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      Aggiornamento   15/10/2017

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LA LIBBRA ETRUSCA

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acraf

LA LIBBRA ETRUSCA

Prima di cercare di capire meglio la possibile metrologia delle monete etrusche, ritengo utile aprire una lunga parentesi sui sistemi ponderali usati dagli Etruschi e avere alcuni spunti di riflessione in attesa dell’arrivo del Corpus di Vecchi.

Un buon punto di partenza è quello di raccogliere i vari pesi sicuramente etruschi con i relativi dati di provenienza e di datazione.

Già nel 1890 Gianfranco Gamurrini aveva pubblicato uno scritto dal titolo “Della libbra etrusca”, basandosi su una stadera rinvenuta entro un pozzo nel territorio di Chiusi e su due lingotti del peso rispettivamente di 205 e 250 g, arrivando a dedurre una unità di 202 g, a base del sistema ponderale etrusco. I risultati del Gamurrini furono favorevolmente accolti dal mondo accademico.

Peccato che aveva preso una cantonata!

Il Franken, nel 1993 (Zur Typologie antiker Schnellwaagen, in: Bonner Jahrbücher CXCIII, pp. 60-120) dimostrò (a p. 114) che la stadera chiusina era di età bizantina…...

Nei successivi 100 anni non sono stati compiuti studi specifici sui pesi e i sistemi ponderali venivano desunti direttamente dalle monete, con esiti spesso incerti o contradditori.

Solo grazie agli studi di M. Cattani (Il sistema ponderale in Marzabotto, in: Ann. Ist. It. Num. XLII, 1995, pp. 21-70; I pesi in pietra dell’Etruria padana, in: Pondera 2001, pp. 89-94) e soprattutto di A. Maggiani (La libbra etrusca. Sistemi ponderali e monetazione, in: Studi Etruschi, LXV-LXVIII, 2002, pp. 163-199; La libbra etrusca. Addenda, in: Studi Etruschi LXXIII-MMVII, 2009, pp. 135-147) è ora possibile avere adeguati dati sui pesi metallici e in pietra per formulare anche valide ipotesi.

Per meglio capire la natura dei materiali presi in considerazione, riassumo sotto i dati presi dai due importanti studi del Maggiani (ai quali rimando per maggiori dettagli), riprendendo anche le relative immagini (anche se scansionate da fotocopie e non dai testi originali e quindi con qualità più scadente).

Per quanto riguarda i pesi metallici:

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1) Reggio Emilia, Musei Civici, inv. n. 1752.

Bronzo cm. 7,7 (H) x 4,5 (L max) – peso g. 358

Corpo a forma di anfora e con gancio di sospensione configurato a protome di anatra.

Trovato nel “Pozzo del centro” di S. Polo (il sito più importante della Valle dell’Enza), è un peso da stadera o da libra (e non piuttosto da groma). Il suo contesto archeologico è fine V - prima metà del IV sec. a.C.

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2) Chianciano Terme, Museo Civico archeologico

Bronzo con nucleo in piombo cm 68 (H) – peso g. 265,82

Bifronte femminile (Menadi), con lineamenti giovanili e diadema. L’anello di sospensione risulta consumato, assumendo forma di mezzaluna. Rinvenuto a Chianciano negli scavi del 1986-87, in un’area ristretta assieme a frammenti di un frontone di tipo chiuso e vari materiali in parte riferibili ad arredi e donari di un vicino santuario. Datazione: IV secolo a.C. (non avanzato).

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3) Chianciano Terme, Museo Civico archeologico

Bronzo con nucleo in piombo cm 80 (H) – peso g. 578,63

Bifronte differenziato (da un lato, maschile imberbe = Satiro; dall’altro lato, femminile = Menade), con lineamenti giovanili. Rinvenuto insieme al precedente a Chianciano negli scavi del 1986-87. Datazione: IV secolo a.C. (non avanzato).

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4) Collezione privata USA

Piombo piriforme cm 3,9 (H) – peso g. 143,9

La forma allude probabilmente a un fiore in boccio e sul corpo corre una iscrizione di dedica (con alfabeto di tipo “capitale”, tipico della fine IV – prima metà III sec. a.C.)

ecn : turce : laris : thefries : espial : atial : cathas

L’alfabeto e soprattutto la menzione alla divinità Catha, della quale è accertato un santuario a Tarquinia, fanno propendere a una provenienza dall’Etruria meridionale.

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5) Roma, Museo di Villa Giulia, inv. n. 121561

Bronzo con nucleo in piombo cm 10 (H) – peso g. 734,87 (senza secondo anello: g. 716,28)

Di forma perfettamente ovale, con grosso anello di sospensione, al quale è stato rozzamente adattato un secondo anello, forse al momento della dedica al santuario. Trovato a Cerveteri, S. Antonio, in uno strato di scarico formatosi alla base della rupe che limita da sud-est l’area del santuario etrusco.

Sul corpo corre una iscrizione in 10 righe, di difficile lettura (e poco visibile nella foto). Il Maggiani ha fornito la seguente lettura (e a fianco riporto l’apografo della 6a riga, la più interessante):

post-7204-0-90124500-1356199752_thumb.jp

L’alfabeto è del tipo “ceretano” e la forma molto aperta delle lettere fa pensare al IV sec. a.C. oppure all’inizio del III sec. a.C.

La 6° riga indica verosimilmente il peso in libbre dell’oggetto donato e il numero IIC significa 2,5 (per cui il peso della singola libbra, senza il secondo anello, dovrebbe essere 716,28 : 2,5 = 286,51).

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6) Firenze, Museo Archeologico

Bronzo cm 4,2 (H) – peso g. 113,66

Di forma campaniliforme, trovato a Ponte Gini (Lucca) su livelli superficiali della seconda fase di vita del sito: tardo IV – inizi del III sec. a.C.

Più recentemente (2009) il Maggiani ha espunto questo peso in quanto non etrusco, ma romano, corrispondendo esattamente a 100 scrupoli romani. Nello stesso sito di Ponte Gini sarebbero stati trovati altri due grandi pesi incompleti e del tipo a bauletto, oggi andati perduti, che sembrano manufatti romani.

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7) Roma, Museo di Villa Giulia

Bronzo cm 1,1 (H) x 1,2 (base maggiore) x 1 (base minore) – peso g. 11,465

Di forma troncopiramidale su base quadrata, trovato a Cerveteri, S. Antonio (stesso sito del peso n. 5), ma sul fondo delle scale verso un vano ipogeo, riempito da scarico omogeneo di materiali di copertura e terrecotte architettoniche nonché da frammenti ceramici che non scendono oltre gli ultimi decenni del VI sec. a.C. (datazione a cui apparterebbe anche il peso).

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8) Firenze, Museo Archeologico, inv. n. 230428

Piombo e bronzo cm 4,3 (H) x 3,8 (L max) – peso g. 315,41

Di forma sferoidale in piombo lievemente compressa nella parte inferiore, con anello di sospensione in bronzo. Quasi al centro del corpo, cavità praticata volontariamente per la ricalibratura del peso. Sulla calotta superiore, una incisione a V.

Proviene da Follonica, loc. Rondelli, dai livelli di vita di un abitato, accanto a un’area di riduzione del ferro elbano, tra tardo VI – primi decenni del V sec. a.C.

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9) Firenze, Museo Archeologico

Piombo e bronzo cm 3,5 (H) x 3,6 (L max) – peso g. 277,50

Di forma sferoidale in piombo lievemente compressa nella parte inferiore, con anello di sospensione in bronzo. Si notano due vaste depressioni, la prima di forma vagamente circolare (nella parte superiore) e la seconda di forma allungata (nella parte inferiore), ambedue causate da intenzionale asportazione di metallo fino al preciso aggiustamento del peso. Una ulteriore piccola asportazione è avvenuta accidentalmente in epoca recente nella parte inferiore.

Proviene da Pian D’Alma (Vetulonia), dai livelli di vita di una fattoria etrusca trado arcaica, con materiali databili tra la seconda metà del VI e metà del V sec. a.C.

L’autore ha cercato di ricostruire il peso originario dell’oggetto nelle due diverse fasi di utilizzazione:

  1. Fase più antica.: peso calcolato = g. 317,9
  2. Fase più recente: peso calcolato: g. 287 ca.

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10) Volterra, Museo Guarnacci, inv. n. 3606

Bronzo cm 0,35 (H) x 0,2 (L max) – peso g. 28,92

Corpo a forma di anforetta con spalla piatta, ventre conico e grosso bottone terminale; largo anello di sospensione. Provenienza sconosciuta. Per la vaga somiglianza col peso n. 1 si propone una cronologia tra V e IV sec. a.C.

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11) Isola del Giglio - Campese

Piombo cm 6,4 (H) x 3,4 (L max) – peso g. 352

Forma troncopiramidale su base esagonale, privo dell’appiccagnolo in filo bronzeo. Al pezzo è concrezionata dietro una piccola freccia di bronzo.

Proveniente da un relitto (poi identificato essere una nave etrusca) vicino l’isola, risalente ai primi decenni del VI sec. a.C. Apparentemente dallo stesso relitto sono stati ricuperati altri due pesi, dei quali però manca ancora una documentazione

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12) Campassini

Piombo cm 7,2 (H) – peso g. 109,65

Forma troncopiramidale allungata, con lacunoso anello di sospenzione.

Trovato a Campassini (Colle Valdesa, Siena) nella Fossa A, di fine VIII – inizi VII sec. a.C. In realtà questo esemplare potrebbe anche trattarsi non di un peso campione, ma piuttosto di un peso da rete (perpendiculum): in ogni caso appare interessante la sua antichità (è il più antico fra i pesi presi in considerazione).

(Continua)

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acraf

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13) Populonia

Piombo cm 3,6 (H) x 7 (diam. base) – peso g. 894,70

Forma troncoconica, con base leggermente incavata.

Proviene dal quartiere industriale di Populonia (Poggio della Porcareccia), raccolto negli scavi del 2005/2006 in uno strato ben datato alla fine del IV – inizi III sec. a.C.

IL SISTEMA PONDERALE

Il primo passo è ovviamente quello di cercare se esiste una relazione semplice tra i diversi pesi metallici sopra descritti.

Intanto c’è da prendere in considerazione i pesi n. 2 e 3 per la loro provenienza da un contesto unitario (Chianciano), senza dimenticare che il pezzo più leggero risulta anche più usurato dell’altro, con perdita di metallo. Si vede chiaramente che il peso n. 3 è a peso pieno e la sua esatta metà (578,63 : 2 = 289,31) porta a un peso leggermente superiore (di ca. 20 g), ma forse corrispondente al peso n. 2 nella sua integrità.

Questo valore può essere ulteriormente ritoccato a g. 287 ca. per uguagliarlo al peso n. 9 e per collegarlo col peso n. 4 nel rapporto 2:1 e col peso n. 10 nel rapporto di 1:10. Si giustificherebbe allora la sequenza:

Peso n. 7: g. 11,465…….….……1/25

Peso n. 10: g. 28,92……….…….1/10

Peso n. 4: g. 143,9……...….....…1/2

Peso n. 2: (g. 287 ca.)……….…..1

Peso n. 9 B: (g. 287 ca.)….……..1

Peso n. 3: g. 578,62……...………2

Peso n. 5: g. 716,28…………..….2,5

Si può constatare come il valore di una libbra etrusca leggera di ca. g. 287, più esattamente di g. 286,5, corrisponda alla mezza mina del talento babilonese d’argento.

Questo sistema, detto anche persiano (dal Sambon) o microasiatico (dalla Breglia) si diffuse già nella prima età del Ferro nell’isola di Cipro e lì in Occidente mediante migrazioni levantine e fenicie e fu alla base dello statere d’argento di g. 11,46 (pari a 1/25 della mezza mina della serie leggera di g. 286,5). Il mezzo statere naturalmente pesava g. 11,46 : 2 = 5,73.

Esiste poi un’altra serie di pesi fra loro in correlazione, che fanno intravvedere una diversa libbra, che può essere definita libbra etrusca pesante di g. 358,125 (1,25 volte più pesante della precedente). Infatti abbiamo un’altra sequenza:

Peso n. 1: g. 358…………….………1

Peso n. 5: g. 716…………………….2

Questa particolare libbra si ritroverà nella vicina Populonia nel corso del V secolo a.C., come meglio vedremo in seguito.

In realtà la situazione ponderale nel mondo etrusco è assai più complicata, se vogliamo prendere in considerazione anche i pesi in pietra, molto più comuni e rinvenuti soprattutto nell’Etruria padana (oltre 60 esemplari nella sola Marzabotto, ai quali vanno aggiunti quasi una ventina di pezzi trovati in altri siti padani), talvolta anche con incisi dei segni di valore (talora pure diversi nei due lati del peso). Sfruttando i dati già raccolti dal Cattani, il Maggiani ne ha integrati altri (cumulando anche i pesi in metallo) e finora (nel 2009) ha individuato almeno 11 sistemi o standard ponderali (da I a XI), che possono essere riassunti nella seguente sua tabella:

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Ovviamente qui il discorso è assai complesso e variegato e, come già accennato, esistono pesi in pietra che recano due distinti numerali, come il seguente, che proviene da Marzabotto, del peso di g. 1432 e che reca su un lato il segno IIII (tre aste verticali più una quarta orizzontale) e sull’altro il segno X. Esso risale al V sec. a.C.

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Se X indica che il peso veniva diviso per 10, si avrebbe 1432:10 = 143,2 g.

Se IIII era per dividere il peso per 4, il risultato darebbe 1432:4 = 358 g.

E’ interessante osservare che il primo risultato porta allo standard III della summenzionata tabella, mentre il secondo risultato porta allo standard VII (e già visto in precedenza definito come “libbra etrusca pesante”).

La grande varietà di sistemi ponderali a Marzabotto, che può essere meglio desunta negli studi pubblicati del Maggiani, è probabilmente legata alla natura di questa città “carovaniera”, centro di vivaci scambi commerciali sia verso l’Etruria vera e propria sia verso la Padania e varie aree dell’Italia orientale e adriatica, ognuna con una propria specificità.

E’ possibile che tra il sistema etrusco, di base decimale, e quello italico-orientale, di base duodecimale, si fossero create delle correlazioni, come quelle individuate dal Maggiani nel 2009:

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Solo nel III secolo a.C. si affermerà definitivamente in Italia il sistema della libbra romana originariamente di g. 327,45.

(Continua)

Modificato da acraf
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acraf

LE EMISSIONI ETRUSCHE COL SEGNO DI VALORE

Una volta individuate le possibili varie scale ponderali, resta il problema di come confrontarle con le emissioni etrusche, almeno quelle non sicuramente già gravitanti ormai nell’orbita della monetazione romana (seconda metà del III secolo a.C.).

Intanto le prime emissioni etrusche, o forse più propriamente coniate da comunità focesi in Etruria e sotto controllo di Populonia, risalgono a fine VI sec. a.C. – inizio V sec. a.C. e sono quelle già accennate da Aulisio nell’apposita discussione:

http://www.lamoneta.it/topic/76470-far-west/

Riaccenno che furono emesse due serie:

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- Hippolektryon a d o a s. / Quadrato incuso (pesi 0,85-1,33, con media 1,01 su 26 es. noti) (Catalli 1).

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- Testa di Gorgone / Quadrato incuso (pesi 0,40 – 0,65 g, con media 0,53 g su 13 es. noti) (Catalli 2).

Appare evidente un rapporto tra di loro di 2:1 e risultano tagliate nel piede microasiatico dell’emistatere g. 5,76 (la moneta maggiore è pari a 1/5 di tale moneta). Questo piede si ritrova nel peso n. 7 di Cerveteri, di fine VI secolo a.C., che è pesante come lo statere microasiatico di 11,46 g, del quale pertanto costituirebbe un peso campione.

Successivamente lo stesso antico piede ponderale microasiatico, con statere ed emistatere, si ritrova, intorno alla metà del V secolo a.C., nelle emissioni a nome thezi, forse di area vulcente (ossia vicino Volcei).

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- Gorgone di corsa /Ruota (con o senza il nome thezi) (pesi 9,25-11,62 g, con media di 10,95 g su 10 es. noti) (Catalli 4a-b).

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- Sfinge seduta / Testa maschile e thezi (pesi 5,23-5,35, media 5,25 g su 4 es. noti) (Catalli 3).

(Continua)

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acraf

A questi si deve aggiungere un altro statere, però a nome lethze (non lo stesso del precedente!), del quale apparentemente esistono solo due esemplari (di Londra, 9,39 g, e di Parigi, che riproduco, anche se stranamente ignoto al Catalli, di 8,56 g), con i tipi testa di vitello e lethze / Ippocampo a d. (Catalli 5)

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Il peso di quest’ultimo statere appare leggermente più basso di quello di thezi e non è ancora possibile definire meglio la relativa metrologia (che forse in realtà non è diversa).

Tornando allo statere di piede microasiatico, dal momento che nel mondo antico i rapporti tra oro e argento erano nell’ordine di 1:15 e tra argento e bronzo di circa 1:125, se proviamo a moltiplicare questo statere di 11,46 g per 125 vediamo che corrisponde a 1432,5 g di bronzo, esattamente il peso della nota pietra di Marzabotto e che quindi valeva 10 volte la libbra di 143,25 (Standard III di Maggiani e 5 volte la libbra etrusca leggera di 286,5 g (Standard IV di Maggiani).

Nel corso del V secolo esistevano scambi commerciali anche con la prospera Atene, dalla quale gli Etruschi importavano anche merci come i famosi vasi attici.

Come lo statere microasiatico di 11,46 g poteva essere scambiato con lo statere (o didramma) euboico-attico di 8,74 g?

Per risolvere la questione e quindi rendere a quei tempi possibili gli scambi e i conteggi si applicava la seguente equazione:

3 emistateri microasiatici = 2 stateri attici

oppure

3 stateri microasiatici = 4 stateri attici

gli scarti da tali calcoli sul peso delle monete erano molto piccoli (al massimo nell’ordine di pochi decimi di grammo)……

In ogni caso alcune emissioni etrusche, forse ancora entro la fine del V secolo, risultano essere coniate direttamente sul piede euboico-attico, come il Cinghiale (peso 15,69 – 16,67, media 16,15 su 6 esemplari) (Catalli 6) e la famosa Chimera, forse emessi a Populonia (peso da 16,32 a 16,67 su 5 esemplari) (Catalli 7):

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Queste monete probabilmente corrispondono a una quantità di bronzo pari a 2148,75, equivalenti a 6 libbre pesanti di g. 358,125.

Vediamo ora un’emissione, forse del IV secolo a.C., di zecca incerta ma generalmente attribuita a Lucca (o a Pisa), del peso medio di 10,89 g (su intervallo di 10,42-11,27 su 12 esemplari, ma ci sono esemplari simili, con testa barbuta, che arrivano anche a 11,43 g) (Catalli 94-95):

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Notiamo che dietro la testa c’è il segno 5 in etrusco. Se dividiamo il suo valore per 5 (11,4 : 5) otteniamo una unità di conto pari a g. 2,28. Il peso corrispondente al bronzo, con cambio a 1:125 arriva a quasi g. 286,5.

Ossia questo didramma d’argento con il segno del valore 5 era uguale a 5 libbre etrusche leggere di g. 286,5.

Se passiamo a una moneta d’oro di Volsinii, nota in unico esemplare di 4,67 g (Catalli 88) e con tipologia che richiama molto strettamente la monetazione campano-neapolitano del IV secolo a.C. troviamo che ha vicino al collo della testa virile il segno XX. All’etnico al rovescio leggiamo Velpapi in alfabeto etrusco di IV secolo.

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Dividendo 4,67 per 20 abbiamo una unità di conto in oro di 0,23 g. Il peso corrispondente dell’argento, al solito cambio di 1:15 risulta pari a g. 3,45. Quello del bronzo equivalente, con cambio a 1:125, è pari a g. 431,25. Colpisce la forte vicinanza con la libbra di 429,75 grammi, che è alla base dello Standard X di Maggiani, attestato da pesi in pietra di Marzabotto…… Quindi questo aureo col valore 20 era uguale a 20 libbre di g. 429,75.

Esiste comunque una correlazione tra questo Standard ponderale e la più comune libbra etrusca leggera di 286,5: infatti 429,25 è esattamente 1,5 volte 286,5. Quindi l’aureo in questione è anche uguale a 30 libbre di 286,5.

Alla stessa serie appartiene anche un rarissimo aureo con testa virile / cane e valore 5 col peso massimo di 1,15 (Catalli 89). Facendo gli stessi conti in proporzione si arriva al medesimo risultato e quindi valeva 5 libbre di g. 429,75 (oppure 7,5 libbre di g. 286,5).

Per varie emissioni etrusche del IV secolo a.C. è possibile applicare ragionamenti come sopra e ritrovare la libbra etrusca di riferimento. Quindi in questi casi esiste la probabiltà che nelle emissioni etrusche il segno del numerale, quando presente, serviva a indicare NON il numero degli assi come nelle monete romane dopo la riforma denariale, bensì il numero delle libbre etrusche di riferimento.

(Continua)

Modificato da acraf

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acraf

Purtroppo un vero attentato all’intelligenza umana (e con sicuro ricorso a un antiemicranico come il Moment) è il caso di Populonia, la cui produzione monetaria è la più ricca e varia nel mondo etrusco e dove la situazione si presenta assai complessa e di non facile comprensione.

Prendiamo il famoso statere di Populonia con il segno X sotto il Gorgone, come quello rinvenuto a Prestino e già oggetto di una discussione nel forum:

http://www.lamoneta.it/topic/99261-moneta-etrusca-di-prestino-como/

Esso ha il peso teorico di 8,59 g.

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Se seguiamo il ragionamento del noto studioso belga ribassista Marchetti, basato sull’asse romano, la bassa quantità di bronzo equivalente al valore della moneta d’argento di Populonia comportava necessariamente il riferimento a una fase avanzata del processo di riduzione del peso dell’asse di Roma.

Quindi il didramma con segno di valore X, del peso teorico di g. 8,59 corrisponde, con cambio 1:125, a una quantità di bronzo pari a g. 1074, ossia l’unità di conto valeva g. 107,4 di bronzo, equivalente a 1/3 di libbra romana di g. 327. Essa sembra dunque riferibile a una riduzione trientale (in piena seconda guerra punica secondo la “Middle theory” di scuola crawfordiana).

Tuttavia esistono forti perplessità per attribuire tale moneta al periodo annibalico, anche a prescindere dal dato archeologico di Prestino.

E’ molto verosimile che la produzione di Populonia abbia coperto un arco di tempo assai più lungo, forse a partire almeno dal tardo V secolo a.C. e il grosso della produzione si sia svolto nel corso del IV e anche III secolo a.C.

Secondo me bisogna cambiare la prospettiva e provare a capire meglio la metrologia di Populonia in un diverso contesto, come quello del V-IV secolo, quando in Etruria era ancora prevalente l’influenza del sistema microasiatico e tenendo presente che gli Etruschi ragionavano secondo un sistema decimale.

Un punto di partenza per un diverso ragionamento è dato dalla particolare monetazione in oro. Raggruppando le varie serie in oro con rovescio liscio, comprese quelle con la famosa testa di leone con fauci spalancate, è possibile riscontrare valori di:

- 50 (con peso massimo attestato di 2,82 g) (Catalli 15a, 16, 17, 18);

- 25 (con peso max. di 1,43 g) (Catalli 15b, 19, 20);

- 12,5 (con peso max. di 0,76 g) (Catalli 15c, 21);

- 10 (con peso max. di 0,57 g) (Catalli 22, 23, 24, 25, 26).

Resta assai incerta l’autenticità del pezzo col valore 100.

post-7204-0-98400900-1356205416_thumb.jpaureo di 50

post-7204-0-42182200-1356205441_thumb.jpaureo di 25

post-7204-0-85381200-1356205459_thumb.jpaureo di 10

E’ agevole riscontrare come questi pesi siano basati sul piede di 5,73, cioè il piede microasiatico sul quale fino a questo momento era coniata quasi tutta la monetazione d’argento di Etruria.

Se un aureo con valore 50 pesava teoricamente 2,865 significava semplicemente che col valore 100 doveva pesare appunto 5,73 g. Ne deriva ovviamente che il valore di una unità d’oro in tutta la serie doveva essere sempre 0,0573 g.

L’unità corrispondente in argento doveva essere 0,0573 x 15 (conoscendo il rapporto oro:argento pari a 1:15) ossia 0,8595 g.

Se una moneta d’argento di Populonia portava il valore X, come quella che abbiamo già visto, e pesava circa 8,59 g, appare evidente che valeva appunto 10 volte 0.859 g.

Era quindi un sistema di conteggio schiettamente locale, assai diverso e molto più antico rispetto a quello vigente in altre città etrusche che hanno battuto moneta e a Roma stessa.

La particolarità di Populonia è che in questo caso il numerale non doveva indicare, come nelle altre città etrusche, un determinato numero di libbre di bronzo.

Il rapporto tra lo statere con valore X e la libbra etrusca in bronzo era che la moneta d’argento con X valeva esattamente 3 libbre etrusche pesanti di 358 (= 1074:3) (Standard VII di Maggiani).

E’ quindi possibile che nel corso del IV secolo a.C. (e la produzione di stateri con X non fu probabilmente costante, ma con vari intervalli temporali, che possono anche giustificare una certa variabilità stilistica osservata su queste monete) fossero in vigore agevoli sistemi di cambio tra le monete etrusche di diverse città-stato.

La parità può essere calcolata sulla base del bronzo equivalente.

Così un didramma populoniese col segno X corrispondeva a 3 libbre pesanti (e a 3 + ¾ libbre leggere) e uno statere segnato 5 di Lucca? corrispondeva a 5 libbre leggere (e a 4 libbre pesanti), il rapporto di cambio tra le due monete doveva essere di 4:3, ossia 3 monete di Lucca? si cambiavano con 4 monete da 10 di Populonia.

Esistono quindi precisi rapporti tra le monete d’argento dei due sistemi e il bronzo; questo rapporto si esprime in libbre di bronzo, ma naturalmente in libbre etrusche e non romane.

Il Maggiani ha provato a ricostruire il sistema populoniese nei tre metalli, tra fine IV – inizio III secolo a.C. secondo i rapporti riportati nella seguente tabella (dove sono riportati l’unità di conto, il valore ponderale teorico/il valore ponderale massimo attestato. Tra parentesi la numerazione Sambon).

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A un certo momento, nel corso del III secolo, il sistema populoniese subisce una drastica trasformazione. Il valore del didramma fu rivalutato, passando dal valore X al valore XX. Questo significa che la moneta metallica era ora apprezzata del doppio.

Lo stesso fenomeno avvenne anche a Roma, con la riduzione semilibrale.

Una delle questioni fondamentali della numismatica etrusca è quella di stabilire il momento di tale riforma metrologica populoniese e la sua possibile connessione con quella romana. Molto meno verosimile è un’altra ipotesi che connette la riduzione populoniese alla riforma monetaria del tiranno siracusano Dionisio I, all’inizio del IV secolo (ipotesi di Cristofani e Vicari).

Appare evidente come a questo punto il problema della moneta etrusca si intrecci sempre più con quello della moneta romana, anche se bisogna tenere sempre presente che le due monetazioni, etrusca e romana, erano indipendenti, ma con crescenti necessità di procedere a una parificazione fra loro.

Apparentemente nello stesso periodo forse a Pisa fu coniato un didramma con i tipi Anfora e XX, peso teorico 22,92 g (Catalli 96) e Polipo e X, peso teorico 11,46 g (Catalli 97). Appare evidente che ancora una volta i due centri etruschi, Populonia e Pisa emisero monete con segni simili ma di peso diverso. In ogni caso sussisteva lo stesso rapporto 4:3 e cioè 4 didrammi con XX di Populonia si cambiavano per 3 didrammi con X di Pisa oppure 8 didrammi con XX di Populonia si cambiavano con 3 doppi didrammi con XX di Pisa.

E quale poteva essere il rapporto tra Populonia e Pisa con la moneta romana che iniziava a diffondersi anche in Etruria?

960 unità d’argento (ovvero 48 didrammi con XX) di Populonia e 180 unità d’argento (ovvero 9 didrammi con Polipo e X) di Pisa si cambiavano con 160 assi semilibrali di Roma.

Il vero nocciolo della questione è ora di stabilire quando avvenne la riforma semilibrale di Roma: se anteriore alla prima guerra punica come sostiene la scuola tradizionalista (rialzista) oppure all’inizio della seconda guerra secondo la “Middle theory”…..

Se la tradizione letteraria depone a favore della teoria rialzista, servono ulteriori dati archeologici, dopo quelli famosi di Morgantina che hanno molto spinto a favore delle teoria “middleniana”.

Il Maggiani ha accennato all’interessante rinvenimento di Ponte Gini, nell’area del Lago di Bientina, in Lucchesia. Il deposito archeologico testimonia due principali fasi di occupazione:

  • la prima, riferibile alla fine del IV secolo a.C. o ai primi decenni del III sec. a.C. (ed è quella che ha restituito il peso bronzeo n. 6, anche se questo è ora definito un peso romano, di 100 scrupoli);
  • la seconda riferibile invece alla metà – terzo quarto del III sec. a.C.

Negli strati della seconda fase fu ricuperato un ricco gruzzolo di nominali di argento e di bronzo di emissione etrusca, romana, punica, campana (G. Ciampoltrini, L’insediamento etrusco nella Valle del Serchio tra IV e III sec. a.C., Considerazioni sull’abitato di Ponte Gini di Orientano, in Studi Etruschi LXII, 1996 (1998), pp. 173-210).

Si tratta di un importante ritrovamento in quanto vi furono rinvenuti due didrammi di Populonia con XX, piuttosto fruste, segno di una prolungata circolazione e quindi risalenti forse a qualche decennio prima.

Importante è anche il ripostiglio di Gattaiola (Lucca), formato da nominali d’argento tagliati sullo stesso standard della serie ridotta di Populonia: l’associazione stratigrafica con ceramiche laziali e sud-etrusche ne fissa la circolazione nell’ambito del primo quarto del III sec. a.C. (G. Ciampoltrini, Le monete etrusche del Romito di Pozzuolo (Lucca), in Rivista Italiana di Numismatica XCIV, 1992, pp. 28-31).

I dati archeologici rivelano quindi, con ragionevole certezza, che le emissioni etrusche ridotte a XX comparvero nella prima metà del III secolo a.C.

Mancano ancora ragionevoli o simili certezze cronologiche per la datazione dell’asse semilibrale romano, ossia se è possibile attribuirlo anch’esso a fine IV – inizio III secolo a.C. e non al tempo della prima guerra punica (ca. 260 a.C.).

(Continua)

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acraf

CENNI SULLA MONETAZIONE FUSA ETRUSCA

Prima di concludere questa incompleta carrellata sulla monetazione etrusca (ci sarebbero ancora tanti casi specifici da esaminare) si dovrebbe accennare al fatto che alcune città etrusche non coniarono mai in metallo nobile, ma solo monete in bronzo fuso, il cui valore corrisponde al suo contenuto in metallo.

Quindi in questo caso gli Etruschi seguono lo stesso modello dei Romani, ma le basi ponderali devono essere ricercati nei sistemi ponderali indigeni.

Nel caso di Tarquinia esistono tre serie:

  • La I (Catalli 62) ha l’asse di peso medio di g. 293,26;
  • La II (Catalli 63) con l’asse medio di g. 358, 125;
  • La III (Catalli 64) con l’asse medio di g. 262.

La serie II coincide con la libbra etrusca pesante di g. 358,125 (Standard VI di Maggiani). Le serie I e III sembrano l’una superare di poco e l’altra essere un poco ridotta rispetto alla libbra etrusca leggera di 286,5 g.

L’utilizzazione di due distinti piedi ponderali attende ancora una logica spiegazione, ma probabilmente è legata a diversi contesti storici, comunque entro la seconda metà del IV secolo a.C. E’ interessante osservare che nel 351 a.C. Tarquinia aveva sottoscritto con Roma una tregua quarantennale, che può avere agevolato tali emissioni.

Anche a Volterra furono emesse tre serie:

  • La I (Catalli 72) con l’asse medio di g. 146,58;
  • La II (Catalli 73) con l’asse medio di g. 147,16;
  • La III (Catalli 74) con l’asse medio di g. 132,26.

Le prime due serie rispecchiano la riduzione a metà (semilibrale, g. 143,25) della libbra etrusca leggera di 286,5. Invece la terza serie non riporta a uno specifico Standard, ma forse semplicemente a una ulteriore lieve riduzione dello stesso piede precedente.

La situazione dell’Etruria interna appare piuttosto complessa, per la presenza di molteplici piedi ponderali e per la difficoltà di ubicare le città emittenti, che comunque sembrano essere nel comprensorio della Val di Chiana.

Le serie fuse con la Ruota (e quelle coniate parallele) sembrano essere almeno otto e per Catalli erano probabilmente tutte prodotte da un solo centro da localizzare nell’Etruria settentrionale interna, tra Arezzo, Cortona e Chiusi, più probabilmente ad Arezzo.

Giustamente Maggiani ha notato che le serie appaiono iconograficamente differenziate e ponderalmente distinte.

Secondo lui si dovrebbero distinguere tre gruppi.

  1. il gruppo con il tipo della Ruota a 6 raggi (Catalli 75-79). Questo gruppo annovera all’interno 3 emissioni pesanti e 2 più leggere:
  • La serie Catalli 76, con asse medio di g. 192,58, sembra essere la versione semilibrale dello Standard VIII (teorici 382, 17);
  • La serie Catalli 75, con asse medio di g. 180,96 e
  • La serie Catalli 77, con asse medio di g. 174,28, sembrano essere la versione semilibrale dello Standard VII (teorici 358,28, ossia la libbra etrusca pesante);
  • La serie Catalli 78, con asse medio di 150,98 e
  • La serie Catalli 79, con asse medio di 148,28, sembrano essere o un indebolimento del precedente piede oppure il riallineamento semilibrale dello Standard IV (teorici 286,5 ossia della libbra etrusca leggera), anche se il peso reale è situato leggermente più in alto.

La zecca di questo gruppo andrebbe assegnato ad Arezzo.

  1. il gruppo con il tipo della Ruota arcaica (Catalli 80-81 annovera all’interno 2 emissioni di peso simile:
  • La serie Catalli 80, con asse medio di g. 142,8, e
  • La serie Catalli 81, con asse medio di g. 141,74, sembrano essere tagliate quasi esattamente sul piede semilibrale della libbra leggera di 286,5 (che si ritrova con i pesi n. 2 e 3, trovati a Chianciano).

Pertanto Maggiani propone che questo gruppo sia stato prodotto a Chiusi.

  • L’ultima emissione, con aruspice e arnesi sacrificali (Catalli 82), con asse medio di 176,64, rimanda al piede semilibrale della libbra pesante di 358,125 (con una differenza di soli 5 grammi!).

Per questa serie viene proposta la zecca di Cortona, che ebbe una notevole fioritura ellenistica.

LE MONETE CONIATE DI BRONZO DI POPULONIA E VETULONIA

Rapidamente concludo che le monete di bronzo coniate dalle due città che hanno avuto in precedenza monete in oro e argento, risultano essere trienti, sestanti e once, apparentemente di peso pieno.

Sulla base dei dati ponderali è possibile individuare una possibile riduzione:

  • quadrantale (Populonia: Catalli 42, 45, 47, 48);
  • sestantale (Populonia: Catalli 41, 43, 44, 46; Vetulonia: Catalli 66-69);
  • onciale (Populonia: Catalli 49)

Mi scuso per il formato delle immagini: le innovazioni della piattaforma mi hanno sorpreso.

Finalmente adesso mi fermo, a prendere fiato, e auguro a tutti Buon Natale e Felice Anno Nuovo!

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Vincenzo

Complimenti al buon Acraf per aver intavolato tale interessantissima discussione, su un argomento spinosissimo ma fondamentale in un serio studio numismatico.

Mirabile la parte relativa all'aggancio fra nominali etruschi e riforma semilibrale romana.

Quest'ultima secondo la "tradizione" è da fissare in una data prossima al 289 a.C. e con termine, a seconda delle varie scuole, nel 269 a.C., quando ebbe inizio la riforma trientale(Mommsen, Babelon, Grueber, Garrucci) o qualche decennio prima se nel 269 a.C., si ebbe la riduzione sestantale(Breglia, Stazio, Panvini Rosati).

Secondo la teoria "middle", la riduzione semilibrale si ebbe intorno al 225 a.C.(Thomsen, Crawford).

Il ripostiglio di Gattaiola(Lucca) fornisce una risposta abbastanza chiara, considerata anche la precisione con cui viene ormai datata la ceramica laziale ad esso associata e contemporanea.

In base ad esso sarei portato a concludere che l'emissione etrusca appartenga al primo quarto del III secolo a.C. e la riduzione semilibrale a un periodo anteriore alla metà del III secolo a.C., probabilmente essa è avvenuta nel primo quarto del secolo III a.C., comunque lontano dalla data proposta dai "middleniani" del 225 a.C..

Buon Dies Natalis Solis Invicti Omnibus.

Vincenzo.

Modificato da Vincenzo

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Claudio I

Interessantissimo e molto chiaro il lavoro di acraf. grazie.

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L. Licinio Lucullo

Complimentissimi ad Acraf, Molto chiaro ed molto interessante.

Mirabile la parte relativa all'aggancio fra nominali etruschi e riforma semilibrale romana.

Ho letto che Secondo Panvini Rosati, le tre serie di Velathri (Volaterrae) sono basate su un asse di 151 g seppur tradizionalmente datate 230-220 (dopo la sottomissione a Roma), sono forse i più antichi aera grava e risalgono alla fine del IV secolo - inizi del III.

Modificato da L. Licinio Lucullo

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Vincenzo

Complimentissimi ad Acraf, Molto chiaro ed molto interessante.

Ho letto che Secondo Panvini Rosati, le tre serie di Velathri (Volaterrae) sono basate su un asse di 151 g seppur tradizionalmente datate 230-220 (dopo la sottomissione a Roma), sono forse i più antichi aera grava e risalgono alla fine del IV secolo - inizi del III.

Potrebbe essere...

Vincenzo.

P.S. Complimenti Licinio per l'ottimo lavoro che stai facendo nella sezione "romano repubblicane".

Ti dovrebbero affidare ad honerem la funzione di curatore.

Modificato da Vincenzo

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acraf

Mi dimenticavo di segnalare che sono disponibili in italiano tre studi effettuati da Haeberlin (tutti sulla Rivista Italiana di Numismatica, due nel 1910 e uno nel 1911, quindi oltre 100 anni fa) sulle “Basi metrologiche del sistema monetario più antico dell’Italia Media”. Essi costituiscono in ogni caso un punto di partenza per un serio studio metrologico sull’antica Italia centrale.

http://incuso.altervista.org/docs/singoli/RIN1910-HAEBERLIN_E__J_____Le_basi_metrologiche_del_sistema_monetario_pi___antico_dell_Italia_Media-13.pdf

http://incuso.altervista.org/docs/singoli/RIN1910-HAEBERLIN_E__J_____Le_basi_metrologiche_del_sistema_monetario_pi___antico_dell_Italia_Media-20.pdf

http://incuso.altervista.org/docs/singoli/RIN1911-HAEBERLIN_E__J_____Le_basi_metrologiche_del_sistema_monetario_pi___antico_dell_Italia_Media-7.pdf

Personalmente sono convinto che molto probabilmente è esistito un “sistema ponderale madre” dal quale sono derivati i vari sistemi di uso locale, che dovevano essere rimasti, almeno per buona parte, in collegamento fra loro mediante determinati rapporti (anche frazionari).

Si può chiedersi perché il sistema ponderale romano avesse delle peculiarità e difformità rispetto ai vari sistemi in uso nell’Etruria (e anche in altre regioni italiche).

Molto probabilmente per la definizione di questa libbra romana hanno concorso diversi elementi, condizionati dalla maggiore vicinanza con la cultura greca, specialmente in Campania (anche a seguito dell’alleanza con Neapolis).

A differenza degli Etruschi, i Romani, pur essendo in parte discendenti da essi, scelsero subito il frazionamento duodecimale anziché decimale, in questo probabilmente appunto a causa della maggiore influenza greca, con metrologia basata sul sistema duodecimale.

Infatti i frazionali più comuni della moneta greca (ad esempio di piede euboico-attico), il dracma, erano il diobolo (1/3 di dracma), l’obolo (1/6 di dracma) e l’emiobolo (1/12 di dracma).

Il sistema decimale sopravvisse in Sicilia, a causa del forte contatto tra i coloni greci e le popolazioni indigene dell’isola, con la creazione della litra (1/5 di dracma) ed emilitra (1/10 di dracma). Tuttavia il sistema frazionario in bronzo basato sulla litra, espressa in onkiai, risulta seguire ancora il sistema duodecimale (1 litra = 12 onkiai), grosso modo come i Romani, con l’asse diviso in 12 unciae.

I Romani avevano una propria specifica unità ponderale, detta scrupulum (del peso di 1,137 g

http://it.wikipedia.org/wiki/Scrupulum

E’ interessante osservare come il peso n. 6 (vedi post #1), trovato a Ponte Gini (Lucca) pesasse esattamente 100 scrupoli ed è ora definito manufatto romano e non etrusco…..

In realtà anche la libbra romana NON fu una sola, ma si ebbero diverse libbre romane in base al contenuto in scrupoli.

Una libbra romana pesava 341,10 g, corrispondente esattamente a 300 scrupoli e molto vicina ma non identica al Sistema VI di Marzabotto), ma la libbra romana per antonomasia pesava 327,46 g, ossia pari a 288 scrupoli.

Uno può chiedersi perché i Romani abbiano scelto un numero inusuale in scrupoli (288) e non un numero intero (300) per creare la propria libbra di bronzo.

Il motivo, come in genere, è semplice.

I Romani sentirono la necessità di trovare un punto d’incontro tra la propria moneta e quella greca, in particolare attica (piuttosto che quella Etrusca, che era abbastanza marginale e con diffusione locale).

La scelta di 288 scrupoli permetteva di rendere equivalente la libbra romana a 1/80 del talento attico, con conseguente divisione per 12 senza dover usare la “virgola decimale” che i Romani non conoscevano.

Ci sono particolari frazioni che noi avremmo espresso con la virgola decimale, come ad esempio 2,5, ma per questi i Romani avevano un proprio sistema di scrittura, come ad esempio IIS (appunto per indicare 2,5).

Ma ovviamente un sistema (duodecimale) era tanto più efficiente quando meno si doveva ricorrere alla virgola decimale.

Il vecchio sistema di 300 scrupoli non era efficiente. Infatti se si prova a dividere per 24 si ottiene 12,5.

Se invece si divide 288 per 24 si ottiene un 12 perfetto, e così via…..

E questo spiega perché a un certo momento l’asse libbrale originario romano pesasse 327,46 g.

Le successive svalutazioni semilibrale, trientale, quadrantale, sestantale, unciale e semunciale hanno riguardato questa originaria libbra, il cui asse quindi scendeva rispettivamente a 144 scrupoli (163,73 g), 96 scrupoli (109,15 g), 72 scrupoli (81,86 g), 48 scrupoli (54,57 g), 24 scrupoli (27,29 g) e 12 scrupoli (13,64 g), mantenendo però sempre una buona divisibilità per 12.

Ecco spiegata la fortuna della libbra romana, non spiegabile solo con la fortuna militare di Roma, ma anche per la sua “versatilità” anche nei confronti della moneta greca che si andava a conquistare.

Varie “sovrapposizioni” tra la moneta romana e quella greco-attica possono essere meglio viste osservando la struttura della moneta siracusana al tempo del re siracusano Ierone II, fedelissimo alleato di Roma, ma questo è un altro complesso argomento.

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magdi

Discussione molto bella ed interessante che, purtroppo, non sono ancora riuscito a finire di leggere; ringrazio Acraf per l'approfondimento!

Ciao, Magdi

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acraf

Sono consapevole della prolissità, che si nota anche a proposito dell'altra discussione su Ariminum, e mi scuso, ma la materia è molto complessa e richiede attenzione e un approccio che non può essere superficiale.

Capisco che gli internettiani amino avere rapidi flashes e brevi frasi (magari fatte) per inquadrare tutta una materia, ma talvolta purtroppo bisogna tornare alla vecchia attenta lettura per poter rielaborare vari concetti. Solo così si può crescere culturalmente.

Il bello è che potete prendere tutto il tempo che volete e avete pagine nero su bianco per meditare con calma.

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g.aulisio

Concordo con Alberto. Ci sono cose che necessitano il loro tempo. L'estrema sintesi, in alcuni casi, nello specifico quando si ha che fare con soggetti complessi, si traduce inevitabilmente in banalizzazione e superficialità.

Dissento con lui sul fatto di attribuire questa pessima abitudine (chiamiamola cosi') ad internet.

Io credo che sia un po' frutto dei tempi: sulla carta stampata non va molto meglio.

Comunque siamo off topic. :)

Modificato da g.aulisio

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