Questo è un post popolare Caio Ottavio Inviato 26 Febbraio, 2017 Questo è un post popolare #1 Inviato 26 Febbraio, 2017 Salve a tutti. Quest’oggi volevo proporvi una nuova discussione “trasversale”, dato che l’argomento di cui andremo a trattare ci permetterà di spaziare in situazioni storiche e numismatiche dal Mezzogiorno al Settentrione della nostra penisola. Anche questa volta, al centro del nostro dibattito troviamo un sovrano napoletano della dinastia francese degli Angioini, Roberto d’Angiò (1309-1343), autore di una coniazione molto particolare ed estremamente rara che merita di sicuro un approfondimento. Ecco la descrizione del pezzo in esame: Gigliato. D/ + ROBERTUS • DEI GRA IERLM • ET SICIL • REX Robertus Dei gratia Ierusalem et Siciliae Rex. Roberto, per la grazia di Dio, Re di Sicilia e Gerusalemme. Il Re coronato, seduto frontalmente su di un trono con protomi leonine ai lati, tiene nella mano destra lo scettro gigliato e nella sinistra il globo crucigero. R/ + IPPETUU CU SUCCESSOIB DNS TRE PRATI In perpetuum cum successoribus dominus Terrae Prati. Signore in perpetuo della Terra di Prato con i suoi eredi. Croce piana ornata, con le estremità fogliate, accantonata da quattro gigli. CNI XI, p. 345, n° 1 (tav. XXII, n° 4). AR 3,90 g. e 27 mm. (esemplare della Collezione Reale, già ex Collezione Gnecchi, n° 3515). Un altro esempio trovato in rete, dal peso dichiarato di 3,78 g.: Si sa benissimo oramai che il gigliato fu una moneta ampiamente accettata in molti luoghi diversi tra loro, non solo d’Italia, ma anche d’Europa e addirittura fu imitata e scambiata nelle zecche e negli Stati dell’Oriente Latino. Tale fama scaturisce dalla bontà della lega utilizzata per la coniazione di queste monete, molto più ricca di fino rispetto ad altri nominali, non solo italiani, che si potevano trovare in circolazione all’epoca. Era, se vogliamo, una specie di “dollaro” d’argento del Basso Medioevo, utilizzato per i commerci locali nel Regno di Napoli, ma anche per quelli di più vasta portata, tant’è che si sviluppò un vero e proprio giro d’affari intorno all’imitazione del gigliato napoletano o robertino, come veniva chiamato per via del sovrano che lo fece diventare così celebre e ben accetto. Non ci si sorprende, quindi, di trovare una moltitudine di gigliati che si differenziano anche molto da quelli coniati a Napoli durante il regno di Roberto d’Angiò, ma il gigliato “pratese” ha avuto sempre un ruolo molto particolare nella numismatica non solo napoletana, ma italiana in generale, per via della sua esimia rarità, ma soprattutto per i risvolti storici che tale moneta potrebbe rivelare. E allora è il caso di vedere meglio le circostanze storiche che portarono alla realizzazione di questo strano pezzo. Innanzi tutto occorre spiegare perché la definizione di “pratese”. La caratteristica peculiare risiede proprio nella legenda di rovescio, ampiamente sciolta e tradotta in fase di descrizione. In pratica, Roberto d’Angiò, oltre che Re di Napoli, veniva riconosciuto anche come signore della Terra di Prato, la città toscana in provincia di Firenze. Il privilegio signorile si estendeva anche ai suoi eredi, quindi, dopo la morte del sovrano angioino, i suoi successori avrebbero beneficiato della signoria di Prato. Come si configura storicamente un tale potere? Come arrivò Roberto d’Angiò a detenere i diritti su città così lontane da Napoli e dal suo Regno, coinvolte in ben altre realtà politiche? E, soprattutto, come si giunse alla coniazione di una moneta, il gigliato, appunto, che per stile e standard ponderale rientra perfettamente nei meccanismi economici napoletani, ma che è di più difficile inserimento in quelli toscani? Dobbiamo pensare ad un’Italia divisa tra due principali fazioni: i Guelfi, sostenitori del partito filo-papale, e i Ghibellini, favorevoli invece nel riconoscere all’Imperatore di Germania un potere temporale superiore a quello della Chiesa di Roma. L’autorità imperiale, inoltre, voleva anche consolidare la propria influenza in Italia, ormai solo un ricordo rispetto a ciò che era stata nel corso del XIII secolo o anche prima. Gli scontri tra le diverse fazioni nelle città dell’Italia settentrionale portarono i liberi comuni ad indebolirsi per i dissidi e le divisioni interne: sia Firenze che le città limitrofe della Toscana, infatti, erano molto deboli militarmente e non riuscivano a fare fronte alle esigenze belliche che il tempo imponeva. Tra il 1305 ed il 1310, quindi, Roberto d’Angiò, uno dei sovrani più potenti d’Italia, era stato coinvolto nelle lotte politiche toscane e si schierò dalla parte dei Guelfi: il Re di Napoli, infatti, già nel 1305, quando era solamente Duca di Calabria, fu insignito della signoria di Firenze, che mantenne pressappoco fino al 1321, e messo a capo di una lega di città toscane che si opponevano al potere ghibellino ed imperiale in Italia. Prato, la cui situazione militare non era molto diversa da quella della vicina Firenze, aveva vissuto anni migliori dopo che, alla metà del XIII secolo, si era fissato lo Statuto cittadino e il centro aveva riconosciuto la propria qualifica di libero comune. La floridezza economica di quei tempi, dovuta al grande sviluppo dell’industria della lana, era solo un lontano ricordo. Dal 1312 la situazione peggiorò ulteriormente a seguito delle guerre intestine che affliggevano le città toscane: Prato, insieme alla lega di città che facevano capo a Firenze, composta da Siena, Pistoia, Arezzo, Volterra, Colle Val d’Elsa, San Gimignano e San Miniato, si trovò contrapposta alla Pisa di Uguccione della Faggiola, condottiero ghibellino e vicario imperiale in Italia. Uguccione si rivelò una minaccia concreta per i Fiorentini i loro alleati nel 1315, quando le armate ghibelline collezionavano sempre più successi sui nemici di parte guelfa. Fu proprio in quell’anno (tra l’altro, passato alla storia come il più fulgido per il partito ghibellino in Italia) che Firenze si decise a chiedere aiuto militare a Re Roberto. Quest’ultimo acconsentì, radunando in breve tempo un congruo numero di truppe che, inizialmente, dovevano essere guidate da suo figlio, nonché erede al trono, Carlo d’Angiò (1298-1328), Duca di Calabria dal 1309 e Vicario Generale del Regno. Il comando, però, passò poi all’ultimo momento nelle mani del fratello del Re, Filippo I di Taranto (1294-1332). La colonna partì dunque per Firenze per unirsi al resto dell’esercito guelfo che la lega toscana aveva raccolto per far fronte alla minaccia ghibellina. Lo scontro sembrava giocare a favore dei Fiorentini e dei loro alleati napoletani, vista la loro superiorità numerica. Uguccione, oltre ai Pisani, poteva fare solo scarso affidamento su Lucca, perché questa città era stata presa dai Ghibellini con la forza. Il confronto armato non si fece attendere: la battaglia di Montecatini (29 agosto 1315) sancì la gloriosa vittoria dei Pisani di Uguccione che, contro ogni pronostico, misero in fuga i Fiorentini con i loro alleati. Il comandante napoletano Filippo di Taranto neanche prese parte allo scontro perché, colto da febbre, fu costretto a ritirarsi dal campo di battaglia e a rientrare precipitosamente a Firenze, la cui situazione peggiorava giorno dopo giorno. Roberto d’Angiò, da parte sua, non si mostrò molto preoccupato della sconfitta subita dalle sue truppe in Toscana: Firenze, che dal 1305 si era costituita sotto la sua protezione, rimaneva, con il suo circondario, ancora salda e sicura. Qualche anno dopo, però, tale sicurezza crollò: nel 1325 il baricentro ghibellino da Pisa si era spostato a Lucca che, sotto il suo signore Castruccio Castracani, aveva riscoperto un nuovo periodo di riscossa militare, culminato con la vittoriosa (per i Ghibellini) battaglia di Altopascio il 23 settembre di quello stesso anno. Questa volta, Roberto non aveva inviato alcun aiuto contro il Castracani per favorire i Fiorentini, così, quando questi arrivò addirittura a minacciare la città stessa, essi si rivolsero al Duca di Calabria, Carlo, figlio di Re Roberto, il quale fu eletto dai Guelfi nuovo signore di Firenze a garanzia della protezione angioina sulla città. Carlo accettò e l’anno successivo, nel 1326, il 13 gennaio, si recò a Firenze per prendere possesso del nuovo incarico che gli era stato offerto. Ma la permanenza di Carlo e del suo seguito di Angioini nel capoluogo toscano fu breve: nel 1327, il Duca fu richiamato a Napoli, poiché le truppe tedesche di Ludovico IV il Bavaro (1328-1347), allora Rex Romanorum (1314-1328), minacciavano il Regno nella loro discesa in Italia verso Roma. Si ritiene che il gigliato “pratese” fosse stato battuto intorno al 1326, quindi durante la signoria fiorentina di Carlo d’Angiò, per l’infeudamento di Prato alla casata angioina. Le legende sulla moneta, che vanno lette in modo continuo tra diritto e rovescio, comunicherebbero che Roberto d’Angiò, già Re di Napoli, era anche signore (dominus) di Prato e che il privilegio si estendeva anche ai suoi successori, cioè a Carlo Duca di Calabria. Quest’ultimo, nato dal matrimonio celebrato il 23 marzo 1297 tra Roberto e Jolanda d’Aragona (1273-1302), era l’unico figlio maschio della coppia reale e, nel 1316, contrasse una prima unione, infruttuosa, con Caterina d’Asburgo (1295-1323). Nel 1324, poi, prima di essere chiamato dai Guelfi a Firenze, Carlo sposò in seconde nozze la giovanissima Maria di Valois (1309-1332), dalla quale ebbe la figlia, futura Regina di Napoli, Giovanna I d’Angiò (1343-1381). Appena Carlo si allontanò da Firenze nel 1327, Castruccio ne approfittò per occupare molte città che prima erano cadute sotto la giurisdizione feudale angioina: in nome dell’Imperatore tedesco, il condottiero ghibellino, divenuto intanto Duca di Lucca, arrivò ad attaccare anche Pistoia e Prato. Gli abitanti di questi due centri, soprattutto i contadini che erano quelli più esposti alle scorribande ghibelline nelle campagne intorno alle città, per non subire gli attacchi nemici, scesero a patti con il Castracani: in cambio di un tributo semestrale da pagarsi in denari, i Pistoiesi ed i Pratesi evitarono attacchi e saccheggi da parte dei Ghibellini del condottiero lucchese. In realtà, fino a quando gli Angioini si ersero a garanti della sicurezza dei Guelfi toscani, Firenze e gli altri centri toscani limitrofi non subirono mai il sopravvento della parte ghibellina avversa. Il gigliato “pratese”, dunque, costituisce una moneta commemorativa (e non una medaglia, come credeva Arthur Sambon e com’è riportato anche nel CNI XI) che aveva lo scopo di manifestare la sovranità signorile degli Angioini, di Roberto e di suo figlio Carlo, sui centri guelfi toscani minacciati dall’inarrestabile potenza militare ghibellina. Si potrebbe anche pensare che la moneta circolasse nel ristretto entourage del Duca di Calabria e che difficilmente abbia interagito con la moneta e l’economia locale fiorentina, poiché, come faceva già notare il Sambon, il gigliato era sì una moneta ben accetta all’epoca (quindi magari sarà anche stata accettata in alcune transazioni tra Angioini e Fiorentini), ma era profondamente diversa per caratteristiche fisiche rispetto al sistema monetario ed economico fiorentino. Dobbiamo poi pensare che Prato patteggiò un accordo per non essere occupata dai Ghibellini di Castruccio solo nel 1327, ovvero dopo la partenza di Carlo d’Angiò da Firenze. Dato che Prato non ebbe mai una propria zecca, sembrerebbe più logico ipotizzare che il gigliato in questione fu coniato nel 1326 a Firenze, durante il breve soggiorno del Duca di Calabria in città. Forse la sua breve permanenza e il circoscritto utilizzo del gigliato “pratese”, in unione con lo scopo commemorativo dell’emissione, non consentirono la coniazione di un gran numero di pezzi, anzi, ne frenarono la produzione allo stretto indispensabile per le esigenze degli Angioini, padroni della scena politica cittadina. Dobbiamo poi notare che questa teoria non sembra priva di fondamento, se pensiamo che, a Napoli, la locale zecca incrementò la produzione di gigliati, per volere regio, proprio nel 1326! In questo anno, infatti, furono assunti nuovi manovali in zecca per la lavorazione delle monete d’argento, in vista del successo e delle attenzioni che il gigliato napoletano stava ricevendo in molte parti d’Europa e del Mediterraneo. Ma non furono solo gli Angioini ad aiutare militarmente i Guelfi toscani e ad importare a Firenze il gigliato “pratese” di stampo e peso napoletani: sotto Roberto d’Angiò, le finanze del Regno di Napoli erano quasi monopolizzate da potenti banchieri fiorentini. Pensiamo che molte Compagnie bancarie avevano filiali a Napoli che costituivano il fulcro di importanti guadagni. Proprio con il governo di Roberto assistiamo spessissimo all’affidamento dell’incarico di Maestro di Zecca, ufficio fondamentale per la gestione della stessa, ad esponenti di queste potenti Compagnie. Tra questi ricordiamo: 1. Lapo di Giovanni di Benincasa, un mercante fiorentino, fattore della Compagnia degli Acciaiuoli, fu Maestro di Zecca nel 1317. Fu proprio tra il 1317 ed il 1319 che si decise di inserire sui gigliati dei simboli per poter distinguere l’operato delle diverse maestranze, poiché in molti casi si erano verificati dei cali nel peso effettivo delle monete rispetto a quello teorico stabilito (pari quasi a 4 grammi). 2. Donato degli Acciaiuoli, Maestro di Zecca nel 1324 (al 12 febbraio si data l’appalto per il suo incarico), proseguì la battitura dei gigliati di peso accurato, com’era già stato fatto sotto l’amministrazione dei suoi predecessori, Rainaldo Gattola, di Napoli, e Silvestro Manicella, di Isernia. 3. Petruccio di Siena, Maestro di Zecca nel 1325, anch’egli esponente della Compagnia degli Acciaiuoli. 4. Domenico di Firenze, Maestro di Zecca sempre nel 1325, esponente della Compagnia degli Acciaiuoli. 5. Dopo l’intermezzo del napoletano Rogerio Macedonio, nel 1327, a dirigere la Zecca partenopea troviamo nuovamente un fiorentino, un certo Filippo Rogerio, della Compagnia dei Bardi. 6. Pieruccio di Giovanni, ugualmente fiorentino, fu Maestro di Zecca dopo il 1327 ed esponente della Compagnia degli Acciaiuoli. 7. Sempre in una data posteriore al 1327 a capo della Zecca viene annoverato il fiorentino Matteo Villani, della Compagnia dei Bonaccorsi. Tutte queste Compagnie bancarie fiorentine avevano, attraverso il controllo dell’ufficio di Maestro di Zecca, oltre a rapporti commerciali di favore tra Firenze ed il Regno, anche il sopravvento sulla gestione della moneta regnicola e sulla sua circolazione. I Bardi, presso la cui filiale di Napoli lavorò anche il padre di Boccaccio, gli Acciaiuoli e i Bonaccorsi, insieme ad altre Compagnie fiorentine, fallirono a seguito del mancato saldo del debito che i Re si Francia ed Inghilterra avevano contratto con i Fiorentini a seguito dell’allestimento degli eserciti per la Guerra dei Cent’anni. Anche Roberto d’Angiò aveva un grande debito con gli Acciaiuoli, che di fatto erano i banchieri della Casa d’Angiò e tenevano in mano le finanze di mezza Napoli, in quanto questi ricevette un primo prestito di ben 50.000 fiorini d’oro e suo figlio Carlo, Duca di Calabria, beneficiò di un secondo prestito pari a 18.500 fiorini. Dopo la mancata restituzione delle somme dovute dai sovrani francese ed inglese, Roberto non saldò il suo di debito usando come precedenti le insolvenze degli altri due Re, Filippo VI ed Edoardo III. Ma gli Acciaiuoli beneficiarono grandemente della benevolenza regia: sotto Roberto, Niccolò Acciaiuoli fu nominato prima cavaliere e con l’avvento di sua nipote, Giovanna I, fu invece creato, nel 1348, Gran Siniscalco del Regno. Fu proprio Niccolò a farsi promotore del (secondo per la sovrana) matrimonio tra Giovanna I e Luigi di Taranto (1352-1362). Quando questi morì, il 26 maggio del 1362, l’Acciaiuoli fu il principale protettore dei diritti della Regina angioina (a cui, tra l’altro, doveva tutte le sue fortune) quando altri nobili ne minavano il potere. Ma, ritornando in Toscana, Prato rimase ancora per poco tempo in mano angioina: morto Roberto a Napoli, il 16 gennaio 1343, (Carlo era già morto il 9 novembre 1328) Firenze tentò, a partire dal 1350, di conquistare con la forza la città vicina, vedendo la morsa angioina allentarsi dai comuni toscani come un’occasione di rinascita politica. Nel 1351, con un atto cancelleresco approvato da Giovanna I, la Corona di Napoli cedeva i diritti feudali di Prato a Firenze dietro pagamento di una somma ammontante a circa 17.500 fiorini. Anche dietro questo atto si nasconde un disegno politico di Niccolò Acciaiuoli che, in virtù della propria influenza sulla Regina napoletana, spinse la sovrana a concludere un accordo remunerativo con Firenze. Da allora, la città di Prato non è mai uscita più dall’orbita fiorentina. 27 5 Cita
Rocco68 Inviato 26 Febbraio, 2017 #2 Inviato 26 Febbraio, 2017 Ciao @Caio Ottavio, ho cliccato sul mi piace..ma non me lo accetta! Bellissima discussione! Grazie. Cita
Caio Ottavio Inviato 26 Febbraio, 2017 Autore #3 Inviato 26 Febbraio, 2017 2 minuti fa, Rocco68 dice: Ciao @Caio Ottavio, ho cliccato sul mi piace..ma non me lo accetta! Bellissima discussione! Grazie. Ciao @Rocco68, forse hai superato il numero massimo di "mi piace" disponibili al giorno. (Non penso ad un problema tecnico). Dovresti provare domani...fammi sapere se poi persiste o si risolve. Grazie comunque, mi fa piacere che l'abbia trovata di tuo interesse! Cita
Ospite Inviato 26 Febbraio, 2017 #4 Inviato 26 Febbraio, 2017 44 minuti fa, Caio Ottavio dice: Dato che Prato non ebbe mai una propria zecca, sembrerebbe più logico ipotizzare che il gigliato in questione fu coniato nel 1326 a Firenze, durante il breve soggiorno del Duca di Calabria in città. Forse la sua breve permanenza e il circoscritto utilizzo del gigliato “pratese”, in unione con lo scopo commemorativo dell’emissione, non consentirono la coniazione di un gran numero di pezzi, anzi, ne frenarono la produzione allo stretto indispensabile per le esigenze degli Angioini, padroni della scena politica cittadina. Dobbiamo poi notare che questa teoria non sembra priva di fondamento, se pensiamo che, a Napoli, la locale zecca incrementò la produzione di gigliati, per volere regio, proprio nel 1326! In questo anno, infatti, furono assunti nuovi manovali in zecca per la lavorazione delle monete d’argento, in vista del successo e delle attenzioni che il gigliato napoletano stava ricevendo in molte parti d’Europa e del Mediterraneo. Ma non furono solo gli Angioini ad aiutare militarmente i Guelfi toscani e ad importare a Firenze il gigliato “pratese” di stampo e peso napoletani: sotto Roberto d’Angiò, le finanze del Regno di Napoli erano quasi monopolizzate da potenti banchieri fiorentini. Pensiamo che molte Compagnie bancarie avevano filiali a Napoli che costituivano il fulcro di importanti guadagni. Proprio con il governo di Roberto assistiamo spessissimo all’affidamento dell’incarico di Maestro di Zecca, ufficio fondamentale per la gestione della stessa, ad esponenti di queste potenti Compagnie. Sono semplicemente "estasiato" quando una moneta riesce a "catapultarmi" nella storia...Grazie Leggendo la parte che ho riportato ,mi verrebe più spontaneo pensare ad una "probabile" coniazione nella zecca Napoletana ,proprio perché la produzione subì un incremento.. Ma forse è troppo semplicistico!! Cita
galaad Inviato 26 Febbraio, 2017 #5 Inviato 26 Febbraio, 2017 a me il MI PIACE ha funzionato! Complimenti e grazie, Caio Ottavio! Cita
Caio Ottavio Inviato 26 Febbraio, 2017 Autore #6 Inviato 26 Febbraio, 2017 (modificato) 32 minuti fa, morellino dice: Sono semplicemente "estasiato" quando una moneta riesce a "catapultarmi" nella storia...Grazie Leggendo la parte che ho riportato ,mi verrebe più spontaneo pensare ad una "probabile" coniazione nella zecca Napoletana ,proprio perché la produzione subì un incremento.. Ma forse è troppo semplicistico!! Grazie mille @morellino per le tue considerazioni: è bello quando si riesce a scrivere qualche nota su una moneta particolare come questa per poi trasmetterla agli altri con successo. Grazie a te per aver letto questo mio intervento. Anche io ho pensato per un attimo che la moneta fu coniata a Napoli proprio nel 1326 con l'incremento della produzione di gigliati che si registrò in quell'anno, per poi essere magari "importata" in territorio toscano. Poi ho confrontato questi esemplari con quelli napoletani e si notano delle differenze difficilmente spiegabili per una coniazione napoletana: ad esempio, al D/ la legenda abbrevia in ...IERLM... anziché nel consueto ...IERL... che si trova sui gigliati napoletani. Lo stile dei caratteri che compongono le legende mi sembra inoltre un po' distante rispetto ai conii di Napoli. Ma potrebbe essere un'ipotesi da approfondire: anche a questo servono post simili sul Forum. Modificato 26 Febbraio, 2017 da Caio Ottavio Cita
Ospite Inviato 26 Febbraio, 2017 #7 Inviato 26 Febbraio, 2017 Si... la strada da percorrere è sicuramente quella relativa al confronto delle coppie dei conii oltre, ovviamente, a possibile documentazione...ma questo per me,al momento, rimane un'impresa assai ardua!! Di sicuro, da oggi ,guarderò con maggiore attenzione ed interesse questa monetazione,con la speranza di riuscire ad approfondire.. Cita
odjob Inviato 26 Febbraio, 2017 #8 Inviato 26 Febbraio, 2017 Ciao @Caio Ottavio bella discussione Salutoni odjob 1 Cita
dareios it Inviato 27 Febbraio, 2017 Supporter #9 Inviato 27 Febbraio, 2017 Ciao Raffaele, bellissima disamina la tua su questo periodo storico molto particolare. Mi è piaciuto molto. Devo dirti che mi hai fatto accendere una lucettina nella testa (forse non centra niente), ma ti ricordi di quel denaro tornese particolare con la scritta DE PRATEI o DE PRATEN ? Che dici? Pensi che si possa indagare sulla possibilità che la città di Prato centri in qualche modo sull' emissione di quella moneta? 1 Cita
dux-sab Inviato 27 Febbraio, 2017 #10 Inviato 27 Febbraio, 2017 (modificato) @Caio Ottavio, bella discussione. Modificato 22 Ottobre, 2017 da dux-sab 2 Cita
Caio Ottavio Inviato 27 Febbraio, 2017 Autore #11 Inviato 27 Febbraio, 2017 6 ore fa, dareios it dice: Ciao Raffaele, bellissima disamina la tua su questo periodo storico molto particolare. Mi è piaciuto molto. Devo dirti che mi hai fatto accendere una lucettina nella testa (forse non centra niente), ma ti ricordi di quel denaro tornese particolare con la scritta DE PRATEI o DE PRATEN ? Che dici? Pensi che si possa indagare sulla possibilità che la città di Prato centri in qualche modo sull' emissione di quella moneta? Grazie mille @dareios it per il tuo apprezzamento e sono molto felice di essere riuscito a fornire nuovi spunti, anche per il denaro tornese che ricordo bene. Al riguardo, potremmo tentare di intraprendere anche questa strada, perché no, potremmo trovarvi qualche collegamento interessante, anche se non ne sono molto sicuro. Naturalmente siamo nel campo delle ipotesi, ma è meglio non lasciare nessun tentativo da parte, quindi... 1 Cita
A. Cronauer Inviato 27 Febbraio, 2017 #12 Inviato 27 Febbraio, 2017 Il primo accenno al gigliato pratese fu fatto nel 1903 da O. Vitalini che descrisse questa moneta identificandola però in una contraffazione del gigliato classico. Sambon nel 1912 corresse la lettura della moneta e l'attribuì a Prato con riserva. Quest'ultima dovuta al fatto che a Prato non risultava una zecca e quindi il parere del Sambon fu che forse la paternità andava data alla zecca di Firenze. Tesi poi condivisa in parte dal CNI. Bisogna attendere il 1970 ed una monografia di M. Bernocchi su "Il gigliato pratese" per apprendere che invece Prato ha avuto una propria zecca per la battitura di moneta reale. Il tutto documentato dalle spese da sostenere per la sua costruzione. L'attività di questa zecca ebbe inizio nel 1336 ed è opinione del Bernocchi che la moneta reale altro non è che il gigliato pratese ipotizzandone quindi la battitura tra il 1336 ed il 1343, data di morte di re Roberto. Sucessivamente A. Montagano privilegia la tesi del Bernocchi ma dubita fortemente della sua battitura nella cittadina di Prato. Alla luce dei fatti l'unica certezza è che siamo di fronte ad uno degli innumerevoli misteri che la numismatica spesso ci propone. Bellissima e rarissima moneta. Un grazie all'autore della della discussione che ci ha permesso di riportarla alla ribalta. 3 Cita
dareios it Inviato 27 Febbraio, 2017 Supporter #13 Inviato 27 Febbraio, 2017 Già che mi trovo, aggiungo la contraffazione francese, così da poter fare qualche raffronto con le coniazioni italiche 2 Cita
dux-sab Inviato 27 Febbraio, 2017 #14 Inviato 27 Febbraio, 2017 (modificato) se la zecca a Prato è stata effettivamente aperta credo che bisognerebbe attribuirla a questa zecca. Moneta reale si accorda bene con il gigliato. Modificato 26 Settembre, 2018 da dux-sab Cita
Caio Ottavio Inviato 27 Febbraio, 2017 Autore #15 Inviato 27 Febbraio, 2017 (modificato) Ringrazio tutti per la viva partecipazione e l'interesse dimostrato per questa particolare moneta. In particolare, grazie ad @A. Cronauer per le integrazioni (che ho trovato davvero stimolanti e utili) sulle varie teorie riguardanti la zecca emittente che ci consente così di approfondire ulteriormente il tema. Nel mio post iniziale mi ero attenuto agli studi "classici" che ancora oggi presentano una teoria abbastanza diffusa, anche se non universalmente accettata, in modo da lasciare il dibattito aperto nel prosieguo della discussione. Ma d'altronde, anche l'ipotesi di una coniazione pratese avanzata da Bernocchi (la cui monografia purtroppo non sono riuscito a reperire) presenta qualche problema se altri Autori successivi, come il già citato Montagano, mettono in dubbio (o esprimono qualche riserva su) la coniazione a Prato di detto gigliato. D'altra parte già @morellino aveva avanzato un'altra ipotesi innovativa e molto suggestiva, a cui avevo pensato inizialmente anche io, ma che non mi ha convinto molto, cioè che i gigliati "pratesi" fossero stati coniati a Napoli nel 1326 per poi essere portati a Firenze al seguito del viaggio di Carlo d'Angiò. Un fenomeno che si è ripetuto per molteplici monetazioni, dalle più antiche, fino a quelle a noi più vicine. C'è una cosa che mi lascia perplesso. Prato non ebbe mai una zecca: se fu aperta un'officina monetale c'è bisogno di documenti chiari e di prove tangibili per dimostrarlo, l'esistenza del solo gigliato "pratese" non implica per forza che a Prato ci fosse una zecca. Se c'è il nome della Terra di Prato su questa moneta non significa che fu coniata obbligatoriamente lì, anche perché se interpretiamo nel modo corretto la legenda viene fuori tutt'altro, cioè: "Roberto, per la grazia di Dio, Re di Sicilia e Gerusalemme, signore in perpetuo della Terra di Prato con i suoi eredi" (abbiamo detto che le legende vanno lette in modo continuativo tra D/ e R/ per comprenderne appieno il senso). Visto che si sottolinea l'infeudazione angioina di Prato (e non di Firenze, di cui Roberto era già signore) si potrebbe ipotizzare che questo gigliato fu un'emissione commemorativa (come ho anche scritto nel mio post) che voleva celebrare la "presa" della città. L'apertura (onerosa) di una zecca a Prato era proprio necessaria visto il funzionamento della vicina Firenze, in un periodo di guerra dove la priorità era finanziare le spedizioni militari per contrastare il potere ghibellino? Anche perché Prato, all'epoca, non aveva tutto quel peso politico ed amministrativo che invece possedeva già Firenze. La questione è tutt'altro che semplice da risolvere, ma si presta bene per il dibattito nel contesto di questa discussione. Magari anche qualche esperto di monetazione fiorentina, o comunque toscana, di questo periodo potrebbe dire la sua. Ottima (oltre che bellissima) la moneta postata da @dareios it che fa comprendere bene, ad un primo paragone, le differenze stilistiche delle figure e delle lettere che compongono le legende che intercorrono tra i gigliati napoletani e quelli francesi. Differenze diverse, ma sempre di criterio simile, mi hanno fatto poi scartare l'idea di una coniazione napoletana per il gigliato "pratese". Ancora grazie a tutti per la partecipazione e i commenti, ricchi di spunti, che leggo sempre con piacere. Modificato 27 Febbraio, 2017 da Caio Ottavio 2 Cita
federico_marini Inviato 25 Settembre, 2018 #16 Inviato 25 Settembre, 2018 Mi associo ai vostri complimenti per aver aperto una discussione così interessante, in questo periodo in cui la comunicazione compulsiva su facebook determina un flusso di informazioni come quello delle acque di un fiume sotto un ponte. Quanto all'eventualità di un'attività di coniazione a Prato, non saprei esprimermi in merito, per restando dubbioso circa la sua esistenza in quanto Prato ebbe uno scarso peso politico come libero comune, essendo molto vicina alla potente Firenze, sotto il cui giogo passò ben presto Cita
grisù056gmail.com Inviato 7 Aprile, 2020 #17 Inviato 7 Aprile, 2020 Buonasera un parere sul mio gigliato pratese Saluti Grisù Cita
grisù056gmail.com Inviato 7 Aprile, 2020 #18 Inviato 7 Aprile, 2020 diametro 26 mm. peso 4,6 g. pagato 30 euro Cita
grisù056gmail.com Inviato 7 Aprile, 2020 #20 Inviato 7 Aprile, 2020 Coniato a Napoli ,ha qualche grado di rarità ,come va catalogato, è autentico? Grazie Marchese saluti Grisù Cita
eliodoro Inviato 7 Aprile, 2020 #21 Inviato 7 Aprile, 2020 Sicuro che è 4, 6 g.?, prova a vedere se si attacca alla calamita Cita
santone Inviato 7 Aprile, 2020 #22 Inviato 7 Aprile, 2020 (modificato) Direi anche postumo, coniato dopo la morte del re, verifica bene il peso Modificato 7 Aprile, 2020 da santone Cita
grisù056gmail.com Inviato 7 Aprile, 2020 #23 Inviato 7 Aprile, 2020 Non si attacca alla calamita,il peso è 4,5 preciso ma vale qualcosa Cita
santone Inviato 8 Aprile, 2020 #24 Inviato 8 Aprile, 2020 (modificato) Dovrebbe pesare circa 4 gr. anche meno usa una bilancina di precisione, il valore è più o meno quello che hai pagato Modificato 8 Aprile, 2020 da santone Cita
grisù056gmail.com Inviato 8 Aprile, 2020 #25 Inviato 8 Aprile, 2020 Pesata anche con il bilancino di precisione 4,5 devo ritenerla buona grazie Cita
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