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Dubbio su moneta di Ancona


coins

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Biongiorno, facendo delle ricerche sul CNI Marche ( vol. XIII, 1932 ) ho notato che sotto Pio VI ( 1775-1799 mi sembra :D ) siano stati coniati in Ancona scudi e mezzi scudi, che sono anche fotografati nelle tavole. Il Muntoni però per Pio VI riporta solo monete di rame e la prima moneta descritta ( Munt. 144 ) è appunto un sampietrino..... Il pregievole volume sulle monete di Ancona di Dubbini-Mancinelli anche parla solo di sampietrini..... Ma allora, questi scudi esistono o no? Nelle tavole del CNI sono fotografati.... Allora perchè dopo 50 anni ( dal CNI al Muntoni ) queste monete di argento non sono più state considerate? Non penso proprio che il Muntoni abbia omesso un intero tipo anzi due interi tipi monetari.... E nemmeno il Dubbini-Mancinelli....

Forse forse, il CNI si riferisce ( e ha anche fotografato! ) gli scudi coniati con i coni di Pio VI nella prima repubblica romana ( Gigante 1,2 ; Dubbini-Mancinelli pagina 206,207 ).

Non so se mi sono spiegato.... Ho un po' di confusione :D :D

Riccardo.

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Forse forse, il CNI si riferisce ( e ha anche fotografato! ) gli scudi coniati con i coni di Pio VI nella prima repubblica romana ( Gigante 1,2 ; Dubbini-Mancinelli pagina 206,207 ).

Mi sa che ci hai preso ;)

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Il Muntoni riporta tali monete nella I^ Repubblica Romana, a nome di Pio VI

ZECCA DI ANCONA

A) a nome di Pio VI

*20 AR - Scudo romano - mm 41 - Taglio a fogliette

D/ - Stemma 217 (Braschi) ovale fra due rami d'alloro, sormontato da chiavi decussate e tiara radiante - (s) PIVS SEXTVS-PONT .M.A.VI

R/ - La Chiesa seduta su nubi, nel campo a s. : A - (s) AVXILIVM-DE-SANCTO-1780 - in b. armetta 215 (Vai)

CNI (Pio VI), 2

*21 AR - Mezzo scudo romano - mm 35 - Taglio a fogliette

D/ - Stemma 217 a targa sormontato da chiavi decussate e tiara - (s) PIVS SEXTVS-PON.M.A.XXII - In b.: T.M

R/ - La Chiesa c.s., nel campo a s. : A-(s) AVXILIVM-DE-SANCTO - In b.: armetta 216 (Lante)

CNI (Pio VI), 1 - Anacronismo

Con MP ti invio copia in PDF delle pagine relative.

P.S.: li trovi anche nel ns. Catalogo.

http://numismatica-italiana.lamoneta.it/cat/W-RM1AN

Modificato da miroita
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Ciao Riccardo, di questa monetazione approntata in Ancona con i coni romani, parla diffusamente Renzo Bruni nella sua opera "Le monete della Repubblica Romana e dei Governi Provvisori" (Nomisma 2005), inoltre in occasione della mostra (splendida) sulla monetazione repubblicana al convegno di Vicenza del 2007, ci fu la pubblicazione di un agile "volumetto" dal titolo "In nome del Popolo Sovrano" di cui lo stesso Bruni è uno degli autori, ed in cui vengono fatte delle aggiunte alla pubblicazione di due anni prima.

Tra queste, per Ancona, è pubblicato un inedito testone in mistura e dal peso di 6,65 grammi, con le impronte del testone romano di Pio VI per l'anno XXII-1796, compatibili con quelle dei coni conservati al Museo Nazionale di Ancona.

Se ti occorre qualche dato in più da queste pubblicazioni fammi sapere ;)

Ciao, RCAMIL.

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Ciao Riccardo, di questa monetazione approntata in Ancona con i coni romani, parla diffusamente Renzo Bruni nella sua opera "Le monete della Repubblica Romana e dei Governi Provvisori" (Nomisma 2005), inoltre in occasione della mostra (splendida) sulla monetazione repubblicana al convegno di Vicenza del 2007, ci fu la pubblicazione di un agile "volumetto" dal titolo "In nome del Popolo Sovrano" di cui lo stesso Bruni è uno degli autori, ed in cui vengono fatte delle aggiunte alla pubblicazione di due anni prima.

Tra queste, per Ancona, è pubblicato un inedito testone in mistura e dal peso di 6,65 grammi, con le impronte del testone romano di Pio VI per l'anno XXII-1796, compatibili con quelle dei coni conservati al Museo Nazionale di Ancona.

Se ti occorre qualche dato in più da queste pubblicazioni fammi sapere ;)

Ciao, RCAMIL.

Interessantissimo!

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Ho deciso che terrò questa discussione per descrivervi i miei dubbi sulla monetazione di Ancona ( quella papale ovvio ).

Non ho ancora capito una cosa, come mai Pio VI decise di aprire così, DI BOTTO, tantissime piccole zecche?

San Severino, Ancona, Fermo, Pergola, Montalto, Fano.......

Ho subito pensato, dato che queste zecche hanno tutte prodotto SOLO ( non come afferma il CNI per la zecca di Ancona ) monete in rame, sampietrini, madonnine....

C' era forse carenza di circolante? E allora non potevano potenziare la zecca romana? Oppure era una cosa che accadeva nelle lontane provincie marchigiane ed umbre?

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Non ho ancora capito una cosa, come mai Pio VI decise di aprire così, DI BOTTO, tantissime piccole zecche?

Domanda interessante, per la cui rirposta occorre delineare un quadro del momento storico che si stava attraversando, gli anni conclusivi del pontificato di Pio VI, a partire dal 1796 e fino alla Repubblica Romana del 1798-1799, anni assai tumultuosi.

Era il periodo della prima campagna Napoleonica in Italia, che si concluse con il Trattato di Tolentino del 19 febbraio 1797 tra il Papa e la Repubblica francese, a chiudere formalmente l'armistizio di Bologna il 23 giugno 1796, accettato dal Papa come il male minore rispetto ad una discesa verso Roma, che l'esercito pontificio non avrebbe potuto arginare.

Le condizioni imposte al Papa a Tolentino erano più onerose di quelle previste l'anno prima a Bologna, perché oltre alla consegna di un pesante tributo in denaro (36 milioni di franchi), vettovaglie ed opere d'arte (la venerata statua della Madonna di Loreto aveva già preso la strada di Parigi), esse comportavano la cessione definitiva alla Repubblica francese delle Legazioni di Ferrara, Ravenna e Bologna (che Bonaparte unì poi alla Repubblica Cisalpina), oltrechè di Avignone e del Contado Venesino, le "colonie" papali in terra di Francia.

Le Marche, col porto di Ancona, e parte dell'Umbria, pur facendo ancora parte dello Stato Pontificio, rimasero occupate dalle truppe napoleoniche. A causa del tributo da pagare ai francesi, le casse dello Stato Pontificio si erano svuotate, ed alla mancanza di circolante si era posto rimedio con una sempre più massiccia emissione di cedole cartacee a corso forzoso, accettate malvolentieri dalla popolazione perché praticamente impossibili da convertire in moneta.

Il gover­no pensò allora di accrescere la massa monetaria con una emissione straordina­ria di moneta di rame, che sarebbe dovuta servire per il commercio minuto, data la contemporanea scomparsa della moneta d'argento, ormai soppiantata da monete in mistura (doppi carlini, da 25 e 60 baiocchi) dal titolo sempre più basso e sempre più preda dei falsari, che nella confusione generale approfittavano per invadere il mercato con falsi in bronzo, spesso anche assai curati (anche di recente ne abbiamo parlato sul forum).

Per questo si scelse di riaprire molte delle antiche zecche pontificie, che permettessero di produrre direttamente "in loco" il circolante necessario al territorio, a partire quando possibile dalla materia prima estratta nelle più vicine miniere (il centro Italia era ricco di miniere di rame).

In tal modo si cercava anche di arginare le sempre più frequenti ruberie di rame o moneta coniata, ad opera dei briganti sempre più attivi sul disastrato territorio pontificio.

Tali zecche sarebbero state appaltate ad impren­ditori locali, i quali avrebbero tratto il proprio profitto dalla differenza tra l'ammontare della massa monetata e le proprie spese per il rame e la gestione di personale e macchinari.

Per le Marche le prime ad operare nel 1796 furono Ancona (autorizzata già dal febbraio 1795), Fermo, Pergola e San Severino, alle quali seguirono poi nel 1797 anche Ascoli, Fano, Macerata, Matelica e Montalto.

La zecca di Ancona ed i suoi soci appaltatori Miletti e Benincasa, erano certamente agevolati nell'opera di reperimento del rame per l'importanza del proprio porto, cosa che non sempre era ben vista dalle zecche "concorrenti", si pensi ad esempio a Civitavecchia il cui appaltatore era costretto per contratto, ad approvvigionarsi di rame dai porti dell'Adriatico per evitare di ottenere maggiori profitti, rispetto alle vicine zecche laziali (Tivoli, Viterbo o la stessa Roma).

I coni, almeno in questa fase iniziale, venivano tutti approntati a Roma e quindi distribuiti alle offici­ne periferiche, che ne avevano l'obbligo di restituzione. Non tutte le zecche coniarono i tagli in rame presenti nei chirografi che autorizzavano le emissioni, alcune zecche addirittura non iniziarono mai (o non ebbero il tempo) la produzione di alcuni di questi, restituendo alla zecca centrale di Roma i coni nuovi, alla chiusura del novembre 1797.

Il taglio principe scelto per l'opera di risanamento, coniato da quasi tutte le zecche riattivate nel periodo, fu il mezzo grosso da due baiocchi e mezzo, universalmente conosciuto come "sampietrino" per l'immagine di S.Pietro impressa al diritto, già coniato a Roma dal 1795. Era anche il taglio più alto mai prodotto in rame, fino alla riforma del 1797 ed all'introduzione del grosso, o "madonnina" da 5 baiocchi.

Ciao, RCAMIL.

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