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caiuspliniussecundus

L'inflazione in età romana

Risposte migliori

caiuspliniussecundus

Cari amici

Voglio farvi partecipi di queste brevi riflessioni dedotte dalla lettura del libro di Kennet Harl Coinage in the Roman Economy, 300 BC to AD 700 (The John Hopkins University Press, Baltimora-London 1996). Dato che si parla di monete, ripostigli, lega della moneta, ecc ecc, credo possano interessare a tutti. Non avendo degli studi economici alle mie spalle, probabilmente ho capito fischi per fiaschi. Sarebbe interessante un commento da parte di qualche esperto di questioni economiche/finanziarie.

Caius

L’ INFLAZIONE NEL MONDO ROMANO

Che cosa è l’inflazione? Si potrebbe rispondere semplicemente il meccanismo economico che causa l’aumento dei prezzi. L’inflazione in termini squisitamente economici è descrivibile con questa formula (equazione di Fisher):

M x V = P x Q

ove le variabili dell’equazione sono:

M: quantità di denaro disponibile nel mercato

V: velocità di circolazione del denaro

P: prezzi dei beni

Q: quantità di merci disponibili nel merceto

Applicare questa equazione nell’economia della Roma antica è purtroppo difficoltoso per l’impossibilità di quantificare correttamente ognuno dei parametri considerati.

M. quantità di denaro disponibile al mercato. E’ un dato a noi sconosciuto, intuibile per sommi capi dallo studio delle varianti di conio che permettono di risalire in modo sommario ai volumi delle singole emissioni, secondo l’ipotesi, generalmente condivisa degli studiosi, che un conio batta dalle 20.000 alle 30.000 monete. A titolo d’esempio, la colossale emisione di Marcantonio in onore delle legioni ammonterebbe a circa venti / venticinque milioni di denari; l’emissione di Cesare Elefante / strumenti pontificali, quindici milioni di denari; tutte le emissioni di Nerone avrebbero avuto un volume di 80 milioni di denari. Tuttavia il denaro usciva anche dall’economia romana, scambiato ad esempio con i paesi esteri (come l’India) in cambio di merci. In linea di massima, si osserva un aumento lento ma costante della quantità di denaro disponibile per gli scambi (con conseguente spinta inflattiva) per tutto il periodo tardo repubblicano ed imperiale, culminante con le spropositate emissioni di antoniniani privi di valore intrinseo nel III secolo.

V. velocità di circolazione del denaro. E’ il parametro meno conosciuto, influenzato in generale dalla lentezza dei mezzi di trasporto e comunicazione nell’antichità e dalla scarsa attività dei mercati periferici al di fuori dei grossi centri. Ad opporsi alla già lenta circolazione del denaro è la tendenza degli antichi a tesaurizzare, che abbatte in modo determinante la velocità di circolazione. In periodi di turbolenza politica, la scomparsa di moneta circolante dovuto alla tesaurizzazione era tale da frenare le attività economiche e da deprimere gli scambi. E’ ovvio che la teaurizzazione, sottraendo denaro altrimenti disponibile per gli scambi, contribuisce a mantenere bassi i prezzi sequestrando parte del danaro M circolante. In linea di massima è valida l’equazione seguente:

TESAURIZZAZIONE = DEFLAZIONE

Per precisione la tesaurizzazione influisce sulla velocità di circolazione più che non sulla massa di circolante (M), in quanto il tesoro è messo da parte solo temporaneamente, in attesa di essere utilizzato. Solo il tesoro effettivamente perduto, per la morte del proprietario ad esempio, rende indisponibile per sempre il denaro al mercato, riducendo il fattore M.

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caiuspliniussecundus

P. prezzi delle merci, è la variabile da ricostruire. E’ conosciuta in modo disorganico e poco confrontabile. Conosciamo prezzi dai graffiti di Pompei, prezzi ad Alessandria. Sappiamo che a Roam i prezzi erano più alti che altrove. Risolvendo l’equazione iniziale ne discende che i prezzi sono frutto di questo rapporto:

P = (M * V) / Q

I prezzi sono in rapporto diretto con la quantità di denaro (più aumenta il denaro M più aumentano i prezzi), con la velocità di circolazione del denaro ed in rapporto inverso con la quantità di merci disponibile (se le meci spariscono dal mercato, i prezzi aumentano)

Q. quantità di merci disponibile allo scambio economico. Variabile difficile da considerare dato il frequente afflusso di nuove merci a Roma in conseguenza di bottini e campagne militari. E’ un valore che non dipende solo dalla politica economica dei romani, ma forse ancora di più dalla loro politica estera, bellicosa che li portava a spogliare sempre nuove terre. Ogni nuova conquista contribuiva ad alimentare l’economia romana mantenendo tra l’altro basso il prezzo delle merci. L’ aumento di Q compensava in parte l’aumento di M.

Burnett (Coinage in the roman world, Seaby 1987, chapter six “Inflation”) sostiene

che l’equazione in questione vada semplificata considerando fissi o ininfluenti i parametri V e Q. Fatta questa semplificazione i prezzi dipendono direttamente dalla quantità di denaro circolante.

M = P

Burnett ritiene, non a torto, che ben poco si conosce sia della velocità di circolazione delle monete nell’antichità e si potrebbe considerare fondamentalmente stabile in un arco di tempo limitato anche il parametro quatità di beni.

Tuttavia gli elementi V e Q permettono di spiegare alcune episodi altrimenti di difficile interpretazione.

- Nel I secolo le abbondantissime emissioni di Augusto avrebbero dovuto provocare un’inflazione che invece non avvenne. E forse non avvenne proprio per il bilanciarsi del parametro Q, infatti ai tempi di Augusto, finita la terribile guerra civile, la quantità di beni disponibie ai commerci aumentò incredibilmente, abbassando i prezzi dei prodotti stessi e quindi controbilanciando l’effeto inflattivo dell’aumento di M.

- Nel biennio 91-90 aC la zecca della Repubblica emise quasi esclusivamente moneta subereata, indice di una grave crisi finanziaria. Non ci sono però riferiti aumenti dei prezzi, come sarebbe logico. L’incertezza politica di quel periodo (guerra civile tra le fazioni di Silla e Mario) aveva anche comportato la scomparsa di parte del dircolante per tesaurizzazione, compensando quindi l’effetto inflattivo della moneta subereata.

- Cicerone riferisce che nel periodo più critico dello scontro tra Cesare e Pompeo (lettera di Cicerone ad Attico nel corso della guerra civile), non circolava denaro. Il sistema economico si fermò, in attesa di una soluzione alla crisi. Come si comportarono i prezzi? Non vi fu inflazione. Infatti la temporanea scomparsa del denaro dal mercato, era compensata dalla minore quantità di merci disponibili.

Forse nella storia di Roma brevi periodi di crisi NON si accompagnano ad inflazione ed aumento dei prezzi proprio per il curioso bilanciarsi tra massa di denaro circolante e disponibilità di beni.

Nonostante l’esiguità dei dati disponibili pare che l’inflazione nel periodo della storia di Roma coperto dalle emissioni del denario (tra il II secolo aC e la metà del III secolo dC) si sia mantenuta molto bassa, su valori intorno all’1% annuo. Di fatto il denario, grazie alla sua buona lega e alla sua sostanziale stabilità ed affidabilità nel corso dei secoli (ben 5 secoli di emissioni di denari !!) ha frenato l’inflazione nell’economia di Roma.

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Arcano

Ehi ciao Caius complimenti per il tuo commento molto ma molto interessante. Hai definito giustamente l'inflazione quindi tranquillo non hai capito fischi per fiaschi. Però devo aggiungere una cosa alla tua definizione. Questo aumento del prezzo è dovuto, quindi è causato dall'aumento della massa monetaria in circolazione. Quindi più moneta viene prodotta più l'inflazione raggiunge percentuali esorbitanti. Qualcuno di noi sicuramente si sarà domandato nel corso della sua vita, come mai lo Stato non emette nuova moneta per fronteggiare i debiti dello stato. Non lo fa perchè appunto producendo nuovo denaro l'inflazione aumenterebbe fino a raggiungere la cosiddetta inflazione galoppante cioè inflazione oltre al 5%. E ciò accade sopratutto durante un periodo bellico in cui un governo, non potento fronteggiare alle crescenti spese del paese fa emettere dalla banca centrale nuovo denaro con conseguente inflazione. Poichè per l'impero romano il conflitto bellico era all'ordine del giorno era normale che un minimo di inflazione ci fosse, anche se secondo me non possiamo parlare di vera inflazione, in quanto il termine stesso "inflazione" è un termine moderno che non può essere ricondotto all'epoca romana. :)

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numa numa

Ammiro lo sforzo di inquadrare, in termini di economia monetaria, il fenomeno inflattivo all'epoca romana. Ricostruire un'applicazione dell'equazione di Fisher mi pare pero' molto ambizioso, vista la mancanza di dati oggettivi. Oggi stesso tale compito risulterebbe arduo anche applicato alla nostra realta' economica. Quando gli economisti cominciano a misurare il livello dei prezzi e' ovvio che occorre praticare delle assunzioni visto che non esiste un livello dei prezzi medio che comprenda tutti i beni (ho studiato economia e so quanto e' imperfetta questa scienza).

Credo sia molto piu' semplice e soprattutto efficace misurare il fenomeno inflazionistico semplicemente guardando le progressive svalutazioni di peso e/o contenuto di fino delle monete del periodo che ci interessa.

Su questo la numismatica puo' dare un contributo enorme vista la "certezza" dei suoi documenti : le monete appunto, che possono essere studiate e misurate e costituire una base validissima per la ricostruzione storica dell'erosione del valore = potere di acquisto della moneta.

Il decusse = 10 assi era una moneta di bronzo che superava il kg nell'eta' repubblicana antica. Il sesterzio di bronzo di epoca imperiale aveva un contenuto in bronzo assai minore.

Il denaro repubblicano ed anche imperiale avevano contenuti di fino e peso assai superiori all'antoniniano introdotto da Aureliano.

Per non parlare del rapporto tra oro e argento che si e' trasformato progressivamente tra Repubblica ed Impero.

Mi spingerei a dire che e' piu' opportuno partire da questi valori certi per misurare il deterioramento del potere di acquisto di una moneta (svalutazione) piuttosto che cercare di misurare l'incremento del livello dei prezzi (inflazione) sulla base di dati incerti o addirittura non conoscibili.

numa numa

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Paleologo

L'argomento è interessantissimo e mi suscita una domanda che si ricollega al commento di numa: siamo sicuri che l'equazione di Fisher sia applicabile, dal momento che mi sembra (non sono un economista) si applichi all'emissione di moneta fiduciaria, mentre qui stiamo parlando sostanzialmente di moneta a valore intrinseco? In questo caso, è possibile riformulare la legge, magari legandola anche al rapporto tra il valore nominale e il contenuto di fino?

Ciao, P. :)

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numa numa

In teoria e' possibile seguendo tutte le progressive svalutazioni del fino della moneta ma, e' abbastanza evidente che risulterebbe enormemente complicato.

Corretta l'osservazione che si applica alla moneta fiduciaria, ai sensi dell'applicazione della legge pero' tutta la moneta in vigore, e scambiata, in quel momento viene considerata come fiduciaria (senza possibilita' di fare distinzioni tra moneta nuova, svalutata, e moneta vecchia). Per questi motivi ritengo l'applicazione di tale legge una chimera per l'economia di Roma antica, mentre dati oggettivi del progressivo deterioramento di fino e peso (e nominale) che ci risulta dalle monete pervenute fino a noi ci possono offrire un quadro molto piu' chiaro e comprensibile. Vi sono comunque diversi studi che hanno trattato la materia abbracciando l'intera storia economica di Roma.

numa numa

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caiuspliniussecundus
. Ricostruire un'applicazione dell'equazione di Fisher mi pare pero' molto ambizioso, vista la mancanza di dati oggettivi. Oggi stesso tale compito risulterebbe arduo anche applicato alla nostra realta' economica. numa numa

198291[/snapback]

E' quello che fanno gli autori dei due testi che ho citato, è chiaro che i dati che abbiamo sono del tutto frammentari, credo che per chi studia i fenomeni economici attuali, sia un'incognita assoluta. Però è affascinante, e se avessi la competenza, un approccio "moderno" alla politica economica di Roma sarebbe interessante.

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agrippa

Ho letto con interesse i Vostri interventi e in parte condivido le conclusioni.

Non mi intendo di Economia e quanto dirò sembrerà paradossale.

Nel corso del III secolo AC si elaborano a Roma, che sente stretta la sua economia prevalentemente agricolo-pastorale, le prime teorie base di ciò che a Roma conveniva.

L'idea base è di una semplicita sconvolgente ..ma non troppo.

LA MONETA CONIATA FA RICCHEZZA.

Il metallo principe da battere è l'argento.

A questo punto tutto lo sforzo bellico di Roma è indirizzato alla conquista delle fonti dell'argento e dei luoghi di produzione....

La seconda guerra punica fu quella che sul finire del III secolo porto Roma al possesso delle miniere di argento della Spagna ritenute in quel momento la riserva di ricchezza dell'umanità come oggi il petrolio del golfo persico.

Da questo momento Roma comincia a battere il "denario " e " compra " la sua espamsione economico-politica pagando tutti : miltari, alleati, fiancheggiatori e popoli... G.Cesare ci racconta come vinse le guerre Galliche... strategia romana e manovalanza degli strapagati "alleati".

Tutto poi andò bene per circa tre secoli ... più batteva più avanzava.. con enormi ritorni all'erario.

Il guaio dell'INFLAZIONE comincia quando alla fine del III secolo DC completata la fase di espansione i capitali tesorizzati alla periferia dell'impero cominciano a rifluire al centro.

L'editto di Diocleziano sul calmiere dei prezzi (... il povero soldato con la paga non riesce a vivere dignitosamente...) suona la campana a morte sulla semplicistica teoria economica base valevole per una sola stagione.

agrì

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minerva

Premetto che non ho conoscenza alcuna in materia di economia occupandomi di tutt'altro, ma questo pomeriggio sono giunto, nel libro che sto leggendo: Massimo Fini: Nerone, duemila anni di calunnie, Oscar storia Mondadori, 2006 in un punto in cui si tratta delle scelte operate da Nerone in fatto di economia monetaria. Le riporto con l'intento di produrre qualche spunto anche se riconosco che l'argomento della discussione è molto più tecnico e teorico di quanto seguirà.

" Con le coniazioni del periodo 63-64 il governo imperiale abbassa la quantità d'oro contenuta nell'aureus da 122,9 punti a 114,1 e la quantità d'argento del denarius da 61,46 a 52,68 punti. Già in passato alcuni imperatori avevano abbassato il titolo delle monete preziose (del solo argento però) per rimpinguare le casse dello Stato, ma lo avevano fatto alla chetichella. Nerone invece ufficializza questa misura e riesce a farla accettare, almeno all'interno dell'Impero (fuori dall'Impero la svalutazione fu accettata solo parzialmente. In India, per esempio, furono, da allora, rifiutate le monete romane d'argento a favore di quelle d'oro, la cui svalutazione era stata inferiore. M. Thornton, S. Bolin, State and Currency in the Roman Empire to 300 A.D., Stoccolma 1958, p. 78), cosa non facile per la mentalità dell'epoca secondo la quale il valore nominale deve corrispondere a quello reale. Si tratta quindi di una svalutazione in piena regola, realizzata peraltro con molta abilità tecnica perchè fu contenuta in limiti tali da non rendere ancora remunerativa la fusione delle vecchie monete, per recuperarne il valore intrinseco, nè la loro tesaurizzazione, cose, entrambe, che avrebbero vanificato la manovra. Scopo di Nerone infatti non era tanto quello di arricchire le casse dello Stato, quanto di reagire ad un periodo di depressione economica e di sottoccupazione facendo circolare più denaro. Non per niente c'è una netta differenza fra la svalutazione dell'aureus (che è al 7%) e quella del denarius d'argento (14%), perchè il denarius era la moneta realmente usata e circolante, mentre l'aureus era quasi sempre tesaurizzato e comunque fuori dalla portata dei ceti medio e basso. (Tra l'altro l'alterazione del rapporto oro/argento a vantaggio di quest'ultimo-da 12/1 a 11/1- favoriva, già di per sè, i meno abbienti, che possedevano solo argento, nei confronti delle classi alte che detenevano l'oro).

Nerone immise quindi questa maggiore quantità di denaro sul mercato, ma perchè la manovra non si esaurisse in una sterile inflazione la legò ad una frenetica attività edilizia in modo da stimolare l'economia nel suo complesso. Aiutato anche da famoso incendio, diede un nuovo assetto urbanistico alla Capitale, ricostruì la via Sacra, il Circo Massimo, etc. [...] Lo slancio costruttivo determinò un grande sviluppo dell'industria dei laterizi che trainò con sè tutte le altre attività economiche eliminando, o comunque diminuendo in modo drastico, disoccupazione e sottoccupazione. L'inflazione fu contenuta in un 2% annuo (che non toccò comunque il bene primario del grano) e sviluppò ulteriormente produzione, scambi e commerci, anche se, in questo senso, i migliori frutti della manovra si ebbero quando il suo autore era già morto.

Insomma, come scrive la Thornton, Nerone fu, senza saperlo, ma non senza volerlo, un keynesiano ante litteram. La svalutazione, il più importante sforzo di sitemazione monetaria del I secolo, fu uno dei successi più duraturi della politica neroniana". Pp. 55/57.

Spero di non essere uscito fuori argomento, Enrico.

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meja

Che Dire ... un Grande grazie a tutti Voi per questa discussione bellissima.

COMPLIMENTI

Meja

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quattrino

Discussione molto interessante.....

L'osservazione di Paleologo sul fatto che l'equazione di ..... non si applicherebbe in quanto presupporrebbe la moneta fiduciaria mi ha fatto venire un dubbio. Quando è nata la moneta fiduciaria a Roma? Mi spiego: a parte le monete in metallo nobile io pensavo che quelle di bronzo fossero in realtà fiduciarie. Infatti ho letto da qualche parte che il cambio moneta enea/moneta in metallo prezioso non fosse automatico ma che fosse demandato, almeno di regola, a dei cambiavalute.

Inoltre a partire dalle manipolazioni pesanti del III secolo si può ancora parlare di moneta che vale l'intrinseco? Che valore intrinseco poteva avere un antoniniano di Claudio il gotico?

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caiuspliniussecundus
Discussione molto interessante.....

L'osservazione di Paleologo sul fatto che l'equazione di ..... non si applicherebbe in quanto presupporrebbe la moneta fiduciaria mi ha fatto venire un dubbio. Quando è nata la moneta fiduciaria a Roma?

200813[/snapback]

Quattrino, ti rispondo solo adesso perchè sono capitato su una pagina del Forzoni II volume (La moneta nella storia) che ne parla. Per quanto riguarda l'argento la moneta inizia a diventare fiduciaria con Settimio Severo. I denari di Severo videro infatti una ulteriore riduzione del fino, lo avevano fatto anche altri predecessori, ma l'errore di Settimio fu catastrofico, il passaggio ad una lega intorno al 50% iniziava a vedersi!! cioè i romani videro per la prima volta che le nuove emissioni valevano di meno. questo mise in ginocchio il mercto, le nuove monete venivano rifiutate, i prezzi erano espressi in due valute: un tot "in denari di Marcaurelio" una cifra maggiore "in denari di Severo". A causa di questa svalutazione dalle pesanti ripercussioni psicologiche Caracalla fu costretto a creare l'antoniniano, segno evidente della crisi finanziaria che aveva colpito l'Impero.

Quindi i primi denari parzialmente fiduciari furono quelli di Severo.

Per quanto riguarda la moneta enea, divisionale, essa parte fiduciaria fin dalla riforma di Augusto, ma la solidità del sistema monetario romano nel suo complesso garantiva per lei.

Caius

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coccobill.trottalemme

forse...ma è sicuro...che è anche per questo che quando è stata convertita la moneta da lira ad euro le nostre tasche si sono impoverite.

La Germania ad es ha trasformato la massa dei marchi con il doppio della massa circolante delle lire.Praticamente un tedesco aveva in tasca il doppio dei nostri euro!!!!....Forse abbiamo commesso qualche errore nella trasformazione .....Ci rifaremo....

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marchemilio

leggo in uno studio di h.b.mattingly-m.thirion-y.lallemand che in gallia e britannia,le radiate venivano divise in 4 e questi pezzettini riconiati(da falsari) ovviamentein radiati molto più piccoli,nonostante ciò essi avevano lo stesso valore di quelli originali (altrimenti che ci guadagnavano i falsari?) e circolavano ampiamente (tesoretti misti 50%-50%)-nè essi,nè gli economisti si spiegano come sia stata arrestata la circolazione di monete prive di valore senza gravi ripercussioni sociali,nel III secolo

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ersanto

Mi intrometto nella interessantissima discussione a proposito di due punti:

1) L'equazione di Fisher in realta vale sia che la moneta abbia valore intrinseco, sia nel caso essa sia fiduciaria. L'equazione perde di validita quando la moneta stessa entra a far parte nel computo di Q; ad esempio nelle economie di baratto.

E' vero che l'oro e' anch'esso scambiato in quanto metallo prezioso, ma qual'e' la percentuale in termini di Q totale ? Se essa e' minima, l'equazione e' ancora sostanzialmente esatta. In un' ipotetica economia dove l'oro costituisse, ed esempio, il 50% del valore dei beni e servizi scambiati, allora l'equazione sarebbe del tutto inaccurata.

Io credo che si possa applicare senza preoccupazioni ad un caso di economia sviluppata come quella dell' Impero Romano.

Per dirla tutta c'e' una differenza nell' equazione a seconda della specie monetaria (ma essa consegue proprio dal fatto che l'equazione e' valida in entrambi i casi): un' economia basata su uno standard metallico ha una tendenza ad essere deflazionaria. Il contrario e' vero quando la base e' una moneta fiduciaria.

2) Le monete di bronzo sotto uno standard aureo, per esempio, non sono "fiduciarie", ma piuttosto "frazionarie". In altre parole si tratta di quella piccola parte di moneta circolante occorrente per piccoli scambi quotidiani.

Il suo stesso minimo valore totale fa si che essa non incida sul carattere del sistema monetario. Cioe: se anche cambiassi tutte le monete di bronzo in monete d'oro (cosa legale, in principio) non otterrei che una parte piccolissima di tutte le monete d'oro disponibili. Se poi ci provassi per davvero, incorrerei in una scarsita di monete di bronzo ben prima di racimolarle tutte, per intenderci ben peggio degli spiccioli all' epoca dei miniassegni, per chi se la ricorda.

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quattrino
Discussione molto interessante.....

L'osservazione di Paleologo sul fatto che l'equazione di ..... non si applicherebbe in quanto presupporrebbe la moneta fiduciaria mi ha fatto venire un dubbio. Quando è nata la moneta fiduciaria a Roma?

200813[/snapback]

Quattrino, ti rispondo solo adesso perchè sono capitato su una pagina del Forzoni II volume (La moneta nella storia) che ne parla. Per quanto riguarda l'argento la moneta inizia a diventare fiduciaria con Settimio Severo. I denari di Severo videro infatti una ulteriore riduzione del fino, lo avevano fatto anche altri predecessori, ma l'errore di Settimio fu catastrofico, il passaggio ad una lega intorno al 50% iniziava a vedersi!! cioè i romani videro per la prima volta che le nuove emissioni valevano di meno. questo mise in ginocchio il mercto, le nuove monete venivano rifiutate, i prezzi erano espressi in due valute: un tot "in denari di Marcaurelio" una cifra maggiore "in denari di Severo". A causa di questa svalutazione dalle pesanti ripercussioni psicologiche Caracalla fu costretto a creare l'antoniniano, segno evidente della crisi finanziaria che aveva colpito l'Impero.

Quindi i primi denari parzialmente fiduciari furono quelli di Severo.

Per quanto riguarda la moneta enea, divisionale, essa parte fiduciaria fin dalla riforma di Augusto, ma la solidità del sistema monetario romano nel suo complesso garantiva per lei.

Caius

300265[/snapback]

Quindi, se capisco bene, al tempo di Augusto potevo pagare indifferentemente i miei beni con 4 sesterzi o un denario perchè l'economia era solida. Ma a partire da Settimio Severo tutto questo saltò. Deve essere quindi sicuramente saltato anche il rapporto Sesterzi/ denari argentei/denari aurei o vi risulta che i rapporti tra le monete dei vari metalli fosse "forzosa" (con conseguente mercato nero dei cambi)? :huh:

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