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emigrante

monete e letteratura

Risposte migliori

emigrante

Buongiorno a tutti,

per un lavoro di ricerca che sto impostando, sarei grato a chi volesse segnalarmi, con l'opportuna precisione, brani di opere letterarie italiane (poesia o prosa, ma anche libretti d'opera), dal Duecento in avanti, che facciano riferimento a monete: meglio le fonti in cui non si parla, in generale, di "soldi", "spiccioli", "monete" e simili, ma quelle in cui si citano precisamente, col loro nome, tipologie definite: "tornesi", "baiocchi", "scudi", "doppie" etc.

Se poi qualcuno conoscesse già articoli o libri che si sono occupati di questo argomento, mi piacerebbe che me li indicasse.

Saluti e ringraziamenti

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rob

Dante Alighieri fa un riferimento indiretto al grosso di Venezia:

Dante, Paradiso XIX, 136-141

l'Aquila, emblema della giustizia imperiale, lancia un monito ai re cristiani che mostrano con le loro opere di conoscere il Cristo meno degli infedeli:

E parranno a ciascun l'opere sozze

del barba e del fratel, che tanto egregia

nazione e due corone han fatte bozze.

E quel di Portogallo e di Norvegia

lì si conosceranno, e quel di Rascia

che male ha visto il conio di Vinegia.

I commentatori sono concordi nell' identificare il monarca di Rascia (Serbia) con Stefano Urosio II Milutin (1282-1321).

Al contrario dei predecessori, che avevano cercato di mantenere stabile il valore del grosso "matapan" sui valori fissati dallo standard veneziano di 2.178 grammi, Stefano Urosio II Milutin cominciò a operare sitematicamente una progressiva riduzione di peso della moneta che raggiuse valori compresi tra i 1,60-1,40 grammi.

(tratto da lamonetapedia.it)

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incuso
Supporter

Ti cito:

Giovannino Guareschi, Un matrimonio da un "aquilotto", Vita in famiglia, 1968

e poi anche:

intanto mi son buscato un bellissimo e lucentissimo scudo nuovo di zecca con un Vittorio Emanuele cosí parlante che potrebbe farvi svenire dalla commozione, come svenne ier l'altro all'hôtel della Liguria una signora veneta vedendo passare alla testa d'una colonna di fanteria il generale Giannotti che scambiò, in grazia de' baffi maiuscoli, per il Re. Io serberò lo scudo, ve lo porterò a Lugano, tu lo porrai da parte e sarà la prima pietra della dote di Ombretta. Va bene? L'idea me n'è venuta per un sogno che feci stamattina, appena addormentato, nell'ora in cui l'anima

Alle sue visïon quasi è divina.

Antonio Fogazzaro, Piccolo Mondo Antico

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okt

Cielo d'Alcamo: Contrasto (Rosa fresca aulentissima)

v. 21: Se ‘n tuoi parenti trovami, e che mi pozon fare?

Una difemsa metoci di dumilia agostari.

Augustale:

image00362.jpg

(da Coinarchives\Kuenker)

v. 27: Donna mi son di perperi ; d’auro mass’amotino.

Perpero (Hiperpyron)

image01206.jpg

(da Coinarchives\NAC)

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petronius arbiter

Segnalo questa discsussione sulle monete in circolazione a Venezia, citate da Goldoni in Arlecchino servitore di due padroni

http://www.lamoneta.it/index.php?showtopic=44760

Nella stessa commedia si parla a più riprese anche di scudi, sia monetati che sotto forma di lettera di cambio.

petronius :)

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medusa

Ecco un'altra moneta veneziana ... :

Scudo della croce (140 Soldi) -*1609*. Leonardo Donato, 1606-1612.

I. DALLA CRONACA DI ANTONIO PRIULI (che sarà doge, nel 1618 …)

1 Havendo il D.r Gallileo Gallilei Fiorentino, lettor delle Mattematiche nel Studio

di Padoa, presentato in Signoria il giorno d`heri un instrumento, che è un

cannon di grossezza d`un scudo d`argento poco più e longhezza di manco d`un

braccio, con due veri, l`uno per capo, che presentato all`occhio multiplica la vista

nove volte di più dell`ordinario, che non era, più stato veduto in Italia, poi che

altri dicono non esser sua inventione, ma esser stato retrovato in Fiandra, et che

parve miracolo dell`arte, se ben poi doppo se ne sono fatti infiniti, et sono

venuti a prezzo bassissimo et nelle mani d`ogn`uno; fu perciò,

2 25 Agosto, deliberato in Senato di ricondurlo in vita sua alla predetta

lettura delle Mattematiche, con stipendio de mille fiorini l`anno; se bene egli, o

disgustato dal premio, o allettato da maggior speranze, partì pocco doppo dal

servitio.

Nel 1592, Galileo si trasferì all’Università di Padova per insegnare matematica. Anche se non fu Galileo ad inventare il cannocchiale è certamente il primo a studiarne metodicamente il funzionamento e a comprenderne le potenzialità come strumento di osservazione scientifica del cielo.

Il 21 Agosto *1609* Galileo mostrò ad alcuni senatori della Repubblica di Venezia le meraviglie del suo strumento, suscitando un enorme stupore. (Egli era solito vendere strumenti di sua produzione per arrotondare il suo stipendio di professore di matematica …)

Ma il doge di Venezia respinse la sua proposta e gli concesse solo uno “stipendio de mille fiorini l'anno” e la conferma alla cattedra di Padova.

Questo episodio deteriorò molto i rapporti tra Galileo e la Serenissima convincendolo a cercare un posto presso il Granducato di Toscana alla corte Medicea dove si trasferì nel 1610. Nel suo soggiorno a Padova, prima del trasferimento, costruì un nuovo cannocchiale con 20 ingrandimenti. La relazione con cui annunciò al mondo le scoperte astronomiche effettuate con il nuovo strumento (una per tutte…. i 4 satelliti di Giove!), attraverso il Sidereus Nuncius nel 1610, gli garantì fama e rinomanza internazionale...

Valeria medusa

Immagine da:

http://www.coinarchives.com/w/results.php?...amp;results=100

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emigrante

Buongiorno e grazie a tutti per queste prime interessanti indicazioni. Spero ne arrivino altre in futuro. A risentirci[size="2"][/size]

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Giovenale

Ne "la Bohème" di Puccini, proprio nel primo atto si fa riferimento agli scudi d'argento di Luigi Filippo di francia...

Cito il libretto:

Shaunard: (gettando a terra degli scudi) la banca di Francia per voi di sbilancia!

[...]

Colline: Son pezzi di latta!

Shaunard: sei sordo? sei Lippo quest'uomo chi è?

Rodolfo: Luigi Filippo, mi inchino al mio Re!

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dizzeta

.....e Gioacchino Belli:

1249. La Messa de San Lorenzo

Dico: «Vorebbe fàvve dì (1) una messa

pell'anima de tata (2) poverello:

ma un scudo sano nun ce ll'ho, e ppe cquello

'na mezza-piastra nun ve viè ll'istessa?»

«Mezza-piastra?!», risponne Don Marcello:

«Ma ccome vòi che un'anima sii messa

in paradiso pe 'na callalessa? (3)

Nò, ppropio nun ze pò, (4) ccore mio bbello».

Dico: «Andiamo, la pago du' testoni». (5)

Disce: «Fijjo, assicurete ch'è ppoco,

e nnemmanco j'uprimo (6) li portoni».

«Via», dico, «un antro ggiulio». (7) Lui allora

me concruse cor dí (8) cche dda quer foco

pe mmen d'un scudo nun ze scappa fora.

26 aprile 1834

(1) Vorrei farvi dire. (2) Mio padre. (3) Per un nonnulla. (4) Non si può. (5) Il testone è moneta d'argento da tre paoli. (6) Gli (le) apriamo. (7) Giulio, paolo. (8) Col dire.

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dizzeta

... e te ne mando un'altro di Trilussa

LE CORRISPONDENZE AMOROSE

Lui se firma Mughetto e lei Viola,

je scrive sur giornale, lo so io:

ma nun parlate, pe' l'amor de Dio,

ché me dà la licenza a la spagnola.

Se paga du' baiocchi la parola:

un giorno che je scrisse: Idolo mio!

Aspetterotti, bacerotti, addio,

sai quanto spese? Mezza lira sola.

Lui, prima, annava a casa; dar momento

ch'er boccio se n'accorse, cominciorno

a daje co' l'avvisi a pagamento.

E mó er marito manco se l'immagina

che queli dua, co' pochi sòrdi ar giorno,

je metteno le corna in quarta paggina.

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dizzeta

... ma la più famosa di tutte è questa:

"Nei versi di Belli si legge anche come l'affitto dei figli che le famiglie povere praticavano ai mendicanti "professionisti" era di 1 grosso al giorno a testa, mentre le spese di una sepoltura ammontavano a 9 scudi per la lastra di marmo, 6 scudi per le lettere in rilievo e la croce, ecc.

Questo brillante sonetto di Belli, del 30 agosto 1835, descrive una discussione fra padre e figlio, quasi facendo un sommario delle monete in uso a quei tempi; si dice che fosse stato ispirato da una reale discussione avvenuta tra Bartolomeo Pinelli, famoso incisore e pittore romano, e suo figlio Achille, anch'egli pittore."

ER CONTO TRA PPADRE E FFIJO

Che? Stammatina t'ho dato uno scudo,

E già stasera nun ciài più un quadrino?!

Rennéte conto, alò, sor assassino:

Qua, perch'io nu li zappo: io me li sudo.

Sù, tre ppavoli er pranzo, dua de vino

Tra giorno; e questi già non ve l'escrudo.

Avanti. Un grosso p'er modello ar Nudo.

Bé: un antro ar teatrin de Cassandrino

So ssei pavoli. E ppoi? Mezzo testone

De sigari: un lustrino er pan der cane...

E er papetto c'avanza, sor cojone?

No, pranz'e vino ve l'ho messo in cima

Dunque? Ah, l'hai speso per annà a pputtane.

Va bene, via: potevi dillo prima.

(traduzione per i non romani)

IL CONTO TRA PADRE E FIGLIO

Cosa? Stamattina ti ho dato uno scudo,

E già stasera non hai più un quattrino?!

Suvvìa, rendétene conto, scellerato:

Vieni qui, perché io i soldi non li coltivo: me li sudo.

Orsù, tre paoli per il pranzo, due per il vino

Durante il giorno; e questi non li contesto.

Avanti. Un grosso per il modello nudo all'Accademia.

Allora: un altro al teatrino di Cassandrino

Fanno sei paoli. E poi? Mezzo testone

Di sigari: un lustrino il pane del cane...

E il papetto che avanza, scervellato?

No, pranzo e vino li ho contati per primi

Dunque? Ah, l'hai speso con le prostitute.

Va bene, via: potevi dirlo prima.

Il sistema monetario descritto in questa pagina venne interrotto solo nel 1866, quattro anni prima che lo Stato Pontificio cessasse di esistere. L'ultimo papa-re, Pio IX, introdusse il più pratico sistema decimale (1 Lira = 20 soldi = 100 centesimi) che era già stato adottato in altre parti d'Italia.

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Giovenale

"venti scudi hai tudetto?

eccone dieci e dopo l'opra il resto..."

Da "Rigoletto", Giuseppe Verdi..

l'opera è ambientata nel 1600 a Mantova, quindo si parla di scudi Mantovani..

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dizzeta

Ti voglio riportare un passo di Manzoni, Promessi sposi cap. XXII:

"Diceva, come tutti dicono, che le rendite ecclesiastiche sono patrimonio de' poveri: come poi intendesse infatti una tal massima, si veda da questo. Volle che si stimasse a quanto poteva ascendere il suo mantenimento e quello della sua servitù; e dettogli che seicento scudi (scudo si chiamava allora quella moneta d'oro che, rimanendo sempre dello stesso peso e titolo, fu poi detta zecchino), diede ordine che tanti se ne contasse ogni anno dalla sua cassa particolare a quella della mensa; non credendo che a lui ricchissimo fosse lecito vivere di quel patrimonio. "

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