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Mirko8710

Tempio di Giove Ottimo Massimo - Aggiornamento

IL TEMPIO DI GIOVE OTTIMO MASSIMO - NUOVE TESI ARCHITETTONICHE BASATE SU CONFRONTO NUMISMATICO

Premessa.

L'articolo che segue ripeterà gran parte delle informazioni contenute nei post precedenti, che risulteranno in alcune parti, a questo punto, obsoleti, in quanto contenenti dati non più aggiornati.

Il Tempio di Giove Ottimo Massimo, o Giove Capitolino, o Capitolium si trovava nella Regio VIII (Forum Romanum), più precisamente sul Campidoglio; attualmente alcuni dei suoi resti possono essere visti e visitati al di sotto dei Musei Capitolini (ex Museo Nuovo di Palazzo Caffarelli), totalmente inglobati dalla struttura museale.

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(Fig.1 - Mappa di Roma)

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(Fig.2 - Posizione del Tempio in una ricostruzione del "costruito" attuale)

1. STORIA DEGLI SCAVI

Già nel 1683, con la costruzione di Palazzo Caffarelli, furono rinvenute diverse strutture, fra le quali il cosiddetto Muro Romano.

Nel 1875, in occasione della costruzione della Sala Ottagona, nel Giardino del Palazzo dei Conservatori, si rinvennero altre corpose fondazioni in cappellaccio e in questo contesto, Rodolfo Lanciani fu in grado di correlarle con le altre rinvenute nella vicina Ambasciata di Prussia, indicandole come un unico grande complesso appartenente al Tempio.

Nel 1919, furono eseguite indagini per definire il perimetro e chiarire le misure e furono scoperte nuove parti delle fondazioni.

Negli scavi del 1998-2000, si definì l’area di costruzione del Tempio; in questa occasione, si notò come le strutture moderne avessero del tutto asportato i livelli regi, repubblicani e imperiali del Tempio.

Nel 2002, vennero alla luce i setti longitudinali delle fondazioni, chiarendo così, almeno a grandi linee, l’imponente grandezza del Tempio; si è scoperto anche che prima del Tempio, nel colle, erano presenti edifici abitativi e officine; sempre in questi recenti scavi vennero analizzate le fosse di fondazione, profonde circa 8 metri, all'interno delle quali non fu trovato moltissimo, se non pochi frammenti di ceramica e schegge di cappellaccio, ad indicazione del fatto che l'intera opera fu realizzata con un lavoro perfettamente coordinato e veloce.

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(Fig.3 - Planimetria del Tempio. In grigio scuro le aree di fondazione attualmente ritrovate)

IL MURO ROMANO

Il Muro Romano, è la struttura che ci consente attualmente di chiarire l'imponenza della struttura. Esso è la parte anteriore del setto longitudinale orientale delle fondazioni.

Attualmente inglobato nella sua interezza all'interno dei Musei Capitolini, prende il nome dal limitrofo Giardino Romano, luogo nel quale vennero effettuati i lavori che consentirono di scoprire il muro.

Archeologicamente non ha lasciato molte testimonianze, salvo un rinforzo in calcestruzzo effettuato in seguito alla prima distruzione del Tempio.

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(Fig.4 - Ricostruzione grafica dei resti del Muro Romano)

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(Fig.5 - Attuali resti del Tempio)

2. LA COSTRUZIONE DEL TEMPIO

Non essendo rimasta nessuna evidenza tangibile del Tempio, ogni ritrovamento è di notevole importanza. Durante gli scavi condotti tra il 1998 e il 2000 sono stati identificati alcuni impianti riconducibili all'antico cantiere che operò nello scasso per la costruzione delle fondamenta.

Al suo interno è stato possibile riconoscere zone di lavorazione metallurgica.

Una volta messo in opera il cantiere, il Campidoglio, da zona abitativa, diventa zona sacra, contando anche il fatto che già da prima, sul colle, vi erano costruiti alcuni piccoli edifici sacri; il settore del Tempio, invece, era interessato da strutture abitative e di produzione.

3. STORIA DEL TEMPIO

Il Tempio di Giove subì nel corso dei secoli numerosi incendi e questo ha fatto sì che venisse più volte restaurato e ricostruito. La sua storia si può tranquillamente dividere in tre fasi: la fase Regia, quella Repubblicana e l'ultima, quella Imperiale.

ETA' REGIA: Come ci ricorda Livio nella sua Ab Urbe Condita, il Tempio fu pensato da Tarquinio Prisco in seguito alla sua vittoria sui Gabii e al trattato con gli Etruschi. Alla sua morte, Servio Tullio non proseguì i lavori, cosa che invece fece Tarquinio il Superbo, iniziando a tutti gli effetti la costruzione.

Ci dice Florio nelle sue Epitomae I,1:

Sed illud horrendum, quod molientibus aedem in fundamentis humanum repertum est caput, nec dubitavere cuncti monstrum pulcherrimum imperii sedem caputque terrarum promittere.

Il fatto più incredibile è che mentre innalzavano il tempio, nelle fondamenta fu trovata una testa umana, e nessuno dubitò che l'incredibile prodigio rappresentasse il presagio che sarebbe stata la sede dell'Impero e la capitale del mondo.

A finire e inaugurare il Tempio, però, non fu l'ultimo dei Tarquini, ma Marco Orazio Pulvillo, uno dei consoli eletti nel primo anno della Repubblica. A ricordarcelo è sempre Livio, Ab Urbe Condita II, 7-8:

[...] tenenti consuli foedum inter precationem deum nuntium incutiunt, mortuum eius filium esse, funestaque familia dedicare eum templum non posse. Non crediderit factum an tantum animo roboris fuerit, nec traditur certum nec interpretatio est facilis. Nihil aliud ad eum nuntium a proposito aversus quam ut cadaver efferri iuberet, tenens postem precationem peragit et dedicat templum

[...] mentre il console appoggiato allo stipite rivolgeva le sue preghiere agli dei, gli diedero la funesta notizia che il figlio era morto, egli non poteva consacrare il tempio mentre le avversità colpivano la sua famiglia. Che non abbia creduto al fatto o che abbia mostrato grande forza d'animo, non ci è stato tramandato per certo né tale interpretazione risulta semplice. Senza lasciarsi distogliere dalla notizia, a parte per dare ordine di sepoltura del cadavere, mantenendo la mano sullo stipite, completò le preghiere e consacrò il tempio

Il Tempio fu così consacrato il 13 Settembre 509 a.C.

Ovviamente, prima della costruzione, furono interrogati le divinità dei santuari presenti sul Colle. Tutte acconsentirono, meno due, Juventas e Terminus e i loro altari rimasero: l'ara del primo si trovava in corrispondenza della cella di Minerva, mentre all'altare del secondo, il quale rimase all'esterno, fu praticata un'apertura nel tetto.

Florio, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I, 7.7-8.

De manubiis captarum urbium templum erexit. Quod cum inauguraretur, cedentibus ceteris diis - mira rei dictu - restitere Iuventas et Terminus. Placuit vatibus contumacia numinum, si quidem firma omnia et aeterna pollicebantur.

ETA' REPUBBLICANA: il Tempio di Giove sopravvisse con sostanziale tranquillità sino all'83 a.C., quando un terribile incendio si abbatté su di esso, distruggendolo. Questo disastro fece sì che anche i Libri Sibillini bruciassero (Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane IV, 62, 6).

Silla decise di ricostruirlo ma la in seguito alla sua morte, solo Quinto Lutazio Catulo, console nel 102 a.C. ebbe l'onore di finirlo e inaugurarlo.

Ci dice Plino nella Naturalis Historia VII, 138:

[...] hoc tamen nempe felicitati suae defuisse confessus est quod Capitolium non dedicavisset

[...] in questo la sua vita fu breve e dissestata, in quanto non riuscì a completare il Tempio di Giove.

ETA' IMPERIALE: il Tempio mantenne la sua imponenza e bellezza sino al 69 d.C., quando le truppe di Vitellio, entrate a Roma, provocarono un grandioso incendio, che lo distrusse nuovamente.

Vespasiano, una volta salito al potere si impegnò nella sua ricostruzione, finendolo nel 75 d.C. ma un nuovo incendio, scatenatosi nell'80 d.C., lo distrusse nuovamente, costringendo prima Tito e poi Domiziano ad una repentina ricostruzione, conclusasi nel 72 d.C., solamente due anni dopo l'incendio.

ETA' POST IMPERIALE, MEDIEVALE E RINASCIMENTALE: in seguito alla caduta dell’Impero Romano il Tempio subirà molti furti e danneggiamenti, fino alla distruzione totale.

In età Tardoantica, sia Stilicone che Genserico lo depredarono di molte delle sue decorazioni in metallo pregiato.

Nel VI secolo, era però ancora annoverato da Cassiodoro come una delle meraviglie del Mondo.

Nel Medioevo l’intera area divenne "selvaggia", di fatto, il nome datogli fu “Colle Caprino” e fu usata come cava di materiali, per i marmi preziosi e il cappellaccio delle fondazioni.

Nell’XII sec. ancora si hanno segnalazioni riguardo al Tempio grazie a delle fonti letterarie.

Nel XVI sec. inizia la costruzione di Palazzo Caffarelli, il quale progetto fu condizionato dalla presenza delle fondamenta del Tempio.

Nel 1919 lo Stato Italiano acquisisce la proprietà del terreno con l’immediato progetto di riportare alla luce il Tempio.

4. LE MISURE, LO STILE E LE MODIFICHE NEL TEMPO

Arriviamo adesso a parlare, finalmente, di ciò che doveva essere il Tempio, in vetta al Campidoglio.

Non avendo, appunto, nessuna indicazione archeologica, a parte la grande platea di fondazione, gli unici elementi a nostra disposizione per supporre cosa doveva essere questo edificio, sono le fonti letterarie, Dionigi di Alicarnasso e Vitruvio in primis e in seguito le fonti iconografiche, monete e sculture.

Come abbiamo già detto il Tempio svettava sul Campidoglio, in una posizione visibile da gran parte di Roma, cosa che lo rese famoso e lo consacrò fra gli edifici più belli del pianeta.

Fin dall'inizio, la difficoltà nel dare una "forma" precisa al Tempio, ha fatto scervellare e discutere moltissimi studiosi e si sono venute a creare due fila: quelli a sostegno di una riproduzione del Tempio con misure di 54x62, sostanzialmente quadrato, come Gjerstad e Cifani e quelli a sostegno del fatto che un Tempio così grosso non poteva esistere e dunque la prima fase del Tempio, in età regia, non doveva essere altro che un complesso di edifici più piccoli che si accostavano l'un l'altro, come Castagnoli, Giuliani e Stamper.

Nel 2009, Anna Mura Sommella, non convinta da questi due filoni, si interrogò sulla possibilità di aggiungere gli ultimi 12 metri di platea (mai considerati parte del Tempio) alle fondazioni, così da creare un Tempio stilisticamente "corretto", aggiungendo che le tesi precedenti, per quanto realistiche, peccassero nell"evidenza delle fondazioni ad oggi scoperte, non rendendo possibile far combaciare le mura con i filoni di fondazione.

Sostanzialmente d'accordo con la tesi di Mura Sommella procederò col descrivervi il Tempio secondo la sua versione, che comunque, non risulta essere priva di dubbi e incongruenze alla luce dei fatti, dovuti ovviamente, alla mancanza di dati.

Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane, IV, 61, 4

[...] essendo stato ricostruito dopo l'incendio dai nostri padri sulle stesse fondamenta, differisce dall'antico solo per la bellezza del materiale utilizzato

Dunque, secondo Dionigi, ma anche secondo altri autori, il Tempio, dopo il primo incendio, fu ricostruito esattamente come quello di età regia. C'è da considerare che Dionigi, al momento della sua descrizione, ricordava un monumento di almeno 500 anni prima.

Egli ci lascia una descrizione piuttosto puntuale, dicendoci che:

Antichità Romane[/i], IV, 61, 3-4']il Tempio aveva un perimetro di 800 piedi (29,6 cm = 1 piede), i lati lunghi misuravano 200 piedi, mentre quelli corti, circa 15 piedi in meno dei primi. Il Tempio aveva un pronao di tre file di colonne antistanti l'entrata e solo una fila per ogni lato. Il Tempio consisteva in un complesso di tre celle parallele separate: al centro alloggiava la statua di Giove, a sinistra Giunone e a destra Minerva, il tutto, sotto un frontone e un tetto.

Cade subito all'occhio, come lo stesso Dionigi abbia sbagliato nel redarre le misure, visto che misurando i lati lunghi (200 piedi) e i lati corti (185 piedi) si avrebbe un totale di 770 piedi.

Mura Sommella ci ricorda come Dionigi, al tempo della descrizione non misurasse le fondamenta, ma bensì l'alzato, che come si conviene, doveva essere di gran lunga inferiore alla misura di quest'ultime.

Seguendo questi ragionamenti, coadiuvata dall'architetto Foglia, Mura Sommella ha fissato le misure del perimetro a 230x170 piedi, tenendo conto delle riduzioni dimensionali fra le fondazioni e l'alzato di altri templi e anche del fatto che la platea di fondazione sia larga solamente 182 piedi, addirittura inferiore alla misura che ci da inizialmente Dionigi.

Avremmo così 3 perimetri, il primo, che misura l'intera platea di 866 piedi, il secondo, relativo alla base del podio di 800 piedi e il terzo, relativo all'altezza del piano di spiccato delle colonne di 770 piedi.

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(Fig.6 -7 - A sinistra l'attuale proposta di planimetria voluta da Mura Sommella; a destra la vecchia planimetria)

Ciò che si nota nella ricostruzione di Mura Sommella, diversamente da come fu rappresentato in precedenza, è l'andamento delle colonne.

Mentre attualmente il Tempio è considerato periptero, in precedenza, fu dichiarato come periptero sine postico, ossia senza il colonnato nella parte posteriore.

L'Autrice, spiega questo riferendosi sempre all'aggiunta degli ultimi 12 metri di platea, in precedenza non considerati facenti parte del Tempio.

Ci spiega come Dionigi di Alicarnasso, quale greco puro, avrebbe dovuto stupirsi di fronte ad un tempio che esulava dai canoni greci, senza il colonnato posteriore, si pensa, quindi, che il dato sia sottinteso.

A rafforzare questa tesi, leggendo con più precisione Dionigi, notiamo che egli nel riferirsi al colonnato si esprime con la parola περιλαμβάνω, che significa "circondare". Vitruvio, inoltre, nel suo De Architectura, non lo include nella tipologia di tempio periptero sine postico.

Altro aspetto che si nota è la scalinata che circonda completamente il Tempio. Oltre alla solita spiegazione della platea considerata interamente, sempre Dionigi, ci aiuta con un termine, quando descrive il podio: “δ’ επί κρηπίδος νψηλής”, dove la parola “κρηπίς”, nell’architettura templare greca, indica il sistema di gradini che ricopre l’intero Tempio – Dion. Hal. IV, 61, 3.

Per quanto riguarda la struttura, Vitruvio, nel De Architectura III, 3,5, ci dice:

In araeostylis autem nec lapideis nec marmoreis epistyliis uti datur, sec inponendae de materia trabes perpetuae. Et ipsarum aedium species sunt varicae, barycephalae, humiles, latae, ornanturque signis fictilibus aut aereis inauratis earum fastigia tuscanico more, uti est ad Circum Maximum Cereris et Herculis Pompeiani, item Capitolii.

Vitruvio, quindi, lo inserisce tra i templi aerostili, ossia quella tipologia di Tempio con l'intercolumnio molto ampio, caratteristica che non consentiva l'uso di architravi in pietra, bensì, di legno. Il nostro, infatti, misura un intercolumnio centrale di 12,5 metri, mentre quelli laterali di 8 metri.

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Pausa... :P

Scusatemi se la sto facendo molto lunga, ma credo che il tutto possa essere utile per una più corretta comprensione delle problematiche che sopraggiungeranno riguardo all'alzato del Tempio.

Poi, insomma, ho fatto 30 e volevo fare 31, nel senso, ero a studiarlo, perché non esporvelo tutto nella sua grandiosità. :D

Se poi vi state annoiando, peggio per voi... :P

Scusate se ancora non ho mostrato neppure una moneta, ma d'altronde, avendo letto i vecchi post, sapete già quali sono quelle che rappresentano il Tempio, dunque, se pazientate un altro po', ci arriviamo...

Fine pausa :D

DETTAGLI E PICCOLE MODIFICHE NEL TEMPO

Tarquinio Prisco per decorare il Tempio chiamò dall'Etruria moltissimi artisti. Secondo Plinio, la statua di Giove fu commissionata a Vulea, coroplasta di Veio. Sempre ad artisti veienti fu commissionata la grande quadriga sull'acroterio centrale, quadriga che si dice, durante la prima cottura, divenne così grande da far esplodere il forno che la conteneva, prodigio che fu interpretato come presagio della futura potenza di Roma.

Nel 296 a.C., la grande quadriga in terracotta fu sostituita con una in bronzo commissionata dai fratelli Ogulnii, edili curuli.

All’inizio del II secolo a.C., vennero posizionati scudi dorati sul frontone; nel 179 a.C., Lepido e Nobiliore ricoprirono di stucco le pareti e le colonne, per simulare un rivestimento in marmo.

Nel 149 a.C., furono rifate tutte le pavimentazioni con l’inserimento di scaglie di marmo e pietra (opus scutulatum) e nel 142 la copertura del Tempio, fu rifatta con tegole in bronzo dorato.

Il Tempio, dopo l’incendio dell’83 a.C., fu ricostruito utilizzando pietra e marmo, il fastigio fu ornato con statue di Giove e Roma, una nuova quadriga e aquile agli acroteri.

Ci dice Tacito nelle sua Historiae III, 71, 9:

[...] mox sustinentes fastigium aquilae vetere ligno traxerunt flammam alueruntque.

In questo passo, Tacito, fa riferimento all'episodio dell'entrata di Vitellio a Roma, riferendosi al fatto che le aquile stessero sostenendo il fastigio.

La statua di Giove, in posizione seduta, fu rielaborata con la tecnica crisoelefantina, già sperimentata per lo Zeus nel Tempio di Olimpia.

Con Vespasiano e poi in seguito, con i figli Tito e Domiziano, il Tempio, fu ricostruito in marmo pentelico, con colonne corinzie e dorature su porte e tegole; le celle, furono riempite con tre nuove statue.

Plutarco, stima solo per la doratura del Tempio, un costo di 12.000 talenti, pari a 240 milioni di Euro attuali.

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(Fig.8 - Opus Scutulatum)

5. IL DILEMMA DEL FRONTONE

Come avrete potuto notare nel corso della descrizione del Tempio ho sempre sorvolato riguardo a questo aspetto, non ci è ben chiaro, infatti, quale sia stato il suo sviluppo nel corso del Tempo.

Se grazie all'iconografia monetale e scultorea sappiamo per certo che il frontone, almeno al tempo di Vespasiano, risultasse "chiuso", con la rappresentazione della Triade Capitolina insieme ad altre figure ai lati, non è ben chiaro se durante l'epoca regia e repubblicana esso lo fosse già da allora.

E' probabile, infatti, che inizialmente il Tempio avesse un frontone aperto, con solamente delle decorazioni plastiche a copertura dei mutuli e dei columen, pratica standard degli edifici templari etruschi.

Riferendosi però all'ambito romano, non è da escludere la possibilità che il frontone già da allora fosse chiuso, abbiamo infatti testimonianza del vicino tempio di Mater Matuta, databile al 2° quarto del VI sec. a.C., dunque più o meno contemporaneo al nostro, nel quale lo spazio frontonale risultava tale, con la rappresentazione di una gorgone fra due felini.

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(Fig.9 - Ricostruzione del frontone del Tempio di Mater Matuta)

Andando a guardare i frontoni presenti nell'iconografia numismatica ecco cosa possiamo vedere:

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(Fig.10 - Il frontone nelle monete)

Nelle monete di Volteio è rappresentata un'aquila che sorregge una saetta; Petillio, anche se meno definita, rappresenterà la stessa figura; Vespasiano rappresenterà il frontone come doveva essere realmente, in maniera piuttosto fedele; Tito e Domiziano avranno nel frontone due figure antropomorfe non identificabili con un disco fra di loro.

A rafforzare la tesi che il frontone di Vespasiano sia quello "definitivo", una volta che esso fu chiuso, c'è anche la rappresentazione del Tempio su di una lastra dell'arco di Marco Aurelio.

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(Fig.11 - Il frontone nella lastra di Marco Aurelio)

Dunque, la Triade Capitolina con due individui per lato che lottano.

Da notare è come nella moneta di Volteio le porte del Tempio fossero chiuse, dunque non identificabile, e si può supporre che lo spazio frontonale, in moneta, fosse stato utilizzato per "dare un nome" al Tempio, raffigurandovi il simbolo di Giove, simbolo che verrà riutilizzato anche da Petillio Capitolino al dritto della sua moneta, a rafforzare questa tesi.

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(Fig.12 - Crawford 487/2. - 43 a.C.)

Alla luce di queste considerazioni è comunque giusto porsi il problema se il frontone, fosse chiuso o aperto; ricordando il Tempio di Mater Matuta, il suo frontone chiuso fu un unicum dell'epoca oppure anche i Tarquini lo proposero per il Capitolium?.

6. LE RAPPRESENTAZIONI DEL TEMPIO CON RELATIVE INCONGRUENZE

Come abbiamo già avuto modo di vedere in alcune delle immagini precedenti, il Tempio, è stato raffigurato in pochissime occasioni e vista l'esiguità di queste, è giusto prenderle in considerazione più o meno tutte.

MARCO VOLTEIO

Marcus Volteius Marci Filius, così era scritto sulle prime monete di questa famiglia.

Si hanno veramente poche notizie a riguardo di questo personaggio, c'è chi pensa che potesse essere uno dei Quatrumviri monetali sotto Ottaviano, Lepido e Antonio, alla morte di Cesare, altri pensano a lui come un Questore delle province.

La moneta, datata al 78 a.C., ci dice, però, come egli stesse rappresentando il Tempio cinque anni dopo la sua distruzione a causa del primo incendio. Si può dedurre, quindi, che Volteio non avesse sott'occhio l'attuale forma della struttura, che ricordiamo essere stata conclusa nel 69 a.C.

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(Fig.13 - 78 a.C., Marcus Volteius - Crawford 385/1)

Come abbiamo detto in precedenza, abbiamo un tempio tetrastilo a porte chiuse, con scalinata d'accesso, frontone con aquila e saetta, acroteri ornati da due aquile e dalla quadriga e decorazioni sul fastigio; con più fantasia, queste ultime, possono essere interpretate come il riflesso del sole sulle tegole bronzee, che come sappiamo, dovevano già sormontare il tetto.

PETILLIO CAPITOLINO

Petillius Capitolinus, questa era la nomenclatura sulle monete.

Di lui abbiamo più notizie. Di stampo plebeo, si trattava di un magistrato incaricato di risanare il tempio di Giove Capitolino danneggiato dopo le guerre civili d'età cesariana. Accusato di aver sottratto la corona della statua di Giove, sacra e preziosissima, fu sottoposto a giudizio ed assolto, pare per i buoni uffici di Giulio Cesare e del futuro Augusto.

Le monete che ci presenta sono datate al 43 a.C., anno nel quale il Tempio non subì nessuna modifica rilevante.

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(Fig.14 - 43 a.C., Petillius Capitolinus - Crawford 487/1)

Esastilo, le porte non si intravedono, stilobate, aquile sugli acroteri laterali e quadriga su quello centrale; tintinnabula negli intercolumni.

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(Fig.15 - 43 a.C., Petillius Capitolinus - Crawford 487/2)

Esastilo, porte non visibili, scalinata d'accesso, aquile sugli acroteri laterali e quadriga su quello centrale, statue di Roma e Giove sul fastigio; tintinnabula negli intercolumni.

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VESPASIANO

Vespasiano una volta salito al potere si preoccupò di ricostruire il Tempio, come abbiamo già detto. La sua conclusione avvenne in soli sette anni.

Rappresentò il Tempio nel modo più fedele in assoluto, vista l'accuratezza dei dettagli e sempre nei soliti anni fece coniare a nome del figlio Domiziano altre due monete.

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(Fig.16 - 76 a.C., Vespasianus - RIC 577, BMC 721)

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(Fig.17 - 76 a.C., Vespasianus - BM R.3626)

Abbiamo un Tempio esastilo, con scalinata d'accesso, colonne corinzie e frontone decorato. Sul tetto abbiamo le solite aquile, insieme alla quadriga e alle statue di Roma e Giove; vi sono rappresentate anche le tegole. Ai lati del Tempio abbiamo due statue. Dentro le celle le statue di Giove, seduto e con scettro, Giunone e Minerva, in piedi e con scettro anch'esse.

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(Fig.18 - 76 d.C., Vespasianus - RIC II.1 491)

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(Fig.19 - 76 d.C., Vespasianus - RIC II.1 646)

TITO E DOMIZIANO

I due fratelli presenziarono ad un ultimo distruttivo incendio. Nell'80 d.C., come abbiamo già ricordato, Tito inizia a ricostruire il Tempio ma solo Domiziano riuscirà a finirlo solamente due anni dopo nell'82 d.C.

Le monete seguenti sono due cistofori, monete che dovranno avere anche una circolazione extra impero, dunque monete che devono rappresentarlo al meglio.

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(Fig.20 - 80-81 d.C., Titus - RPC 860)

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(Fig.21 - 82 d.C., Domitianus - RPC 867)

Tempio tetrastilo, scalinata d'accesso, statue della Triade Capitolina all'interno delle celle. Il frontone è decorato con una raffigurazione non meglio identificata; il tetto vede sorregge la quadriga e le statue di Roma e Giove.

MARCO AURELIO

L'unico altro resto ad oggi conosciuto riferibile al Tempio di Giove è la già citata lastra dell'arco di Marco Aurelio.

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(Fig.22 - Lastra dell'arco di Marco Aurelio)

Rappresentazione di un sacrificio antistante il Tempio di Giove Capitolino. Questo è rappresentato tetrastilo, con colonne corinzie e frontone identico alla precedente moneta di Vespasiano.

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Finiscono qua le rappresentazioni del Tempio di Giove e non senza problematiche difficilmente risolvibili.

Salta subito all'occhio come il Tempio sia rappresentato prima tetrastilo, poi esastilo e infine, di nuovo tetrastilo.

Partiamo con l'analizzare per prima la lastra di Marco Aurelio. A mio parere, in questo caso, l'autore si è preso una bella concessione, avendo poco spazio e dovendo rappresentare un grandioso Tempio. Se osserviamo attentamente la parte del tetto, dà quasi l'impressione di non voler finire in quel punto, quasi a ricordarci che è stato un espediente per poterlo rappresentare. Sempre sulla sinistra, si può notare come la parte apicale del tetto finisca già sulla cornice, rendendo impossibile ogni eventuale prolungamento.

Avendo trovato una possibile spiegazione per la lastra, non ci resta che provare a supporre il motivo della precedente incongruenza fra le monete Repubblicane e Imperiali riguardo al numero di colonne in fronte, partendo dal presupposto che nessuna fonte cita questo dato e che è da sempre stato dato come esastilo per il numero di setti longitudinali (6) ritrovati durante gli scavi. Poniamoci, dunque, delle domande.

a) Perché Volteio avrebbe dovuto rappresentare il tempio tetrastilo?

1. E' così che era il Tempio in età regia prima del primo incendio;

2. All'incisore mancava spazio per rappresentare l'intero tempio;

3. Volteio, essendo il tempio ancora in costruzione lo ha rappresentato in modo fittizio o comunque non completo.

Per quanto mi riguarda tendo ad escludere a priori la seconda ipotesi. I conii e le rappresentazioni in moneta erano molto elaborati all'epoca e ritengo che l'esclusione di ben due colonne sia da scartare.

Più probabile la terza ipotesi, l'unica che è appoggiata dalle fonti, sapendo, infatti, della distruzione del Tempio.

La prima ipotesi, ovviamente, non è suffragata da nessun dato archeologico o letterario ma potrebbe essere una possibilità a fronte della seconda domanda.

b) Perché Tito e Domiziano, dopo che Vespasiano rappresentò il Tempio in maniera impeccabile, riproposero esso tetrastilo?

1. E' così che ricostruirono il Tempio per la terza e ultima volta;

2. Non vi era spazio nella moneta per rappresentare le colonne laterali;

3. Il Tempio era ancora in costruzione ed è stato rappresentato in modo fittizio o comunque non completo;

4. Hanno voluto commemorare, a differenza del padre, i vecchi fasti del Tempio di età regia, a questo punto, tetrastilo.

Come prima mi sento di escludere la seconda ipotesi a priori. I conii dell'epoca erano superbi e i Cistofori, che addirittura dovevano circolare extra Impero (maggiore propaganda) erano di modulo piuttosto grande.

L'ipotesi uno, uguale, è da escludere, manca ovviamente il dato certo, ma senz'altro l'ultimo modello fu esastilo.

L'ipotesi tre, per quanto reale, non mi sembra appartenere al pensiero dell'epoca; si doveva commemorare la completa ricostruzione, inutile rappresentare solo parte di essa.

L'ipotesi quattro, per quanto sempre non suffragata da nessun dato è quella che mi consente di elaborare un pensiero più "connesso".

Sappiamo, infatti, che era una prassi piuttosto normale, il commemorare eventi contemporanei, con le stesse raffigurazioni con le quali furono commemorate in antico, un esempio fra tutti potrebbe essere la riproposizione della moneta di T.Carisius, con Moneta al dritto, in un Denario di Traiano.

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(Fig.23 - Confronto fra la moneta della Gens Carisia con quella di Traiano, commemoranti entrambi la coniazione e la Dea Moneta)

Accettando l'idea di un Tempio di età Regia tetrastilo si potrebbe anche pensare che la rappresentazione sul Volteio possa riferirsi al progetto di Silla per la ricostruzione del Tempio, progetto modificato in gran parte, poi, dal direttore dei lavori successivo, Catulo.

A fronte di queste precedenti possibilità si potrebbe arrivare a dire con estrema semplificazione che il Tempio in antichità fosse tetrastilo e solo successivamente venisse ricostruito esastilo. Qua, però, nasce l'equivoco, perché il passaggio di Dionigi di Alicarnasso, nel quale ci esplicita come il Tempio fu ricostruito tale e quale al precedente se non per i materiali impiegati, rende il tutto di non facile comprensione, dunque, se Dionigi ha detto la verità, non possiamo accettare il tempio tetrastilo, mentre se si è sbagliato, sì.

Si potrebbe anche dire che il momento tetrastilo del Tempio sia andato perduto e che riferimenti letterari ad esso siano andati persi o addirittura che la moneta di Volteio nient'altro sia che una semplice commemorazione ad un altro santuario/tempio dedicato a Giove (l'aquila e il fulmine in questo caso ci identificano il Dio a cui ci si riferisce).

E' ovvio, comunque, come senza nessun tipo di fonte si finisca nel campo delle ipotesi ma è anche giusto esporle per tenere aperte le porte su qualsiasi fronte.

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7. LA QUADRIGA E L'AQUILA

Come avrete avuto modo di leggere durante questa trattazione sul Tempio di Giove Capitolino uno dei punti fermi, nel quale più o meno tutti gli studiosi si trovano d'accordo, è la decorazione degli acroteri con le aquile ai lati e la quadriga al centro.

Non è compito di questo scritto entrare nel dettaglio riguardo ad essi ma è giusto spendere due parole.

LA QUADRIGA

La quadriga, dal latino quadri-, quattro, iugum, giogo, è un carro veloce trainato da quattro cavalli.

Su di essa sono rappresentati sin dal periodo classico i grandi eroi dell'antica Grecia e di Roma. Nella mitologia classica la quadriga è il carro degli Dei, guidata da Apollo, simboleggia il Sole ed è portatrice della notte.

Con essa gli uomini ottengono il trionfo, la fama e per questo verrà posta al di sopra delle più importanti strutture devote alla Vittoria, quali gli Archi di Trionfo.

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(Fig.24 - Nerone, Sesterzio, RIC I 147)

Floro ci dice, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I, 5.6:

Inde fasces, trabeae, curules, anuli, phalerae, paludamenta, praetextae, inde quod aureo curru, quattuor equis triumphatur, togae pictae tunicaeque palmatae, omnia denique decora et insignia, quibus imperii dignitas eminet, sumpta sunt.

Floro ci ricorda come tutti i simboli che contraddistinguevano il dignitario o l'alta carica istituzionale derivassero dai Tarquini e fra questi c'era la pratica di guidare un carro dorato trainato da quattro cavalli.

Durante la Repubblica un riassunto di ciò che simboleggiava la quadriga lo possiamo trovare sulle monete che presero il suo nome, i quadrigati.

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(Fig.25 - Quadrigato, RRC 28/3, 225-212 a.C.)

Possiamo vedere la classica quadriga, guidata da una Vittoria, con sopra Giove con scettro e saetta. Non è detto che una tipologia simile non possa essere stata in vetta al nostro Tempio, essendo la datazione di poco successiva alla sostituzione della quadriga del nostro edificio, che ricordiamo essere avvenuta nel 296 a.C.

La quadriga avrà successo sino all'epoca tardo imperiale ma non è questa l'occasione per ricordarne tutte le varianti.

L'AQUILA IMPERIALE

L'aquila, oltre ad essere uno dei simboli di Giove, fu uno dei più importanti segnacoli di Roma.

L'aquila legionaria fu introdotta da Caio Mario nel 104 a.C. ed accompagnava ogni legione; durante questo periodo sormontava un'asta e poteva essere in bronzo oppure argento.

A difenderla a costo della vita era un sotto ufficiale legionario, l'Aquilifer, una sorta di alfiere.

Con la riforma di Augusto l'aquila dovette essere forgiata solamente in oro per rendere ancora più evidente il compito di sorveglianza sulla coorte.

Perderne una in battaglia era considerato estremamente grave e in molti casi fu segno di gran vergogna e di ignominia.

L'aquila in moneta compare sin dagli albori, abbiamo esempi come rappresentazione di Giove:

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(Fig.26 - LX Assi - pentagramma, RRC 105/2, 209 a.C.)

Ce l'abbiamo rappresentata anche in mano all'Aqulifer, in questo caso rappresentato da Marte:

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(Fig.27 - Denario, Augusto, RIC I, 81, 19 a.C.)

Di estrema valenza simbolica, non stupisce il fatto di ritrovarla su numerosi monumenti, in special modo sugli acroteri, quasi ad implementare la "potenza" dell'edificio di fronte a possibili distruzioni sia di causa naturale che umana.

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8. IL CULTO NEL CAMPIDOGLIO

Dedicato alla Triade Capitolina, il Tempio, fu, però, conosciuto come Tempio di Giove. L'associazione di queste tre divinità non è ben chiara e si hanno pochi raffronti sia in ambito greco che etrusco.

Giunone e Minerva assicuravano il ricambio generazionale l'una e un ordine civile basato sull'operoso lavoro artigianale l'altra, mentre Giove, si preoccupava del volgere del tempo e del rapporto di Roma con le altre città.

In un ambito di politica espansionistica, Giove, risulta strettamente connesso con le guerre di conquista, sia con i riti che le precedevano, sia con l'eventuale trionfo finale.

Solo una Triade Capitolina è stata ritrovata integra nel tempo, ed è quella dell'Inviolata, ritrovata a Guidonia probabilmente del periodo antoniniano.

Essa ci rappresenta la triade con tutti i loro simboli che gli appartengono.

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(Fig.28 - Triade Capitolina ritrovata a Guidonia nel Parco dell'Inviolata)

Esempi della Triade vi sono anche in moneta, per esempio io questo Denario del 112-111 a.C.

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(Fig.29 - Triade Capitolina su di un Denario di Cornelio Blasio, RRC 296/1h)

Oltre al tempio in oggetto, sul Capitolium, sorgevano altri edifici dediti al culto; subito di fronte alla scalinata potevamo trovare l'altare, seguito dall'"Area Capitolina", una piazza che nel corso dei secoli si arricchirà di edifici e statue.

Ovviamente di tutti gli altri edifici abbiamo soltanto testimonianze letterarie e ricordiamo, Iuppiter Feretrius, voluto da Romolo, quello della Fides, voluto da Numa e un sacello della Fortuna Primigenia, costruito da Servio Tullio.

9. IL RUOLO DEL TEMPIO A ROMA

Per avere una visuale completa del Tempio di Giove, è giusto parlare, seppur a grandi linee, anche di ciò che esso rappresentasse a Roma.

Tutte le principali attività sacre e politiche dell'antica Roma, prendevano l'avvio, o si celebravano, al cospetto del Tempio di Giove.

I magistrati appena eletti e i generali in partenza per la guerra vi offrivano sacrifici propiziatori per il buon esito di ciò che si apprestavano a compiere; sempre al cospetto di Giove finivano i cortei trionfali al termine delle guerre.

Proprio qua davanti i consoli procedevano all'annuale leva militare e i giovani indossavano per la prima volta la toga.

Dal 366 a.C., poi, dal Tempio partiva e terminava la grande processione diretta al Circo Massimo, in occasione dei Ludi Romani, nella quale si portavano su carri le sacre immagini degli Dei, al quale tutte le alte cariche del momento vi partecipavano.

Si celebravano dal 12 al 14 Settembre e in seguito furono estesi dal 4 al 19; noti anche come Ludi Magni erano dedicati a Giove, proprio come ci ricorda Sesto Pompeo Festo ed erano stati istituiti, secondo la leggenda, da Tarquinio Prisco.

Sempre rivolti al Tempio sono i Ludi Capitolini, probabilmente istituiti da Furio Camillo, avevano scadenza annuale e i celebravano per ricordare la vittoria contro i Galli invasori, nel 389 a.C., che non riuscirono a raggiungere il Campidoglio, a dimostrazione della potenza del Dio Giove.

Secondo un'altra leggenda, questi giochi furono inventati da Romolo stesso.

10. CONCLUSIONI

Come premesso in anticipo, questo articolo non si prefiggeva nessuno scopo, se non quello di raccogliere il maggior numero di fonti possibili riguardanti il Tempio per congiungerle e confrontarle con le poche fonti iconografiche di cui siamo in possesso.

E' indubbio come in questo caso le monete siano di estrema importanza, essendo le uniche, oltre alla lastra di Marco Aurelio, a raccontarci la storia del Tempio, nel tempo.

Ho spaziato molto, e al momento di tirare le fila sono sicuramente finito nel campo delle ipotesi, a mio avvisto, necessario, visto che come ho già avuto modo di esprimere, tenere aperta ogni porta è sempre buona cosa.

Riguardo al lavoro in se per se non ho intenzione di esprimermi oltre, più di quanto non si sia compreso direttamente dal testo, lasciando a voi, cari lettori, anche il piacere di immaginarvi qualcosa in più e di farvene un'idea propria.

Mirko Romano

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11. BIBLIOGRAFIA

• Albertoni, M.; Damiani, I. (2008), Il tempio di Giove e le origini del colle Capitolino.

• Burnett, A.; Amandry, M.; Carradice, I. (1999) Roman Provincial Coinage.

• Carradice, I. A.; Buttrey, T. V. (2007), The Roman Imperial Coinage, vol.2 part 1: From AD 69 to AD 96: Vespasian to Domitian.

• Coarelli, F. (1984), Guida archeologica di Roma.

• Crawford, M.H. (1974), Roman Republican Coinage.

• Mattingly, H. (1976), Coins of the Roman Empire in the British Museum.

• Mura Sommella, A. (2009), "Il tempio di Giove Capitolino. Una nuova proposta di lettura", Annali della Fondazione per il Museo Claudio Faina 16: pp. 333–372.

• Riccio G. (1836), Le monete delle antiche famiglie di Roma fino all'imperadore Augusto.

• Ridley, R.T. (2005), "Unbridgeable Gaps: the Capitoline temple at Rome", Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma 106: pp. 83–104.

• Sutherland, C.H.V.; Carson R.A.G. (1984), The Roman Imperial Coinage.

12. FONTI LETTERARIE

• Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane.

• Floro, Bellorum omnium annorum DCC.

• Livio, Ab Urbe Condita.

• Plinio il Vecchio, Naturalis historia.

• Tacito, Historiae.

• Vitruvio, De architectura.

Le immagini delle monete provengono dal British Museum.

LINK ALLA PRECEDENTE DISCUSSIONE - LINK

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Ciao,

:clapping: discussione assolutamente eccellente, Mirko! :clapping:

E' praticamente una tesina ... altra laurea in vista?

Ciao

Illyricum

:)

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:D Grazie!

No no, niente laurea...esame (fatto a modo mio... oo) ).

Chi ha da dire qualcosa lo dica...la discussione è aperta...

Mirko :)

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Bellissima trattazione Mirko, è davvero difficile aggiungere qualcosa alla tua completissima disamina.

Dedicato alla Triade Capitolina, il Tempio, fu, però, conosciuto come Tempio di Giove. L'associazione di queste tre divinità non è ben chiara e si hanno pochi raffronti sia in ambito greco che etrusco.

In effetti di raffronti proprio non ce ne sono, l’associazione di queste tre divinità è infatti unica.

La triade arcaica Giove-Marte-Quirino era funzionalmente equiparabile alla triade iguvina Giove-Marte-Vofiono, ma l’associazione di Giove con Giunone e Minerva è propriamente romana, o meglio, diviene tipica della concezione repubblicana.

Nella triade pre-capitolina è rintracciabile un’ideologia attinente al periodo regio, ove Giove governava per tramite dei due “re”, Marte, il padre e, secondo l’assimilazione romulea, Quirino, il figlio. Agli albori della repubblica la forma triadica venne tuttavia sostituita e Giove iniziò a ricoprire un ruolo funzionale diretto, senza mediatori e mediazioni ed il suo tempio capitolino divenne il simbolo della Roma universale... ed il tuo lavoro lo mette bene in evidenza :).

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Complimenti per l'esaustiva e particolareggiata trattazione, ricca di spunti interessanti e corredata dall'opportuna bibliografia. Ho soprattutto ammirato l'impostazione metodologica e l'acuta capacità di sintetizzare un argomento complesso e, come ben si sa, al centro di una bibliografia alquanto litigiosa.

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Nel ringraziarvi ancora per le vostre belle parole e per i vostri contributi, aggiungo qualcosa anche io.

Un paio di chicche niente male.

La prima è la trascrizione di un'epigrafe che ci ricorda come, sovente, venissero appese delle tabule nella parte posteriore del Tempio.

In questo caso siamo in presenza di un diploma militare di epoca neroniana.

ex tabula aenea quae fixa est

Romae in Capitolio post aedem Iovis O(ptimi) M(aximi) in basi Q(uinti) Marci Regis pr(aetoris)

La seconda, invece, oltre ad avere un'immagine è una chiara testimonianza della nostra Triade Capitolina.

ọvi O(ptimo) Ṃ(aximo)

Iunoni Reg(inae)

Minervae

ob restitutio=

nem Capitoli

Ordo spl(endidissimus) Flor(entinorum)

d(ecreto) d(ecurionum)

Ritrovata a Firenze, in prossimità del Municipio, è attualmente conservata al Museo Archeologico.

E' una base in marmo scolpita a scalpello.

L'iscrizione è stata datata nella forchetta cronologica che va dal 50 d.C. al 200 d.C.

L'iscrizione commemora il restauro del Campidoglio (fiesolano?fiorentino?) sotto la supervisione della curia fiorentina. La datazione ricopre questo periodo prolungato perché sappiamo che il Tempio ebbe due fasi: la prima, quella della costruzione, a metà primo secolo, mentre la seconda in periodo adrianeo.

Rimane, comunque, interessante la concomitanza di due Templi della Triade sopra il Campidoglio delle rispettive città.

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Mirko

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