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gpittini

Fonteia

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gpittini
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DE GREGE EPICURI

Questo denario (3,7 g. e 22 mm) mi ha incuriosito perchè contiene il monogramma di Apollo, stando almeno al Varesi; cosa che mi è risultata piuttosto insolita! Al D , la testa di Apollo Vejovis, sopra un fascio di fulmini. Legenda: MN FONTEI CF, e davanti alla testa: AP in monogramma, che sarebbe appunto: Apollo. Al R, il genio di Apollo Vejovis cavalca la capra Amaltea verso dx; sopra, due berretti frigi, e sotto: un tirso. E' dell'85 a.C., classificato come RRC 353/1a e Var. 290. Vedo un sacco di elementi simbolico-allusivi, il cui significato mi sfugge. Perchè i berretti frigi, ed il tirso? Ma soprattutto: la capra Amaltea nutrì Zeus neonato, che c'entra Apollo?

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gpittini
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Rovescio.

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Lucilla

DE GREGE EPICURI

Questo denario (3,7 g. e 22 mm) mi ha incuriosito perchè contiene il monogramma di Apollo, stando almeno al Varesi; cosa che mi è risultata piuttosto insolita! Al D , la testa di Apollo Vejovis, sopra un fascio di fulmini. Legenda: MN FONTEI CF, e davanti alla testa: AP in monogramma, che sarebbe appunto: Apollo. Al R, il genio di Apollo Vejovis cavalca la capra Amaltea verso dx; sopra, due berretti frigi, e sotto: un tirso. E' dell'85 a.C., classificato come RRC 353/1a e Var. 290. Vedo un sacco di elementi simbolico-allusivi, il cui significato mi sfugge. Perchè i berretti frigi, ed il tirso? Ma soprattutto: la capra Amaltea nutrì Zeus neonato, che c'entra Apollo?

Allora, l'argomento è complesso. Partiamo dalla figura di Apollo/Veiovis. Secondo Grimal (Enciclopedia dei miti) Veiove viene identificato con Apollo in epoca tarda. Secondo Kerényi era invece prassi comune degli scrittori antichi parlare di Veiovis come di un altro Giove, e più precisamente la parte più oscura di Giove che trova un parallelo con lo Zeus Katachthonios, cioè sotterraneo, dei Greci. Ammette anche lui che esistono numerosi punti di contatto con Apollo, di cui sarebbe la manifestazione più oscura, ma ritiene che principalmente, per i romani, rimanga Ve- iovis, cioè distinto da Giove. Il prefisso ve- può essere interpretato come diminutivo, quindi un piccolo Giove; o come negazione del valore semantico, quindi Vediovis sarebbe il Giove <<che non aiuta>>, una versione in negativo della divinità che bisogna placare. Rappresentazione della parte ctonia del grande dio a compendio della sua natura celeste. Veiove o Vediove è un dio romano, probabilmente assimilato da una divinità italica giovanile, forse etrusca. Ha come attributi un pilum e una capra. Il primo come riferimento a Pilumnus, e rappresentazione delle saette e la seconda come simbolo della fertilità e collegata al culto di Fauno e Fauna. Fu protettore del bosco sacro che si trova sulla sella del Campidoglio, l’Asylum, tra il Capitolium e l’Arx, dove la leggenda di Romolo colloca il luogo in cui lo stesso avrebbe ospitato e protetto tutti coloro che chiedeva appunto asilo nella Roma neonata. Nella stessa area sorse il tempio dedicato a Veiove, tra quelli di Giunone Moneta e Giove Capitolino, fondato nel 196 a.C. da L. Furio Purpureo come scioglimento di un voto fatto durante la battaglia di Cremona del 200 a.C. contro i Boi. La statua di culto presente nel tempio sul Campidoglio è descritta da Aulo Gellio come quella di un dio giovane, laureato, “simulacrum dei Vediovis, quod est in aede,…, sagittas tenet” con accanto una capra, probabile offerta sacrificale per il culto della divinità. L’alloro e le frecce richiamano le raffigurazioni di Apollo di cui però Veiove sarebbe un predecessore, essendo questa divinità molto più antica in terra italica. Tra frecce e saette il passo è breve, infatti le folgori di Giove sovente sono raffigurate in maniera similare, questo a suffragio del riconoscimento di Veiove come rappresentazione del lato infero, oscuro e calamitoso del grande dio. Altro elemento a supporto di una parziale sovrapposizione tra le due divinità è la presenza della capra, legata a Giove come Amaltea a cui il dio stacca un corno per creare la cornucopia, o corno dell’abbondanza, che rimane però in terra italica attributo esclusivo delle dee, da Cerere a Opi, da Pomona a Fortuna. Si ripiega quindi sull’oggetto originario e cioè l’animale nella sua interezza o al più alla pelle del medesimo da sempre simbolo di fecondità. Ulteriore collegamento tra Veiove e il mondo vegetale e naturale è il tempio che sorse sull’isola Tiberina nel 194 a.C. affiancato a quello di Fauno. Entrambi dei italici, Fauno legato al soprasuolo come dio benevolo protettore delle greggi e dei pastori e Veiove collegato al sottosuolo, all’oltretomba, ai fulmini e alle acque. Gli era dedicato l’Agonium del 21 maggio probabilmente in diretto riferimento al ciclo vitale delle stagioni, con la morte e resurrezione del dio in primavera. Il dubbio nell’identificare l’effige monetale rimane non esistendo, di fatto, statue di Veiovis di attribuzione assolutamente certa a parte quella rivenuta nella cella del tempio sul Campidoglio che purtroppo è acefala e priva delle mani con gli attributi.

Mamma com'è tardi! Per la spiegazione degli altri elementi simbolici devo rimandare a domani altrimenti stanotte non si dorme :)

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gpittini
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DE GREGE EPICURI

Ma grazie, sei meglio di Grimal e Kerenyi messi assieme! Meriti una cattedra di Mitologia Greca e Romana a Lettere Classiche (o per caso ce l'hai già?)

Modificato da gpittini

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Lucilla

DE GREGE EPICURI

Ma grazie, sei meglio di Grimal e Kerenyi messi assieme! Meriti una cattedra di Mitologia Greca e Romana a Lettere Classiche (o per caso ce l'hai già?)

Troppo gentile :D e comunque sono solo una semplice studentessa, per di più fuori corso da una vita! Altro che cattedra!

Tornando alla moneta posso dirti che il monogramma AP viene normalmente interpretato in tre modi: come abbreviazione di Apollo; come A(rgento) P(ublico); come ROMA.

Tutte e tre le teorie ovviamente sono rappresentate da insigni studiosi che però si dimostrano un tantino vaghi sulle motivazioni che li spingono a ritenere una lettura più valida rispetto alle altre. A mio parere AP come Apollo è debole, infatti non mi risulta che ci fosse l'abitudine di indicare l'identità del nume effigiato; solitamente bastano gli attributi tipici per far capire chi si voleva rappresentare. Se riusciamo ad interpretare le iconografie noi a 2000 anni di distanza non vedo come potessero esserci dei dubbi per chi maneggiava le monete all'epoca del loro conio. Inoltre nelle monete con effigi sicure di Apollo questo monogramma non compare mai, strano no? Seconda ipotesi, argento publico, solitamente veniva abbreviato in A.PV, non mi risultanoaltri casi in cui venga omessa la lettere V. Potrebbe trattarsi di una anomalia, di un errore di conio, ma ritengo che un' indicazione così "istituzionale", se mi permetti il termine, dovesse essere codificata in modo più rigoroso, in modo che chiunque potesse immediatamente capire senza ombra di dubbio da dove proveniva la moneta. Ipotesi tre, Roma. Se si osserva attentamente il simbolo AP si potrà notare che presenta un numero di linee spezzate e con direzioni differenti superiore e quelle necessarie ad indicare la presenza di due sole lettere sovrapposte. La leggera svasatura che presenta il tratto terminale della A e la presenza di due linee convergenti a V al posto del tratto orizzontale potrebbero indicare la presenza di una M, giustificabile solo nell’ipotesi in cui il monogramma indichi la parola ROMA, ma non compatibile con le altre due ipotesi.

Passiamo al retro, Amaltea cavalcata da genietto alato o amorino sovrastato da due berretti frigi o pilei; nel campo sottostante un tirso. Allora per quanto riguarda Amaltea direi che siamo a posto con quanto detto a riguardo di Apollo/Veiovis al recto. La figura che cavalca la capra onestamente non saprei dire che cosa rappresenta, ma considera che potrebbe anche trattarsi semplicemente di un' immagine di repertorio, infatti l'amorino è un motivo molto comune anche negli affreschi pompeiani, per esempio, senza che abbia particolari significati allegorici. Non credo sia Cupido, in quanto non mi risultano miti che possano collegare lo stesso a figure caprine di qual si voglia natura però non si sa mai.....

Il tirso e i berretti frigi credo vadano interpretati come un insieme per poterli capire all'interno di questa raffigurazione. Il primo è attributo di Dioniso e per estensione dei satiri che compongono il suo corteo; i secondi sono solitamente simbolo dei Dioscuri, due gemelli divini figli di Zeus e Leda. Nel caso specifico credo che il collegamento vada cercato nel rapporto che intercorre tra Fauno (confuso e accomunato a volte con sileni e satiri), divinità italica agreste, strettamente legata alla fertilità e prosperità delle greggi e i Lari, guarda caso due gemelli proprio come i Dioscuri e anche loro divinità italiche molto antiche addette alla protezione del territorio e delle persone che lo abitano.

Nel mondo romano più antico esisteva una differenziazione della terra cosiddetta “vicina” in due grandi regioni contigue, una di cui gli uomini avevano il pieno controllo, l’altra in cui invece si sentivano estranei. La prima zona, era soggetta all’azione dei Lares, sulla seconda invece agivano dei e demoni tra cui Fauno che presiedeva sulle foreste immediatamente al di fuori del centro abitato. I legami tra Fauno e i Lari sono molti: Fauno è, come i Lari, un nume tutelare del territorio, sorveglia il limite tra città e campagna, tra boscaglia e campi coltivati. Fauno con i Lari condivide anche l’iconografia che spesso fa confondere le sue raffigurazioni con quelle di Silvano.

Ovviamente sono tutte ipotesi e libere interpretazioni, prove non ce ne sono, ma spero di essere stata d'aiuto. La materia è complessa e ramificata quasi all'infinito, qui ho fatto un breve riassunto che magari in certi punti risulta poco chiaro. Se è così dimmelo che cerco di ampliare il discorso e spiegarmi meglio.

Buona serata, anzi, buona notte, vista l'ora!

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Rapax

Complimenti a Lucilla per gli ottimi interventi :).

Mi permetto di aggiungere qualche considerazione riguardante questa divinità decisamente affascinante.

"Et arae Sabinum linguam olent, quae Tati regis voto sunt Romae dedicatae: nam, ut annales dicunt,vovit Opi, Florae, Vediovi Saturnoque, Soli, Lunae, Volcano et Summano, itemque Larundae, Termino, Quirino, Vortumno, Laribus, Dianae Lucinaeque"

Secondo Varrone (De Lingua Latina, libro V, X) è il re sabino Tito Tazio ad introdurre a Roma il culto di un rilevante numero di divinità, tra cui appunto Vediove... e qui entrano in gioco le teorie di George Dumézil che, secondo la tripartizione delle funzioni (sovranità, bipartita in magica e giuridica; forza guerriera; fecondità), inquadrano queste divinità "di importazione" quali appartenenti alla terza funzione, ovvero a quella decisamente più complessa da tracciare (sarebbe interessante soffermarci un po' sulle opere del Dumézil, sulle sue intuizioni e su quegli aspetti che gli studi più recenti hanno decisamente perfezionato, ma il tutto risulterebbe forse troppo "corposo"... meglio quindi fare solo dei brevi accenni ed entrare nel dettaglio qualora vi siano eventuali richieste specifiche).

Circa questa tripartizione delle funzioni, i principali parallelismi tra il tessuto religioso e storico sacerdotale sono:

Sovranità giuridica: Giove - Romolo - Flamen Dialis

Sovranità magica: Giove - Numa Pompilio - Flamen Dialis

Forza guerriera: Marte - Tullo Ostilio - Flamen Martialis

Fecondità: Quirino - Anco Marzio - Flamen Quirinalis

Come già detto, è proprio la terza funzione quella più complessa da inquadrare e comprendere, nonché quella che ha subito, più recentemente, i principali "aggiustamenti". Più che di fecondità sarebbe meglio parlare di prosperità e di produzione-riproduzione, quindi di cicli, vitali, umani e naturali... il contesto quindi è decisamente ampio.

Secondo Dumézil tale vastità trova riscontro sia nell'operato del flamine quirinale che in quello dei 12 flamini minori, il cui sacerdozio è riconducibile a divinità presiedenti a minuziosi e capillari aspetti, sempre riconducibili alla terza funzione.

Per farla breve, Giove e Marte, o i loro rispettivi flamini, sono legati ad una funzione ben precisa e ben circoscrivibile... tutto ciò che non rientra nella sovranità e non è riconducibile all'attività bellica rientra nella terza funzione, divinità sabine incluse.

Gli dei della terza funzione "si spartiscono le componenti, i corollari, gli annessi, dell'ambito della prosperità e della fecondità, e Quirino è solo un elemento di tale grande famiglia".

Ops, Flora, Saturnus, Terminus, Vortumnus, Volcanus ed i Lari sono figure divine il cui culto è legato all'agricoltura ed al terreno, Diana e Lucina favoriscono le nascite, Sol e Luna hanno la funzione di regolare stagioni e mesi, Vediovi, Larunda e Summano hanno un rapporto col mondo infero e sotterraneo: inizio, sviluppo e conclusione dei cicli vitali.

Dopo questa premessa riguardante il Vediove arcaico aggiungerei a quanto detto da Lucilla alcune considerazioni. Sono stati giustamente citati sia il tempio di Vediove sul Campidoglio, sia quello edificato sull'Isola Tiberina... non ci resta che spendere due parole circa i culti che interessavano tale divinità.

Il 1° gennaio si festaggiava la fondazione di due templi nell'Isola Tiberina, quello appunto di Vediove e quello del "greco" Esculapio, edificato su ordine dei decemviri sacris faciundis. Tale collegio sacerdotale era incaricato all'introduzione di riti e culti eccezionali, al fine di far fronte a particolari situazioni che i pontefici non erano in grado di risolvere mediante la consultazione degli annali. Nel 291 a.C. la pluriennale pestilenza che infestava Roma, non placata dall'operato dei pontefici, divenne una crisi eccezionale e su tale fenomeno fu chiesta ai decemviri s.f. la consultazione dei Libri Sibillini. La soluzione proposta fu quella di importare il culto di Esculapio da Epidauro e così fu fatto.

Il luogo scelto per l'edificazione del tempio fu proprio l'Isola Tiberina, ove già esisteva un tempio dedicato a Vediove, divinità che solitamente veniva placata mediante un rito apotropaico di espiazione consistente nel sacrificio di una capra.

La peste che affliggeva Roma era tuttavia un evento straordinario ed il tempio di Esculapio fu edificato accanto a quello di Vediove allo scopo di “spuntare” le frecce del dio, debellando la peste. Qui emerge uno di quei tratti già citati da Lucilla ove Vediove viene associato ad Apollo (l'hekébolos omerico), anche se tale interpretazione presenta chiare influenze greche.

Il Vediove del Campidoglio invece veniva venerato alle none di marzo (mese di Marte).

Secondo il Sabbatucci la doppia festa di Vediove riproduce il doppio capodanno, di gennaio e di marzo, che delimita il periodo d'incubazione del nuovo anno o la sua fase preparatoria, posta tra il solstizio invernale e l'equinozio primaverile; giorni oscuri ove è decisamente logico onorare e placare una divinità potenzialmente così malevola.

(Circa gli Agonalia di maggio, è il calendario venosino a citare il nome di Vediovis, anche se non si è certi che il destinatario della festività fosse proprio lui).

Il numen di Vediove è dunque piuttosto ostile, ma tale divinità non va vista come esclusivamente malefica... o meglio, in alcuni casi il suo potere può essere utilizzato in modo vantaggioso.

Durante la seconda guerra punica, con Annibale alle porte di Roma, le divinità tradizionali parevano aver abbandonato i romani: i pontefici e la religione tradizionale non erano riusciti a ristabilire la pax deorum. E' in un simile contesto che trova spazio un Apollo guerriero, divinità chiamata in causa al fine di rimediare alla latitanza funzionale degli dei tradizionali, Marte in particolare. In questa fase è ad Apollo che si chiede la distruzione dell'esercito cartaginese.

Durante la terza guerra punica invece, per lo stesso scopo, Scipione Africano Minore, come riportato da Macrobio, invoca Vediove.

Sembrerebbe quindi che i due dei fossero “intercambiabili”, ma in realtà non è così... Roma assediata e Roma che assedia, Roma in un momento di debolezza e Roma in un impeto di forza, Roma che perde o che riacquista fiducia verso i suoi culti tradizionali.

Durante l'assedio di Cartagine, Vediove viene invocato per assolvere la sua funzione tradizionale, ovvero quella ctonia ed in grado di arrecare un danno potenzialmente fatale: non è semplice guerra, quella appartiene a Marte, è la fine di un ciclo, è la cancellazione dei cartaginesi.

Per quanto riguarda il rovescio, i pilei stellati sono a mio avviso un inequivocabile attributo dei Dioscuri e potrebbero, come suggerito dal Crawford, indicare Tusculum quale luogo di origine della famiglia del magistrato.

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Lucilla

Heilà, ma quanti complimenti! Basta che altrimenti arrossisco :P

E comunque Rapax, hai sempre qualche asso nella manica e ne sai sempre più di me! Sei veramente una fonte inesauribile! ;)

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L. Licinio Lucullo

<Tornando alla moneta posso dirti che il monogramma AP viene normalmente interpretato in tre modi: come abbreviazione di Apollo; come A(rgento) P(ublico); come ROMA.

Tutte e tre le teorie ovviamente sono rappresentate da insigni studiosi che però si dimostrano un tantino vaghi sulle motivazioni che li spingono a ritenere una lettura più valida rispetto alle altre. A mio parere AP come Apollo è debole>

Scusami Lucilla, non è lo stesso monogramma che compare sul denario 298/1, guarda caso anche quello verosimilmente raffigurante (Apollo) Vejovis? Se sì, questo collegamento non farebbe deporre a favore di "AP"ollo piuttosto che di "ROMA"?

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