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Scoperta in Africa la punta di freccia avvelenata più antica del mondo


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Scoperta la punta di freccia avvelenata più antica del mondo: a cosa serviva, come veniva fabbricata e che tipo di veleno usavano gli uomini di 60 mila anni fa?
Redazione11 Gennaio 2026
Per decine di migliaia di anni è rimasta nascosta nel suolo africano, invisibile ma non muta. Oggi una minuscola punta di freccia riporta alla luce una verità sorprendente: già 60 mila anni fa l’uomo conosceva i veleni, sapeva come estrarli, conservarli e usarli in modo strategico.
Non è solo una scoperta archeologica, ma una finestra aperta sulla mente dell’Homo sapiens preistorico.

Una scoperta che anticipa la storia
Le armi avvelenate esistevano molto prima di quanto pensassimo

Un nuovo studio pubblicato su Science Advances dimostra che i cacciatori dell’Africa australe utilizzavano punte di freccia intenzionalmente avvelenate già nel Paleolitico medio-superiore.
Fino a oggi, le più antiche prove di questo tipo di tecnologia risalivano al medio Olocene, tra 9.000 e 5.000 anni fa. La nuova datazione sposta l’origine di questa pratica indietro di oltre 50 mila anni.

Credit : Science Advances
Il contesto geografico
Africa australe, culla di sperimentazioni invisibili

I reperti analizzati provengono da siti dell’Africa meridionale, una regione chiave per lo studio dell’evoluzione umana. Qui, in ambienti complessi e competitivi, le comunità di cacciatori-raccoglitori svilupparono strategie di sopravvivenza sempre più sofisticate, basate non solo sulla forza o sull’abilità manuale, ma anche sulla conoscenza dell’ambiente naturale.

Come è stata individuata la prova del veleno
La chimica che sopravvive al tempo

Il team guidato da Sven Isaksson, dell’Università di Stoccolma, ha analizzato residui microscopici presenti su antichi manufatti litici.
Attraverso sofisticate tecniche di analisi chimica, gli studiosi hanno identificato due alcaloidi altamente tossici: buphandrina ed epibuphanisina. Un risultato eccezionale, perché dimostra che alcune sostanze organiche possono sopravvivere nel suolo per decine di migliaia di anni.

Che tipo di veleno veniva usato?
La Boophone disticha, una pianta mortale ben conosciuta

Gli alcaloidi individuati provengono dalla Boophone disticha, una pianta subtropicale dell’Africa australe, nota ancora oggi per la sua elevata tossicità.
Soprannominata talvolta “cipolla velenosa”, produce un bulbo ricco di una linfa lattiginosa carica di potenti tossine. Negli esseri umani può provocare nausea, disturbi visivi, paralisi respiratoria e coma; negli animali, l’esito è spesso letale.

Come veniva fabbricata una freccia avvelenata?
Un processo lungo, preciso e tutt’altro che primitivo

Il veleno non veniva applicato in forma grezza. Le analisi e i confronti etnografici suggeriscono un procedimento articolato:
la linfa del bulbo veniva estratta, essiccata al sole, concentrata tramite bollitura e probabilmente miscelata con altri ingredienti per migliorarne l’adesione e la stabilità. Il composto finale veniva poi applicato sulla punta della freccia, trasformandola in un’arma efficace anche con ferite minime.

A cosa serviva davvero il veleno?
Colpire una volta sola, attendere, sopravvivere

Lo scopo principale non era uccidere immediatamente la preda, ma indebolirla nel tempo. Anche un colpo superficiale diventava potenzialmente mortale.
L’animale ferito poteva essere seguito a distanza fino al collasso, riducendo i rischi per i cacciatori e permettendo di abbattere prede più grandi o più veloci. Una strategia che richiede pianificazione, autocontrollo e fiducia negli effetti differiti del veleno.

Una conoscenza che attraversa i millenni
Dalla preistoria all’età moderna

Un elemento particolarmente sorprendente è il confronto con punte di freccia del XVIII secolo conservate in musei svedesi. Su questi manufatti, vecchi di circa 250 anni, sono state trovate tracce chimiche simili.
Ciò suggerisce una straordinaria continuità tecnologica: la stessa pianta, lo stesso veleno, lo stesso principio di caccia, tramandato per almeno 60 mila anni.


Cosa ci dice questa scoperta sull’uomo preistorico
Non solo utensili, ma pensiero astratto

L’uso intenzionale dei veleni implica osservazione, sperimentazione, memoria e trasmissione del sapere. Significa riconoscere le proprietà delle piante, isolare gli effetti, dosare le quantità e prevederne le conseguenze nel tempo.
Questa scoperta rafforza l’idea che l’Homo sapiens preistorico fosse cognitivamente avanzato, capace di un pensiero complesso e di una vera e propria “chimica applicata” ante litteram.

Un finale aperto
Quante conoscenze antiche restano ancora invisibili?

Se una punta di freccia può conservare la traccia del suo veleno per 60 mila anni, quante altre tecnologie, fatte di materiali deperibili e saperi invisibili, attendono ancora di essere riconosciute?
La preistoria appare sempre meno come un’epoca primitiva e sempre più come un lungo laboratorio di intelligenza umana, di cui stiamo appena iniziando a decifrare i segni.

https://www.stilearte.it/punta-freccia-avvelenata-piu-antica-mondo/

 

 

*** EDITATO IL TITOLO PERCHE' NON SI CAPIVA L'ECCEZIONALITA' DEL RITROVAMENTO ***

  • Mi piace 1
  • Grazie 1

Inviato

Bell'argomento!

Davvero interessante, anche se non tratta di numismatica, molto bello.

Cari saluti 

  • Mi piace 1

  • CdC ha rinominato il titolo in Scoperta in Africa la punta di freccia avvelenata più antica del mondo

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