rivolta fu sedata e ristabilita l’autorità di Dario, l’Armenia assieme ai territori ad essa adiacenti andò a costituire, secondo Herodoto, la trentesima satrapia dell’impero Persiano e venne iscritta nel libro reale come tributaria annuale per 400 talenti; da allora la sua fedeltà all’impero Persiano divenne indiscutibile, non solo il tributo economico veniva pagato con regolarità; ma ogni anno venivano donati “Gratia ed amoris Dei” alle scuderie reali 20.000 puledri ed ogni qual volta il Re Persiano lo richiedeva venivano inviati anche cospicui contingenti di truppa.

Non solo durante il periodo del regno di Dario; ma anche durante tutto il periodo in cui governarono gli Achemenidi l’Armenia rimase tranquilla senza mai creare ai Persiani motivo di allarme ed ansietà.

Dopo Arbela (331 A.Ch.) gli Armeni passarono sotto la tutela di Alessandro Magno senza operare tentativo alcuno di ritornare all’antica indipendenza ed anche successivamente, quando dopo la morte del Grande Macedone ed a seguito della battaglia di Ipso ( 301 A.ch.) l’Armenia venne assegnata al regno di Seleuco gli Armeni acconsentirono al cambiamento senza creare soverchi problemi; ma fu dopo che Antioco il Grande venne sconfitto dalle armate di Roma ( 190 A.Ch.) che tutta l’Asia Occidentale entrò in fibrillazione e gli Ariani dell’Armenia, dopo quattro secoli di quiescenza,  proclamarono la loro indipendenza sotto una loro propria monarchia.

Più che dal desiderio popolare di libertà il movimento di ribellione fu originato dall’ambizione di un capo popolo: Artaxias che era stato governatore della Grande Armenia all’inizio del regno di Antioco, dopo la disfatta di Magnesia colse l’opportunità per mutare il suo titolo: da Satrapo a Re.

Antioco era troppo occupato in Asia Occidentale a ricompattare ciò che restava del suo impero per intervenire nella lontana  parte Orientale e lasciò che il nuovo Re costituisse la sua capitale ad Artaxata, in prossimità dell’Araxes e governasse in pace il paese.

Dopo venticinque anni (nel 165 A.Ch.) un nuovo Imperatore Siriano: Antioco Epiphane si presentò alle frontiere dell’Armenia con una grande armata, invase il paese e dopo aver costretto Artaxia ad uno scontro campale ne distrusse l’esercito e lo fece prigioniero.

L’Armenia ancora una volta fu sottomessa; ma sotto la cenere covava la brace e così quando nel 150 A.Ch. Mitridate 1° dopo aver conquistato: la Media, Babilonia e l’Elymais, invase la Siria una nuova fiammata di indipendenza pervase l’Armenia che in parte con le proprie forze, in parte con l’aiuto dei Parti, per la seconda volta tornò a proclamarsi indipendente, questa volta sotto la guida di un principe Arsacide chiamato: Wang harshang o Val – Arsace che era membro della famiglia reale partica.

Questo monarca regnò per trentadue anni  su un territorio che si estendeva dal Caucaso a Nisibis e dal Caspio al Mediterraneo.

Gli successe il figlio Arshang od Arsace che a sua volta regnò per tredici anni, dal 128 A.Ch. al 115 A.Ch. ed a lui è attribuita una guerra contro il vicino stato del Ponto.

Ardashes, l’Ortoadistus di Giustino, fu il terzo Re dell’Armenia ed era ancora saldamente sul trono quando Mitridate 2°, nipote del primo Mitridate, dopo aver riportato con successo   la vittoria contro gli Scizi, si propose di aggiungere ai suoi domini anche l’Armenia, correva l’anno 100 A.Ch.

Non si ha notizia di un confronto bellico anche se dobbiamo dire che se ci fosse stato le forze dei Parti risultavano favorite ancorchè  preponderanti… o probabilmente ci fu, dato che Strabone ci informa che Tigrane, figlio di Ortoadistus, prima di salire a sua volta sul trono dell’Armenia, era stato tenuto dai Parti come ostaggio; questo farebbe presupporre che uno scontro ci sia stato e che Ortoadistus ne sia uscito perdente e costretto ad accettare una pace ignominiosa in cui la garanzia del rispetto dei termini era costituita appunto dalla concessione del figlio come ostaggio al Re dei Parti.

Chiaro è che per quanto vinta l’Armenia non venne soggiogata e alla fine del conflitto,  potè  mantenere sul trono il proprio Re; anche i Parti del resto non debbono aver logorata, nello scontro con l’Armenia, la loro forza militare se nel giro di vent’anni  arrivarono a sottomettere lo stato Siriano ampliando i propri domini dal Golfo di Isso alle sponde del Caspio.

Pochi anni dopo che il conflitto tra Armenia e Parti aveva avuto fine, a cavallo tra la fine del secondo e l’inizio del primo secolo A.Ch. ancora regnante Mitridate 2° i Parti vennero per la prima volta a contatto con i Romani.

Roma fu una presenza, nelle politiche dell’Est, più tangibile di quanto a prima vista ci si potrebbe attendere.

Verso la fine del secondo secolo A.Ch. l’ambizione del Grande Antioco trascinò Roma, suo malgrado e di malavoglia, nella querelle asiatica tanto che  la città Eterna cercò di sbarazzarsi dei legami sino allora tenuti con l’Asia anzi per oltre mezzo secolo condusse in questo paese una politica di astensione e che altro doveva fare impegnata com’era a mantenere i suoi possessi in Europa?

I vari stati dell’Asia svilupparono così autonomamente le proprie strategie di sviluppo e di ingrandimento, sistemando in proprio e senza interferenze le querelle tra di loro.

Con il passare del tempo, nel corso degli anni, le ragioni della politica di astensione vennero a mancare, essendo stata la Grecia e la Macedonia conquistate e Cartagine distrutta.

I motivi che spinsero Roma ad interessarsi all’Est furono probabilmente legati alla sicurezza per mantenere le conquiste fatte  e quando il Senato della Repubblica si rese conto che la dinastia dei Re di Pergamo volgeva al termine fece in modo che la sovranità di questo paese si spostasse su Roma.

Attraverso abili accorgimenti Attalo 3° fu indotto a prendere, in riparazione verso i Romani delle obbligazioni contratte dal padre, la straordinaria e senza precedenti risoluzione di lasciare l’intero dominio, come legato, alla Repubblica di Roma.

Vani furono i tentativi del fratello mezzano: Aristotilo di invalidare come illegittimo il testamento di Allalo3°; i Romani aiutati da Mitridate 4° Re del Ponto, frustrarono ogni residua resistenza di questo sfortunato principe che fu costretto a cedere a Roma ed la suo alleato quella parte della Phrigia che era appartenuta al Re di Pergamene.

Preso possesso del territorio Roma era automaticamente diventata una potenza Asiatica che d’ora in avanti si trovava nella necessità di contrastare movimenti e torbidi che agitavano l’Asia Occidentale e naturalmente la prima azione da compiere fu il rafforzamento della sua posizione nei confronti dei regni asiatici e ad intessere alleanze che fossero in grado di salvaguardare i suoi interessi.

Sin qui tra Roma ed i Parti non c’era stato alcun contatto diretto, i territori della loro influenza erano separati da spazi geografici ancora considerevoli in cui esercitavano il loro potere: Siria, Cappadocia ed Armenia.

Gli interessi dei due popoli, così separati, non aveva ancora necessità di un rapporto diplomatico, tuttavia il crescente potere delle due potenze le portò  lentamente; ma inesorabilmente verso la collisione: l’una di fronte all’altra. 

Gli eventi della storia avevano fatto sì che i due imperi si trovassero ad avere interessi comuni che portarono naturalmente ad uno scambio di comunicazioni.

In rapida evoluzione, Come spesso capita nell’Est, era sorta, per opera di Mitridate 5° Re del Ponto, figlio e successore del vecchio Re alleato dei Romani, una nuova potenza, un  impero che tra il 112 A.Ch. ed il 98 A.Ch. aveva raggiunto  vaste proporzioni, con una vasta popolazione e pressochè inesauribili risorse.

Mitridate 5° aveva imposto la sua autorità sull’Armenia minore, sulla Colchide, sull’intera costa orientale del Mar Nero, sul Chersoneo Taurico o regno del Bosforo ed infine sull’intero tratto che dall’Ovest del Chersonese si spinge sino al monte di Tyras o Dniestr.

Mitridate 5° del Ponto

Non ancora pago di tante conquiste aveva ottenuto il governo di metà della Paphlagonia  attraverso un iniquo patto con Nicomede, il Re della Bithynia; aveva inoltre occupato la Galatia ed era in procinto di portare sotto la sua influenza anche la Cappadocia.

Ad assisterlo in quest’ultima impresa c’erano gli Armeni il cui Re: Tigrane, figlio di Ortoadisto, nel 96 A.Ch. aveva stretto alleanza con Mitridate 5° concedendogli contemporaneamente in sposa la figlia Cleopatra.

(Tetradracma di Tigrane 2° d’Armenia)

Roma non vedeva di buon occhio il progetto e per contrastare l’acquisizione della Cappadocia da parte di Mitridate 5° inviò in Asia, nel 92 A.Ch. Silla con l’ordine di deporre il governo “Fantoccio” che Mitridate 5° e Tigrane quivi avevano costituito e riportare sul trono il legittimo Re: Ariobarzanes che i due asiatici avevano allontanato dal regno.

 

(Dracma in Argento di Ariobarzanes di Cappadocia)

 

Per raggiungere l’obbiettivo Silla entrò naturalmente,  in rotta di collisione con gli Armeni, ne disfece l’esercito facendo una carneficina e li cacciò dalla Cappadocia assieme al loro Re “Fantoccio”

Fu allora che sia Roma che i Parti si resero conto dell’eccesiva crescita di potenza di Mitridate 5° del Ponto, entrambe ne compresero il pericolo ed entrambe videro in Tigrane l’odiato comune nemico.

Tigrane durante il suo soggiorno, come ostaggio  nella Partia, si era assunto l’obbligo verso il Monarca di quel paese, di concedere parte del territorio Armeno e fece fede al suo impegno quando Mitridate 2° lo aiutò a riconquistare il trono che era stato del padre, ma una volta raggiunto l’obbiettivo, sentendosi sicuro e saldamente inserito, si rimangiò la promessa; fece guerra al suo benefattore per riconquistare il territorio, “ob torto collo”  ceduto ed occupò oltretutto anche ampia striscia di territorio limitrofo al confine con la Partia.

Ovviamente Mitridate 2° non fu entusiasta di questo comportamento ed abbiamo buona ragione di credere che sia stata questa la causa scatenante dell’ambasceria mandata dal sovrano Parto a Silla.

Denaro diSilla

Orobazo, la persona scelta per l’ambasciata, ritenne questo contatto come la proposta di una alleanza: offensiva – difensiva tra i due imperi e forse lo era; ma il generale Romano, pure favorevole all’apertura, ritenne  che  il concludere una trattativa di quella portata non fosse di sua competenza; ma che dovesse implicare il beneplacito del Senato di Roma tuttavia fu questo il primo contatto amichevole  tra i due popoli.

Nel frattempo Tigrane rinnovò i suoi attacchi alla Partia e tra il 92 A.Ch. ed l’83 A.Ch. la mortificò privandola  dell’intera Mesopotamia superiore, a quel tempo chiamata: Gordiene o paese di Kurds e che era sotto il controllo di un Re tributario dei Parti.

Roma in quel periodo si era impegnata contro Mitridate 5° per portare aiuto ai Parti anche se questo non era sancito da alcun trattato perché  la Partia stessa  era piombata, in quel periodo che tra l’altro aveva visto la morte di Mitridate 2° ( 89 A.Ch.) in uno stato di confusione politica interna; ma abbiamo visto come entrambe i paesi temessero l’espansione del Re del Ponto e dei suoi alleati Armeni.

Mitridate 2° nell’immaginario collettivo viene considerato il più grande dei monarchi che la Partia abbia mai avuto, dopo suo zio: Mitridate 1°

Sulle monete viene rappresentato con una testa “sottile” l’occhio largo ed il naso prominente e sulla scritta compaiono gli epiteti di “Teopatore” e “Nicatore” sul rovescio delle monete compare la figura del guerriero Parto seduto con arco e frecce, altre volte invece compare il Pegaso o cavallo alato.

Mitridate 2° con cavallo alato ?

Il comportamento militare di questo principe fu indubbiamente notevole anche se, sfortunatamente per lui, poche sono le testimonianze delle gesta che sono giunte sino a noi.

Certo è che alle orde Scizie che avevano martoriato il paese, prima del suo avvento al trono, impose  un sacrosanto senso di terrore.

Ingrandì considerevolmente i confini dell’impero a spese della Bactria e dell’India; ma nell’insieme la sua fama rimane legata a due eventi particolari, il primo va ricercato nella guerra contro l’Armenia, conflitto che si riproporrà periodicamente per tutto il resto della storia Partica e secondo il fatto di aver preso contatto, per la prima volta con quello che diventerà il più formidabile nemico esterno della Partia: Roma.

Fu dunque lui, sebbene con intento diverso, ad aprire la strada a quelle sanguinose lotte con il potere Imperiale della “Città Eterna” che caratterizzeranno, per i successivi tre secoli, dal tempo di Crasso a quello di Caracalla, l’azione di Roma verso l’Oriente.

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Cesare Augusto

Buon giorno Caesar; hai notato che tra i tanti personaggi che ieri Mitridate 2° ci ha presentato, non c’era nessuno dei suoi figli? Francamente non so se ne abbia avuti, quasi sicuramente direi di si; ma certamente nessuno era o fu in grado di ereditare l’impero del padre…Mitridate lo sapeva?...chi lo sa!, certo è che con lui si chiude un’epoca, nella storia della Partia e ne inizia una nuova ” Il Re è morto, viva il Re” esclamavano gli amici francesi.

George perché non proviamo a sintetizzare con la genealogia questa prima parte dell’impero Parto?

Se questo è tuo desiderio proviamoci…cercare di costruire un albero genealogico è sempre un interessante  esercizio di sintesi, noto poi che tra gli appunti che hai tenuto sulla monetazione dei popoli che stiamo visitando, hai privilegiato il lato iconografico dunque:

Iniziamo da:

  •  Arsace 1° che dette regalità di questa gente
  • Suo fratello: Tiridate, regnò con il nome di Arsace 2° ed ebbe tempo a sufficienza per organizzare un regno forte ed unito.
  • Figlio di Tiridate fu Artabano il quale alla coesione unì l’obbiettivo di espasione oltre i confini…e vi riuscì.
  • A suo figlio:  Priapatio toccò il compito di amalgamare in un tutt’uno le conquiste fatte dal padre; ma…
  • Fu con suo figlio Phraate 1° che riprese la politica espansionistica del nonno Artabano e siamo così giunti al sesto arsacide.
  • Mitridate 1°…il Grande l’abbiamo conosciuto due giorni fa…era fratello di Phraate 1° che l’aveva preferito al trono, rispetto ai propri figli ; fu con questo grande condottiero che la Partia raggiunse l’acme della sua potenza…ampliò il regno sino a farlo diventare un impero.
  • Figlio di Mitridate 1° fu Phraate 2° non raggiunse l’altezza del padre ed il suo regnare fu segnato dal tentativo della Siria di riconquistare i territori perduti e dall’impegno inteso a porre argine alle scorrerie delle popolazioni barbariche del nord.
  • Dopo Phraate 2° il regno passò nelle mani di suo zio Artabano 2,  fratello di Mitridate 1° che, sempre nel tentativo di arginare l’invasione delle tribù Scizie del nord, cadde in una delle tante battaglie intraprese.

 

 

 

  • Fu il figlio di Artabano 2° a raccoglire il testimone…quel Mitridate 2° che abbiamo appena conosciuto il quale, animato  dallo spirito guerriero dello zio come lui riuscì, non solo a bloccare l’invasione dei barbari; ma a riportare la Partia sulla scena internazionale; a lui si deve infatti il primo contatto con la potenza che rappresentava, nel mondo allora conosciuto, l’Occidente: Roma.

 La morte di Mitridate 2° aveva precipitato la Partia, in un periodo di confusione e di torbidi; alcuni storici lo definiscono come un intervallo di lotte civili, secondo altri fu caratterizzato da una rapida successione di monarchi nell’affannosa  ricerca di un sovrano nelle cui vene corresse ancora il sangue degli “Arsacidi” dato che la superstizione indicava fatali conseguenze se al trono fossero ascesi uomini nelle cui vene non corresse più il vecchio sangue dei padri della patria.

I Magistrati di turno innalzarono al trono “polloni” attempati della vecchia casa reale; ma la scelta cadde su persone poco adatte a sostenerne il ruolo; si dice che un Re presumibilmente appartenuto a questo periodo storico, morì all’età di 96 anni e di un altro che ascese al trono ad 80 anni.

Chiaro è che personalità più giovani, appartenenti sia alla casa reale che a famiglie illustri abbiano, in questa contingenza, scalpitato gettando nello scompiglio l’intero paese, con il loro rivaleggiare  nella disputa per la corona  reale e contro il decrepito monarca di turno che i Magistrati avevano posto sullo scranno reale; queste querelle avvennero poi in una congiuntura, ancor più sfortunata per la Partia.

Come abbiamo avuto modo di vedere,  Roma era stata da poco coinvolta in una diatriba con Mitridate, Re del Ponto e lo scontro tra queste due grandi potenze aveva lasciato “mano libera” alle ambizioni dell’Armenia.

Tigrane, Re di questo paese, era principe appunto di forti ambizioni e colse al volo l’opportunità vantaggiosa che il conflitto tra Roma e Ponto gli offriva;  mentre era in corso la guerra mitridatica ed anche nei successivi undici anni, tra l’85 A.Ch. ed il 74 A.Ch. riuscì a costituire un impero potente ed esteso; recuperò dalla Partia quella porzione di territorio che, come abbiamo visto, era stato costretto a cederle; ma non si fermò qui ed occupò due tra le più importanti province: Gordyene o Mesopotamia Minore, nel Nord ed Adiabene  ovvero il tratto che comprende il fiume Zab, inclusa l’Assiria classica ed Arbelitis.

Conquistò inoltre Sophene, od Armenia Minore che era indipendente sotto un Re di nome Artanes e pose sotto la sua tutela anche il vasto e prezioso territorio della Media Atropatene che sin dal tempo di Alessandro Magno era riuscita a mantenere la propria indipendenza.

Non contento di tanto successo nell’83 A.Ch. raccolse l’invito che gli giungeva dagli abitanti della Siria, stanchi, sfiduciati ed oramai alla disperazione a causa delle continue guerre fratricide intercorsa tra Principi rivali di casa Seleucide che si contendevano il primato; non ebbe difficoltà ad acquisire ciò che oramai restava di quello che era stato il grande Impero Siro-Macedone ed a proporsi come Re della Cilicia, della Siria e della maggior parte della Fenicia.

Nell’80 A.Ch. ebbe l’idea di fondare una nuova capitale nella provincia, appena conquistata, della Gordyene e la volle ampia, provvista di tutte le comodità come si addice alla corte orientale e fortificata con mura che richiamassero le antiche città assire.

Per popolare: Tigrano – Certa, questo il nome della nuova capitale, venne imposto ai cittadini ellenici di diciotto città Greche di trasferirsi nel nuovo sito e contemporaneamente dalla Cappadocia vennero deportati ca. 300.000 uomini, una guarnigione che fu ulteriormente rinforzata con contingenti fatti giungere dalla Cilicia, dalla Gordyene e dall’Assiria.

Nelle immediate vicinanze della città sorse un vasto palazzo reale attorniato da grandi parchi e stagni in cui vivevano in gran numero uccelli selvatici di ogni tipo; ovviamente non mancavano i padiglioni di caccia.

Le mura della città erano alte quasi venti metri ed erano state costruite di tale ampiezza per incutere timore alle più importanti capitali  della Partia occidentale: Seleucia; Ctesifonte e Babilonia.

Obbiettivo ultimo di Tigrane    era proprio la conquista della Partia da parte della Armenia, chiaramente esplicitato quando sulle sue monete fece incidere il titolo di Basileus Basileyon “ Gran Sovrano dell’Asia”  o “Re dei Re” che dir si voglia.

L’emergere dell’Armenia, come grande potenza gettò ombra sulla Partia che affidata alle mani incerte di vecchi e deboli monarchi,  era ora sotto l’incubo della guerra civile.

Per vent’anni, dall’89 A.Ch al 69 A.Ch. raramente troviamo menzionata la Partia tra le vicissitudini dei vari paesi orientali ed è con difficoltà, attraverso uno sforzo di ricerca accurato e perché no? Con un po’ di immaginazione, abbiamo dato risalto,  tra le feroci lotte intestine che imperversavano nel paese, a due pallide ombre di Re, da inserite nello intervallo che corre tra la storia iniziale della Partia  ed il successivo periodo.

La prima figura è rappresentata da Mnasciras che Luciano descrive come un principe Parto che raggiunse la veneranda e rispettabile età di 96 anni e che non ci pare possibile inserire in nessun altro periodo storico del paese, l’altra è un personaggio meglio definito: Sanatroces o Sinatruce o Sintrico il cui nome è riportato su di una serie di monete ed è ricordato anche da diversi autori.

 

Sinatruce

Quest’ultimo sovrano  sembra aver regnato dal 76 A.Ch. al 69 A.Ch. in contemporanea con Tigrane dell’Armenia, Mitridate del Ponto ed il generale Romano:  Lucullo; quando ascese al trono si dice avesse 79 anni e pare che dovesse la sua corona all’aiuto della tribù scizia dei Sacauraci.

Nel corso del suo breve regno ebbe l’accortezza di tenersi alla larga dalle beghe dei suoi confinanti e questo gli consentì di non fare la fine della pentola di coccio tra vasi di ferro.

Nel 72 A.Ch. non accolse le proposte di alleanza che Mitridate gli aveva offerto e quando, nel 69 A.Ch. la guerra si avvicinò alle frontiere e da entrambe i contendenti gli giunsero le prime serie richieste di collaborazione e di aiuto si trovò nella condizione di non poter più sostenere la linea di astensione sin qui mantenuta, tuttavia continuò a tergiversare allettando con promesse ora uno ora l’altro; ma senza mai offrire alcun  aiuto concreto.

Plutarco ci informa come Lucullo fosse rimasto tanto irritato da questa ambigua condotta da rimandare a tempi migliori la querelle con Mitridate del Ponto ed il suo alleato Tigrane e come si sia mosso con l’esercito contro la Partia;  la resistenza ad oltranza di Nisibis ed i successi riportati nel 67 A.Ch. da Mitridate lo indussero ad un ripensamento sì che riportò il fronte bellico verso il Nord.

La Partia che ancora non si era sbilanciata, né aveva preso una decisione definitiva, ebbe così modo di mantenere, ancora per qualche anno la sua neutralità.

La chiave di svolta della guerra Mitridatica fu il richiamo a Roma di Lucullo nel 66 A.Ch e la sua sostituzione con uno dei più grandi generali del suo tempo: Cneo Pompeo il quale si rese immediatamente conto che le armi di Roma non avrebbero potuto sostenere a lungo la lotta contro due potenti nemici alleati, del calibro di Tigrane e Mitridate.

 

Pompeo magno

I Re del Ponto e dell’Armenia giocavano in casa, avevano il grande vantaggio di conoscere il territorio e la possibilità di avere a loro disposizione un maggior numero di soldati per far fronte repentinamente alle eventuali perdite; possedevano grandi risorse ed avrebbero potuto continuare a combattere all’infinito se non fosse intervenuto un decisivo fatto destabilizzante.

Pompeo si guardò attorno alla ricerca di un nuovo fattore che potesse far pendere dalla sua parte l’ago della bilancia e si chiese se la Partia, che aveva rigettato le proposte di Lucullo e sdegnato le sue minacce, ora che sul trono sedeva un nuovo monarca poco esperto, non potesse essere coinvolta, con una più raffinata azione diplomatica.

In fondo questo paese, pure vicino al teatro delle operazioni,  ancora non aveva preso una posizione decisa e chissà se il nuovo sovrano non ritenesse più opportuno schierarsi, anziché proseguire  la politica di astensione del precedente monarca?

Poteva Phraate 3° figlio di Sinatruce, appena succeduto al padre sul trono della Partia, poteva essere indotto, con allettanti promesse,  ad unire le sue forze a quelle di Roma portando così la superiorità militare nel campo Romano?

Phraate 3°

Il problema era costituito da cosa  poter offrire come contropartita sufficientemente allettante e la trovò Pompeo  nella promessa di  restituire, dopo la fine della guerra, al Re della Partia,  quelle terre che gli erano state tolte dall’Armenia e le province di Gordyene ed Adiabene.

L’esca funzionò,  Phraate 3° accettò i termini proposti da Pompeo  e per la prima ed ultima volta la Partia fu alleata di Roma.

In termini generali l’accordo prevedeva che mentre Roma intensificava, senza tregua, il suo impegno militare verso il Ponto, Phraate 3° sarebbe dovuto penetrare in Armenia ed occupare il paese di Tigrane e giacchè Partia ed Armenia erano separate da una lunga linea di confine, Phraate 3° avrebbe potuto scegliere a suo piacimento tempo,  luogo e modalità che riteneva più favorevoli alla riuscita dell’impresa.

Il Re dei Parti aveva oltretutto la fortuna di avere, rifugiato a corte, un personaggio di alto lignaggio, un pretendente alla corona Armena.

Il principe primogenito di Tigrane era entrato in conflitto con il padre e si era ribellato; ma dopo che il suo esercito era stato battuto altro non potè fare che cercare rifugio e protezione in Partia e Phraate 3° non trovò di meglio, come scusa per intervenire,  sostenere il suo protetto nella guerra contro il padre.

Completato l’accordo con Pompeo, nel 65 A.Ch. si mise egli stesso a capo dell’esercito, con a fianco il principe armeno ed invase il territorio di Tigrane.

Tigrane 3°

Una volta rientrato in patria il giovane principe trovò intorno a sé grandi consensi, fu accolto con entusiasmo e numerosi furono coloro che si unirono ai suoi sostenitori; l’esercito invasore penetrò profondamente nel territorio senza trovare resistenza avanzando celermente verso la capitale Artaxata dove si era ritirato Tigrane.

Ben presto l’esercito di Phraate 3° giunse alle porte della città e le pose l’assedio; ma prima che ciò avvenisse Tigrane aveva abbandonato Artaxata per ritirarsi verso le montagne in luoghi meno facilmente accessibili.

L’assedio si protrasse nel tempo e Phraate 3° ritenendo di aver ottemperato agli accordi presi con Pompeo lasciò al giovane principe un contingente di truppa che assieme ai suoi sostenitori riteneva fosse in grado di assicurargli la vittoria contro le forze di Tigrane e si ritirò lasciandolo solo al comando dell’esercito.

Quello che avvenne dopo ci dice che Phraate 3° fu precipitoso nelle sue decisioni; non appena questi si fu ritirato il vecchio Re discese improvvisamente dal suo rifugio e piombò come un falco sull’armata del figlio, la mise in rotta e lo ricacciò fuori dal paese.

Tornato saldamente alla guida dell’Armenia Tigrane era ancora nella condizione di portare aiuto a Mitridate; ma il tempo aveva ormai fatto la sua parte.

Pompeo aveva fatto buon uso dell’intervallo in cui le truppe del vecchio erano impegnate nella campagna contro i Parti, incalzando Mitridate sempre più strettamente, lo aveva costretto a fuggire da un posto all’altro sino a trovare finalmente rifugio oltre il Phases, a Dioscurias, l’odierna Mingrelia.

Tigrane, senza il suo alleato, fu in grado di resistere all’esercito romano solo per poche settimane, poi fu giocoforza sottomettersi a Pompeo che nel 66 A.Ch. poteva così liberamente ed a suo piacimento operare in Oriente.

Il comportamento di Pompeo nei confronti del Re dei Parti fu tutt’altro che generoso e non rispettoso degli accordi a suo tempo contratti.

Tigrane 2°, il vecchio Re dell’Armenia, aveva rabbonito Pompeo con un donativo di 6.000 talenti in Argento ( un milione e mezzo della nostra divisa) in compenso rimase in possesso della Siria che ancorchè fatta “Provincia Romana” restò tuttavia collegata all’ancestrale Regno di Armenia, assieme alla provincia di Gordyene acquisita durante il periodo di contrasto con i Parti.

A Tigrane il giovane, amico e protetto da Phraate 3° venne inizialmente offerto il piccolo principato di Sophene  ma quando questi rifiutò ed andò a protestare venne arrestato e confinato in attesa di comparire in Roma al trionfo di Pompeo.

Phraate 3° deluso non ottenne alcun guadagno dalla alleanza che aveva contratto con Roma, se si esclude il recupero di Adiabene, del resto già conquistata nel 66 A.Ch. prima ancora dell’invasione dell’Armenia e quando, resosi conto che le promesse di Roma erano solo “carta straccia”  cercò di riprendersi con la forza la provincia di Gordyene, senza il consenso di Pompeo; questi non si fece scrupolo di opporsi militarmente mandando il suo legato militare Afranio a contrastare l’esercito di Phraate 3

Fu una solenne sconfessione  degli accordi presi a suo tempo e che prevedevano appunto il ritorno di queste province alla Partia, come compenso per l’aiuto militare dato nella guerra contro Mitridate, quella di rimettere in mano agli Armeni la provincia della Gordyene.

Da questo comportamento si comprende bene come nel tempo la Partia sia diventata in Oriente, l’acerrima nemica di Roma, così come l’Armenia il suo più fedele alleato.

Al di là del non aver rispettato gli accordi presi una ulteriore, più cocente offesa, venne al Re dei Parti quando Pompeo gli fece sapere che rifiutava di riconoscerlo come “Re dei Re”

 Il generale romano in quel tempo stava sicuramente pensando di dichiarare Phraate 3° nemico di Roma e di inviargli contro l’esercito, ma il corso della sua carriera che sin qui era proceduta senza intoppi e baciata dalla Dea Fortuna trovò, nelle ambizioni del suo rivale:Giulio Cesare, uno stallo che lo costrinse ad un attimo di riflessione.

Pompeo desiderava indubbiamente apparire agli occhi dei suoi concittadini come l’uomo del giorno e riteneva che la via giusta fosse quella di confrontarsi con il “nuovo nemico orientale” e per “nuovo nemico orientale” intendeva il successore degli Assiri e dei Persiani colui che aveva raccolto l’eredità del continente asiatico e come Alessandro Magno, voleva portare le armi occidentali sino alla rive dell’oceano che chiude il mondo ad Oriente; questo lo avrebbe innalzato sopra ogni altro rivale del suo tempo e gli avrebbe assicurato quel prestigio e quella distinzione forieri della gloria futura.

Purtroppo per lui la guerra non gli era stata formalmente richiesta da Roma ed i suoi nemici e detrattori, se avesse agito senza consultare il Senato, avrebbero potuto porlo sotto accusa, d’altro canto aveva potuto constatare per esperienza diretta che i Parti erano nemico da non sottovalutare e la loro conoscenza come alleato gli diceva che la vittoria contro di loro era tutt’altro che scontata pertanto, temendo di perdere per cupidigia la fama sin qui guadagnata, giudicò cosa migliore godersi il frutto dei buoni risultati già ottenuti piuttosto che imbarcarsi in una impresa che non era certo se gli sarebbe stata favorevole.

Pompeo scelse la via della pace e non si lasciò provocare nè da velleità dittatoriali né dalle audaci azioni che il Re dei Parti andava ordendo; quando Phraate 3° reclamò le province perdute replicò che la questione dei confini riguardava non Roma; ma la Partia e l’Armenia e quando Phraate 3° incalzandolo, lo pose dinanzi al fatto che l’Eufrate definiva i confini con il territorio conquistato dall’Impero Romano ed impose pertanto a Pompeo di non oltrepassarlo, quest’ultimo gli rispose che il confine giusto era quello dove si trovavano le armi romane.

Anche Tigrane, il vecchio ebbe qualcosa da ridire per il fatto che sebbene fosse legato da  alleanza con Roma quando venne  attaccato dall’esercito dei Parti  Pompeo non era corso in suo aiuto; la replica fu che egli era solo un arbitro chiamato a redimere le controversie tra i due paesi.

Queste risposte parlano da sole: esprimevano la filosofia del più forte che desidera evitare il coinvolgimento; dopo averle udite e ponderate i due monarchi si risolsero a risolvere in separata sede le loro querelles od al massimo differirle a quando Roma si fosse allontanata dai loro confini, accettarono quindi di buon grado una proposta di arbitrato da parte di Pompeo; fu trovato un accordo e vennero così ristabilite le relazioni di amicizia tra i due paesi.

Quando Pompeo si ritirò dall’Asia, nel 62 A.Ch. l’Oriente era in uno stato di relativa apparente tranquillità,  più che  necessaria, indispensabile per ricostituire le esauste forze dopo trent’anni di sanguinose lotte continue e nella convinzione che ulteriori contenziosi si sarebbero tutti risolti a vantaggio del comune nemico: Roma

Da parte sua la “Città Eterna” poteva adesso guardare ad una linea di confine permanente ben definita che coinvolgeva: Cilicia, Siria e Cappadocia  nell’attesa di proiettarsi oltre per intromettersi nelle dispute tra i vari paesi Asiatici.

La Partia era quella che più aveva da perdere; ma anche l’Armenia era in pericolo essendo la più esposta ad un eventuale attacco di Roma e la prima quindi ad essere occupata, le altre potenze minori non avevano speranza di sfuggire alla distruzione e rimanevano tranquille cercando di non creare problemi né provocazioni ai più forti paesi confinanti.

In questa fase di stallo e di apparente tranquillità si inserisce lo sconvolgimento interno che percorse la Partia; erano passati appena due anni da quando Pompeo aveva abbandonato l’Oriente per rientrare a Roma che una cospirazione, ordita dai figli di Phraate 3°: Mitridate 3° ed Orode portò all’assassinio del vecchio sovrano.

Phraate 3° aveva ereditato un trono instabile ed in grande difficoltà; ma aveva governato con saggezza, prudenza e vigore; si era dimostrato comandante attivo e buon stratega oltre che buon negoziatore e quando venne assassinato era ancora nel pieno della sua vigoria.

Sembra che il motivo del parricidio vada ricercato nelle ambizioni personali del primogenito: Mitridate 3° che dopo la morte del padre salì al trono; ma non riuscì a stabilircisi saldamente.

Mitridate 3° di Partia

         Mosso da gelosia verso il fratello e cospiratore Orode, appena avuto saldamente in mano lo scettro, lo aveva esiliato trattando nel contempo con durezza e crudeltà molti dei nobili a lui fedeli.

         Impauriti da questo comportamento i dignitari del paese lo deposero, richiamarono dall’esilio Orode nominandolo Re al posto di Mitridate 3° al quale, come compenso della perduta sovranità, affidarono il governo di una importante provincia della Grande Media.

Orode 1° di partia

Mitridate 3° dovette far buon viso a cattivo gioco; ma vi sono temperamenti che invece di accontentarsi di una vita semplice, naturale, in quiete ancorchè subordinata, sono portati a primeggiare così Mitridate 3° raccolse attorno a sè un nutrito esercito con lo scopo di marciare contro il fratello e recuperare il trono perduto.

Quando Orode se ne rese conto non pose tempo in mezze, gli marciò contro e soffocò la ribellione sul nascere.

Mitridate 3° fuggì oltre frontiera e si mise sotto la protezione del proconsole romano: Gambinio, governatore della Siria per volere di Pompeo.

Galbinio era uomo di moderata abilità; ma di enormi ambizioni, fu ben felice di ricevere il fuggitivo e per un po’ covò l’idea di invadere il territorio dei Parti e porre nuovamente sul trono Mitridate 3° e la spedizione avrebbe con ogni probabilità avuto luogo se il proconsole non avesse, quasi in contemporanea, ricevuto un invito a procedere più allettante  da parte di un altro paese.

Era successo che Tolomeo Aulete (Il musico) cacciato dall’Egitto dai suoi esasperati sudditi, ottenuta la protezione di Pompeo, si presentò, nel 55 A.Ch. a Galbinio per implorare un aiuto militare che lo ponesse nuovamente sul trono dell’Egitto.

Il prezzo che era disposto a pagare era di tutto rispetto, una somma equivalente agli attuali 12,5 Ml della nostra argentea moneta che sbalordì Galbinio tanto da indurlo ad intervenire; gli ufficiali di più alto grado si mostrarono restii all’impresa e se non fosse stato per il giovane influente Marco Antonio che si pronunciò decisamente a favore, convincendo molti altri ufficiali,  l’avventura egiziana non avrebbe mai visto la luce.

Mitridate 3° con grande disappunto dovette  rinunciare, per il momento, alla speranza di poter risalire sul trono della Partia; ma non si dette per vinto.

Le selvagge tribù arabe, di recente assoggettate da Tigrane in Mesopotamia si mostrarono ben felici di abbracciare la sua causa e grandi città come Seleucia e Babilonia si dichiararono in suo favore.

Mitridate 3° stesso si portò in Babilonia e qui sopportò un lungo assedio da parte delle forze di Orode; la guarnigione si arrese alla fine per fame e come ultima ratio Mitridate 3° tentò la carta del “Sangue reale” che avrebbe potuto annullare la penalità della ribellione e si consegnò nelle mani di Orode.

Tra i Parti l’affezione fraterna non è mai stata molto sviluppata ed Orode, pure passando sopra alle aspirazioni a regnare del fratello, non gli perdonò di essersi posto sotto la grand’ala di Roma; per questo venne giudicato come traditore ed immediatamente passato per le armi in sua stessa presenza.

Questa la fine di Mitridate 3° principe debole ed egoista che non raccoglie certo la nostra simpatia.

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PAPERONEdePAPERONI

@@Cesare Augusto Un viaggio stupendo in un regno a me sconosciuto...

Davvero complimenti! E' questa la numismatica che mi piace.

Saluti

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Cesare Augusto

Ci risiamo…stamane il vento fischia forte tra uno scroscio d’acqua e l’altro, credo Caesar che anche per oggi ci si debba accontentare del tepore del fuoco sotto la tenda e di un buona sorsata di Kefir, da queste parti aggiungono al latte d’asina la frutta matura che gli dà un profumo irresistibile.

A proposito George sino ad ora abbiamo parlato dell’Est; ma tra un po’ mi pare di capire che Roma, che proprio ad Oriente non è, entrerà pesantemente nei fatti dell’Est; perché non approfittare  dunque di questa forzata sosta per rivisitare l’Occidente mediterraneo del 3° secolo A.Ch.?

Perché no!

 

Vedi Caesar nel 3° secolo A.Ch. L’Occidente mediterraneo era sfuggito alla tempesta che aveva così profondamente trasformato l’Oriente vuoi per la prematura morte di Alessandro Magno; ma soprattutto perché un vero e proprio Impero Occidentale non c’era; nulla che avesse l’apparenza di unità quale caratterizzava l’Impero Persiano ne  una struttura ben definita ove ad un potere fosse  facilmente possibile sostituirne un altro.

Vero è che il tentativo di creare un impero o quanto meno un regno ellenistico occidentale fu operato dai regnanti dell’Epiro: Alessandro il Molosso e Pirro, lontani parenti di Alessandro Magno per parte di madre, i quali erano stati esclusi, dopo la morte del Macedone, dai domini dell’Est e cercavano così una rivalsa cercando di incorporare nel loro regno le città della Magna Grecia sulla costa Occidentale dell’Italia.

Entrambe trovarono forti e temibili avversari: negli abitanti della Puglia, nei Lucani, nella sorgente potenza di Roma ed in quella già affermatasi di Cartagine la quale per sua parte aveva già forse fatto il  pensiero di riunire sotto il suo dominio l’intero bacino del Mediterraneo.

Come la coda di una cometa nel 5° e 4° secolo A.Ch. le più importanti città della Grecia avevano costellato la costa Calabra e la Sicilia di colonie spingendosi, su, su, oltre lo stretto di Messina sin verso la Campania: a Poseidonia, nel Golfo di Salerno.

 

 

Nell’Italia meridionale la città più importante era Taranto, fondata dai Dori; era stata la “Testa di ponte”dell’Ellenismo ed ora, nel 3° secolo A.Ch. era la metropoli spirituale della Magna  Grecia tuttavia sempre contrastata da Bruzii e Lucani ed è per questo che nel tempo aveva dovuto fare ricorso all’aiuto di milizie Greche.

Archidamo di Sparta trovò la morte nel 338 A.Ch. nella difesa di Taranto.

Alessandro il Molosso, fratello di Olimpiade, madre di Alessandro Magno e moglie di Filippo 2° di Macedonia, cadde contro i Lucani nel 330 A.Ch.

Cleonimo, principe Spartano che pure era riuscito ad incorallare molteplici vittorie contro i barbari dell’interno, venne alla fine allontanato da Taranto a causa della sua insopportabile tirannia ( 301 A.Ch.)

I popoli dell’interno: Bruzii, Lucani e Sanniti non erano i soli a limitare l’espansione territoriale della Magna Grecia; ma anche il nuovo astro sorgente del centro Italia: Roma attraeva con la sua politica gli insediamenti Greci minori.

Turi,  attaccata dai Lucani piuttosto che chiedere aiuto a Cleonimo, protettore invadente, si rivolse a Roma anche per liberarsi dal pericolo di una tutela tirannica ed asfissiante.

In cambio del protettorato la “Città Eterna”  lasciava alle associate ampia attività di governo ne interagiva sul costume e sulle consuetudini dei popoli accontentandosi di chiedere un lieve contributo e l’invio, in caso di guerra, di soldati che inseriti in un complesso militare organico e ben strutturato, qual’era l’esercito di Roma, potessero difendere la propria città oltre che Roma stessa.

Vinta la pressione dei Sanniti, i territori cui era possibile rivolgersi anche attraverso la  fagocitosi degli insediamenti Greci,  era il Sud della penisola; va da sé che questo la portava inesorabilmente in “Rotta di Collisione”con la più grande metropoli della Magna Grecia.

Il conflitto appariva ormai inevitabile e quando nel 282°.Ch.  le bireme romane oltrepassarono Capo Licinio fu guerra dichiarata ; Taranto chiese aiuto a Pirro, nuovo Re dell’Epiro il quale, come il suo predecessore, non si lasciò sfuggire l’occasione allettato dall’idea di potersi costruire un impero in Occidente.

I fatti sono noti; nello scontro iniziale tra la falange macedone e la legione romana fu la prima ad avere la meglio grazie anche alla presenza di elefanti, animali sconosciuti ai Romani; ma gravi furono le perdite del Re dell’Epiro che in un secondo scontro con i Romani, nei pressi dell’attuale Benevento, ebbe la peggio e fu costretto a rimpatriare.

 

Moneta dracma o statere tarantino con Taras su delfino

 

Lo strascico degli insediamenti coloniali Greci si proiettava anche sulle coste della Sicilia Occidentale e qui Siracusa aveva sull’isola un ruolo simile a quello di Taranto sul continente.

Più che i barbari dell’interno erano i mercanti imperialisti di Cartagine che limitavano l’attività e l’espansione siracusana.

Al tempo di Timoleone l’isola era divisa in due zone d’influenza separate dal fiume Alico; ad Oriente erano i Greci, i Punici ad Occidente  e per lungo tempo questo tacito accordo venne onestamente rispettato da entrambe le parti; ma alla morte di Timoleone ca. 337 A.Ch. Siracusa cadeva nelle mani del tiranno Agatocle che nel 304 A.Ch. si fece nominare e Re e mantenne la carica sino alla morte nel 289 A.Ch.

Fu sotto Agatocle che l’equilibrio si ruppe, il siracusano dopo aver assoggettato con metodi spesso brutali e crudeli le città siciliane ostili a Siracusa, nel 312 A.Ch. occupò Messina; ma  nel 311 A.Ch. nel tentativo di impadronirsi di Agrigento si trovò di fronte: Amilcare,  un governatore punico energico e risoluto il quale non solo lo sconfisse; ma pose l’assedio alla stessa Siracusa.

Con audacia incredibile Agatocle passò con l’esercito in Africa portando guasto nei dintorni da Cartagine.

I Punici tolsero l’assedio e dopo alterne vicende, nel 307 A.Ch. anche il tiranno siracusano abbandonò l’Africa; quando morì lasciò una Sicilia quasi interamente unificata in cui trionfava l’ellenismo.

 

Moneta d’Argento (dracma o Statere siracusano) meglio se di Agatocle)

 

Oltre alle città delle Magna Grecia, sul continente Italiano ed in Sicilia, esisteva, nel 3° secolo A.Ch. un terzo importante centro ellenistico a Marsiglia.

Le prime colonie focesi che la  fondarono  furono inizialmente osteggiate sia dai Cartaginesi per mare che dai Galli sulla costa; ma successivamente riuscirono a consolidare la loro posizione ed estesero la zona d’influenza dei loro commerci dal Rodano e le Alpi, da una parte, sino ai Pirenei dall’altra.

Quando scoppierà il conflitto tra Roma e Cartagine prima e con i Galli poi i Marsigliesi non avranno dubbi e prenderanno le parti dei latini.

 

Nel corso del 5° secolo A.Ch. e nella maggior parte del 4° secolo, la città capitale dei Semiti occidentali era rimasta isolata dal mondo orientale, dal quale la escludeva la potenza marittima di Atene

Il Grande Macedone che nel 332 aveva posto sotto assedio Tiro, l’antica metropoli da cui derivava Cartagine e forse in cuor suo aveva pensato di liberare l’ellenismo anche dalla morsa Cartaginese.

Dopo la sua morte, strane le cose del mondo, Cartagine anziché rappresentarne un freno  fu per l’ellenismo un nuovo spunto di lancio.

Era successo che Tolomeo Sotere, nel suo sforzo di rendersi indipendente dal grande impero di Alessandro, aveva  preso contatti con la Cirenaica e con i paesi vicini alla regione di Tiro…associarsi, per Cartagine, fu un fatto naturale…tanto naturale che la moneta del regno di Tolomeo si discostò dal piede Greco per allinearsi al sistema Fenicio e d’altro canto Cartagine che negli scambi commerciali da sempre aveva utilizzato il baratto, iniziò ad emettere monete conformi al sistema tolemaico.

 

Moneta Cartaginese in Ag con Tanit e cavallo

 

Gli  interessi dei Tolomei e quelli di Cartagine trovarono punti di contatto nel fatto che i mercati occidentali, in mano ai punici, divennero accessibili agli alessandrini che per parte loro fornirono ai cartaginesi i prodotti dell’industria greca inoltre  la produzione agricola dell’entroterra fertile africano, trovava accesso nella Grecia classica il cui terreno povero e sassoso permetteva solo lo sviluppo di: Fichi, olivo e vite tutte coltivazioni che richiedono terreni di scarsa fertilità; i cereali si dovevano importare.

A questo proposito si pensi al cartaginese Magone che scrisse all’epoca uno dei più celebri trattati di agronomia dell’antichità.

Dalle coste cartaginesi derivava inoltre il tessuto rosso “Porpora” tanto gradito al mondo Greco e Romano.

Lo sviluppo del commercio cartaginese portò i Punici, attraverso le coste occidentali della Sardegna e della Corsica ad approvvigionarsi dei minerali presenti nella Spagna o provenienti dalla Britannia insulare, come lo Stagno.

 

Da molti secoli nell’Europa Occidentale e Centrale si estendeva, su vasti territori, una civiltà barbarica rappresentata da un insieme di popoli  che utilizzavano una lingua: “Celtico comune” che costituisce  il ramo occidentale della grande famiglia linguistica Indo-Europea; come i Romani e fors’anche gli Etruschi, il complesso culturale celtico sembra non abbia avuto origine da una “Razza Celtica” ma che sia stato il risultato di una fusione tra elementi etnici diversi, sovrapposti da tempi più remoti nell’area Renana e Danubiana.

Difficile definire l’esatto periodo in cui questa evoluzione culturale  che  a noi appare improntata a continuità, si palesò come “Civiltà Celtica” ma è certo che in quest’area si definì una civiltà: quella di Hallstatt, caratterizzata dalla lavorazione del Ferro che andò a sostituire quella del bronzo con tutte le conseguenze socio economiche e culturali che portarono  alla tendenza dei Celti a raggrupparsi sotto la guida di un Re.

La civiltà di Hallstatt si diffuse dal Danubio alla Spagna e sfociò poi nella civiltà detta. “La Téne” che verso la fine del 6° secolo A.Ch. e nei successivi vide aprirsi rapporti di scambio commerciale con Greci ed Etruschi.

Le testimonianze storiche parlano di orde migratorie di guerrieri barbari che imperniavano il modo di combattere  sul valore del singolo che nel duello si presentava al nemico in tutta la sua possanza fisica: nudo ed esagitato come un demone.

La sfida tra singoli combattenti, tanto in voga al tempo di Omero era oramai caduta in disuso presso i Greci ed i Romani consideravano il duello tra singoli come fonte generatrice di indisciplina .

L’uso della spada in Ferro soppiantò quella confezionata con il Bronzo, meno resistente e più facile alla rottura; la sua forma si modificò nel tempo divenendo  più corta e più tozza ancorchè più tagliente…una specie di “Daga” per evitare che potesse piegarsi sotto l’urto di punta.

Fu così che l’ondata dei Celti si spinse verso la penisola Iberica: sono i “Celtiberi” in cui si parla nella lotta tra Roma e Cartagine; ma anche la Bretagna insulare ebbe a risentire di queste migrazioni che si spinsero, diametralmente opposte, anche all’Italia ed al tempo di Cesare furono indicate come: “Galli”

Le tribù insediate nella valle del Reno e del Danubio, sotto la spinta dell’accrescimento demografico tentarono la via del Sud alla ricerca di ricchezza e di terreni più fertili; una cinquantina d’anno dopo la morte di Alessandro Magno ritroviamo queste bande di armati, discese attraverso l’Illiria, a minacciare la stessa Grecia Classica prima di penetrare in Asia Minore dove fonderanno lo stato dei “Galati”

 

Argentea moneta celtica

 

Caesar abbiamo così chiuso l’anello che vede, a grandi linee, la storia  dei popoli occidentali che nel 3° secolo A.Ch. circondavano il Mediterraneo

George, sbaglio o di Roma che era poi l’oggetto delle nostre odierne riflessioni, abbiamo detto un po’ pochino?

Ebbene si, me la sono tenuta per ultima; era doveroso dare prima  una panoramica, anche se molto, forse troppo stringata del contesto in cui Roma si sviluppò perché fu proprio la Città Eterma a raccogliere il testimone dalla storia per dare origine al grande Impero Occidentale che dal 3° secolo a.Ch sino almeno al 3° secolo D.Ch. impose il suo riflesso sulle civiltà dell’epoca…poi sarà tutta un’altra storia; ma ti accontento subito

 

Non cercare, in quel che segue, troppo rigore storico, mi metteresti in imbarazzo e ne resteresti deluso; ma con il pensiero libero, gli americani usano l’espressione: “Brain Storming” riviviamo assieme l’età della prima Roma.

Incuneata tra i Monti della Tolfa, a nord ed i monti Lapini a sud giace ampia pianura dove il fiume Tevere si distende in tortuosi meandri prima di sfociare al mare; su questa landa insalubre ed acquitrinosa, dove la zanzara anofele imperversava ( l’aes albopictus; leggi: “Zanzara tigre” allora non era conosciuta o forse non esisteva) sorgono sette…otto collinette  e su quelle , pochi disperati conducevano una vita agra, estranea al vicino, opulento mondo estrusco, ricco di commerci, effettuati per lo più via terra; ma che non disdegnava i contatti via mare partendo dai più riparati e salubri approdi di Telamone e di Baratti.

 

 

 

Alla confluenza col mare,  abitanti rivieraschi del Tevere, in parte stanziali, in parte venuti chissà da dove, quasi sicuramente per questa via, le cui tracce di insediamento sono state ritrovate sul Palatino: i RAMNES facevano da tramite, per lo scambio, con i popoli venuti di là dal mare, delle merci prodotte dagli ALBENSES  (Tities), popolazione dei colli Albani, discendenti diretti dei Villanoviani; tracce del loro insediamento si trovano sul Celio e l’Esquilino, e dei SABINI (Luceres; Quiriti); montanari scesi a valle dalla zona di Rieti le cui tracce sono state ritrovate sul Quirinale.

Furono questi tre raggruppamenti etnici che il 21 Aprile dell’anno 753 A.Ch. si unirono per fondare una città che prese il nome di Roma; dai Ramnes appunto e “Romani” si chiamarono i suoi abitanti.

Un Re; Un Senato costituito da 100 Patres; 300 da Tarquinio Prisco in poi; tre gruppi etnici ognuno dei quali era  rappresentato da 10 curie che fornivano ciascuna: 100 fanti e  10 cavalieri ad un esercito forte di 3.000 fanti e 300 cavalieri: questa era Roma e la sua “Legione”

Alla “Classe gentilizia” della nuova città si affiancava la “Plebe” Insieme di uomini liberi dediti alle arti, al  commercio, all’artigianato… né poteva mancare, come in tutte le civiltà dell’epoca, la classe dei diseredati e degli schiavi.

Nello slalom speciale della storia di questa città, la prima bandierina delimita i re: sette Re, dal quinto in poi di origini etrusche che segnarono il percorso crescente di questa nuova entità: ROMA.

Le prime ad affermarsi furono le istituzioni civili e militari, per la difesa della propria indipendenza da chi dall’esterno avversava la nuova istituzione, paventandone lo sviluppo oppure,  come gli Etruschi che  resisi conto della  potenzialità economica della nuova città, cercavano di sfruttarla per i propri fini sino ad insediare al supremo potere di re, uomini di origine Etrusca.

Un cenno particolare merita Servio Tullio (Mastarna) che tra le altre cose dopo aver cinto di mura la città, riformò l’esercito chiamando a parteciparvi tutti i cittadini, in funzione del loro patrimonio, riuniti in sei classi a seconda del loro censo.

 

Cartina di Roma serviana

 

Ne uscirono 193 centurie ciascuna delle quali composta da 60 uomini alla guida del “Centurione” due centurie costituivano: un manipolo; 30 manipoli ( 60 centurie) costituivano la “Legione” coadiuvata da 300 “Cavalieri” raggruppati in 10 “Torme” di 30 cavalieri ciascuna, il cui comando era affidato al “Decurione”

         In totale, con Servio Tullio, erano già disponibili 3 legioni;   composte da 3.600 “Fanti” e 300 “Cavalieri” ciascuna che nella guerra contro Veio (405 – 396 A.ch.) saliranno a quattro, alla guida del “Dittatore” Furio Camillo il quale, per la prima volta concesse una paga ai soldati e versato un contributo ai cavalieri, ai meno abbienti dei quali era addirittura passato il “ Cavallo pubblico” a spese dello Stato.

         Ho ritenuto opportuna questa breve digressione sull’esercito perché dopo la seconda guerra punica la politica di Roma già improntata ad una forte valenza militare, con scopi difensivi, diverrà espansionistica  rivolgendosi in primis al mondo ellenico: Ricordiamo che la presa di Siracusa è di quel periodo ( 202 A.Ch.) ed anche Filippo 5° di Macedonia alleato dei Galli a loro volta sostenitori dei Punici dovranno patire l’impeto di Roma e siamo al 197 A.Ch. con la battaglia di Cinocefale; ma non anticipiamo i tempi.

Nella Roma arcaica il compito di difendere la città era considerato un diritto  dovere sacrale cui erano chiamati anzitutto i cittadini padri della patria: I patrizi che erano anche economicamente più avvantaggiati rispetto agli altri; d’altro canto le armi e l’equipaggiamento erano costosi ed a totale carico dei soldati e solo i più facoltosi erano in grado di procurarsele.

L’esercito di Roma era un esercito di fanti in cui il ruolo della cavalleria era marginale; attestata sui fianchi della legione, per proteggerla dagli aggiramenti, era tuttavia pronta ad inseguire il nemico in fuga ed in caso di necessità estrema il cavaliere smontava e combatteva a piedi: l’animale era un bene troppo prezioso perché venisse compromesso, del resto ancora non era in uso la staffa per cui risultava difficoltoso mantenere un equilibrio stabile durante lo scontro.

I compiti prevalenti della cavalleria, oltre quelli già menzionati, si limitavano alla ricognizione del territorio ed al recapito dei messaggi.

Ogni famiglia, delle tre “gens” che avevano fondato Roma, forniva contingenti propri coadiuvati da: Clienti, amici e servi che si raggruppavano assieme e tale vicinanza era per il milite garanzia di massimo impegno per la difesa di se stesso e dei familiari ed orgoglio per la salvaguardia e l’accrescimento del proprio onore…”Pulcher et gaudium est pro patria mori”…. guai tradirlo, avrebbe portato discredito a tutta la famiglia, alla “Gens” di appartenenza.

Fu la determinazione e la saldezza nell’esercito che permise, al lago Regillo, di sconfiggere le forze etrusche e latine coalizzate nel tentativo di ripristinare in Roma,  la monarchia dei Tarquini.

La battaglia vinta sul lago Regillo portò ad una svolta decisiva che trasformò la “Città Eterna”  da Stato che lottava per la sopravvivenza a Potenza regionale in piena espansione.

Già ti ho accennato a come i Romani erano preferiti dalle città elleniche  dell’interno nel loro contrasto con Bruzii; Sanniti e Lucani ritenendo male minore l’associazione a Roma piuttosto che l’aiuto dell’egemone Taranto

Durante l’avventura punica del 3° secolo A.Ch. dopo Canne, con l’esercito ridotto a misera cosa, i romani reclutarono persino gli schiavi; ma  dopo aver sconfitto Annibale, a Zama, non ci furono più freni all’espansione territoriale romana, fuori dalla penisola.

Nel 2° secolo A.Ch. vennero allestite sino a 23 legioni, per un numero di soldati al limite delle possibilità demografiche di Roma e dell’Italia intera; arruolati con ferme pluriennali anche i cittadini con censo molto basso, lo Stato forniva loro: armi e paga.

Nella cavalleria era oramai diventato d’uso comune concedere  il “Cavallo pubblico” ai soldati che non potevano permettersi il mantenimento del nobile animale.

Il reclutamento avveniva una volta all’anno; erano i consoli a fissare la data in cui tutti gli uomini in grado di portare le armi erano tenuti a presentarsi.

Al momento del congedo molti cercavano un nuovo ingaggio divenendo di fatto professionisti della guerra il cui presente e futuro dipendeva, in gran parte, dal comandante che assegnava loro: Premi, indennità, promozioni e quote di bottino; tutto li legava al comandante… la clientela tipica della società civile romana, si era riversata nell’ambito militare

L’esercito non era più legato alla Repubblica di quanto non lo fosse al comandante che lo utilizzava quale strumento delle proprie ambizioni; con la riforma di Augusto poi, venne aggiunto il giuramento di fedeltà dei soldati all’Imperatore, quale comandante in capo dell’esercito e tanto basti.

Durante  la Repubblica; Due magistrati: i Consoli, scelti annualmente tra i patrizi, sostituirono il re assommando nelle loro mani tutto il potere: civile e militare.

In caso di estremo pericolo i consoli venivano sostituiti dal “Dittatore” coadiuvato da “Magister Aequitum” ovviamente responsabile della cavalleria oltre che  da tre “Tribuni Militari”

Il “Senato” formato dai rappresentanti delle famiglie patrizie, continuava la sua opera e più che organo di consulto, costituiva il timone della Repubblica.

Con l’istituzione del sistema di governo repubblicano, imperativo divenne l’accordo della nuova istituzione  con Cartagine.

Gli inizi della Repubblica furono scanditi dalla lotta contro gli Etruschi ed i paesi confinanti oltre che dalle difficoltà interne, dovute alle rivendicazioni della Plebe su cui ricadeva “Magna pars” dello sforzo bellico: nel 494 A.Ch. si registrò la secessione sul Monte Sacro e …chi non ricorda il discorso tenuto da Menenio Agrippa sulle membra che assieme contribuiscono all’unità ed alla salute del corpo umano ?

Gli scontri ripresero e sul palcoscenico del teatro storico romano si avvicendarono, di volta in volta: Volsci ed Ernici, Veienti e Sabini ed ancora Anziati (da Anzio) ed Equi.

Tutto questo sino al 450 A. Ch. anno in cui i Decemviri… un collegio istituito in sostituzione dei consoli a seguito del perdurare dei contrasti tra Patrizi e Plebei… con la “Legge delle XII Tavole” istituirono, tra l’altro, la forma monetale romana  “Moderna” sulla base dell’Asse Librale; in precedenza venivano utilizzate verghe di metallo più o meno decorate con: cavalli alati, buoi, delfini

Asse Librale e verga con bue

Vennero rafforzate le istituzioni, con la creazione dei “Censori”… e le guerre ripresero e si spostarono via, via, verso Sud, sino in Campania: a Cuma e nel territorio sannitico; ma continuò, nel contempo, il contrasto con le città Etrusche e Veio fu una delle prime a farne le spese

Gli inizi del nuovo secolo ( 390 A.Ch.)  fecero registrare la calata dei “Galli” guidati da Brenno, su Roma…l’immaginario collettivo ricorda la storia delle oche capitoline e di Tarpeia traditrice, sepolta dagli scudi degli invasori.

Denaro d’Argento con Tarpeia

Nel 360 A.Ch. l’episodio dei Galli si concluse definitivamente ad opera del Dittatore: T. Quintio Pennio Capitolino e del console: C. Petelio Libone Visulo… e le guerre continuarono: ancora con gli Erici ed i Sabini, venne poi la volta dei Privernati, dei Tusci, dei Tiburtini mentre sul fronte etrusco a cedere ai romani fu Caere, l’odierna: Cerveteri.

Nel 343 A.Ch. Capua, minacciata dalle mire espansionistiche dei Sanniti, chiese aiuto a Roma la quale si impegnò in tre lunghe e sanguinose campagne militari prima di aver ragione del bellicoso popolo dei Sanniti.

Siamo al 290 A.Ch., altra bandierina, altro momento topico… in poco più di 200 anni Roma aveva acquisito il dominio del centro sud: Lazio, Etruria, Umbria, Sabinia, Sannio e Campania erano oramai in suo potere…la rotta di collisione con la potenza delle colonie che costituivano la Magna Grecia si avvicinava sempre di più e nel 282 A.Ch. sfociò a seguito del conflitto con Taranto: Alcune navi romane avevano sconfinato oltre capo Licino, indicato da un contratto stipulato nel 303 A.Ch. come limite invalicabile della sfera di influenza romana, in acque greche  e tanto bastò.

         Il console L. Emilio Barbulo ebbe la meglio su Tarantini, Sanniti e Salentini; ma come già abbiamo accennato, Roma aveva fatto i conti senza l’oste che in questo caso portava il nome di Pirro, re dell’Epiro il quale smanioso di gloria, chiamato dai Tarantini in soccorso, giunse in Italia e sbaragliò i romani nella battaglia di Eraclea: fu il primo scontro tra la “Falange macedone” e la “Legione romana”

 La presenza degli elefanti, sconosciuti ai romani, fece pendere l’ago della bilancia da parte greca.

Vi furono tentativi di pacificazione, sempre dai romani respinti, sì che Pirro si volse contro i Cartaginesi nel tentativo di aiutare i Siracusani a liberarsi della morsa punica.

Dopo qualche successo iniziale venne però sconfitto, riprese così la lotta contro i romani; ma nei pressi di Malaventum, per l’occasione ribattezzata: Beneventum, patì una sonora batosta tanto da costringerlo ad abbandonare l’Italia.

Nel 270 A.Ch. Con l’occupazione di Reggio Calabria fu completo il dominio romano su tutta la Magna Grecia e la nuova situazione accrebbe i motivi di contrasto tra Roma e Cartagine.

Altra bandierina…oramai proiettata nell’area internazionale Roma dovette rivedere la sua stabilità monetaria, ridurre l’asse librale al peso delle quattro once (Asse trientale) ed in contemporanea introdurre l’Argento nella monetazione.

I contrasti con Cartagine si fecero sempre più stridenti; il casus belli fu offerto dai Mamertini, amici di Roma, cacciati da Messina dai cartaginesi… era la prima guerra punica… correva l’anno 264 A:Ch.

Cartagine, vinta per mare ad Ecnomo, sbaragliò l’esercito romano nei pressi di Tunisi; dopo tre anni si esaurì la prima offensiva; ma la pace ebbe breve durata.

Nel 219 A.Ch. a seguito dell’assedio di Sagunto, città spagnola alleata dei romani, si riaccesero le ostilità; Annibale Barca, dalla penisola Iberica, attraversò il Rodano, valicò le Alpi, scese nella pianura padana e sconfisse presso il Ticino il Console P. Cornelio Scipione che ferito, fu salvato dal figlio: il futuro “Africano.

Dalla Sicilia l’esercito del console T. Sempronio Longo, a marce forzate, si ricongiunse a quello di Scipione ed affrontò Annibale presso la Trebbia rimediando una sonora sconfitta; a fatica gli scampati riuscirono a riparare in Piacenza.

 I Galli si ribellarono a Roma e si schierarono al fianco di Annibale che, varcato l’appennino sconfisse C. Flaminio a Tuoro, sul lago Trasimeno: a Roma si avvertì netta la sensazione della fine.

         Con la Legge Flaminia, detta anche Fabia, venne definitivamente istituito l’asse unciale del peso di 27 gr

Asse unciale

Fortunatamente per Roma, Annibale portò le  truppe a svernare in Capua e la città fu salva.

Roma riprese l’offensiva, partendo dalla Spagna, contro Asdrubale, fratello di Annibale e ben presto ebbe ragione dei Cartaginesi portando le ostilità in Africa alla conquista di Cartagine; nel 202 A.Ch. anche questa seconda, terribile guerra ebbe fine.     

Vi fu un terzo scontro, questa volta definitivo e dopo aver ridotto Cartagine ad un cumulo di macerie, Roma rivolse la sua attenzione ai Galli ed ai Liguri  che si erano schierati  dalla parte cartaginese oltre che a Filippo 5° di Macedonia.

Nel 153 A.Ch. Il censore M. Porcio Catone  recatosi a Cartagine per trattare dei  rapporti con Massinissa confermò la pericolosità di questa città, ripresasi dopo il secondo conflitto con Roma; “Caeterum qauero Cartago delenda esset” era solito ripetere alla fine di ogni sua allocuzione.

I Cartaginesi, provocati dalle scorrerie dei Numidi di Massinissa reagirono ed il Senato Romano, dichiarate violate le condizioni di pace, intimò ai Cartaginesi di disarmare e distruggere la loro città per riedificarla più nell’interno a 15 Km. dalla costa; al rifiuto Cartaginese  prese il via la terza guerra punica.

         Nel 146 A.Ch. a Cartagine i difensori, comandati da Asdrubale, dopo un’accanita resistenza, lasciarono nelle mani dei romani solo macerie.

Nel 197 A.Ch. il console Q. Minucio Rufo sistemò la partita con Galli e Liguri mentre il proconsole T. Quinzio Flaminio ridusse a più miti consigli, dopo la battaglia di Cinocefale, il re macedone: Filippo.    

Le lotte appena descritte ebbero come conseguenza:

  1. Il rafforzamento di Roma, città oramai egemone non più costretta alla difesa; ma proiettata, grazie al suo esercito, verso l’espansione territoriale
  2. Aumento dell’autorità del senato che per le necessità della guerra si era oramai abituato ad agire senza interpellare i “Comizi” né tanto meno i “Tribuni della Plebe”
  3. L’emergere di capi militari efficienti la cui solidarietà con i soldati li portò ad agire con sempre maggiore autonomia di decisione.

Quest’ultima condizione crescerà a tal punto che sarà causa, nel terzo secolo Dopo Cristo, dell’inizio della fine dell’Impero Romano di Occidente, ma già sin da adesso ne erano chiari i prodromi.

Forse Caesar l’ho fatta  lunga con la storia di Roma nella prima repubblica  e con le Guerre Puniche; ma è proprio con la fine di questo contrasto che l’Occidente avrà quell’impero che non c’era.

Seguiranno poi le vittorie di Mario contro Cimbri e Teutoni, nel Nord e quelle di Silla in Oriente contro Ariobarzane 1°  di Cappadocia ed è a questo proposito interessante osservare che fu proprio in quella occasione che avvenne il primo contatto con i Parti che avevano mandato a Silla una ambasceria; siamo oramai al 95 A.Ch. L’impero dei Parti sorto attorno al 250 A.Ch. era già una realtà consolidata, come abbiamo visto lo era adesso Roma.

Nell’88 A.Ch. assistiamo all’insorgere di dispute interne tra i generali di Roma; saranno prima Mario e Silla che in nome della democrazia, il primo e dell’aristocrazia il secondo daranno luogo ad una vera e propria guerra civile che vide per la prima volta un generale: Silla marciare su Roma per farsi nominare: “ Dictator perpetuus”

Quindici anni dopo scoppiò la rivolta degli schiavi capeggiata dal trace: Spartaco e dopo la battaglia del Sele cui seguì la crocefissione, lungo la via Appia, dei vinti ecco comparire i nomi di altri  importanti generali.

Il vincitore di Spartaco fu Crasso mentre in Oriente Pompeo portava le aquile romane contro i pirati; Mitridate 6° del Ponto e contro l’Armenia, dopo aver ridotto a più miti consigli la Spagna; Cesare, per sua parte era impegnato in Gallia contro gli Alemmanni; gli Elvezi e le altre popolazioni di stampo Celtico.

Saranno questi tre uomini che nel 59 A.Ch. costituiranno il primo triunvirato  riconfermato poi nel 56 A.Ch. al convegno di Lucca, dove verrà decisa anche la zona d’influenza di ciascuno di loro: Cesare nelle Gallie; Pompeo in Africa e Spagna a Crasso sarà affidata la Siria.

     Mi fermo qui Caesar anche perché domani sarà di scena proprio Crasso che sospinto dal desiderio di potere e da una enorme ambizione farà della Siria il trampolino di lancio per  una avventura che se fosse andata a buon fine avrebbe forse cambiato il corso della storia.

Pompeo e Cesare erano al corrente della cosa?

Forse si anche perché Crasso non ne aveva fatto certo mistero, anzi l’aveva sbandierato ai quattro venti; ma dal 49 A.Ch. i due erano entrati in conflitto; Pompeo dalla parte del Senato; Cesare alla ricerca del successo personale volto ad ottenere quell’Imperator, inconfessabile, celato sotto la dizione: “Dictator Perpetuus”…Alea iacta est…oltrepassò il Rubicone; Pompeo si rifugiò in Epiro…poi l’assedio di Durazzo e Farsalo…l’Egitto… dove Pompeo troverà la morte per mano dei sicari di Tolomeo 12°

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dabbene
Supporter

Grande pagina di storia, un racconto che appassiona e ci insegna molto, secondo me sarebbe da pubblicazione magari anche qui sul Portale e sui Quaderni.....complimenti ,

Mario

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Cesare Augusto

Buongiorno George, questa mattina ho ricevuto una lettera da Roma da dove il tribuno: Ateio mi informa  che nonostante avesse fatto di tutto per fermarlo,  Crasso aveva fatto vela da Brindisi per Dyrrachium (Durazzo); la lettera è datata e con molta probabilità  il nostro sarà già in territorio mesopotamico, o giù di lì; che si fa George? Ritieni si debba informare il nostro ospite Orode?

Perché mai Caesar,  Orode è già a conoscenza non solo della partenza di Crasso; ma viene costantemente informato dei suoi movimenti…seguiamo anche noi l’evolversi di questi spostamenti.

Crasso, ovvero. Marco Licino Crasso era, a Roma, uno degli uomini più eminenti del suo tempo; ma non fu mai nè un grande uomo, né tantomeno un valoroso combattente.

Proveniva da famiglia nobile ed il padre era stato  uomo stimato ed apprezzato, la sua fama è legata all’abilità nel trattare gli affari, attività alla quale si era dedicato sin da giovane con tanto vigore ed energia da riceverne successo e ricchezza.

All’epoca il commercio era favorevole e consentiva di poter accumulare notevoli fortune oltretutto il periodo della guerra civile era oramai superato lasciando tuttavia dietro di sé uno strascico di continue confische e vendite forzate di beni che offrivano anche ai capitalisti con non eccessive disponibilità,  l’opportunità di diventar ricchi in tempi brevi attraverso investimenti oculati.

Crasso non era certo uomo da muoversi a compassione verso nessuno né curava amicizie né tantomeno operava con delicatezza, pur di raggiungere l’apice della ricchezza non guardava in faccia a nessuno e nel breve volgere di pochi anni si ritrovò padrone di mezza Roma.

Possedeva inoltre  ricche e produttive miniere, poderi fertili e ben coltivati; ma soprattutto era padrone di un enorme numero di schiavi; egli stesso aveva calcolato, poco prima di imbarcarsi nella spedizione che lo avrebbe portato in Oriente, il valore delle sue proprietà che valutò in ca. 6.000 Talenti.

Nella Roma di quel tempo come del resto in tutti popoli ed in tutti i tempi, la ricchezza era uno dei fattori che portava alla distinzione politica.

Per ottenere le più alte cariche dello Stato, obbiettivo di contesa tra le più illustri personalità di Roma, era indispensabile impegnare tanto denaro e Crasso ne aveva molto, tanto da far nascere in lui quel desiderio che in gioventù non lo aveva turbato più di tanto, di imporsi ai suoi concittadini sì che la sua presenza nell’agone politico divenne sempre più frequente e lo portò a mettersi in competizione e superare gli altri favoriti del momento.

Divenne promotore, patrocinante in tribunale,  accollandosi  cause che altri declinavano  mostrandosi particolarmente zelante e coscenzioso; in quel periodo la sua casa era aperta a tutti, prestava danaro agli amici senza interesse e dava ampia, se non liberale ospitalità.

In questo modo raggiunse presto nel “Foro” il più alto livello di notorietà ed anche senza essere particolarmente brillante  il talento che dimostrava era più che considerevole ed il popolo riconosceva in lui eccezionali doti di sagacia e sicurezza tanto da proporlo alla guida politica del paese, sebbene in una posizione di sottordine, assieme a  Pompeo e Cesare con i quali costituì nel 55 A.Ch. il cosiddetto “Primo triunvirato” seguì il “Consolato” e quando, come destino volle che la Provincia della Siria gli fosse assegnata, non pensò ad altro per  aumentare ulteriormente il suo potere.

L’ambizione di Crasso e la sua gelosia nei confronti di Pompeo e Cesare derivava dal fatto che  la fama militare li rendeva a lui superiori;  la Siria gli dava l’occasione per dimostrare a Roma intera che era eguale ai due generali se non addirittura il migliore.

Nella fervida mente di Crasso andava prendendo sempre più corpo il progetto di portare sotto il dominio di Roma l’intero Oriente e già si vedeva assiso sul trono dell’impero che aveva visto il trionfo del Grande Macedone: Alessandro.

L’opportunità gli venne offerta da Gambinio e come molti uomini di tempra ottusa e lenta Crasso lasciò che il desiderio di gloria lo pervadesse interamente e piuttosto che ponderare bene i risvolti dell’impresa che si accingeva a compiere, si lasciò andare a voli pindarici che lo portarono alla fine verso la rovina.

Avrebbe dovuto attendere, prima di raggiungere la Provincia Orientale, di conoscerne il territorio, di aver esaminato bene le caratteristiche dei popoli che intendeva sottomettere per poi formulare una qualsiasi azione da intraprendere, invece Crasso iniziò subito a vantare con gli amici i suoi disegni e le sue intenzioni.

Parlò della guerra che Lucullo aveva intrapreso contro Tigrane e di quella che aveva visto Pompeo contrapporsi a Mitridate Re del Ponto, come un gioco da ragazzi e dichiarò che non si sarebbe accontentato, come loro, di parziali conquiste; il suo obbiettivo non era costituito dalla conquista della Siria né tantomeno della Partia; ma andare oltre, portare le legioni romane contro la Bactria, l’India e raggiungere l’Oceano Orientale.

I dignitari della repubblica dimostrarono prudenza e scetticismo che tuttavia a nulla valsero giacchè amici e sostenitori, tra cui lo stesso Cesare che dalla Gallia gli scrisse spronandolo a non avere timori di sorta e tenere alta la fiaccola della sua ambizione, rafforzarono in Crasso il convincimento che la strada che stava per seguire era quella giusta.

Affrettò la preparazione del suo contingente e benchè il tribuno Ateio, si fosse battuto in ogni modo per dissuaderlo, mandandogli anche una solenne maledizione e cercando contro la volontà degli altri tribuni, di fermarlo prima che partisse da Roma, Crasso lasciò la città qualche settimana prima che terminasse il suo mandato di Console e disdegnando malefici presagi e maledizioni fece vela da Brindisi, con una grande flotta.

Da Brindisi all’Eufrate il viaggio non subì particolari avversità, vero è che nella traversata dell’Adriatico qualche nave andò perduta; ma se si considera che eravamo a metà Novembre, la cosa non sorprende, tuttavia dopo lo sbarco a Dyrrachium , l’odierna Durazzo, l’attraversamento della Macedonia e della Tracia, il passaggio attraverso l’Ellesponto e l’Asia Minore, sino in Siria non presentarono soverchie difficoltà tanto che Crasso potè tranquillamente  sistemarsi in Antiochia dove incontrò un vecchio alleato di Roma: Deiotauro, Re della Galazia  che aveva appena fondato una nuova città.

Certo Deiodato, iniziare a costruire una nuova città alla tua età !”

“Caro Crasso anche te non ti sei  deciso molto presto a dar guerra ai Parti”

garbati sfottò di ultrasessantenni.

Mentre Crasso stava preparando la sua spedizione Orode ebbe tutto il tempo di prepararsi a ricevere l’indesiderato ospite, non solo fece affluire uomini atti alle armi da tutte le parti del suo vasto impero, li armò convenientemente e li fece addestrare ed esercitare; ma  ebbe anche l’opportunità di guadagnare alla sua causa certi capi militari che ai confini dell’impero avevano sin qui goduto di una certa semi indipendenza e che avrebbero potuto avere la tentazione di allearsi agli invasori.

Il più importante di questi era Abgaro, principe dell’Osrhoene, ovvero di quel tratto che si trova ad est dell’Eufrate vicino alla città di Edessa, e che in passato era stato alleato di Pompeo Magno e che poteva quindi essere visto come  ben disposto verso i Romani.

Orode lo persuase ad allearsi segretamente con i Parti benchè ancora fosse legato a Roma.

Altro importante personaggio era Alchandonio, uno sceicco arabo di quelle parti che aveva anch’egli fatto, a suo tempo, sottomissione a Roma; lo convinse che tra i due contendenti quello più potente era la Partia e lo legò alla sua causa.

Orode stesso, tanto per anticipare le mosse di Crasso conquistò le città di Seleucia  e Babilonia ed in queste pose a difesa, due nutrite guarnigioni nell’attesa delle mosse tattiche del Proconsole romano e di conoscere quali vie avrebbe scelto per inoltrarsi nel territorio.

Inizialmente Crasso non sembrava avere eccessiva fretta tanto che la vecchia, ben nota avidità di denaro  ebbero il sopravvento sugli sviluppi dell’impresa principale e si concesse:l’accettazione della riconoscenza, in doni ed Oro, da parte della Mesopotamia, dopo aver sconfitto sul Belik il satrapo della Partia: Ichnae; la volontaria sottomissione di un buon numero di città greche, ov’egli pose guarnigioni e riconsiderando i suoi piani nel primo anno e mezzo di campagna si abbandonò ad una nutrita serie di vergognose quanto lucrative operazioni paramilitari.

A Hierapolis o Bambyce c’era un famoso tempio dedicato alla Dea siriana Atergatis o Derketo; fece irruzione nel santuario, pesò accuratamente tutte le offerte in metallo prezioso: Oro ed Argento e se le portò via… inesorabilmente.

Essendo poi venuto a conoscenza che nel santuario di Jehovah a Gerusalemme erano rimasti ancora dei tesori, nonostante la precedente azione sacrilega di Pompeo Magno, programmò una visita alla città con il solo scopo di saccheggiare ciò che era rimasto del tesoro sacro ed impadronirsi degli ornamenti e fregi in Oro.

In altre città schiavizzò uomini e mercanti restituendo la libertà solo a quelli che erano in grado di riscattarsi con auree prebende.

Un paese greco della Mesopotamia che aveva tentato di resistergli, venne espugnato, conquistato, saccheggiato, distrutto e gli abitanti, sopravvissuti al massacro, resi schiavi.

Passò in questo modo Crasso, l’autunno e l’inverno del 54 A.Ch e nella primavera del 53 A.Ch. l’avaro Proconsole iniziò a prendere in considerazione l’idea di procedere nel suo tanto decantato obbiettivo di invasione della Partia.

Cesare per parte sua, dalla Gallia, gli aveva inviato il suo primogenito: un giovane galante e buon ufficiale desideroso di distinguersi sul campo ed il suo questore: C. Cassio Longino che non era voluto rientrare a Roma e desiderava alzare la sua spada, non contro dei miserabili, inermi Greci; ma contro un nemico più valoroso.

Anche Artavasdes, il Re Armeno figlio più giovane di Tigrane avrebbe voluto che la grande armata Romana impartisse ai Parti un ridimensionamento permanente.

All’inizio della primavera si recò al campo di Crasso e gli offrì tutte le risorse che il paese poteva mettere in campo: 16.000 cavalieri, di cui 12.000 con armatura pesante e 30.000 fanti ed allo stesso tempo lo invitò a passare dal suo territorio dove avrebbe potuto facilmente rifornirsi  di acqua e viveri; un territorio amico, oltretutto costellato di alture che avrebbero potuto frenare l’irruenza della cavalleria dei Parti.

Il cammino attraverso l’Armenia lo avrebbe condotto alle sorgenti del Tigri da dove, con una facile carovaniera che attraversava una fertile pianura avrebbe potuto, seguendo il corso del fiume, raggiungere Seleucia (Ctesifonte): seconda capitale della Partia.

Seleucia non aspettava altro ed avrebbe accolto i Romani come liberatori, inoltre molte altre città Greche, disseminate sul percorso, avrebbero potuto essere di aiuto all’esercito romano.

La proposta Armena era allettante, completa nella sua formulazione e molti consiglieri del Proconsole erano favorevoli e lo invitarono ad accettarla.

Crasso, l’anno precedente aveva istituito guarnigioni in molte città dell’Osrhoene che non sentiva adesso di togliere per non lasciarle alla mercè del nemico, declinò quindi l’offerta di Artavasdes che offeso dal rifiuto, lasciò il campo Romano per tornare in tutta fretta al suo paese.

Da parte loro i Parti, nel periodo invernale non avevano fatto movimenti degni di nota se non inviare una ambasceria al Proconsole più con lo scopo di farlo desistere dall’attacco che di esasperarlo.

Il Re dei Parti aveva pensato a Crasso, non conoscendolo ancora, come a  Lucullo o Pompeo; ma dopo che un intero anno era passato senza che fosse avvenuto niente di importante, salvo qualche incursione nelle province esterne o l’occupazione di pochi insignificanti villaggi, cominciò a pensare che la forza dell’esercito romano fosse nella realtà  in funzione dell’abilità del suo comandante: formidabile od al contrario di una fragilità senza eguali.

Venne poi a sapere che Crasso aveva oltrepassato la soglia della sessantina ed aveva sentito dire che non era mai stato un comandante di milizie e neppure un soldato ed a quel punto cominciò a nutrire qualche dubbio sulle reali intenzioni di conquista del Proconsole ritenendo opportuno attendere che Crasso, sazio delle ricchezze ottenute con i saccheggi, ritirasse le sue truppe dalle guarnigioni dell’Eufrate.

Fu con questi pensieri che all’inizio della primavera, Orode mandò una ambasceria al campo romano con la precisa determinazione di spingere all’azione anche il più indolente e povero di spirito dei comandanti o di ritirarsi: “…Se Roma era veramente intenzionata a portare guerra ai Parti, avrebbe fatto una fine indecorosa; ma se com’egli aveva buona ragione di credere, Crasso contro il volere del suo stesso paese, aveva attaccato la Partia e depredato il territorio per il suo  tornaconto, Arsace si sarebbe mostrato moderato e pietoso data  l’età avanzata dell’interlocutore ed avrebbe lasciato che l’esercito di Roma potesse defluire da dove era venuto senza troppo danno” Crasso, punto nel vivo dell’orgoglio, si espresse nei confronti dell’ambasceria in termini che non ammettevano repliche ”Avrebbe dato la sua risposta direttamente al Re Parto, quando fosse entrato nella sua capitale” … era la rottura  e Wagiser, il capo degli ambasciatori che si era preparato ad una risposta di questo tipo, anch’egli colto nel vivo, replicò battendo il pugno di una mano sulle dita dell’altra “ Ti cresceranno i capelli o Crasso prima che tu passa vedere Seleucia”

C’era stata, prima che l’inverno avesse fine, una scaramuccia in Mesopotamia, verso le guarnigioni romane degli alleati e le forze Partiche anche se non rioccuparono i territori dove erano state sistemate le guarnigioni, portarono scompiglio, paura e non poche sofferenze sia ai soldati che alla popolazione.

I più paurosi tra i difensori, abbandonarono le guarnigioni per rifugiarsi nel Campo Romano esagerando l’azione militare compiuta dai Parti: Il nemico, dissero, è così rapido nei suoi movimenti che non è possibile raggiungerlo quando si ritira né fuggire quando attacca; le frecce che scoccano sono così veloci che non si possono seguire con la vista e penetrano ogni sorta di armatura difensiva; i loro cavalieri possiedono armi che forano ogni protezione e sono coperti con corazze impenetrabili alle nostre armi.

Questi resoconti suscitarono non poco allarme e sembravano confermare i non favorevoli auspici fatti dagli Auguri; ma il Proconsole era oramai entrato nell’ottica che un qualche rischio bisognava pure correrlo e che non si poteva far fare a Roma una figura ridicola, ritirandosi senza aver prima combattuto almeno una battaglia campale.

Seguì un secondo attacco dei Parti, ma il Proconsole rimase fermo sulle sue decisioni.

La proposta Armena era stata oramai respinta, giudicata come un percorso troppo lungo da seguire che avrebbe fatto perdere tempo prezioso, c’era poi la necessità di tenere unita la truppa, considerando che circa 8.000 uomini erano stati lasciati, l’estate prima, in Mesopotamia Crasso ritenne opportuno fare di quel luogo  la base della sue operazioni a scapito dell’Armenia.

Da qui si dipartivano diversi itinerari percorribili; il primo ben noto sia ai Greci che ai Romani, era la via dell’Eufrate già percorsa da Ciro con ca. 10.000 uomini nella sua spedizione contro il fratello; lungo questo itinerario c’era abbondanza di acqua, foraggio per i cavalli e possibilità di vettovagliamento, inoltre costeggiando la riva destra del fiume non c’era il pericolo di poter essere aggirati.

Una alternativa era costituita dal percorso che aveva compiuto Alessandro Magno quando si era rivolto contro Dario 3° Codomanno; questa strada correva ai piedi del Monte Masio ( Karajah Dagh) e passando per Edessa e Nisibis giungeva sino a Ninive.

Anche qui acqua e vettovagliamenti erano facilmente reperibili e tenendosi vicina ai margini delle colline la fanteria romana avrebbe potuto evitare le micidiali cariche della cavalleria dei Parti.

Numerosi altri percorsi si snodavano lungo la pianura della Mesopotamia, tutti più brevi dei primi due; ma nessuno più vantaggioso.

All’inizio Crasso era propenso ad intraprendere la “Strada di 10.000”  guadò l’Eufrate a Zeugma (Biro Birehjik) più o meno a 37° di latitudine ed alla testa di sei legioni, 4.000 cavalieri ed altrettanti tra frombolieri ed arcieri iniziò la sua marcia lungo l’argine del fiume.

Nessun nemico sembrava apparentemente in vista e le sue avanguardie non segnalavano, anche a distanza, presenza di soldati Parti e man mano che si spingevano in avanti le sole tracce che rilevarono, visibili sul terreno, erano le impronte di molti cavalli in rapida ritirata.

Le notizie vennero considerate di buon auspicio ed i soldati marciavano di buon umore.

All’improvviso al campo romano fece la sua comparsa lo Sceicco Osrhoeniano: Abgaro; chiese un colloquio con il Proconsole e con lui si intrattenne a lungo professandogli la più calda amicizia e consigliandolo di mutare il suo indirizzo tattico: I Parti, gli disse, non hanno attualmente nessuna intenzione di fronteggiarlo, lo faranno, se lo faranno, solo più tardi quando al Re giungeranno tutte le forze che ha richiamato dal suo vasto impero; ma allo stato attuale sono demoralizzati e pensano solo a lasciare la Mesopotamia e trasferirsi, con i loro tesori, nelle lontane regioni della Scizia e dell’Hicarnia; il Re già era andato via e la maggior parte dell’esercito si stava ritirando restava, attardata in Mesopotamia, solo una retroguardia al comando di due generali: Surena e Sillace che poteva essere facilmente raggiunta.

Se Crasso invece di procedere cautamente come stava facendo, si fosse affrettato su un percorso più breve, avrebbe potuto tagliare la strada alla retroguardia della grande armata che procedeva con lentezza, appesantita com’era dai bagagli che gli avrebbero oltretutto fruttato un ricco bottino.

L’astuto Osrhoeniano riuscì ad accaparrarsi la fiducia del Proconsole e nonostante che Cassio ed altri ufficiali di rango lo consigliassero a muoversi con prudenza Crasso dette ordine di seguire le indicazioni del “Beduino” e cambiò la direzione della marcia, si allontanò dall’Eufrate e si inoltrò verso Est, sull’altopiano secco e ghiaioso della Mesopotamia superiore e noi lo lasciamo qui mentre andiamo a seguire la reale situazione dell’esercito Parto e del suo Monarca, pronto a fronteggiare e contrastare l’attacco dei Romani.

Già abbiamo detto come Orode si fosse assicurato la fedeltà dei vassalli esterni alla Partia: il principe dell’Osrhoene e lo sceicco della Scenite Araba; in particolare aveva comprato i servigi del primo per mettere fuori strada i suoi assalitori e considerando poi i vari sviluppi che avrebbe potuto avere la campagna giunse alla conclusione che fosse necessario dividere l’esercito in due tronconi.

Una parte delle forze, al suo diretto comando, furono destinate all’invasione dell’Armenia obbiettivo di primaria importanza per impedire alle forze Armene di unirsi all’esercito di Roma, mentre l’altro troncone dell’esercito venne affidato ad un generale di comprovato talento e fedeltà con il compito di confrontarsi e contrastare l’armata di Crasso.

Probabilmente Artavasdes si riteneva al sicuro tra le montagne del suo paese e non si aspettava l’aggressione di Orode tanto che aveva inviato parte delle sue truppe in Mesopotamia in aiuto a Crasso.

Il generale Surena che era stato posto a capo delle milizie che dovevano contrastare l’esercito  di Roma godeva dell’incondizionata fiducia del suo sovrano ed era generale “Di razza” migliore ancora dello stesso Orode; il nome con il quale è passato alla storia con ogni probabilità non è quello gli affibbiarono i genitori alla  nascita e che non conosciamo; “Surena” come “Brenno” significano forse solo e semplicemente “Generale” ed è con questo nome che amava farsi chiamare.

Godeva della più ampia considerazione ed era rispettato da tutti  per nascita, ricchezza e reputazione: era la seconda personalità del regno.

Eccelleva tra i suoi concittadini per abilità e coraggio ed aveva il vantaggio fisico di essere imponente e possedere belle forme.

Quando scendeva in campo era accompagnato da un seguito di 1.000 cammelli destinati a portare il suo personale bagaglio e le sue concubine venivano trasportate con 200 carri; lo proteggevano 1.000 cavalieri ed un gran numero di armigeri costituivano la sua “Guardia del Corpo”

Alla incoronazione del monarca dei Parti fu lui che, per diritto ereditario, gli pose sul capo il diadema di Re e fu sempre lui che, andò a riprendere Orode dall’esilio per portarlo trionfalmente in Partia; quando Seleucia si sollevò al suo Re fu ancora lui , che aprì una breccia nelle mura, vi passò per primo e sparse terrore tra i difensori tanto da riconquistare la città al suo legittimo sovrano.

Quando fu promosso “Comandante” non aveva ancora trent’anni ed alle doti di forza, sagacia, coraggio ed abnegazione si accompagnava una consumata prudenza.

L’esercito che Orode aveva affidato al suo bravo, fedele e valoroso luogotenente era costituito, quasi per intero da cavalieri.

Per quanto la cavalleria fosse importante nell’esercito Parto essa non rappresentava di solito più di  1/4 od 1/5 rispetto ai fanti; ma nella contingenza l’arma vincente contro i Romani avrebbe potuto essere proprio la cavalleria abituata a scorazzare su spazi aperti, caratteristici degli altopiani Mesopotamici, mentre di poco aiuto sarebbero stati i cavalli se impiegati sulle scoscese montagne dell’Armenia, lasciò dunque la cavalleria a Surena e trattenne per sé la fanteria.

Le truppe equestri Partiche, come quelle Persiane erano di due tipi, sempre in goliardico contrasto gli uni con gli altri.

La maggioranza dei cavalieri era armata alla leggera giacchè il suo punto di forza era rappresentato dall’agilità.

Corsieri giovani e veloci, con nessun ornamento ad eccezione della testiera, guidati con una sola briglia, erano montati da cavalieri vestiti solo di pantaloni e coperti da una leggera tunica, armati di arco e frecce.

L’addestramento iniziava sin da fanciulli e continuava nella giovinezza, tanto da diventare un tutt’uno con il loro destriero, mentre l’utilizzo dell’arco era efficace in ogni azione; sia che il cavallo fosse fermo  o lanciato al galoppo, nell’attacco o nel disimpegno dal nemico.

La provvista di  frecce era praticamente inesauribile, la faretra era sempre piena, consumata la dotazione dovevano solo compiere una breve distanza per andarsi a rifornire nuovamente presso i magazzini mobili posti a dorso di cammello, che li seguivano nell’azione.

Caratteristica del loro attacco era il continuo movimento attorno al nemico; si avvicinavano agli squadroni ed alle colonne nemiche e se ne ritraevano senza mai affrontarle direttamente; ma lavorandoli ai fianchi con nutriti, intervallati  lanci di frecce, scagliate da arcieri precisi e dotati di archi potenti.

Mugoli di cavalleggeri aggredivano il nemico ora attaccando, ora ritirandosi e gli infliggevano gravi danni senza peraltro subire sostanziali perdite.

Ma questo non era tutto, né il peggio giacchè oltre alle truppe leggere l’armata Partica poteva sempre disporre di un contingente di cavalleria pesante, armata di tutto punto; le cavalcature erano forti ed appositamente selezionate per questo tipo di servizio ed erano quasi totalmente coperte con maglie ad anellini di Ferro; la testa, il collo, il torace e fin anche i fianchi erano protetti con armature confezionate con pezzi di Bronzo o di Ferro cuciti sulle maglie.

         Anche il cavaliere era protetto con corazza e cosciali dello stesso materiale ed saveva sul capo la protezione di un elmo in Ferro brunito.

Come arma di offesa avevano una lunga e forte lancia o picca ed in battaglia avanzavano come una linea compatta ed impenetrabile che premeva sul nemico…praticamente un muro di Ferro contro le cariche che venivano portate contro di loro.

Una cavalleria di questo tipo era stata impiegata dagli ultimi Re Persiani ed in questo periodo anche dagli Armeni; ma le picche dei Parti sembra che fossero molto più dure e resistenti rispetto a quelle utilizzate da quest’ultimi popoli.

Mommsen afferma che il confronto tra questa truppa e quella messa in campo dai Romani era nettamente a svantaggio degli occidentali che erano inferiori sia nel numero che nella qualità.

La fanteria Romana eccellente, se utilizzata in spazi ristretti, sia nella breve distanza con il giavellotto che nel combattimento corpo a corpo con la daga, non era in grado di far fronte ad un esercito di cavalleggeri estremamente mobile che non si impegnava in uno scontro campale e quando lo faceva, con la cavalleria pesante era un avversario troppo superiore sia nella difesa con i lancieri praticamente ricoperti di Ferro che nell’offesa con le lunghe e consistenti picche.

Strategicamente le forze Romane erano soccombenti perché la cavalleria era padrona del campo, il combattimento corpo a corpo praticamente impossibile, il lancio dei dardi a distanza faceva il resto inoltre la posizione di compattezza, su cui si basava l’intero sistema di combattere delle legioni Romane, nel caso di attacco a distanza, anzichè diminuire il danno lo enfatizzava in quanto i ranghi chiusi delle milizie diminuivano la possibilità di dispersione dei dardi e delle frecce Partiche.

Se ci si fosse trovati nelle condizioni di attaccare un villaggio, difeso da mura l’impiego della sola cavalleria con ogni probabilità non sarebbe stato risolutivo senza l’aiuto della fanteria; ma nella piatta regione Mesopomamica, dove un esercito era come una nave in mezzo al mare che vagava per giorni e giorni di marcia senza incontrare un punto di difesa naturale, un muro, una fortezza, il sistema di guerreggiare dei Parti diventava irresistibile per la semplice ragione che permetteva di sviluppare, con il movimento, tutta la sua potenza.

Altro fattore di primaria importanza era da ricercarsi nell’adattamento dei nativi alle condizioni proibitive del terreno; per i Romani trascinarsi a piedi, pesantemente gravati dell’equipaggiamento sotto una intollerabile calura con i morsi della fame e della sete, su un percorso che non offriva né cibo né acqua era un calvario; meno pesante era la situazione per i Parti che abituati sin da piccoli a traversare sulla groppa del cammello deserti di sabbia avevano imparato a superare le avversità  del terreno e destreggiarsi di fronte ad ogni necessità.

Non c’era la pioggia a mitigare i raggi del sole erano anzi le frecce dei Parti l’unica pioggia dalla quale non era possibile ripararsi in alcun modo; è difficile immaginare una situazione di maggiore disagio e più svantaggiosa per l’esercito Romano.

Il contingente che Orode aveva affidato a Surena era costituito sia da cavalleria leggera che da quella pesante, in quale misura tra le due non è dato sapere né è possibile una stima ufficiale sul loro numero… dovevano essere tanti perché espressioni come: “Una vasta moltitudine” o “ Un immenso distaccamento” ci fanno intendere che doveva essere un esercito considerevole, in ogni caso tale da indurre Surena, invece di limitarsi a difendere la capitale, ad avanzare oltre la catena del Sin Jar ed il fiume Khabour per attestarsi tra Khabour ed il Belik.

La presenza di Abgaro era, per il comandante Parto, di estrema importanza; il principe dell’Osrhoene aveva oramai conquistato la piena fiducia di Crasso al punto tale da essere posto a capo di un reparto di cavalleria in servizio di perlustrazione e lasciato così, su sua stessa richiesta, libero di scorrere il paese davanti alle legioni che avanzavano ed era in questo modo che riusciva a comunicare, abbastanza facilmente con Surena e lo teneva costantemente informato sulle intenzioni del Proconsole Romano e sui movimenti delle sue milizie e nel contempo suggeriva a Crasso l’itinerario da seguire che naturalmente era quello più favorevole per i Parti.

Plutarco, la nostra guida per i dettagli della spedizione, ci dice che fece passare le truppe romane per un deserto arido ed impervio, caratterizzato da una pianura priva di alberi, arbusti od anche di soli ciuffi d’erba il cui suolo era costituito quasi completamente di sabbia che il vento modellava in una successione di dune simili alle onde di un interminabile mare.

I soldati venivano meno, per la stanchezza, la fame e la mancanza d’acqua mentre l’ipocrita  Osrhoeniano prometteva loro che tra breve si sarebbero imbattuti, tra l’Arabia e l’Assiria, in un paese ricco di fresche acque ed ombrosi boschi ove avrebbero trovato refrigerio tra bagni ed osterie, un paese simile a quello che avevano lasciato in Campania; ma eran sogni.

Sulla base delle nostre conoscenze geografiche sappiamo che il paese tra l’Eufrate e Belik è un alternarsi di colline e pianure con poca acqua e scarsi alberi; ma che avrebbe tuttavia permesso che la marcia dell’esercito Romano potesse procedere, con difficoltà; ma non insuperabili, tuttavia Abgaro per meglio acconsentire ai desiderata di Surena, indusse Crasso a ritenere più idoneo uno spazio aperto piuttosto che muoversi sulla sponda del fiume o costeggiare il pendio di una montagna inoltre lo indusse ad una marcia più rapida nell’insopportabile calore del giorno.

Certamente Abgaro compì una azione di cui Surena dovette essergliene poi grato; ma da qui a sostenere, come alcuni apologisti di Roma, che attrasse i Romani in pieno deserto dove la spossatezza e la mancanza di acqua e cibo compirono la strage che poi l’esercito Parto concluse non è suffragata dagli scrittori del tempo.

Con ogni probabilità tre o quattro giorni dopo aver lasciato l’Eufrate Crasso si ritrovò  vicino al nemico.

Dopo una marcia veloce in piena calura si trovava adesso vicino alle sponde del Belik e qui fu raggiunto dai suoi esploratori che lo avvertirono di essersi imbattuti nell’armata Partica che stava avanzando baldanzosa in forze.

Abgaro aveva lasciato da poco Crasso con il pretesto di dover compiere non ben definiti servizi; ma nella realtà era corso a raggiungere i suoi amici Parti.

Gli ufficiali di Crasso consigliarono di accamparsi sulla riva del fiume e rimandare al giorno successivo un eventuale scontro con il nemico.

Crasso non ritenne opportuna la sosta spinto anche dal figlio Publio, giovane, galante ufficiale formatosi alla scuola di Giulio Cesare che era ansioso di cimentarsi.

Fu dato l’ordine di rinfrescarsi un poco ma senza sostare, di spingersi in avanti mentre Surena da parte sua aveva preso posizione su un terreno boscoso, in collina dietro la quale aveva celato le sue truppe, inoltre aveva fatto coprire le armi dei suoi soldati con pelli e teli in modo che non si vedesse il luccichio delle armi.

Non appena i Romani furono vicini i Parti balzarono fuori dai loro nascondigli; il fragore dei cembali risuonò per tutto il campo: la battaglia aveva avuto inizio.

L’esercito Romano si era disposto lungo l’intera linea, in quadrati con al centro gli armati leggeri ed il supporto della cavalleria sui fianchi, mentre la cavalleria pesante dei Parti lanciava la sua carica.

Fu questo il primo attacco dopodichè entrò in campo la cavalleria leggera che tenendosi a debita distanza scaricava in continuo sui legionari  nugoli di frecce, scagliate con straordinaria potenza.   

I Romani cercarono di difendersi con ripetute “sortite” ma non furono in grado di competere con il nemico sia perché fornito di  armi migliori, sia per il maggior numero di quest’ultimo tanto che fu presto gioco forza rientrare alle spalle dei legionari che si trovavano così ancora più esposti alle micidiale frecce della cavalleria Partica che perforavano: scudi, corazze e schinieri provocando profonde e dolorose ferite.

Quando i legionari accennavano ad attaccare, la cavalleria leggera si ritirava a distanza di sicurezza senza tuttavia smettere di scagliare incessantemente frecce, sia durante la fase di ritirata sia quando successivamente riprendevano l’attacco.

Per un po’ i Romani nutrirono la speranza che i Parti terminassero la loro riserva di dardi; ma quando si resero conto che ogni arciere veniva costantemente rifornito dalle retrovie di nuove frecce, persero ogni speranza.

Fu allora che Crasso decise di cambiare tattica e come ultima ratio comandò al figlio Publio di cercare di aggirare i Parti e caricarli alle spalle.

Il bravo giovane fu ben lieto di ubbidire, non aspettava altro per mettersi in bella evidenza e raccolta attorno a sé la cavalleria Celtica che Cesare dalla Gallia gli aveva affidato ed altri 300 cavalieri, 500 arcieri ed altrettanti frombilieri oltre a circa 4.000 legionari, avanzò decisamente verso il nemico ed i Parti, simulando spavento nel timore di essere sopraffatti, si ritrassero in tutta fretta.

Publio, con l’impetuosità dei giovani, li inseguì sino a che presto fu fuori dalla vista dei suoi pressando contro un nemico che riteneva preda del panico; ma non appena i Parti furono sufficientemente lontani dall’armata Romana si fermarono e fronteggiarono le truppe di Publio con la cavalleria pesante che riuscì a spezzare le linee dei Romani le quali così separate divennero facile preda delle veloci ondate della cavalleria leggera; Publio si difese disperatamente e con onore.

I suoi Galli afferravano le lance dei cavalieri  con le mani e li trascinavano al suolo o si insinuavano sotto i cavalli dei loro avversari e li pugnalavano al ventre facendo rotolare cavallo e cavaliere.

I legionari riuscirono ad occupare una leggera collina e con gli scudi cercarono di fare muro, non ci fu verso, gli arceri Parti li accerchiarono e fu una strage.

Dei circa 6.000 uomini, solo 500 furono fatti prigionieri e solo pochi furono quelli che riuscirono a sottrarsi con la fuga.

Il giovane Crasso avrebbe avuto la possibilità di tentare di passare attraverso le linee nemiche per trovare rifugio ad Iehnae, un villaggio Greco non molto distante; ma preferì seguire il destino dei suoi uomini e piuttosto che cadere vivo in mano al nemico costrinse il suo attendente ad ucciderlo ed il suo esempio fu seguito dai suoi principali ufficiali.

I vincitori, staccarono la testa di Publio dal corpo e con questa infilata su di una lancia tornarono ad attaccare il grosso dell’esercito Romano che sollevato dalla pressione del nemico per effetto della sortita di Publio, ne attendeva fiducioso il trionfale ritorno.

Dopo una prolungata attesa si insinuò un qualche sospetto che sfociò in allarme quando i messaggeri avvertirono Crasso, il quale  nel frattempo aveva dato ordine di avanzare, che il nemico stava tornando all’attacco e che avevano visto la testa dello sfortunato Publio infilata su di una lancia.

Mentre la cavalleria leggera, con rinnovato vigore tornava ad assalire le legioni Romane i cavalieri corazzati inseguivano i legionari in ritirata infilzandoli con le loro lance e trafiggendone anche due per volta.

I Romani non erano oramai più in grado di difendersi né tantomeno di contrattaccare subivano nella speranza che gli archi si rompessero, che le lance si spuntassero, che le frecce cominciassero a mancare, che i muscoli ed i tendini iniziassero a rilassarsi e quando scese la sera da entrambe le parti fu accolto quasi con un sospiro di sollievo il buio che pose fine ad ogni ostilità.

Era costume dei Parti e prim’ancora dei Persiani sospendere le attività belliche durante la notte, si ritiravano a ragionevole distanza dal nemico, per evitare brutte sorprese; ma prima di allontanarsi  gridarono ai Romani che avrebbero concesso al Generale la notte per piangere suo figlio e che l’indomani, tornavano alle luci dell’alba per farli prigionieri e che sarebbe stato meglio per loro  arrendersi alla benevolenza di Arsace.

Il breve intervallo di tregua consentì ai Romani di ritirarsi a Carrae lasciando dietro di sé la maggior parte dei 4.000 soldati feriti nello scontro.

Un piccolo manipolo di cavalleggeri, al comando di Egnazio, raggiunse Carrae più o meno verso la mezzanotte ed impose al comandante del distretto di porsi, con i suoi uomini, a disposizione del proconsole.

I Parti, nonostante il lamento dei feriti abbandonati confermasse loro la ritirata dei Romani, seguendo il loro costume, si astennero dall’inseguire i legionari sino alle prime luci dell’alba quando si lasciarono andare a comportamenti esecrabili come l’uccisione dei soldati feriti ed il massacro dei soldati sbandati che trovavano lungo la linea di marcia mentre andavano  all’inseguimento dell’armata romana in ritirata.

Il grosso delle truppe riuscì a ritirarsi a Carrae dove, sotto la protezione delle mura si sentivano un po’ più al sicuro.

Era da attendersi una sosta prolungata nella città anche perché l’assedio della cavalleria ad una piazzaforte è ridicolo non essendo possibile il blocco totale e completo della struttura, oltretutto i Parti erano notoriamente inefficienti contro le fortificazioni.

C’era inoltre la speranza che Altavasdes avesse avuto più successo del suo alleato, contro  Orode e che avendo respinto il Re dei Parti fosse in grado di portare aiuto ai Romani anche se i soldati, oramai scorati, francamente non credevano a questa opportunità.

La possibilità di fermarsi a Carrae venne ben presto scartata, prima perché nulla era stato fatto per prepararsi a sostenere l’assedio, poi perché la popolazione Greca poco si fidava del contingente Romano dato oramai perdente.

 D’altro canto  l’Armenia non era distante ed approfittando della consuetudine dei Parti di astenersi dal combattere nelle ore notturne sembrava fattibile raggiungere le colline dell’Armenia con una marcia notturna, tuttavia i vari ufficiali furono lasciati liberi di decidere, ciascuno per proprio conto la soluzione che ritenevano migliore.

Cassio, con 5.000 cavalieri,  prese la strada che conduce all’Eufrate; Ottavio anch’egli con un contingente di ca. 5.000 uomini raggiunse a piedi le colline e si assestò in relativa sicurezza, in un sito chiamato Sinnaca; Crasso avrebbe voluto raggiungere Ottavio; ma ad appena un miglio dal suo luogotenente fu intercettato dalla avanguardia dell’esercito Parto che lo costrinse a trovare rifugio, con i poco più di 2.000 legionari ed i pochi cavalieri rimastigli, su una collinetta, collegata a Sinnaca da una increspatura di terra.

Sarebbe stato sicuramente catturato ed ucciso se Ottavio non fosse corso in suo aiuto; le poco più che 7.000 unità avevano dalla loro il vantaggio della posizione e con l’esperienza dei giorni precedenti avevano imparato a loro spese a conoscere i punti deboli del guerreggiare dei Parti.

Surena desiderava ardentemente di prendere prigioniero il comandante Romano; in Oriente si dà molta importanza a questo fatto inoltre Crasso in più di una occasione si era reso particolarmente odioso al suo antagonista , questi riteneva infatti che avesse provocato la  guerra con il solo scopo di “fare bottino” aveva inoltre rigettato con disprezzo ed alterigia ogni tentativo di accordo insultando la “Maestà” dei Parti dicendo che avrebbe trattato con loro solo quando da vincitore, fosse giunto nella loro capitale.

Se Crasso fosse sfuggito alla cattura avrebbe potuto presentarsi nuovamente, magari con più rinvigorite forze, se fosse invece caduto nelle mani di Surena lo avrebbero atteso giorni tristi.

La sera si stava avvicinando ed ai Parti parve che la preda tanto ambita potesse loro sfuggire approfittando della notte e Crasso potesse raggiungere le montagne dell’Armenia, in questo caso ogni tentativo di inseguimento si sarebbe allora rivelato inutile.

Fu giocoforza giocare la carta dell’astuzia per ottenere ciò che non era stato possibile con la forza; ritirò quindi l’esercito e lasciò che i Romani si ritirassero senza essere molestati, nel contempo lasciò che  alcuni prigionieri riuscissero a scappare per tornare a congiungersi con i loro compagni d’arme avendo prima fatto in modo che avessero potuto ascoltare la conversazione “Riservata” di alcuni suoi comandanti il cui tema era la clemenza dei Parti nei confronti dei prigionieri e la volontà di Orode di venire a patti con il Generale Romano.

Lasciò quindi il tempo che queste notizie si diffondessero nel campo romano quindi si avvicinò; trasse la corda e con la mano destra allungò l’arco in segno di amicizia “Lasciate che il Generale Romano, con un egual numero di soldati, venga a conferire con me, in campo aperto, i termini della pace tra i nostri eserciti”

L’anziano proconsole era tutt’altro che incline ad accettare questa apertura; ma la truppa demoralizzata lo costrinse  e Crasso, accompagnato da Ottavio e pochi altri s’incamminò verso Surena.

Surena ricevette l’ospite ed i suoi accompagnatori apparentemente con onori ed espresse loro i termini dell’intesa, solo che volle che fossero messi per iscritto dato che disse, con allusione alla cattiva fede di Pompeo. “ Voi Romani dimenticate spesso gli impegni che prendete

Crasso ed i suoi  furono invitati a salire sui cavalli forniti dai Parti per recarsi in un luogo dove poter formalizzare per scritto quanto concordato; ma  il Proconsole seduto sul suo cavallo intuito l’inganno,  si voltò in fretta con l’evidente intenzione di ritornare al campo romano ed i suoi  ufficiali Romani lo circondarono a protezione e difesa; ne scaturì un tafferuglio, Ottavio afferrò la spada ed uccise un soldato Parto ed uno degli stallieri che voleva portare via Crasso; ma un arciere da dietro  scoccò una freccia mortale che lo fece rotolare a terra senza vita, nella confusione Crasso fu ucciso non si sa se da uno dei suoi stessi uomini o per mano dei Parti: non è stato mai accertato.

L’esercito saputo quanto era accaduto al loro comandante, con poche eccezioni,  si arrese e coloro che con il favore delle tenebre avevano cercato la fuga furono preda dei beduini che al servizio dei Parti avevano ricevuto l’ingrato compito di cacciare ed uccidere i transfughi e gli sbandati.

Del grande esercito che aveva traversato l’Eufrate forte di 40.000 uomini non ne ritornarono più di 4.000; una metà era caduta sul campo, altri 10.000 furono fatti prigionieri e confinati dai Parti all’estremità orientale del loro impero, nella fertile oasi della Margiana (Merv) costretti, dopo aver prestato servizio militare ai Parti, ad operare in schiavitù, alcuni si sposarono con le donne del posto; ma rimasero sempre soggetti sottomessi ai Parti.

Finì così questa grande spedizione operata dagli avidi ed ambiziosi Romani, nel tentativo non di sottomettere la Partia; ma di depredare e terrorizzare il suo popolo degradandolo ad ossequioso dipendente, per il piacere dei “Padroni del Mondo”

La spedizione finì così male, non tanto per mancanza di valore da parte dei soldati coinvolti nell’impresa né per la  superiorità tattica dei Parti nei confronti dell’esercito Romano; ma in parte per l’incompetenza dei comandanti e l’assoluta ignoranza sul modo di guerreggiare di questo popolo e conseguentemente dal non sapere in qual modo fronteggiarli.

Attaccare un nemico la cui principale arma è la cavalleria, con un esercito di fanti supportato da un insignificante numero di cavalieri si rivelò al tempo stesso imprudente e pericoloso, operare un attacco di questo tipo su un terreno aperto e pianeggiante dove la cavalleria poteva muoversi liberamente a suo arbitrio era come giocare con il fuoco, lasciare poi, dopo la prima sconfitta la protezione sicura delle mura che si era riusciti a raggiungere a caro prezzo, fu mera follia.

Crasso era riuscito ad ottenere l’appoggio di alcune tribù del deserto che avrebbero potuto aiutarlo se non l’avesse fatto l’Armenia ed aveva il vantaggio di poter scegliere l’itinerario che riteneva più consono; costeggiare il Monte Masio ed il Tigri o seguire la linea dell’Eufrate ed allora il risultato dello scontro avrebbe potuto essere diverso, ancora avrebbe potuto seguire la via di Seleucia o Ctesifonte, come fecero poi Traiano, Avidio Cassio e Settimio Severo e saccheggiare le città della zona.

Senza dubbio avrebbe incontrato difficoltà nel ritirarsi; ma non certo peggiori di quelle che incontrò Traiano la cui spedizione contro i Parti è passata poi alla storia come una personale vittoria del suo comandante e ne aumentò a dismisura il  carisma ed il prestigio.

La vanagloria di un comandante inesperto, alle prime prove di comando, che non conosceva né i luoghi dove operava, né le caratteristiche belliche del nemico che andava a combattere, trascurando il supporto di alleati ed ogni forma precauzionale suggerita dai suoi stessi ufficiali, lasciandosi guidare solo ed esclusivamente da un “falso “ amico che lo portò a marciare sulla strada più faticosa e favorevole al nemico non poteva finire che in tragedia.

L’esercito Romano aveva dato il massimo di ciò che avrebbe potuto e non è da mettere in dubbio la sua affidabilità ed il coraggio, né le armi partiche compirono miracoli, dimostrarono solamente, come già era accaduto contro i Siro – Macedoni che anche in mancanza di un esercito regolare erano tuttavia capaci di operare con efficacia contro masse di militi compatte e bene ordinate, ben più di loro disciplinate nei movimenti.

Dall’uso dell’arco acquisirono la fama che ottennero successivamente gli Inglesi a Grecy ed Azincourt, costrinsero al rispetto gli arroganti Romani e fecero loro capire che nel mondo allora conosciuto non erano una sola nazione “Principe”; ma che ce n’era almeno un'altra che non aveva timori reverenziali e che poteva fronteggiarli alla pari.

Da allora gli scrittori Greci e Romani parlarono dei Parti come seconda potenza al mondo capace di rivaleggiare con Roma, un impero che regnava dall’Eufrate sino alle sponde dell’Oceano Atlantico.

Mentre il generale di Orode riportava in Mesopotamia, contro i Romani, un successo completo e senza pari, lo stesso Re aveva ottenuto, in Armenia risultati non meno importanti, sebbene di tipo diverso.

Anziche impegnare Artavasdes in una guerra sanguinosa  era addivenuto con lui ad un accordo, sfociato poi in una stretta alleanza suggellata dall’unione del figlio Pacoro con la sorella del Re Armeno.

Erano appunto in corso i festeggiamenti per celebrare il lieto evento quando giunse la notizia del trionfo di Surena e della disfatta di Crasso.

In accordo alla barbara usanza, da sempre utilizzata nell’Est, la notizia fu accompagnata dalla testa e dalle mani mozzate del Proconsole e per dovere di cronaca dobbiamo dire che al momento dell’arrivo dei messaggeri i due sovrani con il loro entourage erano intenti nei festeggiamenti.

In quel periodo erano frequenti, in Oriente, le compagnie di attori ambulanti Greci che potevano contare sulla ospitalità delle molte città elleniche e spesso trovavano accoglienza anche tra gli Armeni ed Artavasdes, come organizzatore della festa, aveva appunto assoldato una di queste compagnie per il proprio diletto giacchè sia lui che Orode, conoscevano la lingua e la letteratura Greca, nella quale essi stessi avevano composto lavori storici e tragedie.

Lo spettacolo era già iniziato e quando giunsero i messaggeri si stava rappresentando la famosa scena delle “Baccanti” di Euripide dove Agavè ed i Baccanali vanno verso il palco con i resti mutilati di Penteo; fu allora gettata loro la testa di Crasso e  l’attore che impersonificava Agavè immediatamente raccolse il macabro trofeo e postalo sul suo “Tirso” al posto di quello che si era portato per la rappresentazione, davanti agli spettatori deliziati, dette inizio  al canto del noto ritornello. “ Dalla montagna a Palazzo, un nuovo tralcio tagliato, vedi, dono benedetto noi portiamo

L’orribile spettacolo riuscì molto gradito all’auditorio orientale e siamo sicuri che fu seguito da sonori interminabili applausi e gli attori ne trassero un vantaggio insperato.

Seguì una cerimonia di barbarità squisitamente orientale, i Parti ritenendo che Crasso fosse venuto nelle loro terre solo ed esclusivamente per depredarli, in senso di derisione versarono nella sua bocca: Oro fuso.

Surena ricevuti i complimenti delle sue truppe vittoriose mise in scena una ridicola cerimonia a Seleucia.

Inviò un rapporto dicendo che Crasso non era stato ucciso; ma catturato e scelto tra i prigionieri romani quello che più somigliava fisicamente al Proconsole, lo fece vestire con abiti femminili e lo pose  a cavallo dicendo a tutti che era l’Imperatore Crasso  che veniva condotto in trionfo nella città Greca.

Precedeva il corteo un gruppo, montato su cammelli di trombettieri e littori sulle cui verghe erano stati applicati dei “Borsellini” mentre le asce tra le verghe erano coronate con le teste insanguinate dei Romani caduti; seguivano uno stuolo di ragazze, musiche di Seleucia, che cantavano canzoni di derisione all’effeminatezza e codardia del Proconsole.

Dopo questa parata di cattivo gusto Surena riunì il senato di Seleucia e sdegnato mostrò loro le lettere dei seleuci che aveva trovato nelle tende del campo romano.

I Seleuci non rimasero particolarmente impressionati dalla lezione morale loro impartita da Surena quando si trovarono al cospetto della parata di concubine che avevano accompagnato Surena nella spedizione e dalla moltitudine di danzatori, cantori, musici e prostitute che liberamente si erano accompagnati all’esercito Parto.       Ci si sarebbe potuto attendere che il terribile disastro cui erano andate incontro le legioni romane ed il trionfo delle armi partiche fosse stato foriero di straordinarie e travolgenti conseguenze; nessuno si sarebbe sorpreso se il potere di Roma in Asia fosse stato sradicato dalle fondamenta  nè  se l’indole aggressiva degli Asiatici avesse portato i Parti  verso la conquista dell’Occidente come 450 anni prima avevano tentato di fare i Persiani.

Nulla di tutto questo, la Mesopotamia naturalmente fu conquistata sino al suo limite estremo: l’Eufrate; l’Armenia fu tolta all’alleanza dei Romani e passò definitivamente in completa dipendenza dei Parti, l’Est Asiatico ebbe come un sussulto.

Gli ebrei, da sempre recalcitranti al giogo straniero e di recente offesi dall’improvvisa spoliazione del loro tempio operata da Crasso, presero le armi; ma nessun altra  sommossa si registrò tra i popoli dell’Oriente

Si poteva supporre che: Siriani, Fenici, Cilici, Cappadoci, Phrigi ed altre popolazioni asiatiche avrebbero potuto cogliere l’opportunità per sollevarsi e cacciare i Romani dal loro territorio, che la Partia si facesse paladina di tali rivendicazioni ed assumesse l’iniziativa per liberarsi, una volta per tutte da confinanti tanto scomodi anche perché Roma non solo era oramai paralizzata in Oriente; ma anche in Occidente era sull’orlo della guerra civile: mancava l’uomo.

Se fossero stati ancora vivi Mitridate del Ponto o Tigrane d’Armenia od anche solo se  fosse stato Re dei Parti Surena e non Orode  l’occasione favorevole sarebbe stata sicuramente colta e Roma forse non si sarebbe mai più ripresa dalla sconfitta  patita; ma sembra che Orode non fosse né ambizioso come principe, né abile come comandante, nè  tantomeno che possedesse il senso politico necessario a comprendere il corso degli eventi per poter sfruttare il momento favorevole dei tempi.

Lasciò a Roma l’opportunità di ritirarsi senza nel contempo creare le condizioni perché  mai più potesse metter piede in Oriente.

Se c’era, in quel periodo, un uomo capace di trarre vantaggio dalla situazione che si era creata per costringere Roma a pagare il prezzo della sua avventatezza ed aggressività questi era Surena che purtroppo aveva perduto i favori del suo sovrano.

Ci sono nell’Est; ma anche un po’ in tutte le parti del mondo ed in ogni tempo, servizi che non si dovrebbe mai rendere completamente al proprio sovrano; Surena  aveva ecceduto in questo, aveva dato tutto ciò che era possibile dare e la gelosia di Orode non tardò a farsi attendere, risvegliata dal successo e dalla reputazione che si era fatta il suo generale,  non ci volle molto tempo a trovare una accusa che lo portasse alla pena capitale .

Con la sua morte la Partia perse il Comandante che avrebbe potuto rivalersi sui Romani per il danno causato con la loro invasione; Sillace, il comandante in seconda non era all’altezza del compito e questo fu alla base della fiacchezza dimostrata da popolo Parto negli anni 53 – 52 A.Ch.

Poche settimane dopo la battaglia di Carrae solo poche, isolate bande armate di Parti si avventurarono oltre l’Eufrate per operare azioni di saccheggio e devastazione; ma furono subito fronteggiate da Cassio che li costrinse a ripassare oltre il fiume.

Roma avrebbe potuto trarre vantaggio da questo stato di cose, magari solo per rafforzare le frontiere; ma chi era alla guida della Repubblica aveva ben altri problemi da risolvere in patria, nell’imminenza di una guerra civile interna le truppe servivano in Italia e non certo all’estero.

Visto il disinteresse di Roma, Orode si decise finalmente a dar corpo ad una grande armata da porre alla guida del Principe Pacoro, affiancato da un ufficiale di più matura età e comprovata esperienza, di nome Osace.

Quando i Parti comparvero sulle rive dell’Eufrate, per Cassio che pure aveva fatto del suo meglio per riorganizzare ciò che era rimasto, dopo Carrae, dell’esercito di Crasso e che aveva rinforzato con  due legioni,  non ci fu niente da fare.

La scelta di non rischiare lo scontro in campo aperto era più che giustificata ed i Parti attraversarono l’Eufrate senza incontrare resistenza alcuna e dilagarono nel territorio dei Siriani.

Le città fortificate riuscirono a salvarsi; ma i paesi che non erano protetti da mura vennero occupati ed un brivido tra allarme e paura percorse tutte le province Romane dell’Asia che erano difese da pochi militi Romani la maggior parte dei quali erano impegnati in Italia ad impedire la guerra civile mentre le milizie locali erano più inclini a salutare i Parti come fratelli liberatori.

Cicero, il proconsole della Cilicia, ci dice che eccetto Diodoto in Galazia ed Ariobarzanes in Cappadocia, Roma non aveva amici sul continente Asiatico e la Cappadocia oltre che debolmente difesa era anche terribilmente aperta agli attacchi sul fronte Armeno.

Orode ed Artavasdes agivano di concerto e mentre il primo spingeva le sue truppe in Siria le forze Armene si riversavano sulla Cappadocia e la Cilicia mettendo in serio pericolo i possedimenti Romani nella regione.

La confusione in Asia era grande e Cicero, con il grosso dell’esercito, si rivolse alla Cappadocia per portare aiuto a Deiotaro ed ai Galatiani inviando a Roma pressanti ed urgenti richieste di consistenti aiuti militari.

Cassio stesso dovette rifugiarsi in Antiochia lasciando che la cavalleria dei Parti andasse oltre i confini della Siria e da li si portasse in Cilicia.

I Parti tuttavia non erano a conoscenza delle gravi difficoltà in cui versava il contingente Romano né erano consapevoli dei loro vantaggi; il sistema informativo evidentemente era carente.

Invece di diffondersi, sollevare i nativi e lasciare che con il loro appoggio si impadronissero delle città limitandosi a finire in campo aperto il nemico, si impegnarono nell’assedio delle città, attività  cui erano totalmente inadatti e finirono per confluire, quasi totalmente, nelle anguste valli dell’Oronte.

Cassio riuscì a rompere l’assedio di Antiochia e sorprese l’esercito dei Parti con una imboscata sulle rive dell’Oronte decimando pesantemente le loro truppe ed arrivando anche ad uccidere il generale Osace.

Fu giocoforza abbandonare la capitale Siriana ed alla fine di Settembre, con l’arrivo della stagione fredda, le truppe Partiche si ritirarono nei loro quartieri invernali della Cyrrestica o nella parte della Siria immediatamente ad Est di Amanus e qui rimasero sotto la guida del Principe Pacoro nell’attesa della primavera per riprendere le ostilità interrotte. 

Come si usa dire:” Spesso il diavolo ci mette la coda”… e così nelle vesti di Bibolo, il nuovo proconsole della Siria, infelice sia come generale che come uomo di stato, fece soffiare il venticello della calunnia suggerendo all’orecchio di Ornodapantene, un nobile Parto, che il giovane Pacoro era molto interessato al trono del padre e che si era sull’orlo della ribellione tanto da consigliarlo, nel suo stesso interesse, di proclamare Re il Principe e portare l’esercito attualmente operante in Siria contro lo stesso Orode.

Orode aveva da sempre associato il figlio Pacoro al governo dello stato tanto che il suo nome compare spesso nella monetazione del padre; ma evidentemente, per quanto ben dissimulato, questo non era sufficiente al Principe

E’ ben vero che sono state trovate monete Partiche in cui compare la sola testa del Principe e la dizione del contorno pone queste emissioni sotto il regno di Orode; evidentemente vennero messe in circolazione quando la ribellione si rese tangibile anche se fu bloccata sul nascere.

Orode sicuro della fedeltà del figlio, lo richiamò a Corte sì che il piano non essendo ancora preparato nei particolari, non trovò sfogo e Pacoro altro non potè se non obbedire ai desideri paterni.

Nel Giugno del 50 A.Ch. all’inizio dell’estate,  sembra che gli squadroni dei Parti avessero lasciato la Siria attraversando nuovamente l’Eufrate; il pericolo per Roma era terminato; ma l’onta di Carrae non era stata ancora cancellata, l’onore e la reputazione di Roma in Oriente avevano subito un tracollo senza precedenti

Dopo poco più di quattro anni la prima guerra Partica si era conclusa a favore degli Orientali, sia dal punto di vista dell’immagine che come conquista territoriale con l’entrata  dell’Armenia sotto il controllo dei Parti.

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PAPERONEdePAPERONI

Molto molto interessante...

Continuo a seguirti con grande piacere.

Saluti

Rocco

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