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  1. L. Licinio Lucullo

    L. Licinio Lucullo

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Elenco dei contenuti che hanno ricevuto i maggiori apprezzamenti il 12/15/25 in tutte le aree

  1. Sto leggendo i vostri interventi di pulizia sulle monete e sinceramente rimango esterrefatto! Smac, soda caustica, gomma da cancellare e chi più ne ha più ne metta! Vi meravigliate che un'oncia in argento rimane segnata con una gomma, e cos'altro poteva succedere? Le monete, per principio, "non si puliscono"! Se sono sporche, basta sol un po' di sapone di Marsiglia, un bagno in acqua demineralizzata, a volte una goccia di acetone puro o di benzina rettificata, quando non se ne può fare a meno. Ho fatto diversi interventi di restauro conservativo, ma su monete che praticamente erano date per perse, e con le adeguate attrezzature e con molta pazienza hanno ripreso vita, ma senza pretendere che tornassero allo stato zecca. La pulizia rapida, non è amica delle monete. A volte per riportare in vita un pezzo ci vogliono decine di giorni, molte ore al microscopio, imparare ad usare nel giusto modo un bisturi senza lasciare il minimo segno sul metallo.
    5 punti
  2. Che si debbano acquistare le monete, specialmente se antiche, in modo regolare e da commercianti riconosciuti mi pare una cosa abbastanza ovvia, detta e ridetta e non certamente una "rivelazione" conseguente alle indagini di cui parliamo. Il grosso limite delle discussioni come questa e come quella "gemella" - ammesso e non concesso che di queste indagini se ne possa discutere con qualche utilità e sopratutto a ragion veduta - è rappresentato dal fatto che stiamo parlando di procedimenti ancora in fase di indagine, nei quali anche le misure cautelari adottate (e a quanto è dato leggere dalla stampa, adottate pure nei confronti di "commercianti riconosciuti" o titolari di casa d'asta) non devono essere enfatizzate più di tanto o portare i lettori ad affrettate conclusioni di sconforto. Nella peggiore delle ipotesi, chi avesse acquistato monete da commercianti o da casa d'asta che, con sentenza passata in giudicato, fossero in futuro ritenuti colpevoli di reati legati all'acquisizione di tali monete, e tale acquisto da parte del collezionista fosse avvenuto a suo tempo in modo regolare e documentabile, egli correrà al più il rischio di vedersi sequestrare le monete acquistate, ma non risponderà certamente di alcun reato, attesa la buona fede che caratterizza la sua condotta. Per il resto, opinare in questa fase del procedimento, senza conoscere gli atti e rimettendosi esclusivamente ai riscontri della stampa, è esercizio tanto fine a se stesso quanto inutile. M.
    4 punti
  3. Buonasera a tutti, Cosa ne pensate di questa? Presa da un venditore privato ad un buon prezzo. Il colore é intenso, il lustro é forte e il cielo é terso😅 Mi piace veramente tanto! Non ha il minimo segnetto ed il lustro é uniforme e forte, anche sotto la patina. Sotto la luce crea giochi di colore sul giallo/arancio. Moneta comune, che dà tanta soddisfazione... Saluti... Ronak
    3 punti
  4. Buonasera a tutti. Per me un altra ipotesi potrebbe essere quella del conio modificato. Mi spiego. Forse in zecca, per un motivo a noi ignoto, abbiano modificato il conio punzonando in un secondo tempo sulla C "incriminata" il prolungamento e il cosiddetto "triscele". D'altronde le lettere in legenda con il triscele su questo tipo di monete è cosa normale. La I la H la F la R vado a memoria sono così. Quindi esisterebbero esemplari coniati prima e esemplari coniati dopo. Io onestamente in tanti anni di "controllo" (perché è una variante che mi manca) su siti on line non ho mai visto un eseplare di "transizione", cioè con fratture o esuberi nella vicinanza della G Che poi le lettere in legenda con il "triscele" all'estremità in questa monetazione sono cosa comune lo sappiamo tutti, e guarda caso il presunto esubero è identico a quelli di serie. Per me resta una bella variante o curiosità (chiamatela come meglio credete) e vorrei che restasse censita nei cataloghi. Saluti, Sergio.
    3 punti
  5. Salve a tutti, complimenti a @LOBU per la scoperta. Si tratta di un'ipotesi che, come ogni ipotesi frutto di osservazione e ricerca, merita tutta l'attenzione possibile. Eviterei, per contro, di trattare questa ipotesi come una tesi dai toni definitivi e irreversibili, dato che, ad oggi non siamo a conoscenza di esemplari di transizione, nei quali l'IPOTETICA frattura nella C sia diventata man mano più grande, fino ad arrivare a questo strano Triscele che fa da appendice alla parte sommitale della C. Per cui, cautela. Fino a quando non si troveranno questi esemplari di transizione, sono incline a pensare ad una sovra-punzonatura sul conio di questo strano simbolo o ad una incisione sul conio messo in evidenza da @LOBU. Finalità di questa operazione? Non ne ho una idea precisa. Cordialità Alberto
    3 punti
  6. Aggiornamenti, anche su una moneta discussa anche sul forum.. https://www.lasicilia.it/news/cronaca/3009576/le-false-certificazioni-per-vendere-nelle-case-d-aste-in-europa-il-pizzino-che-ha-incastrato-il-tombarolo.html?_gl=1*1whpf90*_up*MQ..*_ga*MTIxNjUzMDY4OC4xNzY1ODA5ODc4*_ga_R8SJ46RCW7*czE3NjU4MDk4NzckbzEkZzEkdDE3NjU4MDk5NDkkajYwJGwwJGgw
    3 punti
  7. Beh, per esempio, che tra i nomi di professionisti numismatici coinvolti , citati nella prima operazione , ce ne erano un paio che poi sono stati cancellati , perché l’imputazione è caduta … è rassicurante perché vuol dire che lavoravano in modo evidentemente corretto, dato che pur avendo, altrettanto evidentemente, avuto contatti con le stesse persone non hanno subito l’applicazione di misure coercitive… in soldoni: se è pur vero che lavorando si può incappare in un conferente che ti dichiara il falso relativamente a quello che ti affida o vende, e ricordiamoci che è proibito per legge cercare di saperne di più parallelamente, e ti vende una moneta di provenienza illecita, è altrettanto vero che , se si lavora seguendo le regole prescritte dalla legge per le attività di numismatica e siamo in possesso dei requisiti documentali necessari, anche questo tipo di inconvenienti, indipendenti dalla volontà del professionista di turno( professionisti veri, non improvvisati e/o prestati alla numismatica) non porta ad alcuna conseguenza legale , se non , per ovvie ragioni, al sequestro della/e moneta/e incriminata/e , che verranno rimborsate al cliente acquirente. Fa una gran bella differenza per chi si affida a professionisti acclarati e chi no…
    3 punti
  8. @Lelouch, this is a very interesting observation. Messana, the female figure driving the mule-biga, is described by most of the numismatic scholars as a civic personification of the city (e.g. Imhoof-Blumer, Nymphen und Chariten auf griechischen Münzen), or, by others, as a city-goddess (e.g. "Stadtgöttin" in Roscher’s Ausführliches Lexikon der griechischen und römischen Mythologie). To my knowledge, there is no clear literary or cultic evidence that Messana was regarded as a nymph in the strict sense. However, her association within the nymphic iconographic sphere — notably Pan, a water source, and the nymph Pelorias — may explain why some authors identify her as such. In fact, Messana is explicitly called a nymph by modern numismatists, not only by Hoover, but also by Westermark (the coinage of Akragas, p. 137), who writes: “At Messana the legend MESSANA designates the nymph driving her biga.” This usage seems to reflect an iconographic and functional interpretation, rather than a securely attested mythological or cultic tradition.
    3 punti
  9. Allego qui un sesino contromarcato con leoncino rivolto a sinistra. Un tipo già presente in questa discussione. Il peso 1,24 g. La legenda della moneta, molto consunta, è pressoché indecifrabile. Il nome del doge è forse Alvise MocenICO. Il rovescio estremamente consunto...
    3 punti
  10. Grazie mille @lorluke! É vero, é sempre un piacere vederle cosí belle! A potersele permettere certune...😅 Con questa mi devo fermare per un pezzo dall'acquistare monete, dato che ho speso troppo per cercare di mettere su una collezione che mi soddisfacesse appieno. Gli esemplari comuni da raggiungere stanno finendo e cominciano ora quelle monete per cui é necessario studio e consapevolezza, prima di effettuarne l'acquisto. Saluti... Ronak
    2 punti
  11. Salve Meleto, Il tipo non ufficiale di medaglia commemorativa della guerra di liberazione 1943-1945, un’orificienza istituita dalla Repubblica Italiana per rendere omaggio a tutti coloro che hanno combattuto in quegli anni contro le forze di occupazione nazifasciste, è confermato dalla scheda tratta dal testo di Dimitri Bini “Le medaglie ufficiali militari e civili del Regno d’Italia”, C.L.D. Libri s.r.l. 2008. La medaglia è una sorta di prova/prototipo per la versione ufficiale dettagliatamente descritta sul sito https://www.tuttomilitare.it/medaglie-militaria/2432-medaglia--guerra-liberazione-1943-45-0658606574090.html. apollonia
    2 punti
  12. Questi nuovi casi ci devono ricordare quanto in molti hanno più volte ricordato e ripetuto su questo forum da ben prima che io mi iscrivessi ormai dieci anni fa: un collezionismo sano e responsabile non può prescindere dallo studio. E questo vale un po’ per tutte le epoche e le aree geografiche. Studiare le monete (ci si protegge dai falsi), studiare la normativa vigente ed il suo contesto di origine (ci si protegge da sé stessi), studiare il mercato ed i suoi attori (ci si protegge da disonesti e incapaci). Poi, come altri hanno ricordato, un brutto evento imprevedibile può comunque capitare.. ahimè
    2 punti
  13. Secondo me, non è che si voglia impedire ai collezionisti di comprare monete romane e/o greche ma, come dice giustamente @Tinia Numismatica, la questione è che bisogna stare attentissimi a dove si comprano queste monete perché non si tratta di caramelle o Labubu. Qui il collezionista serio sa che non può fare acquisti a cuor leggero perché consapevole dell'importanza storico-culturale di ciò che sta acquistando. Da quello che riportano i giornali, è stata scoperta un'organizzazione criminale (che pare avesse dei legami anche con dei clan mafiosi) che sottraeva illecitamente il nostro patrimonio archeologico/culturale per ottenerne un profitto economico. Si tratta, dunque, di un furto in piena regola a danno della collettività. Se i giudici confermeranno queste dinamiche, personalmente mi troverò ad empatizzare unicamente nei confronti di quei poveri collezionisti che hanno agito in buona fede, acquistando nelle aste internazionali. Ma ciò accadrebbe anche se si parlasse, ad esempio, di Rolex rubati che, attraverso vari passaggi, sono finiti per essere venduti in aste internazionali. Ovviamente, seppur incolpevole, chi compra merce rubata (che si tratti di monete romane, orologi di lusso, gioielli, quadri, carte Pokemon, ecc.) deve restituirla.
    2 punti
  14. Per quanto riguarda le lettere B R credo siano le iniziali di British Railway, il sorting office ferroviario che ha instradato la busta.
    2 punti
  15. Ciao Ajax, Aspendos, scudo con monogramma ΠO sul rovescio: https://www.acsearch.info/search.html?id=14263281
    2 punti
  16. Nell'attesa di ulteriori interventi posso dirti che per me non ci sono segni di coniazione, i rilievi più sporgenti ( soprattutto quelli sul dritto) nonostante sembra che la moneta abbia circolato sono morbidi ed arrotondati e non appiattiti ed infine il bordo anomalo con un eccesso di metallo che si vede e che è stato eliminato ( probabile codolo di fusione?). Sono tre indizi che quando li trovo su una moneta mi fanno propendere per la non autenticità 🙂.
    2 punti
  17. Credo sia un denaro di Lucca, ma attendi altri pareri. Saluti
    2 punti
  18. Anche senza ingrandire troppo la foto, il piatto mi sembra già ricco. L'inizio e la fine poi.... 😜
    2 punti
  19. Grazie mille...non ero a conoscenza di un asse simile...quindi mi aveva spiazzato....hai ragione è sicuramente lui. grazie grazie
    1 punto
  20. @Pxacaesar Grazie ancora per gli spunti . La moneta è fratturata anche al rovescio nel medesimo punto , purtroppo le mie foto non sono il massimo. I punti evidenziati al dritto , a me sembrano punti piu chiari dove non è presente la patina scura . Provo a inviare delle foto fatte con zoom+ lente , su quei particolari evidenziati
    1 punto
  21. Buongiorno a tutti. Condivido un mio acquisto di pochi giorni fa. Un 20 Lire di Vittorio Emanuele II, Regno di Sardegna, del 1851, zecca di Genova. Moneta comune, con tiratura 295.792 esemplari. La perizia, anno 2004, è di Emilio Tevere (1946-2014). Acquistata praticamente a peso d'oro, giusto qualche Euro in più, diciamo il costo della perizia: sono molto contento che la perizia sia di Tevere. Queste, invece, sono le immagini della casa d’aste:
    1 punto
  22. 1 punto
  23. Grande, ti ringrazio molto
    1 punto
  24. Essere dei poveracci non significa che devi subire. La storia la sappiamo tutti, ma il concetto che voglio esprimere è che l’alleato non era poi così alleato fin dall’inizio, e parliamo di fatti successi nel 1939, ben prima di Grecia e Africa. Subito dopo la firma del patto, Hitler dichiarò a Ribbentrop che non intendeva avvisare l’Italia dei futuri passi militari, per non parlare del mancato avviso dell’invasione della Polonia. Proprio per questo fatto, Ciano accusò la Germania davanti alla Camera per violazione del patto. Traditori o già traditi? La verità sta in mezzo. Scusate per il breve off topic. Per quanto riguarda l’argomento della discussione concordo con quello scritto da Saturno nel post 22.
    1 punto
  25. Mancano le necessarie forme di protezione in troppi siti archeologici, il che non può che favorire i tombaroli e la rete criminale che da essi trae la linfa.. https://www.lasicilia.it/news/cronaca/3009574/sicilia-saccheggiata-la-gip-bacchetta-le-istituzioni-quadro-desolante-e-inquietante.html?_gl=1*ml71bg*_up*MQ..*_ga*MTIxNjUzMDY4OC4xNzY1ODA5ODc4*_ga_R8SJ46RCW7*czE3NjU4MDk4NzckbzEkZzEkdDE3NjU4MTA2NjQkajYwJGwwJGgw https://www.lasicilia.it/news/cronaca/3009552/le-scorribande-dei-predatori-sui-siti-incustoditi-e-il-ricco-mercato-delle-monete-della-zecca-di-gela.html?_gl=1*1cep72j*_up*MQ..*_ga*MTIxNjUzMDY4OC4xNzY1ODA5ODc4*_ga_R8SJ46RCW7*czE3NjU4MDk4NzckbzEkZzEkdDE3NjU4MTIxNTIkajQkbDAkaDA. E per chi volesse meglio comprendere il genere di danni che procurano le associazioni criminali che martoriano il patrimonio culturale di tutti noi, consiglio di visionare il video seguente (a puro scopo esemplificativo), in particolare dal minuto 9:30:
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  26. Se per "stralciati" intendi che la loro posizione è stata archiviata, allora è ragionevole ritenere che la loro posizione sia effettivamente estranea ai fatti per cui si procede. Se invece intendi che non sono stati oggetto di misure cautelari, ciò significa solo che in questa fase (indagini preliminari) non sono stati ravvisati gli estremi per l'applicazione di misure cautelari (possibilità di reiterare i reati, del pericolo di fuga o dell'inquinamento delle prove), ma non significa tout court che non possano essere tratti a giudizio (se sussistono prove sufficienti per sostenere l'accusa). M.
    1 punto
  27. https://numismatica-italiana.lamoneta.it/moneta/W-FIV/13
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  28. Grazie ad entrambi Beh... Attualmente il valore del fino è già tanto, quindi non mi lamento di sicuro
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  29. A mio parere vale il fino contenuto, ma attendi anche altri pareri.
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  30. Non è la mia monetazione, ma la tua moneta mi sembra fusa, ma attendi i pareri degli esperti @Regno123.
    1 punto
  31. Conseguenze legali, purtroppo, una volta che si incappa nel "meccanismo" (anche senza colpa alcuna), ce ne sono sempre. Non strettamente "personali", se si è operato nel rispetto delle regole (l'assoluzione sarà agognata ma verosimilmente scontata). Ma economiche e patrimoniali con assoluta certezza: (i) denaro speso tra avvocati, consulenti ecc. (e lo dico da avvocato, paradossalmente); (ii) denaro speso per l'acquisto di monete che, a prescindere dall'assoluzione, potrebbero finire confiscate e definitivamente acquisite dallo Stato. E’ vero, se l'acquisto è stato fatto da un professionista serio che, tuttavia, abbia avuto la sventura di incappare in un conferente “meno serio”, si avrà il diritto di chiedere il rimborso del prezzo pagato per l’oggetto risultato di provenienza illecita o quantomeno dubbia. Ma in quanti casi ciò sarà realmente possibile? Bisognerà fare i conti (giusto per citare qualche ipotesi) con la solidità economica del professionista e con la sua capacità di provvedere – magari contemporaneamente – a un gran numero di rimborsi (indipendentemente dalla sua buona volontà); magari il professionista dal quale si è acquistato neppure esiste più (perché è deceduto o perché ha cessato l’attività). Senza contare, poi, i cavilli e le beghe legali che comunque potrebbero sorgere tra il professionista (serio, ma meno disponibile al rimborso facile) e l'acquirente. Sotto questo aspetto rassicurazioni non ve ne sono. E finché non si deciderà di intervenire a livello normativo non ve ne saranno mai. Fate un lavoro davvero difficile e la categoria professionale che si muove nel rispetto delle regole esistenti ha tutta la mia stima (per quello che può valere). Lo Stato, purtroppo, non mostra lo stesso apprezzamento, visto il piacere che sembra trarre dal complicarvelo. E' una amara verità. E' una verità che vale anche per altre categorie professionali (ma questa è un'altra storia). Saluti.
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  32. @Pxacaesar Grazie per la delucidazione . Allora rimaniamo in attesa di altri interventi.
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  33. Ottimo acquisto, hai fatto bene a prenderla!
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  34. Un esemplare simile, ed anche uno del tremisse di Cuniperto, li puoi trovare sul Opus Monetale Cigoi del Brunetti. Numeri 494 e 496. Sono anche nelle tavole fotografiche.
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  35. grazie per i suggerimenti. vedrò di fare meglio.
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  36. Insomma come il Vaticano, ugualeee🤣
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  37. @NeroCupo sto preparando la documentazione fotografica al microscopio del metallo pre lavaggio di due monete, una inglese con argento titolo 500/1000 ed un 5 Lire 1924 titolo 900/1000. Nei prossimi giorni procedo al lavaggio ed all'esame microscopico.
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  38. Buonasera a tutti, possibile che in decine di esemplari l'esubero causato da lesione di conio non si sia "espanso" ? E che sia rimasto sempre ben definito ?
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  39. Ciao Lorenzo,ho sempre creduto che fosse semplicemente un esubero di metallo,con buona pace di chi è convinto del contrario...
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  40. Ciao, più che essere ribattuta su un' altra piastra è sicuramente una collisione dei coni,come tu stesso hai evidenziato si vede il numerale II del Re tra REGNI e G... Ma se guardi bene c'è una linea curva sotto lo stemma che sarebbe il profilo della parte alta della testa del Re... Ho recuperato il dritto di una piastra del 1836 mettendola a confronto del rovescio della tua che ho girato per renderla speculare,come puoi vedere tu stesso i particolari combaciano...
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  41. Purtroppo, anche se non sarebbe giusto affermarlo, mi sento di darle ragione. Facendo la stessa riflessione, anni fa, ho deciso di smettere con le classiche proprio per questo motivo (timore), pur convinto di essermi comportato in maniera prudente e corretta (posso essere presuntuoso affermandolo). È triste dirlo, ma basta un contatto, una telefonata con altra persona coinvolta, che magari si è conosciuta superficialmente in qualche convegno, per passare dei guai.
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  42. Forse 45 centesimi ridotto così 🤣🤣 Sul voglio non mi esprimo proprio.
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  43. Le ragazze del futuro parlano al "telefoto" o "telefonoscopio" portatile, una meraviglia di domani di cui si cominciò a parlare negli anni '20. Quelli fissi col megaschermo a proiezione erano già teorizzati alla seconda metà del XIX secolo. E naturalmente c'era anche chi sognava la cabina del telefonoscopio.
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  44. LA RESTAURAZIONE OLIGARCHICA Trascorsi due anni in Grecia per riorganizzare le forze, nell’83 a.C. Silla si imbarcò per l’Italia con 5 legioni, deciso a combattere contro il governo dei populares; sbarcò a Brindisi, impossessandosi subito del controllo della città. La guerra civile era iniziata. Il suo esercito era piccolo ma formato da legionari esperti, fedeli e disciplinati; furono persino disposti a prestare giuramento di fedeltà a Silla e a partecipare con un piccolo contributo alle spese di guerra. Silla fu in grado di controllare strettamente la marcia delle sue legioni e riuscì pertanto non solo a vincere gli scontri contro gli eserciti nemici, ma anche a ingraziarsi il favore di molte popolazioni e persino a convincere parte delle truppe dei populares a disertare e unirsi a lui. Molti esponenti dell’aristocrazia si unirono a lui, fra cui Quinto Cecilio Metello Pio, Marco Licinio Crasso (ricchissimo esponente di una potente gens plebea) e, soprattutto, Gneo Pompeo, il figlio di appena 23 anni di Gneo Pompeo Strabone, che portò con sé tre ottime legioni composte dai veterani del padre. Con queste forze, Silla sbaragliò facilmente le legioni schierate ad attenderlo e risalì la penisola. Per l’82 a.C. il popolo elesse consoli Papirio Carbone e Gaio Mario (detto il Giovane), figlio dell’omonimo; Quinto Sertorio fu inviato in Spagna per effettuare nuovi reclutamenti. Si ricorse a misure straordinarie per accumulare le risorse necessarie a finanziare la guerra: venne anche sottratto l'oro e l'argento raccolto nei templi di Roma. L’esercito sillano sconfisse però quello consolare e i due consoli si asseragliarono in città fortificate: Mario a Praeneste (attuale Palestrina), Carbone a Chiusi. Silla, che inizialmente assediava Mario, decise di spostarsi verso Chiusi, allontanandosi così da Roma. Sopraggiungeva un esercito composto da 70.000 Sanniti e Lucani, decisi a dar manforte ai populares; saputo della manovra Silla, decisero di puntare direttamente contro Roma e si accamparono a Porta Collina (porta delle mura serviane, tra le attuali via XX Settembre e via Salandra). Ponzio Telesino, comandante sannita, arringò i suoi uomini dicendo che Roma stava per essere distrutta, i “raptores italicae libertatis” (predatori dell’italica libertà) stavano per essere annientati e, a tal fine, era necessario distruggere il "bosco" ove si rifugiavano i "lupi" romani. Ma Silla non intendeva lasciare Roma alla mercé di questi rivoltosi: capito il suo errore, fece fare marcia indietro al suo esercito e tornò verso l’Urbe a tappe forzate. Arrivò nel primo pomeriggio del 1° novembre 82, schierò le sue truppe presso il tempio di Venere Ericina (vicino all'odierna Porta Pia) e, benché fossero esauste, diede l’ordine di attaccare. L’ala destra del suo esercito, comandata da Crasso, dopo un duro scontro prevalse sui nemici e li mise in fuga, inseguendoli sino ad Antumnae (attuale Monte Antenne, all’estremità del parco di Villa Ada); sull’ala sinistra, invece, la situazione era critica: i Sanniti pressavano i Romani costringendoli ad arretrare. Per evitare la disfatta, Silla fece chiudere le porte della città, onde evitare che i suoi abbandonassero la battaglia; cavalcò poi in prima fila, rischiando anche di essere ucciso dalle lance dei nemici. Lo scontro durò tutta la notte ma, alle prime luci del 2 novembre, i Romani avevano vinto. Roma era salva. I populares erano stati sconfitti; Gaio Mario il Giovane si suicidò, Carbone fuggì. Silla assunse il cognomen Felix, che significa "fortunato perché benvoluto dagli dei". _________________ Lo scontro titanico fra populares e optimates, seppur foriero di tragedie, ha ispirato in quegli anni bellissime testimonianze monetarie; tuttavia non è sempre oggi facile distinguere a quale fazione inneggiassero i monetarî Uno dei consoli in carica nell’83 a.C. era Gaio Norbano, il cui cognomen attestava una provenienza da Norba (attuale Norma, vicino a Latina); un suo omonimo, verosimilmente suo figlio, il denario, RRC 357/1 che raffigura al dritto la testa di Venere e, al rovescio, quattro oggetti: l’acrostolio[1] (ossia la porzione anteriore delle grosse navi, quindi un simbolo di navigazione), il fascio littorio (simbolo dell’imperium), il caduceo (attributo di Mercurio, quindi simbolo dei viaggi e del commercio) e una spiga di grano. Si tratta della rievocazione di un’impresa compiuta dal console nell’88, quando - pretore in Sicilia durante il bellum sociale - organizzò una flotta per portare cibo a Reggio, assediata dagli insorti; ma è anche, come ha evidenziato Amisano, un’allusione agli elementi che alimentano il potere militare: il dominio sul mare, la politica e la capacità di approvvigionare le truppe. Altro bel denario (serrato) è RRC 362/1, firmato nell’82 da Gaius Mamilius Limetanus (forse figlio dell’omonimo, tribuno della plebe nel 109). Al dritto rappresenta Mercurio, con il caduceo sulle spalle; al rovescio Ulisse, travestito da vecchio mendicante, nel momento in cui viene riconosciuto dal suo anziano e fidato cane, Argo. Amisano ha osservato che non si può non vedere in Ulisse, raffigurato dopo che è sbarcato a Itaca e prima che uccida i Proci, un’analogia con la venuta di Silla in Italia per uccidere i traditori: un chiaro sostegno agli optimates. Ulteriore interessante emissione dell’82 è il denario RRC 363/1, firmato da L. CENSOR, forse padre omonimo del Lucius Marcius Censorinus che sarà console nel 39 a.C. Al dritto è raffigurato Apollo, al rovescio invece il satiro Marsia[2] davanti a una colonna sormontata da una statua della Vittoria[3]. Ancorché Crawford non concordi, il richiamo di Marsia sembra inneggiare alla libertà dei popoli italici[4] (anche grazie all’assonanza fra il suo nome e quello dei Marsi, popolazione che fu protagonista del bellum sociale) e, quindi, alla fazione dei populares. _________________ Silla fece uccidere molti suoi oppositori (fra cui Gratidiano); determinato a restaurare lo Stato aristocratico, riesumò una magistratura non più utilizzata da oltre un secolo, la dittatura, stravolgendone senso e funzione: si fece infatti nominare dittatore a tempo indeterminato (in origine, la dittatura aveva durata solo semestrale) con lo scopo dichiarato di rifondare la repubblica (rei publicae costituendae; la dittatura era invece nata per assicurare la conduzione di campagne militari). Attuò, quindi, una serie di riforme legislative tese a mettere il controllo del governo nelle mani del Senato e, parallelamente, togliere potere ai tribuni della plebe. Intuì il potenziale di Cesare (che negli ultimi anni, era stato molto vicino all’altro suo zio acquisito, Gaio Mario) e, per allontanarlo dai populares, gli ordinò di ripudiare la figlia di Cinna; Cesare tuttavia si rifiutò, sfidandone l’ira. Silla meditò allora di farlo uccidere; desistette per le pressioni di molti aristocratici, amici comuni, ma li avvertì che “Cesari multos Marios inesse”, “dentro Cesare ci sono molti Mario”. Fu un personaggio complesso: religioso ma dissacrante, tradizionalista ma innovatore, crudele ma rispettoso della legge, severo ma votato alla salvezza dello Stato anziché all’arricchimento personale. Era noto per la sua ironia: nominò Metello Pio pontifex maximus gettando il popolo nello sconforto, perché quegli era balbuziente e, quindi, durante i riti religiosi doveva ripetere per un numero estenuante di volte le preghiere (che, nella mentalità romana, necessitavano di essere pronunciate in modo esatto, per risultare efficaci). _________________ Nel frattempo Sertorio, che si trovava in Spagna, rifiutava di deporre le armi e raccolse attorno a sé non solo i populares in fuga da Roma, ma anche molte popolazioni iberiche; alla fine dell’82, si mosse contro di lui un esercito al comando del proconsole Annio Lusco che, prima di passare i Pirenei, si fermò a Massalia. A Massalia provenzale uno dei comandanti sillani, Gaio Valerio Flacco[5], emise un interessante denario, RRC 365/1. La moneta reca, al rovescio, la legenda C. VAL. FLA - IMPERAT - EX. S. C) non solo quindi il titolo di imperator, ma anche la precisazione che la coniazione avveniva (seppur fuori dal territorio nazionale) “ex senatus consulto”, su mandato del Senato. L’iconografia inneggia al successo militare: al dritto è infatti rappresentata la Vittoria, ma è la raffigurazione al rovescio a risultare particolare: un’aquila legionaria montata su asta con, ai lati, altri due stendardi militari: a sinistra quello degli hastati (come si desume da una piccola lettera H alla base delle insegne), a destra quello dei principes (con lettera P). Questa simbologia, che richiama l’immagine delle legioni in marcia (delle quali, da lontano, si dovevano appunto intravedere l’aquila e gli stendardi), introdotta qui per la prima volta, riscosse grande successo: sarà infatti ripetuta spesso, durante sia la repubblica sia l’impero. Lo scontro fra Lusco e Sertorio avvenne nell’81 a.C.; sconfitto, il generale ribelle dovette scappare in Africa. Quello stesso anno un poco noto monetiere, Aulo Postumio Albino, emise un denario serrato, RRC 372/2, che reca al dritto la personificazione dell’Hispania (identificata da una didascalia), al rovescio un magistrato in toga in piedi tra un’aquila legionaria e un fascio littorio: evidentemente egli voleva ricordare (in un momento in cui la Spagna era tornata “agli onori della cronaca”) che il suo antenato Lucio Postumio Albino, pretore nel 180 a.C., aveva combattuto con successo in quella stessa terra. La scena al rovescio è particolarmente interessante: per Crawford si tratta di una mera allusione al potere militare e politico (aquila e fascio), ma potrebbe invece rappresentare una leva (cioè, la chiamata dei cittadini per arruolarli), occasione durante la quale il magistrato cum imperium (e fornito, quindi, del fascio) si recava a Campo Marzio, vi piantava l’insegna legionaria e faceva chiamare e registrare le reclute. _________________ In Italia, Pompeo aveva dimostrato, malgrado la giovanissima età, grandi doti di coraggio, energia e abilità militare. Silla lo incaricò allora di cacciare i populares dalla Sicilia e dall’Africa, ove essi potevano affamare il popolo di Roma bloccando i rifornimenti di grano. Il giovane condottiero portò a termine celermente il suo compito: già alla fine dell’82 a.C. si impadronì della Sicilia, dove fece giustiziare Papirio Carbone; passò poi in Africa ove ottenne una serie di successi strepitosi vincendo sia i populares sia il re di Numidia, loro alleato. _________________ Per l’80 a.C. furono eletti consoli Metello Pio e Silla. Quest’ultimo fece coniare un aureo, RRC 381/1 che tradisce il suo carattere irriverente e sottilmente ironico: la moneta infatti raffigura al dritto la dea Roma, al rovescio una statua; non viola quindi il divieto di rappresentare persone in vita. Peccato che la statua sia, verosimilmente, quella che era stata collocata nel Foro, che a sua volta raffigurava … Silla stesso. Quello stesso anno Silla ordinò a Pompeo (che ancora stazionava in Africa) di congedare le sue legioni e tornare in Italia da privato cittadino; Pompeo riunì i soldati e finse che essi stessi non volessero abbandonarlo; anzi, lo acclamarono Magnus, come il grande Alessandro, e tale epiteto divenne il suo cognomen. Il giovane sbarcò allora in Italia con tutto l’esercito e chiese a Silla di concedergli il trionfo; quando quegli glielo negò, rispose sfrontatamente “sono più numerose le persone che adorano il sole al suo nascere di quelle che lo adorano al suo declinare”. Silla, sorpreso da tanta audacia, acconsentì, ma da allora non gli assegnò altri incarichi. Sempre nell’80 un liberto di Silla accusò ingiustamente di parricidio (uccisione del padre) un giovane, sicuro che nessuno ne avrebbe preso le difese in tribunale, temendo l’eventuale vendetta di Silla stesso; invece non solo un giovane avvocato (tale Marco Tullio di Arpino, che aveva ereditato il cognomen dispregiativo di “cece” da un suo parente con un’escrescenza sul naso) accettò di difenderlo, ma vinse anche la causa e, da allora, il suo cognomen - Cicero, in Latino - cominciò a essere famoso. Forse Silla capì, da questi episodî, che stava perdendo il controllo sull’aristocrazia; forse invece, da uomo di Stato, ritenne di aver esaurito il suo compito di rifondare la repubblica; fatto sta che nel 79 a.C., stupendo tutti, depose la dittatura e si ritirò a vita privata, accettando persino le ingiurie e le minacce dei cittadini che lo vedevano passare. Morì, di malattia, l’anno successivo. _________________ Metello Pio, terminato il consolato, nel 79 a.C. fu inviato da proconsole a governare l’Hispania. Contemporaneamente, tuttavia, le popolazioni autoctone convinsero Sertorio (che nel frattempo, in Africa, aveva riorganizzato e accresciuto il proprio esercito) a tornare, ammirandone le doti di statista saggio ed equilibrato. Abilissimo militare, in breve tempo Sertorio sconfisse le legioni e si impadronì del controllo dell’Hispania Ulterior, facendone una repubblica secessionista sotto il suo governo. Metello, anch’egli abile militare, capì che la strategia migliore da usare contro di lui consisteva nel logorarlo in una lunga guerra di attrito; si arroccò allora nell’Hispania Citerior, senza affrontare le truppe sertoriane in grosse battaglie campali. Per il 78 a.C. furono eletti consoli Quinto Lutazio Catulo (figlio dell’omonimo che aveva combattuto ai Campi Raudii), vicino agli optimates, e Marco Emilio Lepido, che in passato si era tenuto equidistante tra le due fazioni, ma dopo la morte di Silla si schierò con sempre maggior fervore a favore dei populares. All’epoca erano in corso i lavori di ricostruzione dell'antico tempio di Giove Ottimo Massimo, accidentalmente bruciato nell'83, che Silla aveva affidato proprio a Catulo, ordinandogli che fosse ricostruito ancora più maestoso. Nell’anno in cui Catulo fu console, allora, un ignoto monetario allora, Marco Volteio, volle nostalgicamente ricordare su una sua moneta (RRC 385/1 che al dritto reca il ritratto di Giove) il tempio com'era stato in origine: dorico, tetrastilo, con l’immagine di un fulmine sul frontone e i tre portoni che davano accesso alle statue della triade capitolina. Terminato il consolato, nel 77 a.C. Lepido si fece promotore in Etruria di una nuova ribellione contro Roma, aiutato da un suo accolito, Marco Giunio Bruto. Quest'ultimo vantava di discendere da Bruto, primo console della repubblica, ed era sposato con una donna bellissima, Servilia[6], che invece vantava di discendere da Ahala; avevano avuto un figlio, chiamato anch'egli Marco Giunio Bruto, che quindi poteva dirsi erede morale di entrambi quei grandi eroi del passato. In realtà Servilia era anche amante di un altro uomo, il quale quindi si domandava se il giovane Bruto potesse essere figlio suo: Gaio Giulio Cesare. Il Senato, intimorito dalla sedizione di Lepido e Bruto, incaricò Pompeo (benché, all'epoca, privato cittadino) di difendere Roma. Il giovane comandante accorse, sconfisse e uccise sia Lepido sia Bruto; dopo di ciò pretese però, e ottenne, l'onore di essere inviato a schiacciare anche la ribellione di Sertorio. Fu così che alla fine del 77 Pompeo Magno, forte di un esercito di 30.000 uomini, partì alla volta dell'Hispania. Sertorio si rivelò, tuttavia, un compito troppo grande per il giovane e avventato condottiero: lo sconfisse pesantemente due volte. Nella seconda battaglia, nel 76 a.C., Pompeo fu salvato solo dal tempestivo intervento delle legioni di Metello: da allora in poi si adeguò alla sua strategia attendista e rimase con lui, nella penisola iberica, a combattere una guerra di logoramento. Malgrado questi insuccessi militari, o forse proprio per risvegliare l’orgoglio guerriero dei Romani, il questore Gneo Lentulo (forse, lo stesso che sarà console nel 56 a.C.), 76-75 a.C. celebrò la gloria e la potenza di Roma su un altro bel denario, RRC 393/1. La moneta infatti al dritto rappresenta il Genio del Popolo Romano (individuato dalla didascalia G.P.R), personificazione dello spirito fiero, risoluto e indomito degli abitanti dell'Urbe, mentre al rovescio inneggia al dominio che Roma deve esercitare sul mondo intero, attraverso rappresentato da uno scettro (dominio sulla terra) e un timone (dominio sul mare) attorno a un globo. Anche questa è un’emissione imperatoriale ma autorizzata dal Senato, come attesta la legenda EX S.C. La realtà era però molto diversa da quella auspicata da Lentulo: il controllo militare di Roma si andava disgregando. Mentre Sertorio continuava a governare indisturbato l’occidente, i pirati infestavano i mari e nel 75 a.C. rapirono lo stesso Cesare[7]. Nel 74 Mitridate, raccolto un esercito imponente, mosse di nuovo guerra alla repubblica, conquistando l’oriente (vd. pag. 68). Infine, nel 73 un gladiatore, ex soldato di Roma, soprannominato Spartaco (si ignora il suo vero nome), causò una ribellione generalizzata degli schiavi in Italia e seminò morte e distruzione per tutta la penisola, sconfiggendo i numerosi eserciti mandati contro di lui. Il mondo romano sembrò a un passo dall'implodere: Sertorio tentò di coalizzare le minacce, cercando di stipulare un’alleanza con Mitridate e con i pirati e meditando di trovare un'intesa anche con Spartaco. Poi, finalmente, la fortuna tornò benevola. Nel 72 a.C. Sertorio fu tradito e ucciso da uno dei suoi collaboratori, esasperati dalla lunga guerra di attrito; persa la sua carismatica guida, gli eserciti ispanici furono sbaragliati da quelli romani. Spartaco tentò di impossessarsi della Sicilia, accordandosi con i pirati per traghettare il suo esercito, ma il perfido governatore dell’isola, il propretore Gaio Licinio Verre, convinse i pirati stessi a tradirlo. Braccato attraverso la penisola dall'esercito di Crasso, cui il Senato aveva affidato il compito di soffocare la rivolta, fu infine definitivamente sconfitto nel 71, probabilmente in Campania. Gli ultimi schiavi ribelli, fuggiti verso nord, furono raggiunti e sconfitti da Pompeo, che tornava vittorioso dall'Hispania. Restava in corso la guerra contro Mitridate. _________________ Silla fece emettere gli ultimi bronzi “regolari” della repubblica, gli assi RRC 368/1, datati 82 a.C.: negli anni successivi, a causa del caos delle guerre civili, la coniazione delle monete di bronzo verrà interrotta per oltre 40 anni, riprenderà poi saltuariamente e tornerà normale solo con Augusto. Esistono però alcuni minuscoli assi di peso bassissimo (tra 2 e 6 grammi); mentre alcuni sono di fattura chiaramente imitativa, gli altri appaiono di stile chiaramente ufficiale. Il primo gruppo rientra nella cosiddetta “pseudo-monetazione pompeiana”[8], fenomeno sviluppatosi in Lazio e Campania per sopperire alla mancanza di “spiccioli”. Il secondo gruppo è invece un’emissione governativa ufficiale, ma è difficile spiegarne il peso così basso. La maggior parte degli studiosi ritiene che si tratti di emissioni fatte alla fine del III secolo in area magnogreca (Luceria per Crawford, che le classifica RRC 97/28 e 99/10, Canusium - odierna Canosa - per McCabe) dove la popolazione era disponibile, per tradizione, ad accettare monete fiduciarie[9]. La Notte suggerisce invece che ci sia stata, nel corso del I secolo a.C., anche una “riduzione quartonciale” (con un peso medio teorico per l’asse di 6 scrupoli, pari a circa 6,8 g, e pesi reali ulteriormente ridotti): questa ipotesi sembra più lineare e trova conferme in ambito provinciale (ove furono emessi assi di 2-5 g, come quello raffigurato a pag. 60). È possibile, quindi, che queste monetine siano gli assi emessi nel periodo in esame. NOTE [1] Su un’altra versione del medesimo denario, l’acrostolio manca. [2] Secondo la leggenda, Marsia fu fatto uccidere da Apollo, geloso del fatto che la sua musica fosse apprezzata più di quella del dio. [3] Dovrebbe trattarsi di un riferimento al porto di Ostia (che secondo la tradizione fu fondato da Ancus Marcius, mitico progenitore della gens Marcia), ove era appunto presente una colonna di questo tipo. [4] Marsia era figlio di Liber, dio della libertà presso molte popolazioni italiche, e pertanto diverse città dell’Italia ne esponevano la statua quale simbolo di libertà e di giustizia (quella di Roma era nel Foro). [5] Fratello di Lucio (sostituto di Mario nel consolato dell’86 a.C.) aveva governato le province dell’Hispania Citerior e Ulterior (dal 92 all’87) e della Gallia Cisalpina e Narbonese (forse contemporaneamente), ove era stato acclamato imperator. [6] Figlia di una sorella di Marco Livio Druso e sorella di una moglie di Lucullo. [7] L’episodio è famoso: Cesare sollecitò i pirati a chiedere un riscatto molto alto, chiarendo che lui era un personaggio importante, ma li minacciò anche che sarebbe tornato a trucidarli. Il riscatto fu pagato, Cesare fu liberato, e tornò a trucidarli. [8] Così chiamate perché molte sono state rinvenute a Pompei, ma il fenomeno era molto più vasto. Queste monete sono state catalogate da Stannard Provisional catalogue of Pompeian pseudo-mint del 2010. [9] Si dicono “fiduciarie” le monete (come le attuali) il cui valore è fissato in modo autoritativo dallo Stato, e non corrisponde minimamente a quello - molto inferiore - del materiale che le compone (metallo o addirittura, oggi giorno, carta). ILLUSTRAZIONI Resti delle mura serviane a via Salandra a Roma. La battaglia di Porta Collina fu combattuta qui vicino. 83 a.C., denario RRC 357/1 82 a.C., denario RRC 362/1 82 a.C., denario RRC 363/1 82 a.C., denario RRC 365/1 81 a.C., denario RRC 372/2 Aquila legionaria in bronzo (forse, l’unica pervenutaci) datata 150-199 d.C., rinvenuta nell'area archeologica di Amiternum ed esposta al museo di Chiusi. 80 a.C., aureo RRC 381/1 78 a.C., denario RRC 385/1 76-75 a.C., denario RRC 393/1 Asse del peso di soli 1,9 g ma con stile apparentemente ufficiale
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  45. LA PRIMA GUERRA MITRIDATICA L’area settentrionale della penisola anatolica era sede di un altro ricco e potente regno ellenistico, il Ponto, retto dal 111 a.C. da un uomo risoluto e determinato, Mitridate VI Eupatore. Questi, sebbene mantenesse rapporti diplomatici amichevoli con la Repubblica, mal ne sopportava le ingerenze: desiderava infatti espandere il proprio dominio assorbendo i deboli regni contigui, a cominciare da Bitinia e Cappadocia, che però erano protetti da Roma. Uno storico romano[1] riferisce che “insuperbito da un'enorme ambizione, ardeva dal desiderio di occupare l'intera Asia e se poteva anche l'Europa. Gli davano speranza i nostri problemi: credeva che fosse il momento favorevole, poiché eravamo distratti dalle guerre civili e in lontananza Mario, Silla, Sertorio che mostravano indifeso il fianco del dominio [romano]”. Nell’89 a.C. Mitridate detronizzò, per la terza volta, i regnanti di Bitinia e Cappadocia, sostituendoli con proprî adepti. Se nelle due occasioni precedenti Roma aveva avviato trattive diplomatiche per giungere a un accordo, questa volta gli dichiarò guerra; poiché tuttavia, impegnata nel bellum sociale, potè inviare solo truppe alleate, i primi scontri furono vinti dal re del Ponto che rapidamente, nel corso dell’88, riuscì a occupare quasi tutta la penisola anatolica, compresa la provincia d’Asia ove fece uccidere tutti gli Italici presenti, compresi almeno 80.000 Romani (Plutarco dice, addirittura, 150.000). L’esercito pontico passò allora in Grecia (che nel frattempo era stata riorganizzata come provincia separata, con il nome di Acaia) e, nel corso dell’87, ne prese il controllo: alcune città, a cominciare da Atene, gli si consegnarono spontaneamente, tradendo Roma. _________________ A Roma fu eletto console, per l’88 a.C., Lucio Cornelio Silla, che per il suo nobilissimo lignaggio era divenuto il campione degli optimates, la fazione che voleva conservare i privilegi tradizionali dell’aristocrazia opponendosi ai populares, ben rappresentati dall’altro eroe di guerra, Mario, i quali invece perseguivano riforme a favore delle classi sociali più povere. Il Senato incaricò Silla di condurre la guerra contro Mitridate e il console riuscì, malgrado il perdurante bellum sociale, ad arruolare ed equipaggiare 5 legioni (circa 20.000 uomini, cui nei Balcani si sarebbero aggiunti altrettanti alleati), accampate in Campania. Tuttavia un tribuno della plebe di parte mariana, Publio Sulpicio Rufo, occupò il Foro con seicento suoi scagnozzi, minacciò Silla (che, per aver salva la vita, fuggì presso il suo esercito) e fece approvare una legge per togliergli la conduzione della guerra e affidarla a Mario. Silla, allora, assunse un’iniziativa sino ad allora inconcepibile: chiese ai suoi soldati se fossero disposti a marciare contro Roma. Nessun uomo in armi poteva varcare il pomerium, sacro confine di Roma; nessun soldato aveva mai calpestato il sacro suolo dell’Urbe[2]; i proconsoli perdevano addirittura l’imperium, se entravano in città, mentre i consoli potevano permanerci (per esercitare il governo) ma dovevano far rimuovere le asce dai fasci portati dai littori. Fra gli ufficiali solo un questore fu disposto a seguirlo, il trentenne Lucio Licinio Lucullo, di cui Silla apprezzava le doti di mitezza, coraggio, rettitudine morale e sagacia, avendolo avuto come tribuno militare durante il bellum sociale; i soldati, invece, accettarono di mettersi in marcia. Fu così che il console compì il sacrilegio: entrò in armi a Roma, alla testa dei suoi soldati, fece uccidere Rufo (mentre Mario scappava dalla città) e si fece riconfermare come comandante della campagna contro Mitridate. Presiedette poi all’elezione dei nuovi consoli, che risultarono due persone neutrali, una delle quali era Lucio Cornelio Cinna. Così ristabilito l’ordine in patria, nell’87 a.C. Silla partì per la guerra. _________________ Sappiamo dalle fonti che Lucullo fu incaricato da Silla di emettere monete per finanziare la campagna militare, monete che i contemporanei definirono “luculliani”; non sappiamo tuttavia quali fossero. Una prima ipotesi è che i “luculliani” siano i denarî dell’emissione RRC 375/2, che Crawford data all’81 a.C. ma, secondo Pedroni[3], potrebbe essere anticipata all’87 e attribuita a Lucullo. Si tratta di monete molto belle, la cui iconografia presenta tre caratteristiche interessanti: la legenda Q (che indica che furono emesse da un questore, quale appunto Lucullo era); il ritratto di Venere, che Silla invocava come propria protettrice (ritratto che compare qui per la prima volta[4], ma diventerà poi un simbolo diffuso di fortuna, potere e legittimazione); soprattutto, due cornucopie affiancate. Queste sono una peculiarità, dato che una sola cornucopia, simbolo di prosperità, è presente anche su altre monete ma la rappresentazione di una coppia è tipica dell’Egitto. Tale stranezza si potrebbe spiegare ricordando che un Tolomeo Alessandro nominò suo erede[5] il popolo di Roma ove, quindi, arrivarono ingenti quantità di metallo prezioso; se si trattasse di Tolomeo X, deceduto nell’88, la tempistica sarebbe compatibile con l’impiego di questo stesso metallo per emettere i denarî in esame[6], coniati a Roma nei primi mesi dell’87 (prima, cioè, che Lucullo partisse per la guerra) oppure in Grecia, nei mesi successivi. In alternativa, i “luculliani” potrebbero essere stati emessi in Grecia come monetazione provinciale e si identificherebbero, allora, in alcune tetradracme che ripetono l’iconografia tradizionale di Atene (Atena al dritto e una civetta su un’anfora con “A” al rovescio) ma presentano due strani monogrammi, composti uno dalle lettere ΑΡΜ, l’altro da ΜΤΑ. Una possibile interpretazione, infatti, è che siano lettere greche (talché P si legge R) e significhino la prima Marci, la seconda tamiou, “del questore”; infatti il tesoriere di Lucio Licinio Lucullo in Grecia era suo fratello[7], Marco Terenzio Varrone Lucullo. _________________ Silla sbarcò in Epiro e, di là, mosse direttamente contro Atene: il suo primo obiettivo era infatti punire la polis che aveva tradito Roma e si era consegnata al nemico. Atene cadde nei primi mesi dell’86 a.C., all’esito di un duro assedio; la vendetta di Silla fu spietata: la città fu saccheggiata e i suoi abitanti uccisi o venduti schiavi[8]. L’esercito pontico, benché tre volte più grande di quello romano (120.000 soldati contro 40.000), fuggì verso la Macedonia; arrivato tuttavia nei pressi della cittadina di Cheronea, fu bloccato per tre giorni dalla fiera e accanita resistenza di un piccolissimo contingente romano, comandato dal legato proquestore di quella provincia, Quintus Bruttius Sura. Egli infatti “affrontò Archelao [comandante dell’esercito pontico], che dilagava attraverso la Macedonia come un torrente in piena, con il massimo vigore. Disputarono tre battaglie nei pressi di Cheronea. Archelao fu sconfitto e costretto a ripiegare verso il mare. Poi [arrivò] Lucio Licinio Lucullo [che] ordinò [a Sura] di rientrare nella sua provincia, poiché stava giungendo Lucio Cornelio Silla”[9]. _________________ Il coraggioso Sura, che grazie alla sua capacità e determinazione salvò la Macedonia e diede a Silla il tempo di raggiungere il nemico, firmò le ultime emissioni provinciali con legenda ΜΑΚΕΔΟΝΩΝ[10]: si tratta di bellissime tetradracme e dracme che uniscono elementi locali e romani. Il dritto infatti riporta il ritratto di Alessandro Magno, che era tradizionale sulle tetradracme macedoni, con la legenda in alfabeto greco. Il rovescio, invece, propone un’iconografia tipicamente romana, ossia (attorno alla clava, simbolo di Ercole) gli strumenti dell’esazione delle tasse (compito dei questori), ossia la cesta, in cui veniva deposto il denaro raccolto, e la sella, su cui il magistrato sedeva durante la riscossione; inoltre, la legenda è in latino, SVVRA LEG. PRO Q. Ulteriore particolare d’interesse, al dritto a volte queste monete recano la sigla ΣΙ: si ritiene che sia un numerale, 16, e indichi il tasso di equivalenza (vigente all’epoca) tra una tetradracma e 16 sesterzî; costituisce quindi una prova aggiuntiva dell’integrazione della monetazione provinciale in quella “ufficiale” repubblicana e del fatto (già evidenziato) che stranamente, i valori e i prezzi venivano espressi in sesterzî, anziché in denarî. Oltre a queste ultime emissioni con legenda ΜΑΚΕΔΟΝΩΝ, continuarono a essere coniate monete, soprattutto in bronzo, con il nome della città emittente. Thessalonica, in particolare, proseguì a produrre gli assi con Giano e i centauri al rovescio, ma con un peso estremamente ribassato rispetto a quelli del secolo precedente. _________________ Silla, che stava inseguendo Archelao, lo raggiunse così a Cheronea e ivi lo affrontò in battaglia. Dapprima i Pontici lanciarono contro i nemici i loro terribili carri falcati[11], ma le disciplinatissime schiere romane furono pronte a scansarsi, facendoli passare senza danni, “per poi batter loro le mani, scoppiando a ridere e chiedendo un bis, come sono soliti fare alle corse nel circo”[12]. Si arrivò allora allo scontro di fanteria e i Pontici stavano per avere la meglio, grazie al loro numero preponderante, quando Silla diede nuova prova del suo genio: aveva infatti mantenuto da parte (forse, per la prima volta nella storia militare dell’Occidente) una riserva tattica e la fece intervenire al momento opportuno, rovesciando le sorti della battaglia. Di 120.000 soldati pontici, ne sopravvissero 10.000; di 40.000 romani, ne morirono 13. I legionarî, sull’onda dell’entusiasmo, acclamarono Silla imperator[13]; a perenne memoria della sua vittoria, egli fece erigere due grandi trofei d’armi sul campo di battaglia. Archelao e nemici superstiti fuggirono incontro a un altro esercito pontico, che stava sopraggiungendo in loro soccorso forte di altri 80.000 uomini; si accamparono in posizione favorevole a Orcomeno (distante solo 15 km da Cheronea). Ma quando giunsero le legioni, fu un’altra tremenda sconfitta. Silla progettò di passare in Asia, ma non disponeva di una flotta per contrastare quella pontica; incaricò allora Lucullo di trovargliene una. Lo zelante questore non esitò e, incurante del pericolo di essere catturato, viaggiò su piccole barche a vela recandosi presso gli alleati di Roma, Creta prima, poi Cirene, Alessandria, Cipro e infine Rodi e chiedendo loro di fornire alla Repubblica navi e marinai. _________________ A Roma il console Cinna abbandonò la sua posizione di neutralità schierandosi apertamente a favore dei mariani, intanto rientrati in città. Ci furono scontri, a seguito dei quali il Senato decretò la destituzione di Cinna; questa iniziativa fu tuttavia un errore, facendolo apparire una vittima e procurandogli molti seguaci. Si formarono così due opposti eserciti, prossimi a scontrarsi: quello dei mariani, comandati da Cinna, dallo stesso Mario e da un loro devoto collaboratore, Quinto Sertorio, cui si unirono gli ultimi ribelli sanniti e lucani; e quello del Senato, condotto da Gneo Pompeo Strabone e da Quinto Cecilio Metello Pio (figlio dell’omonimo che aveva iniziato la guerra contro Giugurta). La fortuna arrise ai mariani: Pompeo e molti suoi soldati morirono per una violenta epidemia, mentre i legionari di Metello si rifiutarono di combattere contro i concittadini. Cinna e Mario (che aveva ormai 70 anni e, secondo alcuni storici, soffriva probabilmente di una malattia mentale[14]) presero allora il controllo di Roma, fecero grande strage dei nemici e si auto nominarono consoli per l’86 a.C.; Mario tuttavia morì pochi giorni dopo e fu sostituito da Lucio Valerio Flacco. _________________ Una delle più gravi emergenze che Cinna dovette affrontare fu la crisi monetaria: dopo anni di bellum sociale e guerra civile, i Romani erano ormai oberati dai debiti e la fiducia dei creditori era compromessa dalla circolazione di una quantità esagerata di denarî suberati. Si definiscono “suberate”[15] monete realizzate da un tondello di bronzo, ricoperto con uno strato di argento fuso subito prima della coniazione; i due metalli aderiscono e il prodotto finale sembra d’argento massiccio[16] (anche se, a parità di dimensioni, pesa di meno). Per effetto della legge di Gresham[17] oggi abbiamo pochi suberati e, quindi, ci è difficile capire quando ne siano stati emessi di più; però è stato rilevato[18] che i segni di controllo[19] si concentrano sulle monete datate tra il 126 e il 63 a.C., facendoci dedurre che l'emissione di suberati si sia concentrata in quegli anni di grave crisi sociale. Possiamo immaginare lo sconforto che creava, nella gente, il costante dubbio di avere tra le mani monete "cattive", non tesaurizzabili. I consoli intervennero con una serie di provvedimenti: sappiamo di una legge che permise ai debitori di pagare solo un quarto dei loro debiti; sembra inoltre che un’altra abbia vietato l’emissione dei suberati[20] e che sia stata creata una magistratura ad hoc, per ritirare i suberati dalla circolazione. Nell’85 a.C. un monetiere - tale Manio Fonteio - emise denarî, RRC 353/1 e 353/2, che presentano al dritto la sigla AP (in monogramma) oppure la legenda EX. A.P.: evidentemente, pur di far fronte alla necessità di immettere in circolazione grandi quantità di monete di buon argento, si fece di nuovo ricorso all’argentum publicum, forse alimentato dal lascito di Tolomeo Alessandro (essendo comunque difficile immaginare che fosse stato tutto utilizzato da Lucullo). È interessante, di queste monete, anche l’iconografia: al dritto è raffigurata una testa di Apollo con un fulmine, che si ritiene essere Apollo Vejove, a sua volta reinterpretazione tarda di un’antica divinità italica, Vejove appunto. Vejove era un dio infernale[21] e presiedeva alla potenza distruttrice della natura, alle paludi mortifere, agli eventi vulcanici, al fulmine distruttore: una scelta eloquente, in anni di guerra civile. Al rovescio è invece raffigurato un fanciullo (forse Cupido?) che cavalca una capra, con due pilei in cielo (berretti simbolo dei Dioscuri, assunti in cielo dopo la morte) e, in esergo, un tirso (bastone sacro, in uso ai seguaci di Dioniso): non si capisce bene a cosa queste figure alludano. _________________ Silla fu dichiarato hostis publicus e a fine 86 lo stesso Flacco partì, con due legioni, per andare a sollevarlo dal comando (e forse ucciderlo). Giunto nell’85 a Bisanzio, tuttavia, fu tradito e ucciso dal suo comandante della cavalleria, Gaio Flavio Fimbria, che condusse le truppe in Anatolia ove - malgrado le ridotte dimensioni del suo esercito (8.000 legionarî) - riuscì a mettere in fuga lo stesso Mitridate, ormai a corto di soldati, fino a bloccarlo nella cittadina costiera di Pitane. Fimbria chiese allora l’aiuto di Lucullo (che, nel frattempo, era tornato alla testa di un’imponente flotta alleata e aveva distrutto il grosso delle navi pontiche), per evitare che il re nemico fuggisse via mare, ma quegli rifiutò di aiutare un traditore e si riunì a Silla, nel Chersoneso. Braccato da Fimbria, Mitridate chiese che Silla lo raggiungesse in Asia Minore, per trattare la pace. Silla decise allora di rinunciare all’intenzione di debellarlo, perchè temeva che la sua posizione diventasse insostenibile dopo che era stato abbandonato dal governo di Roma, e accettò l’invito; passò in Anatolia e incontrò il re del Ponto ordinandogli di restituire tutti i territorî, le ricchezze e i prigionieri acquisiti con la guerra. Mitridate accettò e si ritirò nei confini del suo regno; si concludeva così, nell’85 a.C., la prima guerra mitridatica. Fimbria si suicidò; alle due legioni che lo avevano seguito, da allora denominate Fimbrianae, fu vietato di tornare in patria (come già era successo con le Cannensis). _________________ Rimasto senza i finanziamenti del Senato, Silla decise di emettere moneta imperatoriale per pagare le sue truppe; grazie a questa sua iniziativa abbiamo due delle più belle monete mai emesse dalla Repubblica, l’aureo RRC 359/1 e il denario RRC 359/2, assolutamente identici tra loro (tranne, ovviamente, il metallo). Occorre qui narrare un antefatto. Quando nel 479 a.C. l’esercito greco aveva sconfitto a Platea quello persiano di Serse, ne aveva saccheggiato l’accampamento traendone molto oro e argento; a titolo di ringraziamento verso gli dei, un decimo era stato inviato ai santuari di Olimpia e Delfi. Nell’86 Silla, dopo aver conquistato Atene, per dare dimostrazione del suo disprezzo verso il nemico (e financo verso i suoi dei) aveva fatto saccheggiare i due templi, sottraendone i lingotti. Nell’84, tornato in Grecia, diede ordine di usare quegli stessi lingotti per produrre denarî e, per la prima volta dopo oltre un secolo, aurei. Quando si prendono in mano queste monete, si rimira metallo che è giunto in Europa nel 480 a.C., al seguito di Serse; ha assistito alla disfatta dei Persiani; è rimasto nei più sacri templi greci mentre l’Ellade conosceva il massimo splendore; è passato nelle mani di Silla quando respingeva un nuovo invasore orientale, Mitridate; è stato infine ceduto ai suoi soldati, che torneranno in Italia per combattere la guerra civile. Quanta storia! Le monete in questione presentano al dritto Venere, la dea il cui favore aveva permesso a Silla di prevalere in tutte le sue battaglie, e Cupido, suo figlio, che le porge una palma, simbolo di vittoria; si tratta quindi di Venus Victrix, la versione “guerriera” della dea, piuttosto che quella “amorosa”. La legenda reca L. SVLLA. Al rovescio sono invece pubblicizzati i meriti guerreschi di Silla, con la rappresentazione dei due trofei eretti a Cheronea e la legenda, IMPER. ITERVM, “acclamato imperator due volte” (sembra infatti che Silla avesse già ricevuto un’acclamazione imperatoriale nel 96 a.C., durante una campagna in Cilicia). Fra l’altro, è la prima volta che il titolo di imperator compare su una moneta. In mezzo ai due trofei sono raffigurati la brocca e il lituum (bastone rituale) usati dagli àuguri; è probabile che con tali simboli Silla (che nell’84 non era augure) volesse riaffermare la legittimità del suo comando, a onta della dichiarazione di hostis publicus. Infatti, l’attribuzione dell’imperium veniva fatta con una lex curiata, cui dovevano appunto presiedere gli àuguri. Con queste monete Silla pagò i suoi legionari, prima di tornare in Italia. Afferma Plutarco, a proposito del suo ritorno: “Veniva Silla con ira gravissima”; l'iconografia scelta per questi aurei e denarî conferma questa frase. _________________ Cinna si auto proclamò console anche per l’85 e per l’84, ma nell’84, mentre si preparava a combattere Silla prossimo a rientrare in patria, fu ucciso dai suoi stessi soldati. L’anno successivo sua figlia Cornelia Cinna, che aveva solo 13 anni, andò in sposa al flamen dialis, sacerdote preposto al culto di Giove Capitolino, che di anni ne aveva 17. Era il nipote delle due sorelle Giulia che avevano sposato, rispettivamente, Mario e Silla; si chiamava, come il padre e come il nonno, Gaio Giulio Cesare. NOTE [1] Epitome a Tito Livio, I, 40.3-4. L’autore sarebbe tale Lucio Anneo Floro, uno storico vissuto forse a cavallo tra I e II secolo d.C. [2] Infatti la vicenda del centurione che nel 390 a.C. aveva intimato ai Romani di ricostruire Roma nella sua naturale sede (vd. pag. 11) si era svolta nel Foro che ricadeva, all’epoca, all’esterno del pomerium (il quale, in origine, era limitato al solo colle Palatino). [3] L’eredità di Tolomeo e le monete di Silla, in “Pomoerivm 3”. [4] Per la precisione, un ritratto dubitativamente attribuito a lei compare anche sull’aes grave RRC 14/2; inoltre la sua figura in biga (non, quindi, il ritratto) è presente su un denario della gens Iulia (RRC 258/1), che vantava di discendere da essa. [5] Nel 30 a.C. Ottaviano userà questo testamento come pretesto per annettere l’Egitto. [6] L’alternativa è che si trattasse di suo figlio, Tolomeo XI Alessandro, ucciso dal suo stesso popolo nell’80 a.C., dopo pochi giorni di regno (fra l’88 e l’80 regnò invece Tolomeo IX, fratello di Tolomeo X). [7] Era infatti nato come Marco Licinio Lucullo e aveva mutato il nomen (nonché assunto un secondo cognomen) a seguito di adozione. [8] Silla, tuttavia, diede prova di quella che si sarebbe rivelata una peculiarità del suo agire: malgrado la sua ferocia, restava rispettoso della legge. Egli infatti perdonò coloro che, pur avendo combattuto per Atene, non potevano essere considerati responsabili di tradimento contro Roma perché non avevano avuto la cittadinanza romana né altri vincoli di fedeltà all’Urbe. [9] Plutarco, Vita di Silla, 11. [10] Giova precisare che monete identiche a quelle di Sura (cambia solo la legenda al rovescio, AESILLAS Q.) furono firmate anche, negli stessi anni, da un altro magistrato in servizio nella stessa provincia, il questore Aesillas. [11] Carri da guerra muniti, davanti e ai lati, di lunghe lame. [12] Plutarco, Vita di Silla, 18. [13] Imperator, che letteralmente significa “colui che esercita [sottinteso: in modo corretto] il comando militare [ossia, l’imperium]”, era in quest’epoca un titolo solo onorifico, ma molto ambìto; gli eserciti, infatti, lo tributavano spontaneamente al loro comandante se dimostrava di meritarlo grazie una vittoria eclatante. L’acclamazione dava poi diritto all’imperator di celebrare il trionfo (altro onore estremamente ambìto dai Romani) al termine della guerra, previo però nulla osta del Senato. [14] Fra l’altro, anziché rientrare a casa propria, si accampò con una tenda militare nel Foro. [15] Da “sub aes”, “sotto [c’è] il bronzo”. [16] A distanza di secoli, tuttavia, i metalli possono separarsi e tendere a staccarsi. Questo è il motivo per cui, oggi, abbiamo alcuni suberati che si “sfogliano”, perdendo pezzetti di argento. Al giorno d'oggi, grazie anche al basso costo dell'argento, la suberazione (operazione più complessa della mera argentatura) è più costosa della produzione di monete d’argento; ne consegue che, paradossalmente, oggi un suberato offre più garanzie di essere una moneta autentica (nel senso che esiste effettivamente da 2.000 anni). [17] Trattasi di un fenomeno sociale (osservato e teorizzato nel XVI secolo dal banchiere Grescham) per il quale, quando circolano due monete che presentano il medesimo valore nominale, ma una ha un valore intrinseco superiore, quest'ultima (cosiddetta moneta “buona”) viene tesaurizzata mentre l'altra (“cattiva”) diviene il principale strumento di spesa (perché tutti preferiscono darla via non appena qualcuno è disponibile ad accettarla). Ciò comporta che la moneta “cattiva” circola fino a usurarsi del tutto ed essere buttata via, mentre quella “buona” viene raccolta in tesoretti. Gli effetti pratici sono due: sul momento, circola prevalentemente la moneta “cattiva” (come se la “buona” non esistesse); ai posteri, invece, perviene soprattutto la “buona”, grazie al ritrovamento dei ripostigli. [18] Witschonke, The use of die marks on Roman Republican coinage, in “Revue Belge Numismatique”, 2012. [19] Piccole incisioni che i nummularii (ossia i banchieri) facevano sulla superficie delle monete, per verificare l’eventuale presenza di bronzo sottostante e scegliere, così, le monete “buone” da tesaurizzare. [20] Si discute, oggi, se i suberati fossero all’epoca monete false (come ritiene Crawford), magari realizzate dagli stessi operai della zecca (che, così, potevano portarsi via l’argento avanzato), oppure venissero realizzati, almeno in parte, dallo stesso governo, per sopperire alla carenza di argento (Debernardi, Plated coins, false coins?, in “Revue Numismatique” 2010, è favorevole a questa ipotesi). Sembra che siano state emanate numerose leggi per vietarli (oltre che da Cinna, da Silla e da Cesare), peraltro senza successo (come dimostrano i pur pochi che ci sono giunti), ma forse proprio queste leggi dimostrano che era una prassi normale. [21] Il prefisso *ve- è attestato in antichissime parole italiche per indicare la versione ostile del sostantivo che segue (come nel nome del Vesuvio), talché Ve-Jove va interpretato come il “Giove cattivo” la cui ira è necessario cercare di placare. ILLUSTRAZIONI Denario RRC 375/2 Tetradracma di Marcus Lucullus Tetradracma di Sura Asse Giano/centauri di Thessalonica, del peso di 4,7 g Denario RRC 353/1 Denario RRC 359/2
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  46. IL BELLUM SOCIALE L’Italia non fu mai assoggettata formalmente a Roma, ma (con un’opera politica particolarmente lungimirante, nell’epoca in cui fu compiuta) organizzata in una complessa rete di alleanze, sino a divenire - per usare una terminologia moderna - una confederazione composta, a macchia di leopardo, da cittadini romani, cittadini di diritto latino (che, come si è visto, erano sostanzialmente Romani privi di diritti politici) e socii, ossia alleati. Questo sistema si era dimostrato particolarmente efficiente nei secoli precedenti, reggendo all’impatto di invasori stranieri del calibro di Pirro e Annibale e consentendo di far scomparire, poco per volta, i preesistenti contrasti tra le popolazioni della penisola; dopo l’epoca dei Gracchi, tuttavia, era ormai anacronistico: i socii combattevano con i Romani, commerciavano con i Romani, costruivano famiglie con i Romani e quindi, anche per il grande prestigio che godeva nel mondo il nome di Roma, volevano essere Romani. I politici più perspicaci capivano che era venuto il momento di estendere la cittadinanza romana, ma trovavano le forti resistenze del popolo, geloso dei suoi privilegi sino al punto (come si è visto) di osteggiare persino un tribuno che era stato prima adorato dalle folle, come Gaio Gracco. Nel 91 a.C. un altro tribuno della plebe, Marco Livio Druso, avanzò due proposte di legge che, di nuovo, prevedevano un’ulteriore riforma agraria e l’estensione della cittadinanza romana ai socii. Si fece così molti nemici e in autunno alcuni sicarî, con la copertura di uno dei consoli, lo uccisero. Fu la goccia che fece traboccare il vaso: scoppiò una rivolta dei socii ad Ascoli, nel Piceno, che dilagò rapidamente in gran parte dell’Italia trasformandosi in guerra aperta. I Romani lo chiamarono bellum sociale, per non ammettere l’amara verità: era, nei fatti, una guerra civile. I ribelli si organizzarono in una lega, con capitale prima Corfinio poi Isernia, e sul modello romano costituirono un senato ed elessero due consoli e dodici pretori. Emisero proprî denarî, ormai estremamente rari: particolarmente interessanti sono alcuni che riportano la legenda ITALIA, prima attestazione epigrafica dell’uso di questo sostantivo per individuare gli abitanti della penisola. Particolare interessante, l’iconografia di queste monete copia - mutatis mutandis - quella romana, a riprova dell’avvenuta romanizzazione della cultura dei popoli italici. ________________________ Gli eserciti dei ribelli attaccarono quelli della capitale; si stima che entrambi gli schieramenti abbiano mobilitato 100.000 soldati ciascuno. Roma ottenne alcune vittorie importanti ma non decisive grazie ai due comandanti che già l’avevano salvata in situazioni critiche, Mario e Silla, entrambi a tal fine nominati legati, nonché grazie a Gneo Pompeo Strabone, un ferocissimo e ricchissimo personaggio originario del Piceno (corrispondente, all’incirca, agli odierni Abruzzi e Marche) dapprima nominato legato, poi eletto console per l’anno 89. Per sostenere lo sforzo bellico l’Urbe emise una quantità incredibile di denarî: le monete datate agli anni 90-87 a.C. giunte sino a noi sono oltre 100.000 e attestano l’esistenza di almeno 3.951 conî di diritto e 4.507 di rovescio; tenuto conto che verosimilmente quindi ce ne furono altri a noi non noti, si deduce che - se è vera la stima di 30.000 monete per ogni conio di diritto - furono realizzati oltre 120 milioni di denarî (di cui, secondo Crawford, 77 milioni nel solo anno 90). La singola emissione più abbondante fu probabilmente RRC 340/1, un denario del 90 a.C. firmato L. PISO FRVGI, ossia Lucius Calpurnius Piso Frugi, che sarà pretore nel 74 a.C. e discendeva da Gaio, il quale invece era stato invece pretore nel 211 a.C.: se ne conoscono 864 conî di diritto e 1.080 di rovescio. Appare significativa la scelta del monetiere di non far alcun riferimento, nell’iconografia, alla guerra in corso, quasi a voler fingere che Roma non fosse preoccupata dall’insurrezione; egli infatti raffigura al dritto Apollo, al rovescio un cavaliere al galoppo con, in mano, una torcia o un ramo di palma, chiara allusione ai Ludi Apollinares (competizioni sportive[1] dedicate ad Apollo istituite dal suo antenato Gaio, per ingraziare il dio dopo la sconfitta di Canne). Per quanto concerne le monete di bronzo, proprio per sostenere l’ingente emissione resa necessaria dallo sforzo bellico Roma eseguì un’ulteriore svalutazione: il peso medio dell’asse (che già era stato ridotto a 1 oncia, con l’adozione dello standard onciale) fu ulteriormente abbassato a mezza oncia, portando così al cosiddetto “standard semionciale”. Questa riforma fu adottata nel 91 o nell’89 in forza di una lex Papiria (così chiamata perché proposta dal tribuno della plebe Gaius Papirius Corbo) e, infatti, alcuni assi (RRC 338/1) ne portano menzione, con la legenda L.P.D.A.P. (sciolta in lex Papiria de aere publico o de assis pondere)[2]. È interessante notare come i monetieri di questo periodo, pur attenendosi all’iconografia tradizionale (per gli assi, Giano al dritto, prora navis al rovescio), abbiano cercato di sperimentare alcune varianti grafiche. Un certo Quintus Titius (non altrimenti noto), ad esempio, nel 90 a.C. propose al dritto dell’asse RRC 341/4 una particolare versione della testa gianiforme, con viso allungato e barba appuntita; voleva forse alludere a Mutinus Titinus una divinità italica (che egli scelse, probabilmente, per l’assonanza tra i nomi, Titinus e Titius) che fu poi identificata con Priapo. Nello stesso anno, Gaius Vibius Pansa emise invece l’asse RRC 342/7, caratterizzato al rovescio da tre prue di nave affiancate; potrebbero alludere a tre vittorie conseguite contro gli insorti, oppure al lavoro dei tre triumviri monetali, o infine a un qualche evento mitologico legato alla sua gens (è stato ipotizzato che i Vibii Pansa provenissero da Gaeta e, quindi, le tre prore ricorderebbero la flotta che portò Enea da Troia e fu poi incendiata presso quella città). ________________________ Malgrado i successi di cui si è detto, i Romani non riuscirono a sconfiggere definitivamente i socii sul campo di battaglia; anzi, subirono importanti perdite, fra cui due consoli, Publio Rutilio Lupo nel 91 a.C. e Lucio Porcio Catone nell’89. La guerra, quindi, non fu vinta con le armi, ma fu fatta cessare con le leggi. Infatti, Roma concedette ciò che i ribelli chiedevano: la cittadinanza romana fu infatti estesa, per legge, nel 90 a.C. ai cittadini di diritto latino e ai socii che non si erano ribellati (soprattutto, Etruschi e Umbri) e nell’89 agli insorti che avrebbero deposto le armi; sempre nell’89, fu invece concessa la cittadinanza di diritto latino alle popolazioni della Gallia Cisalpina. Sul piano giuridico, l’Italia diveniva così un’unica “grande Roma” mentre i Celti della Gallia Cisalpina (discendenti di quegli stessi popoli che nel 390 avevano saccheggiato l’Urbe) divennero i “nuovi Latini”. Grazie a queste iniziative legislative i popoli che si erano ribellati deposero via via le armi e la guerra si spense progressivamente. Dopo l’88 a.C. rimasero solo alcuni focolaî di insorti fra i Sanniti (a Nola) e i Lucani (in Bruzio), ma le loro attività andarono ad alimentare un nuovo, ennesimo conflitto: la guerra civile tra mariani e sillani. Proprio nell’89 operò un monetario che si firmava SABINI L. TITVRI e, pertanto, si ritiene che possa essere Lucius Titurius Sabinus, citato dalle fonti come legato nel 75 a.C. Di lui sappiamo pochissimo, ma è evidente dal cognomen che era o si riteneva di origini sabine: infatti, al dritto dei suoi denarî raffigura la testa di Tito Tazio (identificato, su alcune monete, dalla didascalia TA), il mitico re sabino che, dopo aver combattuto contro i Romani a causa del ratto delle Sabine, aveva non solo stretto la pace con Romolo, ma perfino accettato di associarsi a lui sul trono, consentendo che i loro due popoli si fondessero in uno solo. A ciò il monetiere aggiunge, sui rovesci di due denarî, la raffigurazione di situazioni topiche del mito legato a Tito Tazio: il momento del ratto su RRC 344/1, la morte di Tarpea su RRC 344/2. Quest’ultimo denario presenta anche un dotto particolare: un crescente lunare e una stella sopra la testa di giovane; sappiamo infatti da Properzio[3] che Tarpea usava il pretesto di dover adempiere ai presagi della dea Luna per giustificare la sua uscita dalle mura del Campidoglio. Questi denarî sono notevoli sia per ragioni numismatiche, sia per la loro importante testimonianza storica. Dal punto di vista numismatico, non si può non sottolineare come la scelta di raffigurare un uomo, su un’emissione repubblicana ufficiale, fosse rivoluzionaria: sino ad allora, al dritto delle monete romane erano comparsi solo dei o semidei[4]. Interessante pure il significato, di cui si è detto, del crescente lunare: ci fa immaginare quanti altri piccoli particolari ci possono sfuggire, in mancanza di fonti storiche adeguate, nell’interpretazione di altre monete. Ma è la testimonianza storica che più ci colpisce: nel momento in cui i popoli fratelli si ribellano in armi contro quello romano, e dentro Roma si discute se e a chi concedere la cittadinanza, questo colto monetiere ricorda ai suoi concittadini e agli stessi socii che la grandezza di Roma è iniziata proprio quando il popolo romano si era fuso con quello dei territorî circostanti, dopo un’inutile guerra fratricida. Titurio Sabino emise anche monete di bronzo; gli assi in particolare, RRC 344/4, presentano molte variazioni iconografiche. In alcuni di essi la testa al dritto è sì gianiforme ma (com’era avvenuto per l’asse 341/4) le sembianze non sembrano quelle di Giano; è probabile che il monetiere abbia voluto riproporre anche qui le sembianze di Tito Tazio. NOTE [1] La gara con torcia era uno specifico tipo di competizione ippica e il ramo di palma veniva dato a chi la vinceva. [2] È interessare notare che ancora oggi, spesso, sugli oggetti prodotti in esecuzione di una specifica legge (soprattutto se innovativa) ne viene apposta la menzione. [3] Elegie, IV, 4: “Vidit harenosis Tatium proludere campis pictaque per flavas arma levare iubas: obstipuit regis facie et regalibus armis, interque oblitas excidit urna manus. Saepe illa immeritae causata est omina lunae et sibi tingendas dixit in amne comas” (vide Tazio giostrare nella pianura sabbiosa e brandire sulla bionda criniera le armi dipinte; fissò attonita la bellezza del re e le armi regali, e l'anfora le cadde dalle mani dimentiche. Spesso addusse a pretesto i presagi dell'innocente luna e disse di dover immergere nel fiume le sue chiome). [4] Anche se, per amore di precisione, occorre precisare che alcuni ritratti apparsi su monete precedenti non sono stati identificati con sicurezza (ad esempio, quelli su RRC 304/1 e 336/1). ILLUSTRAZIONI 89 a.C., denario dei ribelli raffigurante la testa dell’Italia e la Vittoria che incorona l’Italia; in esergo, ITALIA Due esemplarî del denario RRC 340/1, uno con torcia, l’altro con ramo di palma. Gli altri disegni presenti al dritto e al rovescio sono solo simboli di controllo Assi semionciali; nell'ordine, RRC 338/1, RRC 341/4 e RRC 342/7 Denario RRC 344/2 Asse 344/4; in questa variante l’iconografia al dritto, differente da quella classica di Giano, ripropone forse le sembianze di Tito Tazio
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  47. L’ASCESA DI GAIO MARIO Nel 118 a.C. il re di Numidia (attuale Algeria), morendo, lasciò tre successori, Aderbale, Iempsale e Giugurta. Forse pensava che Roma, sua alleata storica, avrebbe vigilato sulla spartizione tra i tre eredi, ma Giugurta - che conosceva bene i Romani, per aver partecipato all’assedio di Numanzia - era convinto di poter approfittare della loro avidità per impedirne l’intervento. Uccise Iempsale, e corruppe i Senatori per non essere accusato. Roma inviò una commissione per sovrintendere sulla spartizione, ed egli ne corruppe i membri. Uccise Aderbale e massacrò gli abitanti di Cirta (odierna Costantina), compresi i Romani che vi dimoravano, ma quando Roma inviò un esercito, ne corruppe il comandante. Il Senato gli ordinò di presentarsi personalmente a Roma; si presentò, ma corruppe un tribuno della plebe affinché opponesse il veto al suo interrogatorio consentendogli, così, di tornare in patria. _______________________ L'indignazione e le proteste popolari, contro una classe nobiliare rivelatasi corrotta e incapace, dilagarono. Fu in questo contesto che nel 112-111 a.C., proprio mentre Giugurta compiva la strage di Cirta, tale Gnaeus Cornelius Blasio[1] (non altrimenti noto) emise il denario RRC 296/1, che reca al dritto una testa maschile e al rovescio la triade capitolina[2]. Il ritratto al dritto non è idealizzato, come quello degli dei, ma disegna una persona reale ed è somigliante in tutti i conî, come se gli incisori avessero copiato una statua o una maschera funebre: è opinione comune[3] che vi sia raffigurato Scipione l'Africano, sia perché è naturale che un appartenente alla gens dei Cornelii celebrasse il più illustre fra i suoi antenati, sia perché assomiglia al ritratto presente sulle monete di Nova Carthago. Il messaggio è chiaro: nel momento in cui, in Africa, un re straniero si prende gioco di Roma, massacrandone i commercianti e corrompendone i governanti, il monetiere auspica il ritorno di un condottiero della caratura dell’Africano, che proprio in quella stessa terra era stato capace di piegare il più temuto fra i nemici e, così, di “debellare superbos” (come scriverà Virgilio nell’Eneide). _______________________ Era veramente troppo: nel 109 Roma inviò un nuovo esercito in Africa, agli ordini del console Quinto Cecilio Metello cui fu assegnato - come vicecomandante[4] - un vecchio guerriero, un cinquantenne che aveva partecipato anche all’assedio di Numantia (e quindi conosceva Giugurta), Gaio Mario. Proveniente da una famiglia di commercianti, per questo disprezzabili (dal punto di vista dei nobili) ancorché ricchissimi, era stato accettato dall’alta società romana solo perché, nel 110, aveva sposato Giulia, appartenente a una stirpe di nobilissime origini che discendeva, addirittura, da Venere, sebbene ormai relativamente povera: il pater familias, tale Gaio Giulio Cesare, era infatti costretto a vivere in un palazzo popolare, nel quartiere della Suburra. Metello sconfisse più volte l’esercito numidico, ma Giugurta si nascose presso suo suocero Bocco (re di Mauritania) e da là continuò a dirigere una feroce guerriglia. Mario presentò allora la sua candidatura a console, affermando di poter fare meglio di Metello; il popolo, conoscendo le sue capacità militari, lo elesse console per il 107 a.C. e gli affidò la conduzione della guerra. Uno dei questori di Mario era un soggetto a dir poco equivoco: suo cognato (aveva infatti sposato, anch’egli nel 110 a.C., un’altra Giulia, sorella della moglie di Mario[5]), un trentenne molto povero che aveva vissuto in totale dissolutezza fra prostitute e malfattori, sebbene appartenesse a una gens nobilissima, addirittura la stessa dell’Africano. Si chiamava, infatti, Lucius Cornelius Sulla (o Sula, o Silla). Contro ogni aspettativa, Silla si rivelò un abilissimo guerriero; non solo aiutò Mario a conquistare tutti i territorî rimasti in mano agli insorti, ma infine riuscì - lui personalmente, da solo - a convincere Bocco a tradire il genero e, così, fece prigioniero l’infido Giugurta. Solo Roma poteva ordinare a un re di consegnare un altro re, suo parente, ed essere ubbidita. Nel 105 a.C. la guerra era quindi finita; il merito andò a Mario, proconsole e comandante in capo, ma Silla si vantò per il resto della vita di essere lui l’autore della cattura di Giugurta. _______________________ Nel frattempo, però, un pericolo maggiore incombeva sull’Urbe: se Giugurta aveva offeso l’orgoglio di Roma, un nemico ben più temibile ne minacciava l’esistenza stessa. Nel 113 a.C. le popolazioni del Norico (area collocata sul confine tra le attuali Baviera e Austria) chiesero l’aiuto dei Romani per fermare una popolazione germanica, i Cimbri, che voleva invaderne i territorî. Il Senato inviò prima ambasciatorî poi, fallita la trattativa (perché i Cimbri volevano stanziarsi sui territorî di Roma, ma senza sottomettersi a essa) un esercito di ben 30.000 uomini agli ordini del console, Gneo Papirio Carbone. I nemici tuttavia erano molti di più e si rivelarono guerrieri feroci e tenaci: nella battaglia di Noreia (forse, la moderna Magdalensberg) sconfissero duramente i legionarî. A quel punto i Cimbri ripresero la loro marcia diretti in Gallia e a loro si unirono altre due popolazioni germaniche, Teutoni e Ambroni. Nel 109 ci fu un altro scontro con l’esercito romano e, di nuovo, vinsero. All’improvviso, fu evidente anche ai Celti che Roma non era affatto invincibile: nel 107 una loro feroce tribù, i Tigurini, sonfisse un altro esercito consolare presso Agen uccidendo lo stesso console, Lucio Cassio Longino, e si unì ai Germani. Alla notizia della battaglia molte altre tribù celtiche si ribellarono a Roma. Roma decise di fermare, una volta per tutte, la migrazione germanica. Furono inviati in Gallia ben due eserciti, uno al comando del proconsole Quinto Servilio Cepione, l’altro del console Gneo Mallio Massimo. Nel 105 a.C. i due eserciti si ricongiunsero ad Arausio (attuale Orange): era uno schieramento impressionante, 80.000 combattenti e 40.000 assistenti, ma i due comandanti si trovarono in disaccordo perché Cepione, esponente dell’aristocrazia, rifiutò di prendere ordini da Mallio, homo novus. Quando infine i nemici giunsero alla vista, erano in numero sterminato: l’orda barbarica, ormai formata da tre popolazioni germaniche e una celtica, aveva raggiunto l’incredibile dimensione di 500.000 persone[6]. Approfittando anche della divisione tra i due comandanti romani, essi travolsero e distrussero entrambi gli eserciti, chiusi in trappola con il Rodano alle spalle; pochissimi riuscirono a salvarsi, a nuoto. Il più grande esercito mai schierato dalla Repubblica fu completamente annientato: in termini di perdite umane, Arausio fu la più grave sconfitta romana, ben più sanguinosa di quelle inferte dai Cartaginesi. _______________________ Dopo la battaglia Arausio, forse ben più che dopo quella di Canne, la civiltà romana rischiò di essere spazzata via dalla storia. I nemici erano in numero impressionante e, non essendo mercenarî (come i soldati di Annibale) ma interi popoli in migrazione (le donne dei Germani, narrano le fonti, assistevano alle battaglie dai carri minacciando di uccidere se stesse e i proprî figli, in caso di sconfitta) non avevano nulla da perdere. Roma, dal canto suo, aveva subito quattro gravissime sconfitte in soli otto anni, perdendo forse 200.000 uomini: difficilmente avrebbe saputo come opporsi a un’invasione dell’Italia. Agli uomini idonei a combattere fu vietato di lasciare l’Italia, ma erano ormai veramente pochi. L’Urbe sopravvisse solo perché i barbari decisero di razziare l’Hispania, prima dell’Italia. Conscio del pericolo, il popolo prese l’unica decisione sensata: elesse di nuovo console il soldato per eccellenza, Gaio Mario, e gli affidò pieni poteri per sconfiggere il nemico. Mario, che conosceva bene l’esercito e i suoi difetti, lo riformò in modo radicale. Arruolò, per la prima volta nella storia di Roma, anche i nullatenenti, armandoli a spese dell’erario. Modificò la struttura tattica delle legioni, sostituendo i manipoli con le coorti (strutturate per operare con maggior autonomia). Fidelizzò i soldati a un simbolo che dovesse essere difeso sino alla morte, affidando a ogni legione l’insegna aurea di un’aquila (a sua volta, personificazione del potere di Giove). Ridusse al minimo il personale addetto al trasporto delle salmerie, obbligando i suoi soldati (che, per questo, furono soprannominati “i muli di Mario”) a portarsi sulle spalle non solo le armi, ma anche i viveri e gli strumenti per costruire il campo fortificato. Condusse le legioni nella Gallia Narbonese e le obbligò a estenuanti marce e addestramenti quotidiani, affinché non solo si fortificassero nel corpo, ma imparassero anche a conoscere valli e montagne. _______________________ Nel 102 a.C. i barbari tornarono dall’Hispania e decisero di attuare una manovra a tenaglia per invadere l’Italia: Teutoni e Ambroni sarebbero passati dalla Liguria, i Cimbri dalla valle dell’Adige, i Tigurini dal Carso. Ritenevano che Roma non sarebbe stata in grado di fronteggiare tre diversi direttrici d’invasione ma, questa volta, si sbagliavano. Mario attese pazientemente i nemici trincerato nei campi fortificati di Aquae Sextiae (attuale Aix en Provence). Quando arrivarono sul posto, Teutoni e Ambroni li attaccarono ma - privi di macchine d’assedio - non riuscirono a espugnarli; sfilarono allora davanti alle mura del castrum sbeffeggiando i soldati che, forgiati dalla ferrea disciplina imposta loro da Mario, attendevano impassibili all’interno. Quando l’ultimo Germano si fu allontanato, i legionarî uscirono dalle loro fortificazioni. Divenuti padroni del territorio dopo tre anni di marce forzate, attraversano percorsi montani sconosciuti ai barbari e nascosti alla vista. Arrivarono addosso ai nemici mentre preparavano il loro accampamento, e arrivarono calando da una posizione sopraelevata; fu una vittoria schiacciante. In una sola battaglia, Teutoni e Ambroni avevano smesso di essere una minaccia. In Gallia Cisalpina, nel frattempo, il console Quinto Lutazio Catulo[7] (con cui collaborava il validissimo Silla) attendeva la calata dei Cimbri. Quando tuttavia essi si presentarono al valico del Brennero, erano in numero esorbitante; capì che da solo non sarebbe riuscito a fermarli e ritirò progressivamente l’esercito, lasciandoli dilagare nella pianura padana. Mentre loro saccheggiavano, Catulo attendeva l’arrivo di Mario. Nell’estate del 101 ai Campi Raudii (presso Vercelli) gli eserciti ricongiunti di Mario e Catulo affrontarono i Cimbri, sconfiggendoli duramente. I pochi sopravvissuti furono fatti schiavi. I Tigurini, appresa la notizia, tornarono spontaneamente nella loro terra d’origine, l’attuale Svizzera. Roma era salva; la cultura occidentale era salva. Mario e Catulo celebrarono il trionfo alla fine del 101, ma per il popolo il merito di aver salvato l’Urbe era solo di lui, il soldato di umili origini. _______________________ Le grandi e insperate vittorie contro Teutoni, Ambroni e Cimbri suscitarono ondate di gioia e ispirarono l’iconografia delle emissioni monetali per anni. Fra le tante, meritano di esserne citate tre. La prima è il denario RRC 326/1, emesso nel 101 da Gaius Fundanius che, come egli stesso scrive, era questore (reca infatti la legenda Q e C. FVNDAN). Raffigura al dritto la testa di Roma, al rovrscio un uomo su una quadriga che regge in mano un ramo d’alloro; siccome l’alloro è simbolo di vittoria, se ne deduce che sia un generale che celebra il trionfo. Il particolare meritevole d’attenzione è tuttavia una piccola figura aggiuntiva, un altro essere umano (di dimensioni ridotte) che monta uno dei cavalli della quadriga. Come detto, era ritenuto assolutamente vietato, all’epoca, raffigurare persone in vita sulle monete; quindi possiamo immaginare che Fundanio abbia assicurato tutti che la sua era una generica rappresentazione della cerimonia del trionfo. Tuttavia, grazie all’espediente della figura che monta un cavallo tutti potevano capire che, in realtà, il questore avesse voluto raffigurare proprio Gaio Mario: egli, infatti, aveva portato con sé, sul carro trionfale, il figlioletto di 8 anni. Questa quindi (se si esclude il misterioso statere di Flaminino) può essere considerata la prima moneta ufficiale in cui, seppur in modo sottinteso, compare l’immagine di un uomo in vita. Interessante è anche il denario RRC 324/1, emesso quello stesso anno 101. Al dritto è rappresentata Roma, contornata da corona d'alloro; al rovescio, con chiaro riferimento alla sconfitta dei Germani, la Vittoria in biga e la firma del monetiere, RVF. M. LVCILI (Marcus Lucilius Rufus). La particolarità è la legenda al dritto: PV. Due denarî pressoché contemporanei recano sigle simili, sempre al dritto: EX. A. PV. su RRC 322/1b del 102 e ARG. PVB. su RRC 325/1 del 101. Si ritiene che tutte esse significhino ex argento publico, ma questa interpretazione suscita dubbî interpretativi, considerato che tutto l’argento monetato dovesse essere pubblico. Secondo Barlow e Crawford la sigla attesta che la moneta fu prodotta con metallo tratto da qualche riserva speciale (addirittura l'Aerarium Sanctius, ossia la riserva da usare in casi di estrema emergenza, secondo il primo studioso) in un momento di grave difficoltà: benché ormai la guerra volgesse al termine, la moneta è quindi una muta testimone del baratro cui si era avvicinata Roma sotto la pressione delle invasioni germaniche. La terza emissione d’interesse è quella di una serie quinarî che rappresentano tutti, al retro, la Vittoria che incorona un trofeo d’armi: RRC 326/2 del 101 a.C., RRC 331/1 del 99, RRC 332/1 del 98 e RRC 333/1 del 97. La prima considerazione è constatare che la vittoria di Mario su Teutoni, Ambroni e Cimbri fosse ancora oggetto di celebrazione a distanza di 4 anni dagli scontri; si ritiene infatti che i disegni al rovescio riproducano i trofei eretti per commemorarla. La seconda è l’anomalia della scelta di emettere quinarî: non solo la coniazione di tali monete veniva ripresa dopo quasi 70 anni, ma negli anni 99-97 non fu accompagnata da quella di denarî o assi: furono emessi solo quinarî. Perché? Alcuni autori (Belloni e Amisano fra tutti) hanno proposto che fossero, in realtà, vittoriati (i quali fra l’altro avevano un’iconografia simile, al rovescio), anche se pesano circa 2 scrupoli anziché 3, emessi forse per esigenze di pagamenti nelle aree della Pianura Padana, devastate dai saccheggi dei Cimbri e dalla guerra. _______________________ Le guerre contro Giugurta prima, i germani poi causarono una grave carenza di grano, a Roma. Nel 104 a.C. era stato eletto questore un giovane plebeo, Lucio Apuleio Saturino, che aveva approfittato per emettere denarî che alludessero alla sua persona, raffigurando Saturno, simbolo parlante del suo cognomen. Il Senato dapprima lo incaricò allora di curare l’importazione di grano e pane tramite il porto di Ostia, poi - accusandolo di non eseguire l’incarico con il dovuto impegno - lo sostituì con un patrizio di nobilissima origine, Marco Emilio Scauro. Saturnino ritenne offeso il suo onore e divenne allora un fervente sostenitore dei populares (la fazione politica contraria alla nobiltà), il cui massimo rappresentante era - ovviamente - il grande eroe di guerra di umili origini, Gaio Mario. Nel 101 Mario e Saturnino si accordarono per farsi eleggere, per l’anno successivo, uno al consolato (per la sesta volta[8]), l’altro al tribunato della plebe (per la seconda volta); un loro amico, Gaio Servilio Glaucia, avrebbe cercato invece di ottenere la pretura. La manovra riuscì, ma Saturnino ricorse alla violenza per farsi eleggere. Appena entrato in carica, Saturnino propose una legge per ricompensare i soldati di Mario con una assegnazione di terre sottratte ai Galli[9] imponendo ai Senatori di giurare che l’avrebbero fatta applicare. Metello (l’ex comandante di Mario in Numidia) si rifiutò di prestare il giuramento e, in piena coerenza, accettò di essere espulso dal Senato e di allontanarsi da Roma in esilio, senza sollevare obiezioni o causare disordini. L'arroganza di Saturnino, tuttavia, lo portò infine alla rovina e alla morte: fece infatti uccidere anche un candidato al consolato a lui sgradito e il popolo, inferocito, gli si ribellò contro. Mario, su mandato del Senato (che aveva emesso un senatus consultum ultimum), lo arrestò ma non fu abbastanza: la folla, che ormai lo odiava, lo uccise. NOTE [1] La firma sulla moneta è CN. BLASIO CN. F.; siccome nel 194 a.C. era stato pretore (come sappiamo dai fasti consulares) uno Gnaeus Cornelius Blasio, se ne deduce che dovessero essere parenti e che, quindi, anche il monetiere fosse un Cornelius. [2] Ossia i tre dei che erano presenti nel tempio di Giove Ottimo Massimo e che erano ritenuti i più importanti protettori di Roma: da sinistra a destra per come sono rappresentati sul denario, Giunone, Giove e Minerva. [3] Condivisa, fra gli altri, da Seaby e Belloni; Crawford ritiene invece che sia Marte, ma è una tesi inconsistente, sia perché la gens Cornelia era devota alla triade capitolina (raffigurata al rovescio), non a Marte, sia perché il ritratto (come detto) non è idealizzato. [4] Tecnicamente, era un “legato”: termine che indicava un tecnico di cose militari, affiancato al magistrato (eletto invece dal popolo) nella conduzione delle operazioni belliche. In origine i legati erano solo rappresentanti del Senato ma, col tempo, divennero comandanti militari; alla fine della Repubblica, il termine “legato” individuava i comandanti di una singola legione. [5] Giova precisare che questa parentela non è del tutto sicura, nelle fonti. [6] Quand’anche, come ritengono gli storici moderni, questa cifra comprenda tutti i migranti, i combattenti erano almeno 200.000. [7] Una curiosità: era cugino delle due Giulia, mogli di Mario e Silla. Era nato infatti col nome di Sesto Giulio Cesare ed era diventato un Lutazio a seguito di adozione. [8] Mario, unico nella storia della Repubblica, fu console per sei volte (nel 107 a.C. e ininterrottamente dal 104 al 100); iniziò inoltre un settimo consolato nell’86 a.C. ma, vecchio e malato, morì dopo pochissimi giorni. [9] Si noti: i soldati di Mario, come detto, erano nullatenenti; dopo aver combattuto, attendevano una ricompensa che permettesse loro di vivere. Come noto, nacque qui lo speciale legame di fedeltà fra soldati e generale che contribuirà alle guerre civili. ILLUSTRAZIONI Denario RRC 296/1 Mario sconfigge i Cimbri, in un dipinto di Francesco Saverio Altamura (1530) conservato al museo nazionale di Capodimonte Denario RRC 326/1 Denario RRC 324/1 Quinario (o vittoriato?) RRC 331/1 Denario RRC 317/3; al retro, è raffigurato Saturno in quadriga
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  48. L'EPOCA DEI GRACCHI Con l’annessione dell’ex impero cartaginese e della Macedonia Roma subì le conseguenze del cambiamento sociale: le guerre continue, cui erano chiamati a partecipare tutti i cittadini (eccetto i nullatenenti), portarono all’impoverimento del ceto contadino, costretto a lasciare i terreni incolti per anni; peraltro, i piccoli agricoltori non potevano competere con i bassi prezzi delle derrate provenienti dalle province (Sicilia, Sardegna, Africa). Nuovi “proletarî” si riversarono quindi per le strade di Roma, alla ricerca di mezzi di sostentamento. Una testimonianza delle difficoltà di questa nuova classe sociale sono due monete (RRC 242/1 e 243/1) emesse nel 135 e nel 134 a.C. da monetieri della gens Minucia[1]. Esse rappresentano entrambe, al rovescio, la colonna Minucia (monumento antichissimo, eretto da quella gens) e due figure in piedi di cui la prima distribuisce pagnotte, l’altra regge il lituo (bastone rituale degli àuguri). Sappiamo che la colonna Minucia era il luogo presso cui avvenivano le frumentationes (distribuzioni di pane o grano ai poveri), alcune delle quali erano state attuate nel 492 e nel 491 a.C., a opera di due consoli appartenenti alla gens Minucia[2]; le monete, quindi, commemorano quell’evento, con l’evidente intento di sollecitare la ripresa delle frumentationes. È, questo, un perfetto esempio di come fu usata l’iconografia monetale durante la Repubblica: formalmente, venivano commemorati eventi del passato; nella sostanza, tuttavia, si celebrava il retaggio della propria gens e, nel frattempo, si veicolava spesso un messaggio politico di stretta attualità. _______________________ La più giovane delle figlie di Scipione l’Africano, Cornelia[3], donna colta e determinata, sposò Tiberio Sempronio Gracco (il propretore che nel 179 aveva inflitto una prima sconfitta ai Celtiberi), avendone due figli, Tiberio (che, come d’uso, ebbe lo stesso nome del padre) e Gaio. Rimasta vedova e chiesta in sposa dal re d’Egitto, Tolomeo VIII Evergete Trifone, rifiutò per dedicarsi all’educazione dei figli. Tiberio, determinato a porre un rimedio all’impoverimento dei piccoli agricoltori, si fece eleggere tribuno della plebe nel 133 a.C. e, in questa veste, propose una legge che fissava a 500 iugeri (estensibili sino a 1.000 in caso di figli a carico) il limite dell’ager publicus che ogni singolo poteva possedere, per contrastare l’accaparramento che ne avevano fatto i grandi latifondisti; i terreni così recuperati sarebbero stati distribuiti ai cittadini più poveri in lotti di 30 iugeri. I suoi oppositori politici convinsero un altro tribuno, Marco Ottavio, a opporgli il veto, ma allora egli lo fece destituire dagli stessi elettori; la legge agraria fu approvata e della commissione di triumviri incaricati di curarne l’attuazione fu chiamato a far parte anche suo fratello, Gaio. _______________________ Quello stesso anno morì, nel lontano regno di Pergamo (che, come visto, da 80 anni era un fidato alleato di Roma), il re Attalo III. Il sovrano non aveva avuto figli e, temendo che il suo fiorente regno potesse essere conquistato dal ben più potente regno di Siria, decise così di fare un regalo ai suoi sudditi lasciandolo in eredità al popolo romano; si ripeteva, a distanza di due secoli, un’iniziativa simile alla deditio di Capua. Trattandosi però di un’eredità, doveva essere accettata dal Senato, alcuni membri del quale espressero perplessità sull’opportunità di annettere una terra così lontana; ne seguì un temporaneo vuoto di potere, di cui approfittò un fratellastro di Attalo, tale Aristonico, che si autoproclamò re con il nome di Eumene III. Attalo III tuttavia non aveva lasciato solo il trono al popolo romano, ma anche le sue immense ricchezze; quando si seppe Tiberio Sempronio Gracco propose di distribuirle ai nuovi piccoli proprietari terrieri, per consentire loro di acquistare l’attrezzatura necessaria per coltivare. Fu troppo per la nobiltà (che evidentemente aspirava a far proprie quelle stesse ricchezze), la quale lo accusò di aspirare alla tirannide; Tiberio fu allora ucciso durante un tumulto di piazza, appositamente scatenato. Si trattò di un momento cruciale nella storia di Roma: per la prima volta divenne plateale che i politici ritenevano ammissibile far uccidere i proprî avversari, quando non riuscivano a fermarli in modo legale. Le guerre civili del secolo successivo e l’instabilità del trono imperiale in quelli ancora seguenti iniziarono così. Malgrado questa violenza, comunque, i Romani rimasero ossequiosi della legge e la riforma agraria voluta da Tiberio fu portata avanti. _______________________ Nel frattempo,. la rivolta di Aristonico fu domata e nel 129 a.C. Roma decise di annettere il territorio del disciolto regno di Pergamo come provincia d’Asia, la cui capitale fu spostata a Efeso (città non più esistente). Una testimonianza monetale del processo di progressiva romanizzazione del regno di Pergamo è rappresentata dai cosiddetti “cistofori”: tetradracme (monete d’argento da quattro dracme, del perso di oltre 12 g) recanti al dritto una cesta (da cui il nome) con serpenti, simbolo di riti dionisiaci, e al rovescio due serpenti attorcigliati attorno a una faretra. Furono emessi a Pergamo a partire dal 200 a.C. e si diffusero rapidamente in tutta l'Asia Minore, diventando così la moneta con cui si effettuavano i commerci in Asia. Molti di essi riportano la data (espressa secondo un conteggio locale) ed è stato così possibile verificare che continuarono a essere ininterrottamente emessi, anche dopo la costituzione della provincia d’Asia. Inoltre, dopo alcuni anni comparve su tali monete il nome del magistrato romano che ne aveva disposto l’emissione. I cistofori si pongono così come uno dei più begli esempî di monetazione provinciale repubblicana. _______________________ Gaio Sempronio Gracco fece ritorno a Roma nel 124 a.C., dopo essere stato pretore in Sardegna, e ottenne per due anni di seguito (123 e 122) l’elezione a tribuno della plebe. Decise di proseguire l’opera del fratello e ne allargò la portata, proponendo una lunga serie di leggi che miravano a contenere la prepotenza dei nobili e a migliorare la vita delle classi meno agiate. Fra le altre, fece approvare una lex frumentaria che disponeva (come auspicato nei denarî della gens Minucia) la ripresa delle frumentationes presso la colonna Minucia. Nel 122 commise però un passo falso: propose di estendere la cittadinanza romana ai Latini e quella latina agli Italici, per consentire anche a loro di accedere ai benefici che tale status giuridico permetteva; questa iniziativa gli fece perdere il favore della plebe, gelosa dei proprî privilegi (fra cui le frumentationes). La nobiltà ne approfittò: nel 121 scoppiarono una serie di disordini, probabilmente fomentati dai senatori stessi, e di conseguenza il Senato adottò, per la prima volta nella storia, un senatus consultum de re publica defenda, ossia un provvedimento che, pur avendo in teoria efficacia solo consultiva (essendo appunto un consultum), di fatto autorizzava i magistrati a uccidere cittadini romani per difendere l’integrità della Repubblica. Avendo capito di non avere speranza di sopravvivere alla violenta repressione che ne seguì, Gaio incaricò un suo stesso servo di togliergli la vita. _______________________ Nel 125 a.C. i Salluvi, tribù dei Liguri (antico e bellicoso popolo pre-indoeuropeo), aveva attaccato Massilia (attuale Marsiglia), colonia greca che godeva di un’amicizia storica con Roma (aveva cercato anche di fermare l’avanzata di Annibale verso l’Italia). Roma intervenne allora a difesa della città e sconfissero prima i Salluvi, poi gli Allobrogi, fiera popolazione celtica che ne aveva preso le difese. Per celebrare la vittoria nel 119 a.C. fu emesso un denario, RRC 281/1, da parte di tale Marcus Furius Philus "figlio di Lucio" (la firma sulla moneta è infatti M. FOVRI. L. F. al dritto, PHILI al rovescio); probabilmente suo padre era il console 136 a.C., veterano di Numantia. La moneta reca al dritto una bella rappresentazione di Giano; al rovescio è invece raffigurata una dea, esplicitamente identificata in Roma da una didascalia (posta alla sua destra), che pone una corona d’alloro sopra un trofeo d’armi. Le armi, a loro volta, sono chiaramente galliche, come dimostra la foggia degli scudi rettangolari e, ancor di più, la presenza di due carnices: il carnyx era infatti una tromba da guerra, a forma di testa di serpente o dragone, ed era usata dagli eserciti celtici. Il territorio sottratto ai Salluvi e agli Allobrogi (corrispondente alla porzione meridionale dell’attuale Francia) fu annesso alla Repubblica, per realizzare un collegamento terrestre tra l’Italia e le province in Hispania, e nel 121 a.C. divenne la nuova provincia della Gallia Transalpina (talché ancora oggi si chiama “Provenza”, da “provincia”). Nel 118 a.C. vi fu fondata una nuova capitale, la città di Narbo Martius (attuale Narbona), che per la sua importanza ottenne il prestigioso status giuridico di colonia di diritto romano (la prima, di questo tipo, dedotta oltralpe): era cioè, formalmente, un “quartiere” distaccato di Roma stessa. Di conseguenza, la provincia fu ridenominata Gallia Narbonensis. In occasione della deduzione della colonia e, probabilmente, proprio per pagare le spese connesse con essa fu emessa, probabilmente proprio nel 118 e presso una zecca sita a Narbo, una serie monetale ad hoc, la RRC 282. Si tratta di cinque denarî serrati[4] accomunati dalla medesima iconografia (la testa di Roma al dritto e un guerriero gallico su biga, munito di lancia, scudo e carnyx, al rovescio) e dalla firma, al rovescio, L. LIC. CN. DOM, ossia Lucius Licinius Crassus e Gnaeus Domitius Ahenobarbus. Sappiamo che il primo aveva caldeggiato la deduzione della colonia contro l’opposizione del Senato, l’altro aveva fatto costruire la prima strada romana della Gallia, la via Domitia, per collegare la nuova colonia all’Italia; è probabile che firmassero le monete in quanto duoviri coloniae deducendae. Al dritto, invece, le cinque monete si distinguono perché recano cinque firme diverse (una per moneta)[5]: sono sicuramente i nomi dei magistrati monetarî (che forse nell’occasione avevano l’incarico di curatores denariorum flandorum). _______________________ Terminava così l’epoca dei Gracchi e diveniva evidente che il potere dell’oligarchia nobiliare si fondava ormai solo più sulla violenza, non sul consenso. È forse per questa ragione che poco dopo fu emesso l’ultimo denario anonimo (privo, cioè, della firma del monetiere), RRC 287/1, datato 115- 114 a.C.: si tratta di una moneta bellissima, quasi malinconica, che rievoca Roma così com’era alle origini. Al dritto è raffigurata la testa di Roma; al rovescio compare la medesima dea, seduta su un mucchio di scudi con una lancia in mano, che ammira gli eventi connessi con la sua stessa nascita: la lupa che allatta i gemelli e, in volo, i due avvoltoî che diedero a Romolo il presagio ritenuto propedeutico alla fondazione. NOTE [1] La prima è firmata C.AVG, Gaius Augurinus, la seconda TI. MINVCI. C. F AVGVRINI, Titus Minucius Gai filius Augurinus. Forse erano fratelli. [2] Nell’iconografia, quindi, il soggetto che distribuisce il pane è uno di tali consoli; quello col lituo è probabilmente un altro appertenente alla gens, Marco Minucio Feso, che era stato, nel 300 a.C., un dei primi àuguri plebei. [3] Dei tre nomi previsti per gli uomini romani (praenomen, nomen ed eventuale cognomen o cognomina) le donne ne ereditavano dal padre uno solo, il nomen, declinato al femminile (Cornelia, Giulia, etc.). [4] Si definiscono “serrate” alcune monete con il bordo dentellato che Roma emise in alcuni momenti della sua storia. È discussa la ragione di tale espediente; forse, per ridurre i rischi che il metallo si rompesse quando riceveva il colpo del conio di martello. [5] M. Aurelius Scaurus su RRC 282/1, L. Cosconius su RRC 282/2, C. Poblicius Malleolus su RRC 282/3, L. Pomponius su RRC 282/4, L. Porcius Licinus su RRC 282/5. ILLUSTRAZIONI Denari RRC 242/1 e 243/1 del 135 e 134 a.C. Cistoforo catalogato Stumpf 38 e datato 57-55 a.C. La legenda al rovescio comprende, in alto, il nome del proconsole, in caratteri latini (C. SEPTVMI T. F. PRO COS.); in basso, quello del monetiere, in caratteri greci (ΜΗΝΟΓΕΝΗC); a sinistra, la sigla ΠΕΡ in monogramma (Pergamo, luogo di emissione). Si noti l’uso dei due alfabeti diversi, chiara testimonianza della doppia natura della monetazione provinciale, che è sì “romana”, ma anche “locale”. Denario RRC 281/1 Denari RRC 282/2 e 282/5. Si noti che il primo porta il simbolo di valore X, il secondo Ж; evidentemente erano ormai ritenuti equivalenti Denario RRC 287/1
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  49. ....adesso ritorno nei ranghi: gli "aiuto" incisori ... del Perger, da quella data in poi furono persone del calibro di Nicola Morghen e Vincenzo Aveta (quest'ultimo figlio di Filippo, già noto incisore della R.Zecca). Prego osservare. @gennydbmoney..a te che piace la storia di Napoli.
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  50. Un ottimo esemplare per questa tipologia, tondello integro e "regolare", e come già detto sopra anche esente dai consueti salti di conio che caratterizzano i testoni di Urbano VIII coniati a martello, c'è appena un segno sull'ape in basso dello stemma. Sarà questo pontefice ad introdurre i primi torchi per la coniazione a Roma, sperimentandoli anche su alcune tipologie di testoni, la differenza di qualità nella resa dell'incisione, e sulla regolarità dei tondelli è notevole. Questo il confronto tra due testoni di Urbano VIII, il primo coniato a martello, il secndo al torchio: Ciao, RCAMIL.
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