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Una seconda serie commemora invece la battaglia di Cos, anche in questo caso mediante una raffinata simbologia: oltre all'aplustre e alla rosa, già visti, troviamo il granchio (simbolo dell'isola di Rosi) e il diadema slacciato (simbolo di una regalità infranta, quella - appunto - dei Rodiensi) https://numismatica-classica.lamoneta.it/moneta/R-I4/54 punti
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Siccome ultimamente ho sentito varie volte questa domanda, vorrei dare una mia opinione: non esiste una regola aurea per stabilire il giusto prezzo di una moneta in quanto tale valore (potenzialmente) può cambiare in qualunque momento per un’infinità di motivazioni. Ad esempio, ci sono alcune categorie di monete che vanno più o meno di moda in un determinato periodo. Guardate, ad esempio, la svalutazione generale subita dalle lire della Repubblica. Viceversa, ultimamente, sono estremamente ricercate le alte conservazioni e anche monete ritenute comuni o poco rare spuntano aggiudicazioni impensabili fino a pochi anni fa. Anch’io ho il catalogo Gigante e posso assicurare che, in alcuni casi, le valutazioni dei FDC sono sottostimate rispetto al reale andamento del mercato. Quindi non è sempre vero che nei cataloghi i prezzi sono “gonfiati”... Quindi come fare? Come si capisce se si sta comprando ad un buon prezzo? Ci vuole, semplicemente, esperienza. Bisogna, innanzitutto, puntare ad una certa monetazione e studiarla, osservare l’andamento dei prezzi su eBay o, ancora meglio, le aggiudicazioni nelle aste e, infine, frequentare periodicamente i convegni e i mercatini. Questa è la base. Dovete avere pazienza nel fare acquisti e, soprattutto, sapere quello che si sta comprando. L’affare della vita o la botta di culo verranno forse un giorno ma bisogna essere preparati. Se, invece, volete comprare “alla cieca”, dovete assumervene i rischi...4 punti
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La discussione penso sia giunta al suo termine naturale, io sparo l'ultima cartuccia.... Poi ho finito.4 punti
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Bravi @lorluke e @Gallienus avete risposto magistralmente ad una domanda che in realtà non ha una vera risposta. Il "colpaccio" è praticamente impossibile farlo ( Totò diceva: "Accà nisciuno è fesso!" ed i venditori non sono fessi nè un ente benefico ). L'importante è appunto studiare il proprio settore e seguire le vendite e le Aste che sono il termometro della situazione. Aggiungerei anche che è fondamentale un pò di "faccia tosta" e contattare direttamente il Venditore, proponendo uno sconto (ad esempio del 30%). In qualche caso la proposta viene accettata e quindi si compra una moneta a prezzo equo. Chiedere non costa nulla, al massimo ti dicono di "No" ? Ciao Beppe3 punti
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Quando in Italia quasi 40 anni fa usciva il 200 lire "giornata mondiale dell’alimentazione", in India, per lo stesso evento, fu coniato in alluminio questo spicciolo per la comune circolazione. 10 paise 19813 punti
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Concordo su tutto. Anche un ottimo catalogo come il Gigante inoltre, che per l'area italiana è a mio parere il migliore in assoluto, non è ugualmente curato in tutte le sue parti, anche perché delle varie sezioni si occupano persone differenti. La monetazione napoletana è per esempio molto curata e affidabile, mentre la monetazione pontificia presenta numerosi errori e imprecisioni. Anche le valutazioni seguono queste dinamiche: alcune sono costantemente aggiornate, mentre altre riproposte pedissequamente anno dopo anno (e non solo per l'immobilità del mercato). Ne deriva che MEDIAMENTE le valutazioni reali di mercato corrispondono circa al 50-60% del valore di catalogo, ma in alcuni casi sono di molto inferiori (penso alla Repubblica, dove alcune monete sono tranquillamente reperibili al 10% del prezzo di mercato), mentre in altri casi vengono pagate cifre pari al prezzo pieno di catalogo, o anche superiori (come per le altissime conservazioni del regno). In alcuni (rari) casi, infine, vi sono monete grandemente sottostimate (penso ad alcune monete siciliane), o alle quali si attribuiscono valutazioni anche se non presenti sul mercato (come le valutazioni per le conservazioni MB e BB per i pezzi vaticani degli anni 1943-1946: un 2 lire di quegli anni in BB viene valutato 30 euro, ma su che basi dato che non ne esistono?).3 punti
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Dipende tutto dalla definizione che vuoi dare al termine Patina …. è comunque una trasformazione della superficie originale della moneta sia per asportazione che rideposito del metallo ( fenomeni caratteristici che si vedono bene sulla superficie di questa moneta, come anche quei canyon frastagliati scuri, che una corrosione chimica non produce) … Certamente è differente dalla cristallizzazione tipica delle patine in spessore, ma pur sempre modificazione naturale nel tempo… Con il passare del tempo tende a formare una sua colorazione tipica ulteriore, che passando dal giallo oro man mano scurisce e prende toni verdosi misti al giallastro marroncino, tipici. Cordialmente, Enrico3 punti
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Partecipo anch'io a questa discussione con quella che ritengo la meno bella in assoluto nella mia raccolta da cui, nonostante sia veramente distrutta, non riesco a separarmi. Si tratta di un 5 centesimi per le Colonie Francesi di Luigi Filippo del 1841, i pezzi del 1841 sono stati coniati per la colonia di Guadalupe e anche per la provenienza così lontana questo pezzo nonostante tutti i difetti (il colpo al bordo più deturpante che abbia mai visto?, la pulizia sconsiderata fatta da parte di un precedente proprietario, e addirittura una crepa al rovescio oltre all'abbondante usura da circolazione ma vabbè è il male minore quella) ha per me grande fascino.3 punti
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Bruto e Cassio furono subito identificato come l'anima della rivolta contro Cerare e il cesarismo, i protagonisti del tirannicidio. Ma erano due persone molto, molto diverse. Quinto Servilio Cepione Bruto, figlio di Servilia (donna bellissima oltre che spregiudicata, amante di lunga data di Gaio Giulio Cesare), nato "Marco Giunio Bruto" e poi adottato, era un idealista, forse addirittura fuori dal tempo. Animato da sentimenti nobilissimi praticava l'oratoria, studiava la filosofia e amava la musica. Devoto agli dei, era particolarmente affezionato ad Apollo Delfico. Apprezzato dalle truppe, amato dagli amici, ammirato dalla nobiltà, persino i nemici trovavano impossibile odiarlo. Soprattutto, perseguiva la libertà, a ogni costo; ebbe a dire, un giorno, che "È meglio, in verità, non comandare nessuno che servire qualcuno: perché senza comandare è concesso vivere onestamente, in servitù non c'è possibilità di vivere". Personalmente non ne stimo l'immagine che ci è stata tramandata: mi sembra più un pazzo pericoloso, che un nobile eroe tragico; ma è un'idea soggettiva. Indubbiamente, però, doveva suscitare ammirazione per la sua pretesa di integrità morale, ancorché probabilmente folle. Arrivò alle Idi di marzo intimamente lacerato: fra la riconoscenza per Cesare che l'aveva graziato, e l'odio per Cesare che aveva sfruttato sessualmente sua madre; fra il timore di entrare in azione, e la vergogna per i dileggi che apparivano sulle mura della città ("Tu non sei un vero Bruto", "Oh se Bruto fosse vivo!", "Bruto tu dormi"); fra la ripugnanza per l'omicidio e l'anelito per una "libertà" aristocratica ormai spentasi. "Kai su, teknon?" gli disse in faccia il grande Cesare ("anche tu, figlio?", in Attico), prima di arrendersi ai suoi colpi2 punti
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Posto la mia, molto meno bella delle altre. Noto 2 caratteristiche: il conio è decentrato. La seconda è che sembra esista un puntino dopo la "L" del maestro di zecca, ma penso sia dovuto al "conio sporco". Un ultima considerazione: noto molte varianti nella Corona ( in pratica è differente in quasi tutte le monete postate ). Mi piacerebbe sapere la vostra opinione. Grazie Saluti a Tutti, Beppe2 punti
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Questi aurei introducono, nei tipi, una propaganda cui i cesaricidi resteranno fedeli sino alla disfatta: il busto di Libertas e il tripode di Apollo Delfico La Libertas era, ovviamente, la dea della libertà, in nome della quale era stato ucciso Cesare e per la quale si apprestavano ora a combattere contro Antonio e Ottaviano. Una libertà molto diversa da come la intendiamo oggi, una libertà aristocratica: la possibilità, per i nobili (e solo per loro), di suddividersi di anno in anno il potere supremo sull'Urbe. il tripode sormontato da calderone, allusione ad Apollo, dio della profezia, cui i tirannicidi avevano chiesto protezione nella loro disperata lotta. Cassio, peraltro, era un membro dei quindecemviri, collegio sacerdotale incaricato della custodia dei libri sibillini; di Bruto sappiamo che l’ultima parola con cui esortò le truppe prima dello scontro di Filippi fu appunto “Apollo”2 punti
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Ecco un altro grosso tirolino della zecca di Merano. La descrizione è praticamente identica alle precedenti, tranne che per il giglio che divide la legenda del rovescio. Di gigli si parla nell'articolo di Mosca postato poco sopra da @Fratelupo e questo è un altro esemplare coniato già dagli Asburgo (vedi Rizzolli vol. 2). Arka Diligite iustitiam2 punti
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Ti hanno rapinato. Monete come questa si trovano sulle bancarelle, nei mercatini di antiquariato e cianfrusaglie varie. Mi meraviglio che ci fanno pure l'asta su rottami del genere. D'altronde, prima di avventurarsi, consiglio sempre di farsi un giretto, proprio nei mercatini o meglio ai convegni numismatici, e vedere,vederee toccare tante monete, senza comprare. Scambiare pareri con altri collezionisti. Solo per esperienza. Questo è il modo migliore per non farsi fregare dal primo venuto. un saluto Ps: è meglio darci del tu, il lei allontana (e mi fa sembrare più vecchio di quello che sono).2 punti
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Scusa tutti, ma a volte quello che per noi è ovvio per altri non lo è.. questo porta a volte a rispondere in una maniera "secca" ... non vuol però dire che le persone che frequentano il forum non siano gentili, ma devi considerare che qui sono in tanti che dedicano tempo avendo in cambio molte volte neppure un "grazie", questo porta sul lungo periodo a "perdere la pazienza" ... In questo difficile periodo, poi, la pazienza a volte viene utilizzata in altre situazioni...2 punti
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Premesso che servirebbero foto migliori per poter vedere meglio lo stato della moneta, il tuo testone , come ben detto da Michele , e' da considerarsi raro Per quanto riguarda una valutazione di massima, per una conservazione che si attesta sul BB, il suo valore oscilla intorno ai 300-330 euro......fermo restando che non abbia difetti non visibili da queste foto (tracce di montatura per intenderci) Discorso diverso , per cio' che riguarda il valore, nel caso questa moneta fosse stata sullo splendido (non e' il tuo caso dalle foto)......in conservazione SPL infatti questa moneta avrebbe avuto un valore di 2 volte e mezzo la cifra sopra citata per un BB2 punti
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La data si riferisce al fatto che l'hanno classificata asse anonimo sestantale, RRC 56/2, cioè questo: https://numismatica-classica.lamoneta.it/moneta/R-B7/2 Io non concordo con questa classificazione. È teoricamente possibile, ma pesa troppo poco e il disegno non mi sembra coerente. Domani dal computer cerco di vederla bene. Sicuramente posso confermarti che è un asse della Repubblica2 punti
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Infatti.... nel Manuale le Piastre a differenza del passato, sono state invertite, prima la capelli lisci e poi la ricciuta..... mi accorsi della sequenza, oltre ad esserci anche la documentizione del perchè una prima e l'altra dopo...... C'è pure scritto.....2 punti
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questa la mia Il Fornari aveva casa a Maggiate Superiore (frazione di Gattico)2 punti
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Un'altra scoperta unica dall'antica città di Viminacium - l'urna di sepoltura di uno gnostico. Qualche anno fa, gli archeologi serbi guidati dal professor Miomir Korać, direttore del Viminacium Project, scoprì una tomba di mattoni alla necropoli romana, che conteneva urna di sepoltura fatta di piombo. L'urna conteneva resti umani bruciati e monete romane dal III secolo d.C. Fino a poco tempo fa non erano sicuri di chi appartenesse questa urna, ma ora hanno un'ipotesi interessante. Ciò che rende questa urna così unica sono i simboli - rombo suddiviso in mezza freccia sulla superficie superiore del coperchio e stelle a 8 punti e palme sui lati dell'urna. Questi simboli assomigliano a quelli utilizzati dai seguaci dello gnosticismo, sistema di idee mitiche e filosofiche che fiorirono all'inizio della nostra epoca in Medio Oriente, in Palestina, Siria, Egitto... I ritrovamenti di oggetti appartenenti alla Gnostica al di fuori dell'area del Mediterraneo orientale e del Medio Oriente sono rari e questa bara di piombo è unica non solo in Serbia, ma in Europa. Ma questo non è l'unico (possibile) oggetto gnostico di Viminacium, dato che finora pochi anelli con simboli gnostici sono stati trovati in altre tombe. Questa urna e ipotesi che porta simboli gnostici saranno presto pubblicati in un libro dedicato a Viminacium. Vediamo quale sarà la reazione di altri esperti, archeologi e storici. Viminacium era antica città romana, situata vicino a Kostolac nella Serbia orientale. Era la capitale della Media Superiore ed era il campo base della Legione Claudia. Era una città romana fortificata in cui vivevano circa 30.000 persone. Le sue necropoli risalgono ad un periodo compreso fra IV secolo a.C e il IV secolo d.C., e costituiscono ancora oggi il più grande cimitero romano al mondo. Infatti, gli archeologi serbi hanno ritrovato più di 14.000 sepolture e tombe contenenti oltre 30.000 oggetti di corredo funerario. Questo sito archeologico che si estende su un’area di 450 ettari fino ad oggi è stato indagato solo per il 2%, ma gli archeologi stimano addirittura che sotto il terreno ci sia materiale per i prossimi 300 anni di scavi. Tratto dal sito FB: Archeoserbia SCOPERTA SENSAZIONALE IN SERBIA : TROVATI I RESTI DI UNA IMBARCAZIONE ROMANA Sensazionale, unica ed incredibile...così Miomir Korac, co-fondatore del progetto #Viminacium ha definito questa scoperta. Si tratta dei resti di una imbarcazione romana facente parte di una flotta di diverse tipologie. L'ultima ad essere stata ritrovata si trova ad una profondità di 8 metri sepolta da sabbia e argilla di quello che un tempo era un alveo fluviale. Solo un mese fa ne era stata ritrovata un'altra sempre in legno oltre ad una ancora di ferro. Quello che resta dell' imbarcazione si è preservato grazie a specifiche condizioni anaerobiche e alta umidità. È stato confermato che si tratta di una nave fluviale a fondo piatto estremamente ben conservata, con un ormeggio per l'albero ausiliario della vela. La parte conservata della nave ha una lunghezza di 9,5 metri e gli archeologi ritengono che fosse lunga fino a 15 metri, con un massimo massimo di 2,70 metri. Il tipo di nave stesso ha elementi che non sono cambiati in modo significativo nel corso dei millenni, quindi i risultati non possono essere datati in questo modo, afferma Korac, aggiungendo che finora non sono stati trovati artefatti per indicare l'appartenenza, l'origine o la datazione della nave. Per questo occorrerà l'ausilio di un Team interdisciplinare :.. - ''Se le analisi mostreranno che si tratta di una nave romana, bizantina o medievale, o di una nave di un periodo preistorico molto precedente, è già chiaro che questa scoperta occuperà un posto speciale nella già notevole offerta del Parco Archeologico Viminacium, come unica scoperta nella nostra regione'' - ha sottolineato Korac. Viminacium fu una delle più importanti città romane e campi militari dal primo al quarto secolo. All'interno e intorno alla città, che si estendeva per 450 ettari, furono scoperti un anfiteatro, edifici monumentali, piazze, strade, bagni, un ippodromo ... Le imbarcazioni sono state ritrovate durante i lavori di estrazione del carbone, poiché tutta l’area dell’antica Viminacium è situata sopra enormi giacimenti di carbone. Molti dei più importanti ritrovamenti archeologici in Serbia sono avvenuti durante questi lavori, ma l’aspetto negativo di questa vicenda è che la maggior parte dell’area archeologica di Viminacium andrà perduta proprio a causa dell’intensa attività di estrazione. I resti dell'imbarcazione tra gli strati di limi (sopra) e ghiaie e fanghi fluviali (sotto). Visione d'insieme dello scavo e degli strati. Tratto dal sito FB Georadar Italia e https://mediterraneoantico.it/articoli/news/unantica-flotta-romana-ritrovata-in-serbia/ Ciao Illyricum2 punti
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Salve a tutti. Quest’oggi volevo proporvi una nuova discussione “trasversale”, dato che l’argomento di cui andremo a trattare ci permetterà di spaziare in situazioni storiche e numismatiche dal Mezzogiorno al Settentrione della nostra penisola. Anche questa volta, al centro del nostro dibattito troviamo un sovrano napoletano della dinastia francese degli Angioini, Roberto d’Angiò (1309-1343), autore di una coniazione molto particolare ed estremamente rara che merita di sicuro un approfondimento. Ecco la descrizione del pezzo in esame: Gigliato. D/ + ROBERTUS • DEI GRA IERLM • ET SICIL • REX Robertus Dei gratia Ierusalem et Siciliae Rex. Roberto, per la grazia di Dio, Re di Sicilia e Gerusalemme. Il Re coronato, seduto frontalmente su di un trono con protomi leonine ai lati, tiene nella mano destra lo scettro gigliato e nella sinistra il globo crucigero. R/ + IPPETUU CU SUCCESSOIB DNS TRE PRATI In perpetuum cum successoribus dominus Terrae Prati. Signore in perpetuo della Terra di Prato con i suoi eredi. Croce piana ornata, con le estremità fogliate, accantonata da quattro gigli. CNI XI, p. 345, n° 1 (tav. XXII, n° 4). AR 3,90 g. e 27 mm. (esemplare della Collezione Reale, già ex Collezione Gnecchi, n° 3515). Un altro esempio trovato in rete, dal peso dichiarato di 3,78 g.: Si sa benissimo oramai che il gigliato fu una moneta ampiamente accettata in molti luoghi diversi tra loro, non solo d’Italia, ma anche d’Europa e addirittura fu imitata e scambiata nelle zecche e negli Stati dell’Oriente Latino. Tale fama scaturisce dalla bontà della lega utilizzata per la coniazione di queste monete, molto più ricca di fino rispetto ad altri nominali, non solo italiani, che si potevano trovare in circolazione all’epoca. Era, se vogliamo, una specie di “dollaro” d’argento del Basso Medioevo, utilizzato per i commerci locali nel Regno di Napoli, ma anche per quelli di più vasta portata, tant’è che si sviluppò un vero e proprio giro d’affari intorno all’imitazione del gigliato napoletano o robertino, come veniva chiamato per via del sovrano che lo fece diventare così celebre e ben accetto. Non ci si sorprende, quindi, di trovare una moltitudine di gigliati che si differenziano anche molto da quelli coniati a Napoli durante il regno di Roberto d’Angiò, ma il gigliato “pratese” ha avuto sempre un ruolo molto particolare nella numismatica non solo napoletana, ma italiana in generale, per via della sua esimia rarità, ma soprattutto per i risvolti storici che tale moneta potrebbe rivelare. E allora è il caso di vedere meglio le circostanze storiche che portarono alla realizzazione di questo strano pezzo. Innanzi tutto occorre spiegare perché la definizione di “pratese”. La caratteristica peculiare risiede proprio nella legenda di rovescio, ampiamente sciolta e tradotta in fase di descrizione. In pratica, Roberto d’Angiò, oltre che Re di Napoli, veniva riconosciuto anche come signore della Terra di Prato, la città toscana in provincia di Firenze. Il privilegio signorile si estendeva anche ai suoi eredi, quindi, dopo la morte del sovrano angioino, i suoi successori avrebbero beneficiato della signoria di Prato. Come si configura storicamente un tale potere? Come arrivò Roberto d’Angiò a detenere i diritti su città così lontane da Napoli e dal suo Regno, coinvolte in ben altre realtà politiche? E, soprattutto, come si giunse alla coniazione di una moneta, il gigliato, appunto, che per stile e standard ponderale rientra perfettamente nei meccanismi economici napoletani, ma che è di più difficile inserimento in quelli toscani? Dobbiamo pensare ad un’Italia divisa tra due principali fazioni: i Guelfi, sostenitori del partito filo-papale, e i Ghibellini, favorevoli invece nel riconoscere all’Imperatore di Germania un potere temporale superiore a quello della Chiesa di Roma. L’autorità imperiale, inoltre, voleva anche consolidare la propria influenza in Italia, ormai solo un ricordo rispetto a ciò che era stata nel corso del XIII secolo o anche prima. Gli scontri tra le diverse fazioni nelle città dell’Italia settentrionale portarono i liberi comuni ad indebolirsi per i dissidi e le divisioni interne: sia Firenze che le città limitrofe della Toscana, infatti, erano molto deboli militarmente e non riuscivano a fare fronte alle esigenze belliche che il tempo imponeva. Tra il 1305 ed il 1310, quindi, Roberto d’Angiò, uno dei sovrani più potenti d’Italia, era stato coinvolto nelle lotte politiche toscane e si schierò dalla parte dei Guelfi: il Re di Napoli, infatti, già nel 1305, quando era solamente Duca di Calabria, fu insignito della signoria di Firenze, che mantenne pressappoco fino al 1321, e messo a capo di una lega di città toscane che si opponevano al potere ghibellino ed imperiale in Italia. Prato, la cui situazione militare non era molto diversa da quella della vicina Firenze, aveva vissuto anni migliori dopo che, alla metà del XIII secolo, si era fissato lo Statuto cittadino e il centro aveva riconosciuto la propria qualifica di libero comune. La floridezza economica di quei tempi, dovuta al grande sviluppo dell’industria della lana, era solo un lontano ricordo. Dal 1312 la situazione peggiorò ulteriormente a seguito delle guerre intestine che affliggevano le città toscane: Prato, insieme alla lega di città che facevano capo a Firenze, composta da Siena, Pistoia, Arezzo, Volterra, Colle Val d’Elsa, San Gimignano e San Miniato, si trovò contrapposta alla Pisa di Uguccione della Faggiola, condottiero ghibellino e vicario imperiale in Italia. Uguccione si rivelò una minaccia concreta per i Fiorentini i loro alleati nel 1315, quando le armate ghibelline collezionavano sempre più successi sui nemici di parte guelfa. Fu proprio in quell’anno (tra l’altro, passato alla storia come il più fulgido per il partito ghibellino in Italia) che Firenze si decise a chiedere aiuto militare a Re Roberto. Quest’ultimo acconsentì, radunando in breve tempo un congruo numero di truppe che, inizialmente, dovevano essere guidate da suo figlio, nonché erede al trono, Carlo d’Angiò (1298-1328), Duca di Calabria dal 1309 e Vicario Generale del Regno. Il comando, però, passò poi all’ultimo momento nelle mani del fratello del Re, Filippo I di Taranto (1294-1332). La colonna partì dunque per Firenze per unirsi al resto dell’esercito guelfo che la lega toscana aveva raccolto per far fronte alla minaccia ghibellina. Lo scontro sembrava giocare a favore dei Fiorentini e dei loro alleati napoletani, vista la loro superiorità numerica. Uguccione, oltre ai Pisani, poteva fare solo scarso affidamento su Lucca, perché questa città era stata presa dai Ghibellini con la forza. Il confronto armato non si fece attendere: la battaglia di Montecatini (29 agosto 1315) sancì la gloriosa vittoria dei Pisani di Uguccione che, contro ogni pronostico, misero in fuga i Fiorentini con i loro alleati. Il comandante napoletano Filippo di Taranto neanche prese parte allo scontro perché, colto da febbre, fu costretto a ritirarsi dal campo di battaglia e a rientrare precipitosamente a Firenze, la cui situazione peggiorava giorno dopo giorno. Roberto d’Angiò, da parte sua, non si mostrò molto preoccupato della sconfitta subita dalle sue truppe in Toscana: Firenze, che dal 1305 si era costituita sotto la sua protezione, rimaneva, con il suo circondario, ancora salda e sicura. Qualche anno dopo, però, tale sicurezza crollò: nel 1325 il baricentro ghibellino da Pisa si era spostato a Lucca che, sotto il suo signore Castruccio Castracani, aveva riscoperto un nuovo periodo di riscossa militare, culminato con la vittoriosa (per i Ghibellini) battaglia di Altopascio il 23 settembre di quello stesso anno. Questa volta, Roberto non aveva inviato alcun aiuto contro il Castracani per favorire i Fiorentini, così, quando questi arrivò addirittura a minacciare la città stessa, essi si rivolsero al Duca di Calabria, Carlo, figlio di Re Roberto, il quale fu eletto dai Guelfi nuovo signore di Firenze a garanzia della protezione angioina sulla città. Carlo accettò e l’anno successivo, nel 1326, il 13 gennaio, si recò a Firenze per prendere possesso del nuovo incarico che gli era stato offerto. Ma la permanenza di Carlo e del suo seguito di Angioini nel capoluogo toscano fu breve: nel 1327, il Duca fu richiamato a Napoli, poiché le truppe tedesche di Ludovico IV il Bavaro (1328-1347), allora Rex Romanorum (1314-1328), minacciavano il Regno nella loro discesa in Italia verso Roma. Si ritiene che il gigliato “pratese” fosse stato battuto intorno al 1326, quindi durante la signoria fiorentina di Carlo d’Angiò, per l’infeudamento di Prato alla casata angioina. Le legende sulla moneta, che vanno lette in modo continuo tra diritto e rovescio, comunicherebbero che Roberto d’Angiò, già Re di Napoli, era anche signore (dominus) di Prato e che il privilegio si estendeva anche ai suoi successori, cioè a Carlo Duca di Calabria. Quest’ultimo, nato dal matrimonio celebrato il 23 marzo 1297 tra Roberto e Jolanda d’Aragona (1273-1302), era l’unico figlio maschio della coppia reale e, nel 1316, contrasse una prima unione, infruttuosa, con Caterina d’Asburgo (1295-1323). Nel 1324, poi, prima di essere chiamato dai Guelfi a Firenze, Carlo sposò in seconde nozze la giovanissima Maria di Valois (1309-1332), dalla quale ebbe la figlia, futura Regina di Napoli, Giovanna I d’Angiò (1343-1381). Appena Carlo si allontanò da Firenze nel 1327, Castruccio ne approfittò per occupare molte città che prima erano cadute sotto la giurisdizione feudale angioina: in nome dell’Imperatore tedesco, il condottiero ghibellino, divenuto intanto Duca di Lucca, arrivò ad attaccare anche Pistoia e Prato. Gli abitanti di questi due centri, soprattutto i contadini che erano quelli più esposti alle scorribande ghibelline nelle campagne intorno alle città, per non subire gli attacchi nemici, scesero a patti con il Castracani: in cambio di un tributo semestrale da pagarsi in denari, i Pistoiesi ed i Pratesi evitarono attacchi e saccheggi da parte dei Ghibellini del condottiero lucchese. In realtà, fino a quando gli Angioini si ersero a garanti della sicurezza dei Guelfi toscani, Firenze e gli altri centri toscani limitrofi non subirono mai il sopravvento della parte ghibellina avversa. Il gigliato “pratese”, dunque, costituisce una moneta commemorativa (e non una medaglia, come credeva Arthur Sambon e com’è riportato anche nel CNI XI) che aveva lo scopo di manifestare la sovranità signorile degli Angioini, di Roberto e di suo figlio Carlo, sui centri guelfi toscani minacciati dall’inarrestabile potenza militare ghibellina. Si potrebbe anche pensare che la moneta circolasse nel ristretto entourage del Duca di Calabria e che difficilmente abbia interagito con la moneta e l’economia locale fiorentina, poiché, come faceva già notare il Sambon, il gigliato era sì una moneta ben accetta all’epoca (quindi magari sarà anche stata accettata in alcune transazioni tra Angioini e Fiorentini), ma era profondamente diversa per caratteristiche fisiche rispetto al sistema monetario ed economico fiorentino. Dobbiamo poi pensare che Prato patteggiò un accordo per non essere occupata dai Ghibellini di Castruccio solo nel 1327, ovvero dopo la partenza di Carlo d’Angiò da Firenze. Dato che Prato non ebbe mai una propria zecca, sembrerebbe più logico ipotizzare che il gigliato in questione fu coniato nel 1326 a Firenze, durante il breve soggiorno del Duca di Calabria in città. Forse la sua breve permanenza e il circoscritto utilizzo del gigliato “pratese”, in unione con lo scopo commemorativo dell’emissione, non consentirono la coniazione di un gran numero di pezzi, anzi, ne frenarono la produzione allo stretto indispensabile per le esigenze degli Angioini, padroni della scena politica cittadina. Dobbiamo poi notare che questa teoria non sembra priva di fondamento, se pensiamo che, a Napoli, la locale zecca incrementò la produzione di gigliati, per volere regio, proprio nel 1326! In questo anno, infatti, furono assunti nuovi manovali in zecca per la lavorazione delle monete d’argento, in vista del successo e delle attenzioni che il gigliato napoletano stava ricevendo in molte parti d’Europa e del Mediterraneo. Ma non furono solo gli Angioini ad aiutare militarmente i Guelfi toscani e ad importare a Firenze il gigliato “pratese” di stampo e peso napoletani: sotto Roberto d’Angiò, le finanze del Regno di Napoli erano quasi monopolizzate da potenti banchieri fiorentini. Pensiamo che molte Compagnie bancarie avevano filiali a Napoli che costituivano il fulcro di importanti guadagni. Proprio con il governo di Roberto assistiamo spessissimo all’affidamento dell’incarico di Maestro di Zecca, ufficio fondamentale per la gestione della stessa, ad esponenti di queste potenti Compagnie. Tra questi ricordiamo: 1. Lapo di Giovanni di Benincasa, un mercante fiorentino, fattore della Compagnia degli Acciaiuoli, fu Maestro di Zecca nel 1317. Fu proprio tra il 1317 ed il 1319 che si decise di inserire sui gigliati dei simboli per poter distinguere l’operato delle diverse maestranze, poiché in molti casi si erano verificati dei cali nel peso effettivo delle monete rispetto a quello teorico stabilito (pari quasi a 4 grammi). 2. Donato degli Acciaiuoli, Maestro di Zecca nel 1324 (al 12 febbraio si data l’appalto per il suo incarico), proseguì la battitura dei gigliati di peso accurato, com’era già stato fatto sotto l’amministrazione dei suoi predecessori, Rainaldo Gattola, di Napoli, e Silvestro Manicella, di Isernia. 3. Petruccio di Siena, Maestro di Zecca nel 1325, anch’egli esponente della Compagnia degli Acciaiuoli. 4. Domenico di Firenze, Maestro di Zecca sempre nel 1325, esponente della Compagnia degli Acciaiuoli. 5. Dopo l’intermezzo del napoletano Rogerio Macedonio, nel 1327, a dirigere la Zecca partenopea troviamo nuovamente un fiorentino, un certo Filippo Rogerio, della Compagnia dei Bardi. 6. Pieruccio di Giovanni, ugualmente fiorentino, fu Maestro di Zecca dopo il 1327 ed esponente della Compagnia degli Acciaiuoli. 7. Sempre in una data posteriore al 1327 a capo della Zecca viene annoverato il fiorentino Matteo Villani, della Compagnia dei Bonaccorsi. Tutte queste Compagnie bancarie fiorentine avevano, attraverso il controllo dell’ufficio di Maestro di Zecca, oltre a rapporti commerciali di favore tra Firenze ed il Regno, anche il sopravvento sulla gestione della moneta regnicola e sulla sua circolazione. I Bardi, presso la cui filiale di Napoli lavorò anche il padre di Boccaccio, gli Acciaiuoli e i Bonaccorsi, insieme ad altre Compagnie fiorentine, fallirono a seguito del mancato saldo del debito che i Re si Francia ed Inghilterra avevano contratto con i Fiorentini a seguito dell’allestimento degli eserciti per la Guerra dei Cent’anni. Anche Roberto d’Angiò aveva un grande debito con gli Acciaiuoli, che di fatto erano i banchieri della Casa d’Angiò e tenevano in mano le finanze di mezza Napoli, in quanto questi ricevette un primo prestito di ben 50.000 fiorini d’oro e suo figlio Carlo, Duca di Calabria, beneficiò di un secondo prestito pari a 18.500 fiorini. Dopo la mancata restituzione delle somme dovute dai sovrani francese ed inglese, Roberto non saldò il suo di debito usando come precedenti le insolvenze degli altri due Re, Filippo VI ed Edoardo III. Ma gli Acciaiuoli beneficiarono grandemente della benevolenza regia: sotto Roberto, Niccolò Acciaiuoli fu nominato prima cavaliere e con l’avvento di sua nipote, Giovanna I, fu invece creato, nel 1348, Gran Siniscalco del Regno. Fu proprio Niccolò a farsi promotore del (secondo per la sovrana) matrimonio tra Giovanna I e Luigi di Taranto (1352-1362). Quando questi morì, il 26 maggio del 1362, l’Acciaiuoli fu il principale protettore dei diritti della Regina angioina (a cui, tra l’altro, doveva tutte le sue fortune) quando altri nobili ne minavano il potere. Ma, ritornando in Toscana, Prato rimase ancora per poco tempo in mano angioina: morto Roberto a Napoli, il 16 gennaio 1343, (Carlo era già morto il 9 novembre 1328) Firenze tentò, a partire dal 1350, di conquistare con la forza la città vicina, vedendo la morsa angioina allentarsi dai comuni toscani come un’occasione di rinascita politica. Nel 1351, con un atto cancelleresco approvato da Giovanna I, la Corona di Napoli cedeva i diritti feudali di Prato a Firenze dietro pagamento di una somma ammontante a circa 17.500 fiorini. Anche dietro questo atto si nasconde un disegno politico di Niccolò Acciaiuoli che, in virtù della propria influenza sulla Regina napoletana, spinse la sovrana a concludere un accordo remunerativo con Firenze. Da allora, la città di Prato non è mai uscita più dall’orbita fiorentina.1 punto
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A Sardi fu battuta l'ultima serie di monete di questo convulso periodo. Sebbene siano dedicate a entrambi i condottieri, sono tutte firmate da un medesimo monetario, Servilio, quindi furono coniate in una medesima zecca: sicuramente quella di Cassio, perché gli esemplari a nome di Cassio sono più numerosi. Inoltre la fattura è di qualità decisamente superiore di quella delle monete emesse direttamente da Bruto. Una prima, elegantissima emissione, commemora la conquista di Rodi, mediante una raffinata simbologia: un aplustre (simbolo vittoria navale) ornato, alle stremità, di rose (simbolo dell'isola di Rodi, famosa nell'antichità per questi fiori) https://numismatica-classica.lamoneta.it/moneta/R-I4/10 https://numismatica-classica.lamoneta.it/moneta/R-I4/41 punto
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Molto bella anche questa Giustina e molto più rara. Complimenti. Arka Diligite iustitiam1 punto
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Insieme al secondo aureo Cassio fece coniare anche un denario, che riprende fedelmente il tipo del tripode con calderone ma, al rovescio, presenta i simboli dell'augurato (brocca e lituo). Anche qui Cassio è appellato IMP(erator) http://numismatica-classica.lamoneta.it/moneta/R-I4/11 punto
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Ciao! Splendida .... chiudiamo col botto? Le due galee sullo sfondo sono anch'esse differenti, quella a sinistra è ad un albero, quella di destra a due alberi. saluti luciano1 punto
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Io non vedo il problema. Non siamo obbligati a comprare queste monete: dai prezzi che vedo (e da quello che leggo quando mi capita di passare dalla sezione Euro) c'è invece chi apprezza queste coniazioni e le operazioni che ci stanno dietro (coincard, ecc.). Quindi, dal momento che il nostro è un hobby, ognuno si goda ciò che ama: chi gli euro commemorativi luccicanti, chi altro. Se poi chi compra certa roba pensa di fare un investimento... beh, è affar suo. D'altra parte anch'io so che difficilmente potrò recuperare in futuro i soldi che ora investo in monete, ma la cosa non mi preoccupa: il piacere che le monete mi offrono val bene un sacrificio economico.1 punto
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Buongiorno a tutti, Continuo con un altra delle mie. Repubblica Macedone 5 DENAR commemorativo per i 50 anni della FAO 1945-1995. Saluti Alberto1 punto
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Buongiorno a tutti, A dimostrazione che non tengo solo monete Spl o FDC , vi presento le mie due Piastre del 1791: Magliocca 251 Magliocca 256 SOLI REDUCI1 punto
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La moneta è estremamente rovinata. Ci sono solo tre elementi che ci permettono di dare un giudizio oggettivo: il peso, attorno all'oncia; l'iconografia di Giano, con una testa sensibilmente più piccola del bordo della moneta; il contorno della prora, di stile "tradizionale". Nelle monete di fine terzo secolo il peso è normalmente superiore (anche se non sempre) e Giano presenta una testa più grande; in quelle di inizio primo secolo il peso è normalmente inferiore (anche se non sempre) e la prora cambia forma, diviene più slanciata con un acrostolio molto alto. Per questo io proporrei una datazione a metà del II secolo a.C. A solo titolo di esempio propongo tre assi di quel periodo: http://numismatica-classica.lamoneta.it/moneta/R-G79/2 http://numismatica-classica.lamoneta.it/moneta/R-G205/2 http://numismatica-classica.lamoneta.it/moneta/R-G6/21 punto
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DE GREGE EPICURI Genuina dovrebbe esserlo, ma è estremamente malconcia, siamo sul B a dir tanto. Potrebbe essere un asse anonimo, ma con monete così usurate non è certo: ci potrebbero essere lettere o simboli che non si leggono più. Inoltre, per classificare le repubblicane di bronzo sono essenziali peso e diametro.1 punto
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non scherziamo... la moneta in queste condizioni, così corrosa, si trova a molto meno tanto per dare un valore, direi sui 5 euro (e per me sarebbero pure troppi)1 punto
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io ci provo..... Laodiceia, Frigia. AE 16. 79-96 d.C. KLAYDIA ZHNWNIS, testa dell'elmetto di Atena o Roma a sinistra, indossando egida. LAODI-KEWN, Cornucopiae, stella nel campo sinistro.1 punto
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@mario.barbiero io vedrei più un abbinamento Tyche/altare Seleukis and Pieria, Antioch, Civic coinage. Time of Hadrian (117-138). Æ (16mm, 4.20g, 12h), year 177 of the Caesarean Era (AD 128/9). Turreted, draped and veiled bust of Tyche r. R/ Lighted altar with garlands. McAlee 124a; RPC III 3734 Seleukis and Pieria, Antioch, Civic issue. Æ Trichalkon (18mm, 5.22g, 1h), year 108 of the Caesarean Era (AD 59/60). Turreted, draped and veiled bust of Tyche r. R/ Lighted altar with garlands. McAlee 106a; RPC I 4292. Saluti Eliodoro1 punto
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Bellissima Piastra Galenus. Parliamo un po' di queste cifre 1 "speculari". Questo punzone... secondo una mia opinione personale... .. fu utilizzato per l'ultima volta sui primi conii di questa Piastra capelli ricci, poi sostituito con uno nuovo " quello normale". Infatti lo troviamo su tutti i nominali di Ferdinando IV. Quindi le Piastre 1805 "capelli ricci" con il vecchio punzone della cifra 1 sono precedenti a quelle con la cifra corretta.1 punto
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Partecipo con la mia 120 grana 1805 capelli ricci e 1 speculari al dritto e al rovescio. Buona giornata a tutti.1 punto
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Buongiorno a tutti e buon inizio settimana. Continuo con un altra delle mie. Repubblica Macedone 1 DENAR commemorativo per i 50 anni della FAO 1945-1995. Saluti Alberto1 punto
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Un nominale a cui tengo particolarmente, cedutomi da un caro amico. Sul fatto che sia rara penso possiamo essere d'accordo tutti. Moneta che forse non fece in tempo a vedere la fine della peste, io non so esattamente da quando furono coniate le santa giustine a nome dell' Erizzo ma mi piace pensare che furono tra le monete del rilancio economico di Venezia dopo la terribile crisi dovuta all' epidemia.1 punto
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Confermo listino di vendita Baranowsky del 2012. Se non erro la moneta è attualmente in vendita quindi mi limito a riportare solo quanto richiesto.1 punto
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Ciao, la moneta lettone con il profilo di Milda mi ha sempre affascinato, nel corso del tempo ne ho trovate alcune in mb/bb anche a basso prezzo, purtroppo per avere una visione limpida del suo volto, senza segnetti sulle guance e quant'altro che possa deturparne il viso, deve essere necessariamente un fdc o quasi e non la posseggo ancora. Ma andiamo a noi, attualmente Milda è anche raffigurata sulle moneta da 1 e 2 euro, non colleziono euro, ma prorpio queste due e poche altre li ho in collezione. La fanciulla che vi è raffigurata è anche definita "La ragazza della Nazione", uno dei simboli dell'indipendenza lettone, nome con cui viene chiamata anche la statua femminile che sostiene le 3 stelle sulla cima del Monumento alla Libertà in pieno centro di Riga. Mi dilungo un pò, anche se avevo già inserito la sua storia nel settore euro 6 anni fa. Milda nasce nel 1929 da un disegno del grafico lettone Rihards Zatins (1869-1939), quest'ultimo usa come modella una dipendente delle stamperie statali, Zelma Brauere (1900-1977). Il volto della ragazza venne così usato come immagine sulle monete d'argento da 5 Lati che la Lettonia, divenuta stato indipendente nel 1918, conia per la prima volta nel 1929 (emessa anche nel 1931 e 1932). Il grafico utilizzerà il volto di Zelma come modello anche per le banconote da 10 Lati del 1934 e 20 Lati del 1935. I lettoni si innamorano subito del suo volto e le danno un soprannome, per tutti diventa Milda. Durante l'occupazione sovietica i Lati scompaiono per essere sostituiti dai Rubli, ma molti lettoni conservarono le monete e le banconote nazionali, in particolare la moneta d’argento da 5 Lati, come ricordo dei tempi dell’indipendenza. La moneta diventa subito ricercatissima, cinque Lati all'epoca erano una discreta somma, ma molti piuttosto che spenderla la conservarono. Milda diventa quindi uno dei simboli del periodo della prima indipendenza lettone, fu considerata “L’effige della bellezza e della purezza”, quando nel 1991 la Lettonia riacquista la libertà dai vincoli dell’Urss, Milda ricompare sulla banconota di maggior taglio, il 500 Lati. In realtà Zelma Brauere non amava molto il nome Milda e non voleva essere chiamata in questo modo. Zelma non si sposò mai, il suo fidanzato, un aviatore, morì in un incidente di volo nel 1934, decise così di rimanere da sola per tutta la vita. Aveva tre lauree, matematica, scienze e lingue (ne conosceva ben sette) e lavorò per 43 anni nella stamperia statale. Gli ultimi anni della sua vita li dedicò alle sue passioni: vestirsi con abiti tipici della cultura popolare lettone, il giardinaggio, l'arte ed i libri. Non era interessata al denaro, tanto che, successivamente alla sua morte avvenuta per un incidente stradale, fu trovato un vero tesoro nella sua casa, non era avidità, ma solamente soldi non spesi che si accumulavano senza alcun interesse da parte sua nel corso degli anni. La bellezza di Zelma non era appariscente, aveva i lineamenti del viso semplici, molto corretti, in buona sostanza perfetti, nella vita era sempre elegante, sia nei modi che nel vestire. ________________________________________________ La Banca centrale lettone, prima dell'ingresso nell'euro, continuava periodicamente a coniare esemplari da collezione delle storiche monete da 5 Lati con l'immagine di Milda, emissioni in oro ed argento che andavano letteralmente a ruba appena dopo l'uscita.1 punto
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Una attraente frazione di Taranto, in una tipologia piuttosto rara che annovera una varietà di simboli che accompagnano il delfino al rovescio : qui un volatile, forse una aquila . Passerà in asta Artemide LIII al lotto 49 il prossimo 2 Maggio .1 punto
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Un manuale che molti conoscono e che non può mancare nella libreria di un vero studioso di monetazione meridionale: Pietro Magliocca, Manuale delle monete di Napoli 1674-1860, D'amico Editore, 2018. @Rex Neap, siamo tutti in attesa del manuale sul viceregno!1 punto
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Buongiorno, pongo alla Vs attenzione questa moneta un po' malconcia per aiutarmi a classificarla. Scusate per la qualita' delle immagini ma non riesco a fare di meglio?. Grazie ,saluti.1 punto
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