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dabbene

TREMISSE LONGOBARDI

Risposte migliori

dabbene
Supporter

La teoria che afferma che la lettera nel campo dei tremisse longobardi,Ariperto II,Liutprando...,voglia indicare la zecca di provenienza,esempio T per Ticinum,M per Mediolanum e così via è degna di attenzione e può essere considerata attendibile ?Per Milano ad esempio la monetazione ufficiale parte da Desiderio,dando per buona questa teoria ,allora a Milano si ipotizzerebbero monetazioni gia' nel 700 con Ariperto II?E' più di una semplice ipotesi?

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giollo2

Argomento molto interessante.

Se può essere utile trascrivo di seguito il secondo capitolo, appunto sulla monetazione longobarda e carolingia, di un volume di qualche anno fa (purtroppo sono saltate le note e qualche immagine: se qualcuno è interessato le posso aggiungere) sulla zecca di Piacenza.

In poche parole, campanilismo a parte, la presenza accertata di diversi monetieri attivi a Piacenza in età longobarda è una delle principali ragioni per ipotizzare un'attribuzione a tale zecca dei rari tremissi con P o PL in nesso.

2. DOMINAZIONE LONGOBARDA E CAROLINGIA

I longobardi ebbero una monetazione molto singolare basata su un monometallismo aureo. Coniarono cioè quasi esclusivamente monete d'oro, mentre è marginale e straordinario l'uso del bronzo e dell'argento . L'economia curtense, basata sull'autosufficienza delle piccole entità socio﷓economiche delle curtis longobarde, assolveva alle piccole transazioni col baratto, mentre impiegava la moneta d'oro solo per le grandi transazioni o per la tesaurizzazione dei capitali. In una economia così chiusa e depressa i longobardi ebbero una circolazione monetaria molto scarsa e si limitarono alla coniazione ed all'uso di un solo nominale, il terzo di solido d'oro, detto anche tremisse. Molto sommariamente, la monetazione longobarda si articola nelle seguenti fasi:

Inizialmente, subito dopo la conquista, i longobardi si servirono delle monete dell'impero bizantino;

Successivamente, con l'indebolirsi dell'autorità imperiale, iniziarono a battere propria moneta imitando il solido bizantino di Giustiniano, Giustino II, Tiberio II e di Maurizio Tiberio , ponendo al dritto l'effigie imperiale e al rovescio una Vittoria alata. Si distinguono dai prototipi per il modulo più largo e sottile, per lo stile tendente all'astrazione e per l'epigrafie scorrette;

Una terza fase, probabilmente dal regno di Ariperto-Pertarito, vide dapprima l’adozione del tremisse come nominale base e poi la nascita di una tipologia prettamente nazionale con l'apposizione del busto e del nome del Re e l'adozione sul rovescio del San Michele, protettore della nazione longobarda;

Infine, durante il regno di Desiderio, vi fu l'adozione del tremisse stellato (tipico dei ducati longobardi della Tuscia) col nome del Re e della città d'emissione.

I Franchi, invece, basarono la loro circolazione monetaria sull’argento adottando in un primo tempo un denaro d’argento tagliato a 22 soldi per una libbra di circa 325 grammi (g 1,231) (Capitolare di Vernon del 755 ).

Conquistato il regno longobardo, in un primo tempo Carlo Magno autorizzò per l’Italia la coniazione di tremissi, ma dopo pochi anni (Capitolare di Mantova del 780-781 ) demonetizzò l’oro e impose la circolazione del denaro d’argento leggero. Le carte piacentine, redatte dopo il 781, dimostrano l’uso del denaro d’argento dopo questa data. La prima carta, stilata a Calendasco il 18 aprile del 784 , cita ancora il tremisse, ma dice anche “tremisse uno aut dinarios in tremisse uno” e cioè il bene è valutato un tremisse d’oro, ma può essere pagato in tanti denari d’argento quanti ne bastano a parificare il valore di un tremisse .

Nel 794 (Capitolare di Francoforte ), avviò in tutto il regno una riforma monetaria che impose un denaro d’argento di circa 1,70 grammi, tagliato a 240 denari per una libbra di circa 408 grammi.

Col capitolare di Thionville dell’805 chiuse le zecche disseminate nel suo vasto impero e riservò la fabbricazione della moneta al Sacro Palazzo.

In un nostro precedente lavoro avevamo affrontato il tema relativo all’attività della zecca di Piacenza in età longobarda e carolingia, ipotizzando una lunga ed intensa produzione monetaria documentata dalla presenza certa di un elevato numero di monetieri. Successivamente analoghe considerazioni sono state riproposte anche da altri autori che si sono occupati dell’argomento .

Dopo la morte di Clefi, i Duchi longobardi stanziati in Italia non elessero un altro Re, ma per 10 anni governarono il proprio territorio tiranneggiando il popolo romano . Alla fine elessero Autari, figlio di Clefi, che, per restaurare il potere regio, obbligò i Duchi a cedere la metà dei loro beni al tesoro della corona. Assunse anche il titolo di Flavio che fu portato da tutti i suoi successori . Tuttavia vi furono alcuni tentativi di ribellione e i duchi di Reggio, Parma e Piacenza passarono nelle file bizantine . La conclusione fu che, eliminati i duchi ribelli, Piacenza e Parma furono incorporate nel patrimonio reale. Nel 673, infatti, nella famosa sentenza di Pertarito, troviamo la città rappresentata dal gastaldo Daghibertus. I Gastaldi erano dei funzionari reali, probabilmente scelti tra membri fidati della nobiltà longobarda, che diventarono amministratori dei beni del Re e, contrariamente ai Duchi, erano amovibili. Il gastaldo di Piacenza era posto a capo della principale judiciaria del territorio che era suddiviso, inoltre, nella judiciaria Medianensis e nei Fines Castriarquatense.

Il 25 settembre 758 , in un atto stipulato a Piacenza, Gunderada alienò a Hedelpert alcune terre poste nel casale Furtiniaco e in Mocomero. Tra i testimoni che sottoscrissero il documento figurava anche un uomo devoto, di professione monetario, chiamato Garimund.

Da ciò si ricavano due dati importanti: primo, che Piacenza era parte integrante del patrimonio regio longobardo e che il Re amministrava direttamente tramite un sottoposto della massima fiducia e, secondo, che aveva ritenuto opportuno installarvi una zecca o di accentrarvi un certo numero di maestranze specializzate nella lavorazione della moneta.

La certezza della presenza di un opificio legato alla produzione di moneta ci deriva dal fatto che anche in documenti immediatamente successivi al regno longobardo sono presenti numerosi altri monetieri e tra i quali un Giselperti da porta mediolanense, che certamente dimorava in città, in una casa ubicata nei pressi della porta da cui partiva la strada per Milano. E ciò ci induce a pensare che anche la zecca dovesse essere ubicata nei pressi di tale porta .

Giselperti, inoltre si dichiara figlio di Davit, e un tale Davet monetario, figura come testimone in un atto del 16 marzo 788. I monetieri piacentini dovevano rappresentare una casta in cui anche il mestiere si trasmetteva ereditariamente e, coi ai faber e gli aurifex, dovevano formare una delle corporazioni di artigiani fra le più potenti e reputate.

Come già abbiamo avuto modo di sottolineare, i monetieri dovevano godere di grandissima considerazione ed erano posti ai vertici della scala sociale. Infatti sono presenti in atti che coinvolgevano le più alte autorità del Ducato: il Conte Aroin, il Gastaldo di Piacenza Aidolfo, i Vescovi di Piacenza Giuliano e Podone e sono presenti in atti posti in relazione con le Basiliche di S. Antonino e di S. Savino, le più importanti della città.

Queste considerazioni, anche se ricavate da documenti di età carolingia sono valide anche per gli anni immediatamente precedenti, visto che l’occupazione franca comportò solo l’incamerazione delle immense proprietà delle curtis regie longobarde e del fisco e la sostituzione di alcuni duchi con elementi della nuova nobiltà dominante. Del resto, anche la politica monetaria restò la stessa, visto che Carlo Magno autorizzò per l’Italia nuove coniazioni di tremissi di tipo longobardo .

Ripresentiamo, per la loro importanza, gli stralci dei documenti che ci interessano.

Piacenza, 25 settembre 758 .

25 settembre 758, in Piacenza.

Gunderada vende ad Heldepert la sua porzione di terra nel casale "Furtiniaco" e in Mocomero, per "auri solid uno et medio tremisse"; tra i testimoni:

"... Sign(um) + m(anus) Garimund u.(ir) d.(evotus) monetar(io), testis".

16 marzo 788, chiesa di S. Savino in Piacenza .

Loboaldo, figlio del fu Lopone, ottiene in affitto per venti anni da Senepert, diacono e custode della chiesa di San Savino, col permesso del Vescovo di Piacenza Giuliano, un terreno in Rutiliano e due vigne situate in Felegario; tra i testimoni:

"+ Ego Ambrosius filius Aldoni monetario uhic peditorio roga | dus ad Loboald testis suscripsi...

+ Ego Davet monedario uhic petitorio rogatus | ad Loboald testes suscrisi

+ Ego Ariberto monedario uhic pedidorio rogadus | ad Lopoaldo testes suscripsi...".

6 luglio 791, Carpaneto Piacentino .

Permuta di terreni in Carpaneto Piacentino con altri in Fortiniaco e Albareto tra Lopone, figlio del fu Teudoaldo, e il conte Aroin; tra i testimoni:

"Sign(um) + m(anus) Donusdei qui fuet monetario test(is)...".

22 gennaio 796, Piacenza .

Teofuso, figlio del fu Paulone, dona ad Aidolfo, Gastaldo della città di Piacenza, alcuni beni situati in Folignano e in Centovera; tra i testimoni:

"Sign(um) + m(anus) Giselp(er)t fil(ii) q(uon)d(am) Davit monetario testis...

+ Ego Adelp(er)t aurifex uhic cartl(ae) donationis rogatus Teofuso testis suscripsi...".

30 marzo 818, Piacenza .

Podone dona alla chiesa di S. Antonino col permesso del Vescovo di Piacenza Podone, tutti i suoi beni posti in Caorso in località Oocucio (originale)

“... Sign(um) + m(anus) Giselp(er)ti da porta Mediolanense filio Davit monetario testes...”.

Ma se a Piacenza sono documentati ben sei monetari negli anni compresi tra il 758 e l’818, (nella carta del 16 marzo del 788 ne figurano addirittura tre contemporaneamente) non altrettanto si può dire della sua monetazione che, salvo per il noto tremisse a nome di Desiderio, risulta praticamente sconosciuta.

Sembrerebbe che, invece di trovarci in presenza di una zecca che conia moneta cittadina, ci si trovi di fronte ad una zecca centrale che appronta moneta e/o coni per tutto il regno o per una sua parte. L’eventualità non è eccessivamente remota e servirebbe se non altro a spiegare le rilevate identità di conio in monete longobarde emesse a nome di città diverse .

L’emissione di moneta era una prerogativa reale e i Duchi non avrebbero potuto monetare “sine iussionem regis” . Il re, invece, poteva coniare moneta nella curtis regia presente in tutti i ducati o centralizzare tutta, o parte della produzione, nella zecca più attrezzata del suo territorio (Pavia , Milano o Piacenza). Potrebbe quindi a Piacenza essere stata coniata la moneta per parte del Regno, oppure esservi stato l’accentramento della produzione dei coni, che erano trasferiti all’occorrenza nei ducati ove bisognava battere moneta.

Il problema della monetazione longobarda di Piacenza e, in maggior misura, di quella carolingia, è che, mentre sono noti i responsabili dell’attività nelle zecca, non ci sono rimaste tracce del frutto del loro lavoro.

L’assenza di monete assegnabili alla zecca di Piacenza ci induce a formulare una serie di ipotesi:

La zecca piacentina produsse monete destinate a circolare su altre piazze. In questo caso il nome della città espresso sulla moneta non sarebbe stato posto per indicare la zecca di emissione, ma per individuare l’area di circolazione o la zona in cui la moneta veniva posta in circolazione. Tale ipotesi è possibile, anche se a nostro parere poco probabile; essa sarebbe però avvalorata dalla già citata identità di coni per zecche diverse rilevate da alcuni autori.

Furono coniate monete anonime, che oggi non siamo in grado di attribuire. Questa eventualità è possibile specialmente per la monetazione carolingia. Ma le monete di Carlo Magno attualmente assegnate a zecca indeterminata dal Morrison e Grunthal non sono di stile italico, salvo la n. 308 a cui accenneremo in seguito. Il ripostiglio di Ilanz presenta inoltre una serie di denari (Morrison e Grunthal n. 226) con al R/ (RX)F e privi di qualsiasi tipo di contrassegno di zecca e ritenuti di zecca nord italica . Di Ludovico il Pio alcune emissioni con il tempio e XPISTIANA RELIGIO, potrebbero anch’esse essere attribuite a zecche nord italiche .

Le monete piacentine sono state erroneamente attribuite ad altre zecche. Va rilevato che buona parte dei tremissi longobardi che il CNI elenca tra le monete di Pavia, dovrebbero essere assegnati ad altre zecche e quelli con P o il nesso PL, davanti al busto del Re, potrebbero essere attribuiti alla produzione della zecca piacentina .

Le monete della zecca di Piacenza sono diventate talmente rare che non è pervenuto alcun esemplare sino ai nostri giorni. In effetti, per quanto inverosimile possa sembrare, molte monete longobarde e carolingie sono note solo grazie al ritrovamento di Ilanz avvenuto nel 1904 (Cantone dei Grigioni in Svizzera) e conservato al Raetisches Museum di Coira. Un inedito tremisse stellato di Desiderio per Reggio Emilia è stato rinvenuto fortuitamente nel 1989 nei pressi di Boretto , e un altro con la leggenda FLAVIA BREXIA, anch’esso inedito e sconosciuto, è apparso nel 1999 ad un'asta battuta a Lugano . Un nuovo tremisse di Carlo Magno è stato pubblicato nel 2003 ed è stato proposto di assegnarlo alla zecca di Ravenna o di Parma . E’ quindi probabile che nuovi ritrovamenti possano ancora presentare nuove tipologie e nuove zecche.

Piacenza potrebbe aver avuto una zecca attiva già sotto Ariperto II (701/712) e Liutprando. Di questi sovrani sono infatti noti alcuni rari tremissi con una “P” o con il nesso “PL” davanti all’effige del re posta al diritto delle monete: sigle che potrebbero appunto indicarne in Piacenza il luogo di emissione. Di Cuniperto (680/700) il Sambon riporta un tremisse con una P legata ad una linea obliqua rivolta a sinistra che potrebbe essere un nesso VP ma anche un nesso PL con la L retrovolta; tale moneta, del peso di 1,40 grammi, viene detta appartenente al medagliere di S.M. (Torino). La citazione del Sambon è stata poi ripresa, senza tuttavia ulteriori approfondimenti, anche dal Bernareggi .

Sotto Desiderio fu quindi coniato il tremisse stellato di cui un esemplare, già noto al Pallastrelli , fu acquisito dal British Museum nella seconda metà dell’ottocento. Di questa moneta, di cui fino a pochi anni fa erano noti solamente gli esemplari del British Museum, del Museo Civico di Brescia e del Fitzwilliam Museum di Cambridge (quest’ultimo dimezzato), sono apparsi di recente in commercio almeno sette esemplari, il primo dei quali, battuto il 9 giugno 1997 all’asta Italo Vecchi n. 6 di Londra (lotto 1502), ha trovato stabile dimora presso le raccolte numismatiche dei Musei di Palazzo Farnese di Piacenza, mentre gli altri sono entrati a far parte di collezioni private.

Diversi autori hanno indicato Piacenza come zecca attiva in età carolingia, limitatamente al regno di Carlo Magno. Inoltre, la presenza del monetiere Giselperti in un documento dell’818, apre la possibilità ad un ulteriore periodo di funzionamento della zecca anche durante il regno di Ludovico il Pio, in un periodo compreso tra l’814 a qualche tempo dopo l’818.

Vorremmo a questo punto attirare l’attenzione degli studiosi su alcuni esemplari sui quali può essere avviata una proficua discussione per una eventuale assegnazione alla zecca di Piacenza, cercando di evitare equivoci per studi futuri .

Il tremisse carolingio presentato dal Crusafort I Sabater , ha il rovescio con la leggenda per metà obbliterata da una ribattitura o da uno schiacciamento del conio ma, dall’ingrandimento pubblicato a pag. 15 nell’articolo del Bellesia , ci sembra di leggere le seguenti lettere: + F. L. (AV) IA P […] (AVG): , con AV ed AVG in nesso. Ha attirato la nostra attenzione l’ultimo nesso, composto dalla A e dalla G accostate, identico a quello presente sul tremisse stellato di Piacenza. Ora, se la nostra lettura è giusta, una sola città era fregiata del titolo d’Augusta, oltre a quello di Flavia, ed era la città di Piacenza. Questo appellativo, detenuto almeno dal I sec. a.C., è documentato, oltre che dalle monete, anche da un documento del 716 che in fine riporta “Actum Augusta Placencia” .

La seconda moneta che vorremmo prendere in esame ci è nota solo dai due esemplari che facevano parte del ripostiglio d’Ilanz (Raetisches Museum di Coira, n. inventario M 1986.569 e M 1986.570) già assegnati alla zecca di Piacenza dal Lafaurie e, recentemente, anche dalla Pardi .

Si tratta di un denaro di tipo leggero emesso tra il 781 ed il 794 (anno di introduzione del denaro di tipo pesante). Il D/ presenta nel campo la leggenda in due righe CARO | LVS; ed al R/ il monogramma (RX) F sormontato dal segno d’abbreviazione – e con una crocetta sotto; nel campo a sinistra un monogramma composto dalle lettere P L A (vedi figura 1).

Figura 1 – N. catalogo 8: monogramma PLA Figura 2 - N. catalogo 7: monogramma PLA

In questo caso non dovrebbero sussistere dubbi per la sua assegnazione alla zecca di Piacenza in quanto il monogramma presente sul rovescio della moneta non si può sciogliere in altro modo che in PLA. Malgrado ciò l’amico, studioso e numismatico professionista Lorenzo Bellesia ha avanzato la proposta di assegnare questa moneta alla zecca di Parma . Egli scioglie il monogramma in PAR, ricavando una R dal corpo della P ed il lato destro della A, ma non prende in considerazione il tratto orizzontale che chiude in basso il monogramma e che non può essere letto in altro modo che come L, incompatibile con la sua interpretazione. Notiamo, inoltre, che l’asta destra della A, non si innesta sull’arco della P, come correttamente nella R del monogramma RX, e neppure alla congiunzione di questo con la parte verticale, ma decisamente più in basso. Anche le argomentazioni apportate dal Bellesia non risultano a nostro avviso molto convincenti. Egli in sostanza sostiene che non conoscendosi monete carolinge per Piacenza è meglio assegnare questo denaro a Parma in quanto di questa zecca sono già note altre tipologie. Il lungo elenco di zecchieri piacentini in età carolingia ci sembra invece un valido motivo per confermare l’attribuzione del Lafaurie e della Pardi alla zecca di Piacenza.

Un altro denaro di tipo leggero, sempre con il solito D/, ma con una variante nel R/ è stato di recente pubblicato dal Biaggi e ripreso in un articolo dal Bellesia . Questa nuova moneta porta lo stesso monogramma PLA (vedi figura 2) ma, anziché essere posto alla sinistra di RX F, è posto alla sua destra. Il primo autore propone dubitativamente di assegnarlo alla zecca di Ravenna sciogliendo il detto monogramma in RAV, mentre il secondo lo colloca fra le monete uscite dalla zecca parmense.

Noi, pur riconoscendo più che plausibile la lettura data dal Biaggi, in quanto l’asta destra della A, si innesta proprio alla base dell’arco della P, formando una R perfetta, e l’angolo acuto, anziché retto, tra il tratto verticale della P e il tratto orizzontale risulti più simile alla V che non ad una L, riteniamo, per le incontestabili affinità del monogramma a quello della moneta precedente, leggervi ancora le lettere PLA.

L’ultimo esemplare (n. 308 del Morrison) è un denaro pesante che ha già fatto scorrere fiumi di inchiostro sia per la titolatura di Carlo “Re dei Franchi, dei Longobardi e Patrizio dei Romani” che per l’indecifrabilità del monogramma del rovescio. Eccone la descrizione:

D/ +CARLVS REX FR, al centro del campo monogramma di Carlomagno

R/ + ET LANG AC PAT ROM, al centro un monogramma

Il monogramma del rovescio è stato sciolto, secondo diversi autori, in Roma, Ravenna, Adrianus Papa ed in Karolus in lettere greche :

Figura 3 – N. catalogo 9: monogramma PLACE (?) Figura 4 - N. catalogo 9: monogramma PLACE (?)

Morrison, tav. X, n. 308 CNI X, tav. XLIII, n. 17

A nostro modo di vedere, la parte sinistra del monogramma contiene le lettere P L A, legate in successione verticale; a destra, legata al tratto orizzontale della L, vediamo la C. L’ultimo elemento, legato all’estremità della gamba destra della A, ci sembra più una E che un omega minuscolo (w, con gli angoli acuti arrotondati) (vedi figura 3: monogramma presente sull’esemplare illustrato dal Morrison). L’esemplare illustrato al n. 17 della tavola XLIII del X volume del CNI (figura 4) ci conforta in questa lettura in quanto porta una E chiaramente delineata. E’ indubbio che le prime quattro lettere non possono essere lette in modo diverso da PLAC, mentre può ancora sussistere qualche dubbio sull’ultimo elemento. Certo è che lo scioglimento del monogramma in PLACE o PLACENTIA, potrebbe essere la proposta più giustificata da un punto di vista storico e numismatico fino ad oggi avanzata.

Come considerazione finale vorremmo sostenere che una così massiccia presenza di monetari su documenti piacentini di età longobarda e carolingia non può essere casuale. La zecca di Piacenza doveva essere una delle più importanti, con numerosi addetti e con mansioni che andavano al di là della semplice produzione di moneta per i bisogni locali. La stessa ipotesi si potrebbe dedurre dalla consuetudine di non segnare, o di segnare con un semplice monogramma, la propria produzione mentre, nelle altre zecche, vi era la necessità o l’imposizione di dover esplicitare per esteso il luogo d’emissione. Doveva a quel tempo essere ovvio che la moneta circolante era stata emessa in un luogo specifico che era diventato superfluo dover citare: la zecca regale, principale o sussidiaria, ubicata a Piacenza. Se questa intuizione si rivelasse esatta, troverebbero collocazione una larga serie di monete che non possono essere spiegate altrimenti. I tremissi longobardi segnati con la mano, ad esempio, non si addicono alla zecca di Pavia che nello stesso momento apponeva la T di Ticinum davanti al busto regale. Anche i denari carolingi assegnati a zecca anonima del Nord Italia, troverebbero una adeguata collocazione ed il loro definitivo inquadramento storico e cronologico. E nello stesso contesto potrebbero trovare una adeguata collocazione quella parte di denari di Ludovico il Pio con XPISTIANA RELIGIO, oggi genericamente assegnati a zecca dell’Italia del nord.

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dabbene
Supporter

Complimenti,veramente interessantissimo,domani me lo rileggo con più calma,interessante anche l'appunto finale sui denari di Lodovico il Pio con attribuzione attuale vaga al Nord Italia,grazie ancora.

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Alberto Varesi

Secondo Arslan le lettere nel campo, davanti al busto del Re, sono simboli degli zecchieri e non si riferiscono alla zecca di emissione. A sostegno di questa teoria vi é l'effettiva difficoltà di assegnare diverse lettere ad altrettante città, senza contare quei pezzi che non recano una lettera bensì un simbolo.

Certo é che la monetazione longobarda é di non facile approccio, ma estremamente affascinante.

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teofrasto

Buonasera Giollo 2, buonasera Dabbene,

alla faccia del campanilismo... :rolleyes:

No scherzo, le teorie su emissioni tardoantiche piacentine sono molto interessanti, ma per il momento rimangono tutte da verificare.

Per quanto riguarda il denaro di Carlo Magno con il monogramma, che viene sciolto in PLACE, sulla scorta dell'esemplare dell'ex Collezione Reale, volevo farti notare come quella specifica moneta sia stata riconosciuta come falso ottocentesco (before 1859) da Grierson (MEC 1, p. 622, n. 1499 e relativa nota).

Per il momento la lettura più convincente rimane a mio avviso quella della Thompson.

Una suggestiva ipotesi di attribuzione dei denari in questione(quelli 'autentici') è quella della Rovelli, la quale recentemente ne ha ipotizzato la coniazione nella zecca di Vienne, in Francia (A Rovelli 2003, I denari di Carlo Magno con legenda +CAROLVSREXFRETLANGACPATROM e monogramma greco, in "AIIN", 50, pp. 217-225.

a risentirvi, Teofrasto

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chievolan

Note interessanti.

Sarebbe bello avere qualche certezza in più sulla monetazione di quegli anni.

Mi piacerebbe vedere qualche bella foto delle monete di Carlo re dei franchi e dei longobardi e Patrizio Romano ........... qualcuno può postarne?

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Liutprand

Sull'argomento, credo che i maggiori studi italiani siano quelli di E.A. Arslan e poi, secondo me, la sempre valida:

Bernareggi, E., Moneta Langobardorum. Milano 1983.

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dabbene
Supporter

A ulteriore contributo alla discussione cito,senza alcun commento,quanto dice Roberta Pardi nel recente suo "Monete Flavie Longobarde":

"La presenza di segni o lettere sulle monete costituisce una costante nel corso della storia della moneta longobarda,tale da riproporsi anche in occasione del'ultima esperienza monetale,i tremissi con il titolo Flavia.

Variamenti definiti nei più antichi studi,contrassegni degli zecchieri,segni convenzionali di zecca,contrassegni del numero di battitura,iniziali di officina monetaria,distintivi di zecca,la critica contemporanea sembra più propensa a riconoscervi un sistema di controllo sulla produzione formato dalla combinazione di nome,lettere e simboli in tre,o soltanto in due,collocazioni distinte.

Le varie officine monetarie dl regno non nascono certamente nel corso del regno di Desiderio,durante il quale esse vengono indicate per esteso,ma sono ragionevolmente operanti già in precedenza.

Le lettere a destra nel campo sulle monete del tipo nazionale rappresentano una testimonianza di tale attività.

Sono state individuate dieci lettere e cinque o sei nessi.Soltanto le zecche contraddistinte con le iniziali M,T,V,avrebbero funzionato ininterrottamente fra il 688 e il 750,per le altre si può ipotizzare una produzione intermittente".

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giollo2

Buon giorno a tutti.

Penso che nel campo della monetazione longobarda ci siano ben poche certezze ma solo teorie più o meno condivisibili. Affermare che le lettere nel campo siano le iniziali dello zecchiere perchè alcune di esse non coincidono con alcuna città mi sembra una motivazione piuttosto debole: sappiamo tutto della civiltà longobarda? E’ possibile ad esempio che ci sfugga il nome di qualche avamposto fortificato (come ad es. Castelseprio) in cui siano state coniate monete? E’ plausibile che l’iniziale dello zecchiere avesse tanta importanza da essere posta in grandi dimensioni di fronte al busto del re? Per quanto riguarda i pochi simboli utilizzati al posto delle lettere sappiamo ben poco sul loro significato e sull’eventuale collegamento con una particolare zecca.

Una delle poche certezze che abbiamo è la presenza di monetieri attivi a Piacenza che sicuramente già sotto Desiderio (756-774) facevano parte di una corporazione fra le più importanti della città (e quindi di non recentissima istituzione). Quindi che a Piacenza si coniasse moneta anche prima di Desiderio credo non ci siano dubbi. (Ricordo che la presenza documentata di monetieri in una città è una fatto estremamente raro, forse solo a Treviso, se non ricordo male. Purtroppo la mia biblioteca numismatica è attualmente imballata in scatoli sparsi in diversi luoghi).

Nel nostro volume, partendo da questa certezza, abbiamo solamente cercato di individuare quelle monete (longobarde e carolinge) di attribuzione incerta che potevano avere qualche elemento di assegnazione alla zecca di Piacenza visto che un certo numero di emissioni piacentine devono per forza essere avvenute. E' chiaro che questo non è sufficiente per un'attribuzione certa; si tratta solamente di ipotesi da (non so come) verificare.

Modificato da giollo2

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giollo2

Note interessanti.

Sarebbe bello avere qualche certezza in più sulla monetazione di quegli anni.

Mi piacerebbe vedere qualche bella foto delle monete di Carlo re dei franchi e dei longobardi e Patrizio Romano ........... qualcuno può postarne?

eccone uno:

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giollo2

Ecco quello della collezione reale. Non sapevo che Grierson l'avesse dichiarato falso; in effetti il monogramma è un pò diverso.

post-7879-055517300 1284716678_thumb.jpg

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giollo2

Un esemplare qFDC è stato venduto recentemente in un'asta NAC (asta 50 del 15 novembre 2008).

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dabbene
Supporter

Non so se continuare adesso di qui o nell'altra discussione,forse bisognerebbe riunirle,continuo da dove ero partito,cerco di riassumere,premettendo forse da campanilista,forse si,ma voglio precisare ancor di più da profano,molto profano della materia,la domanda iniziale era se c'è e se poteva avere credibilità la teoria che la lettera nel campo rappresentasse la zecca;

la teoria c'è,per esserci c'è,(penso che Alberto Varesi non si offenda se faccio pubblicità alla sua prossima asta dove ho visto tre interessanti tremisse ,uno di Ariperto II con M,due Liutprando uno con N e uno con T e si fa riferimento alla teoria che M starebbe per Mediolanum,N per Novara,T per Ticinum)la domanda è se sia credibile questa teoria,chi ha risposto finora non mi sembrerebbe molto propenso in tal senso;d'altronde tra le possibilità sul tappeto ,contrassegno del zecchiere,o dell'officina o della zecca stessa,la più credibile a mio personalissimo parere sembra l'ultima;i suoi detrattori dicono, alcune delle lettere non possono essere attribuite a località sedi di officine,ma poichè il periodo è oscuro,chissà quanti borghi alla Castelseprio esistevano e noi non ne abbiamo notizia oggi;da campanilista,sembra che Mediolanum operasse già ai tempi di Cuniperto,nella storia di Milano del Verri si parla dei 4 maestri monetieri di Milano e dei nove di Pavia dell'epoca,Milano nei documenti ai tempi di Liutprando è descritta come città ricca ,con grandi consumi,con grandi traffici commerciali,quindi perchè non potrebbe essere possibile?Teorie ovviamente.....solo teorie,ma parlarne si può anche da profani, un pò campanilisti,

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Alberto Varesi

Il vero problema non credo sia solo l'attribuzione di certe lettere ad altrettante zecche quanto la presenza di simboli (mano, croce) che compaiono al posto delle lettere (a quale zecca apparterrebbero ?)

Inoltre si riscontra la presenza di lettere talvolta accompagnate da simbolì, messi sicuramente per fare un distinguo, ma non so se tra zecche o zecchieri differenti.

Alcuni esempi:

1) Liutprando, lettera M

2) idem c.s. ma la M sovrasta un cerchio con punto centrale

3) Liutprando, lettera T

4) idem c.s. ma sotto la T una ruota a 8 raggi

5) Liutprando, lettera L

6) idem c.s. ma accanto alla L tre puntini disposti a triangolo

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giollo2

L'ipotesi più banale della presenza di lettere accompagnate da simboli potrebbe essere la differenziazione delle coniazioni di diversi monetieri (simboli) nella ambito della stessa zecca (lettera).

Le zecche per le quali sono documentati monetieri sono quindi Milano (M), Pavia (T) e Piacenza (P). Bisognerebbe verificare la presenza di monetieri in altre zecche e la compatibilità di tali zecche con le altre lettere riscontrabili sui tremissi. Le lettere che rimangono potrebbero essere riferite a zecche a noi sconosciute. Rimane inoltre ancora sconosciuta l'attribuzione delle monete con simboli ma senza lettere; a questo difficilmente credo si possa dare risposta.

Tengo a sottolineare che allo stato attuale delle conoscenze l'unico fatto certo che testimonia una coniazione in una determinata zecca in epoca longobarda/carolingia è la presenza documentata di monetieri.

Modificato da giollo2

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Alberto Varesi

E l'ipotesi di una zecca itinerante come la ritiene, fondata o no ?

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giollo2

Sarebbe perfetta per giustificare i simboli non abbinati a lettere.

L'ipotesi della presenza contemporanea di alcune zecche stabili e di una o più zecche "itineranti" secondo me non è da scartare.

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chievolan

Se non sbaglio, nella monetazione antica e in quella altomedioevale, gli esempi in cui delle singole lettere indicano una città e quindi una zecca sono piuttosto rari. Mi sembrerebbe più logico pensare che queste lettere e simboli servissero ad indicare chi aveva il compito di coniare moneta.

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Alberto Varesi

Anche i ritrovamenti mi pare che siano indicativi più di questa teoria che di quella che vuole la lettera una sigla di zecca

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