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Piemonte
Gettone Bogo 1886 Torino

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Gettone Bogo 1886 Carnevale Torino

 

 

Il Carnevale torinese ha origini molto antiche e le prime attestazioni sono legate a provvedimenti delle autorità per evitare problemi di ordine pubblico, dovuti al clima di trasgressione creato da “riti spesso comici e licenziosi, trionfo del piacere più sfrenato con banchetti, danze, giochi e lazzi faceti e con un rovesciamento dei ruoli definiti nella società” (Manzo, 2006, p. 63). Una prima testimonianza del Carnevale è un ordinanza del 1343 che “proibiva ai torinesi di qualunque ceto di travestirsi ovvero di indossare vesti non confacenti al loto status sociale” (Manzo, 2006, p. 63). Nei secoli successivi si susseguono le disposizioni che proibiscono di andare in giro mascherati, di fare feste senza la preventiva licenza.
I festeggiamenti carnevaleschi sono caratterizzati dai balli popolari all’aperto, dal corso delle carrozze, “una sfilata che toccava le principali vie del centro cittadino e che di svolgeva nei giorni compresi tra al domenica e il martedì grassi” (Manzo, 2006, p. 65). Non mancavo, inoltre, i balli in costume nelle dimore nobili.
Nel 1857 alcuni commercianti “pensarono di dare qualche maggior brio al Carnevale […] studiandosi cosa di dovesse fare, si immaginò una gran cavalcata rappresentante il ‘Ritorno in Torino del principe Amedeo VI, detto il Conte Verde” (Rocca, 1876). Questa iniziativa “forse un po’ troppo colta e raffinata, non suscitò l’entusiasmo del grande pubblico che preferì le mascherate e i carri allegorici dei pierrots, dei beduini e dei débardeurs (maschere del carnevale parigino) […] che sfilarono per la città la domenica e il martedì grassi” (Manzo, 2006, pp. 71-72). Nello stesso anno venne creato il Babacio, “che percorreva le vie del centro cittadino su un carro seguito da un corteo di folla mascherata che ballava a tempo di musica sorreggendo centinaia di lampioncini fino a raggiungere piazza Vittorio, dove veniva bruciato in un tripudio di fuochi artificiali” (Manzo, 2006, p. 72). Questo rituale di addio al Carnevale, con la fiaccolata notturna e l’esplosione dell’enorme fantoccio, ripieno di petardi, diventerà un appuntamento fisso dei successivi carnevali.
Per i festeggiamenti del 1858 venne messo in scena lo spettacolo ‘Il trionfo di Bacco’, l’anno dopo si svolse una grande sfilata di carri allegorici “improntata allo spirito patriottico che pervadeva ogni manifestazione pubblica: le maschere italiane a bordo di nove carri percorsero le vie della città, partendo all’una del pomeriggio da pizza Vittorio per ritornarvi a tarda sera” (Manzo, 2006, p. 74).
Nel 1863 la Società Gianduia, che aveva assunto il coordinamento dei festeggiamenti, allo scopo di promuovere lo sviluppo del commercio e delle attività produttive allestì la Fiera fantastica, con in piazza Castello e via Po “innumerevoli banchi di trastulli, libri e stampe, fiori, confetti, frutta secca e giocattoli. Nasceva allora la Fiera dei vini in bottiglia, destinata a un duraturo successo” (Manzo, 2006, pp. 75-76).
Nel 1867, per iniziativa dell’ordine cavalleresco del Gran Bogo, associazione che faceva capo al Circolo degli Artisti, fece la sua prima apparizione al Carnevale torinese il Gran Bogo, un personaggio presentato per la prima volta in una rappresentazione teatrale del romanzo Robinson Crusoe di Danile Defoe: era un buffo fantoccio dalla grossa testa, fatto di sottile budella che si riempiva gonfiandolo d’aria.
In quell’anno i festeggiamenti si protrassero per quattro giorni, anziché i tradizionali tre, con uno spettacolare carosello in piazza Statuto, i balli pubblici, il corso dei carri e dei gruppi mascherati, la fiera fantastica con un centinaio di venditori; tutte le vie erano addobbate con apparati scenografici di grande impatto e un’eccezionale illuminazione a gas prodotta da migliaia di fiammelle (cfr. Marocco, 1867; Manzo, 2006, pp. 79-80).
Il Carnevale del 1868 è segnato dalla prima edizione delle Giandujeidi: “erano un ibrido tra rievocazioni storiche ed episodi immaginari allestiti con pantomima. Lo scenario era via Po, da piazza Vittorio a piazza Castello. La trama delle Giandujedi (5 in tutto), fu elaborata da Giuseppe Giacosa. La prima fu eseguita il 22 febbraio 1868 e prendeva avvio dal rinvenimento di Gianduia tra le foglie di un cavolo colossale, nella piazza di Callianetto, seguito dalla sua repenti trasformazione in un baldo giovane a causa della caduta in un tino pieno di barbera e rapidamente prosciugato dal medesimo.
La seconda fu rappresentata il 6 febbraio 1869 e cantava le imprese eroiche di Gianduia e la resistenza dei cittadini di Viù contro l’invasione di Annibale. La terza Giandujeide ebbe il titolo di ‘Giandujeide del secolo venturo’ e fu eseguita il 26 febbraio 1870; la quarta ‘Il soverchio rompe il coperchio ovvero il ratto di Gigìn, la stella del mulino”: rappresentata il 22 febbraio 1873 riprodusse con poche varianti la prima; la quinta ebbe luogo vent’anni dopo nel febbraio del 1893 ed assunse il nome di ‘Il drado di Gianduja’ […] in sei quadri (1500 attori in costume, 200 cavalieri)” (AA.VV., 1978, pp. 98-99).
La spettacolare novità del Carnevale del 1870 è il Borgorama, realizzato in piazza Castello dall’associazione Gran Bogo: “Rappresentava nella facciata una testa di sfinge molto ben proporzionata e in pari tempo così colossale che poteva vedersi ad occhio nudo da piazza Vittorio, e tenendo la sfinge aperta la bocca, formava con essa l’entrata in sala, cui si saliva per un ponticello dalla piazza. […] Penetrati nella sala, dopo che ognuno aveva preso posto, si spegnevano i lumi e aveva principio lo svolgersi della tela lunga 120 metri, su cui erano state disegnate le principali e più importanti vedute di un viaggio dall’Alpi all’Egitto. E mentre si ammiravano que’ variati dipinti molto squisitamente eseguiti, uno de’ soci del Bogo ne faceva una interessante descrizione” (Rocca, 1876).
Nel 1871 venne realizzato “un grandioso padiglione dal titolo ‘La lanterna magica’, sormontato dal Bogo, collocato a ridosso di Palazzo Madama, sul lato di via Po, come l’anno precedente. Vi si proiettavano dipinti realizzati su vetro, colorati con aniline e retroilluminati, di argomento politico e di attualità quali la guerra franco-prussiana, l’ingresso in Roma delle truppe italiane, il Plebiscito, l’inondazione del Tevere, il traforo del Cenisio” (Manzo, 2006, p. 85).
Negli anni successivi l’associazione Gran Bogo promosse iniziative di altro tipo, come lo sfarzoso ballo presso la Società Promotrice di Belle Arti nel 1872 e lo spettacolo eroico fantastico ‘La disfida di Montebecco’ del 1873.
Un grandioso e memorabile Carnevale venne organizzato nel 1886, in quanto Torino era stata prescelta per ospitare il 3° Congresso delle maschere italiane. A fianco di Palazzo Madama venne eretto il Ciabot d’Gianduja. “Oltre a balli, sfilate in maschera, fiera dei vini e fiera fantastica, serate di gala al teatro Regio,ogni sera ebbe luogo una ‘spaventevole sfida di Satana’, una gara di fuochi artificiali tra pirotecnici di tutta Italia culminata con il rogo del Babacio la sera del martedì grasso (Manzo, 2006, pp. 91-92).
A partire da fine Ottocento il Carnevale torinese assume una programmazione consolidata, senza più gli eventi di grande richiamo che avevano caratterizzato le edizioni precedenti, con il corso delle maschere, le giostre e i baracconi in piazza Vittorio, la fiera fantastica e quella dei vini.
Nella seconda metà del Novecento il Carnevale perde progressivamente di importanza, con la cessazione della sfilata di carri allegorici, l’abolizione della fiera dei vini e infine il trasferimento del luna park alla Pellerina, a metà degli anni Settanta.

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siam passati da Bogo a niente.

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Inviato (modificato)

La fiera del Vino della Pellerina attuale e' ormai solo un misero ricordo di quella degli anni 70

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